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domenica 28 aprile 2013

LA REGOLA DEL SILENZIO NON SBAGLIA MAI


La regola del silenzio
(USA 2012)
Titolo originale: The Company You Keep
Regia: Robert Redford
Sceneggiatura: Lem Dobbs
Tratto dal romanzo: La regola del silenzio di Neil Gordon
Cast: Shia LaBeouf, Robert Redford, Susan Sarandon, Anna Kendrick, Brit Marling, Julie Christie, Nick Nolte, Terrence Howard, Chris Cooper, Stanley Tucci, Brendan Gleeson, Richard Jenkins, Jackie Evancho, Sam Elliott
Genere: thriller politico
Se ti piace guarda anche: Il debito, Leoni per agnelli, La donna che canta, La chiave di Sara

La regola del silenzio non sbaglia mai. Se sei amico di una spia in galera finirai. E comunque chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quel folletto che si chiama diavoletto. Meglio quindi tenere la bocca chiusa e restare lontani dallo sguardo di occhi indiscreti.

Robert Redford dopo l’intrigante Leoni per agnelli torna in duplice veste regista/attore con una nuova pellicola dal forte sapore politico. Il regista va infatti a ritirare fuori il tema delle proteste contro la guerra nel Vietnam degli anni Settanta. Gli anni di piombo americani, se così vogliamo chiamarli in maniera impropria ma forse è meglio di no e quindi me lo ritiro che poi se no qualcuno magari si offende. Il passato che riemerge nel presente, in ogni caso, come in tutto un filotto di pellicole recenti da La chiave di Sara a Il debito, passando per gli ottimi Valzer con Bashir e La donna che canta.
Per di più, La regola del silenzio è anche un thriller. Un thiller politico dalle buone premesse che però si materializza in un nulla di fatto. Il classico nulla di fatto. La pellicola è diretta con mano solida dal Sundance Kid Robert Redford, qui molto poco Sundance, è recitata abbastanza bene dallo stesso Redford e da uno Shia LaBeouf che inserisce un altro metro abbondante di distanza tra sé e la saga fracassona di Transformers. Meno spazio invece per l’ottima parte femminile del cast, con ruoli troppo minuscoli per le sottoutilizzate Anna Kendrick, Susan Sarandon e Brit Marling. Comunque si tratta di un cast di quelli davvero notevoli, che comprende pure Terrence Howard, Stanley Tucci, Richard Jenkins, Chris Cooper, Julie Christie, Brendan Gleeson e un sempre più ciccionissimo Nick Nolte.

Una confezione di facciata messa su con notevole professionalità che garantisce una pellicola vedibile. Purtoppo, niente più di questo. La parte thriller infatti non riesce a catturare, ad avvincere, a portarti con sé dentro la sua ragnatela di personaggi. A livello umano, questi personaggi sono ben costruiti fino a un certo punto, poi anche loro quando dovrebbero darti la mazzata e farti provare un moto di empatia emotiva non ce la fanno. Laddove il film fallisce maggiormente nei suoi intenti è però soprattutto nella parte politica. Quello di Robert Redford vorrebbe essere un film controcorrente? Vuole mettere in discussione la politica degli Stati Uniti, il capitalismo, farsi portavoce dei rivoluzionari? Vorrebbe sollevare dubbi sullo ieri e sull’oggi?
Nelle sue intenzioni, può darsi. Peccato che gli unici dubbi che riesce davvero a sollevare nello spettatore sia sulla sua reale utilità. Come intrattenimento funziona anche, sebbene proprio ai minimi livelli, non annoia troppo, è tutto ben fatto. È anche però un film senza coraggio, senza forza, senza voce, che si dimentica subito, che lascia poco o niente, in cui si intravedono le buone intenzioni dell’autore ma che non riesce davvero a provocare una riflessione, come invece capitava con il precedente Leoni per agnelli.
Robert Redford, sarai mica stato troppo agnello, questa volta?
(voto 6-/10)

"Hey, ma dove diavolo è finito il resto della recensione?"

"Magari l'hanno pubblicata sul giornale... No, non c'è..."

"Lo confesso, ci sono io dietro gli attentati di Boston e Palazzo Chigi,
ma della scomparsa della recensione cannibale non ne so niente!"

"E tu l'hai vista, la recensione cannibale?"
"Ma che è? Se magna?"

"Bambina di cui non ricordo il nome, tu lo sai dov'è finita la recensione?"
"Ma papà, io non so manco leggere..."



venerdì 1 marzo 2013

OPPAN GANGNAM SQUAD

Hey yo followers what up?
fuori le tette se siete delle pin-up
oggi ho visto un film per soli duri
un film che spacca i culi
lo Scarface della nostra generation
ascoltate qui non one nation one station
prendetemi pure per i fondelli
ché io vi mando Balotelli
del nuovo cinema criminale è lo status quo
ve lo presento, bro, questo è Gangster Squad

BOOM

Hey, un momento… cos’è questo rumore?
Oddio, stanno sparando. Stanno sparando alla mia casa. Tutti giù. Tutta la mia crew, tutti i miei fra, state giù! Sono quelli della gang rivale, quelli di Pensieri Cannibali. Sì, devono essere loro che vogliono vendicarsi perché su Facebook ho lanciato delle accuse pesanti sulla loro pagina. Roba tipo: “Noi siamo troppo i meglio e voi fate pena. E poi lo dico: di cinema non ne capite proprio un acciderbolina di niente!”.
Ora mi sa che vogliono vendetta. Vogliono sangue. Maledetti cannibali, continuano a sparare. O forse è una bomba?

BOOM

Ehm… come non detto. Mi sono sbagliato. Non erano spari. Erano solo dei ragazzini fuori che facevano saltare dei mini ciccioli. Che strizza!
Comunque come dicevo nel mio freestyle, secondo me Gangster Squad è un capolavoro, è troppo il meglio, voto 100 su 10, però adesso per par condicio beccatevi la recensione della mia crew rivale. Quella dei Pensieri Cannibali. Secondo loro il film non è così fenomenale. Però che ne capiscono loro?
Proprio un acciderbolina di niente!

"Che minchia guaddi?"
Gangster Squad
(USA 2013)
Regia: Ruben Fleischer
Sceneggiatura: Will Beall
Tratto dal romanzo: Tales From the Gangster Squad di Paul Lieberman
Cast: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Mireille Enos, Nick Nolte, Anthony Mackie, Michael Pena, Robert Patrick, Giovanni Ribisi, Ambyr Childers, Michael Bacall, Evan Jones, Troy Garity
Genere: gangsta
Se ti piace guarda anche: L.A. Confidential, Scarface, Gli intoccabili, American Gangster, Dick Tracy, Sin City

1949, Los Angeles, la città è controllata dal boss Mickey Cohen. Per fermarlo il sindaco mette su una speciale e segreta task force, una squad che agisce con ogni mezzo lecito e soprattutto non lecito per fermare il delinquente. Diventando a sua volta una Gangster Squad.

Uh, bello! Un noir in piena regola. Un romanzo criminale di quelli old style, con un cast di prim’ordine, due giovani divi come Ryan Gosling ed Emma Stone, garanzie come Josh Brolin e Sean Penn, un regista lanciato, e una vicenda ispirata alla figura di un criminale esistito per davvero e che di nome fa proprio Mickey Cohen. Eppure in giro non se ne parla bene. Negli USA è uscito in sordina ed è stato parecchio snobbato dal pubblico e preso poco in considerazione dalla critica. Com’è possibile?

"Ahahah, Sean così conciato sei più divertente del Nongio."
Presto detto. Gangster Squad non è un film brutto, bensì rientra in una categoria peggiore, più infima ancora: quella delle pellicole inutili. Gangster Squad è un film gangsta molto tradizionale, senza alcun tratto distintivo in grado di farlo emergere tra le altre numerosissime pellicole analoghe già prodotte in passato. L’unica particolarità sta nel fatto che qui il Bene agisce con gli stessi mezzi del Male, ma alla fine non è che sia poi tutta ‘sta grossa novità. Soprattutto considerando come i Buoni rimangano comunque sempre distinti in maniera netta dai Cattivi. O meglio dal Cattivo, il cattivone Sean Penn. Per renderlo più somigliante al vero Mickey Cohen, hanno applicato sulla faccia del povero Penn un trucco che fa spavento, ma non nel senso che fa paura. Non fa brutto, è brutto e basta, ai livelli di quelli di J. Edgar o quasi. Sean Penn così truccato sembra il Nongiovane quando fa il mafioso nei Soliti Idioti. Rendetevi conto che prendere sul serio un personaggio del genere non è quindi visivamente facile. Se a ciò aggiungiamo che questo Mickey Cohen/Sean Penn ancor più che proiettili spara una serie di battute assurde, di cui alcune per carità pure divertenti, il risultato è quello di cadere presto nel ridicolo. Sean Penn è un cattivo di una cattiveria talmente eccessiva da risultare cartoonesca. Anche la sua violenza appare parecchio inverosimile e fumettosa. Al confronto di altri film del genere o anche di una serie come Boardwalk Empire, ad esempio, Gangster Squad sembra quindi la versione Rai Yoyo di una storia criminale.

"Ma chettibevi, Josh? Un appletini? Tu sì che sei un duro!"
Possiamo allora cercare di vedere la pellicola come una specie di revisione in chiave fumettistica ma più che altro videogammara del noir tradizionale, però la componente più giocosa e divertente è troppo limitata. Il film si lascia vedere, perché Ryan Gosling ed Emma Stone sono sempre un bello spettacolo per gli occhi, sebbene la loro intesa sia lontana da quella sfoggiata in Crazy, Stupid, Love., e perché a livello visivo le ambientazioni sono ben realizzate e c’è una buona cura tecnica dietro. Anche i livelli di ritmo, per quanto mai trascinanti, risultano piuttosto elevati e la pellicola ha il pregio se non altro di non annoiare. Da qui ad avvicinarsi alle pietre miliare del genere, di strada però ne passa parecchia.

L.A. Confidential era un esercizio di stile, ma che stile. Giocava con gli stereotipi del noir, ma lo faceva con classe. Gangster Squad invece con gli stereotipi non ci gioca, li subisce e finisce per risultare un film senza una grossa personalità. Il regista Ruben Fleischer evidentemente ha fatto il passo più lungo della gamba, tanto per parlare attraverso stereotipi come fa la pellicola. Dopo due commedie frizzanti come Benvenuti a Zombieland e 30 Minutes or Less, il giovane e comunque ancora promettente regista 34enne ha tentato di realizzare un film più serio. Obiettivo non centrato e a questo punto spero che per i suoi prossimi lavori ritorni a sfoggiare la sua anima più cazzona e torni a tinte più leggere, giacché il noir non gli si addice..

"Pensi ancora che sia ridicolo, Cannibal?"
Quanto agli attori, è raro vedere un cast del genere così sprecato. Ryan Gosling in questo film è troppo ciaciarun, parla troppo. Lui sarebbe più efficace come attore muto. Dovrebbero fargli fare una pellicola alla The Artist. Vincerebbe l’Oscar.
Emma Stone, o anche per dirla con un francesismo usato da Sean Penn: “quella splendida passera rossa”, è una belle femme ma è poco fatale. I panni di moderna Easy Girl le si addicono, mentre per un ruolo in noir pure lei non mi sembra del tutto a suo agio. Più a suo agio appaiono allora Josh Brolin, comunque pure lui piuttosto spento, e Mireille Enos presa in prestito dalla serie The Killing, mentre Nick Nolte non è mai apparso tanto vecchio, Giovanni Ribisi non è mai apparso così poco psicopatico e Sean Penn come anticipato offre ahinoi la sua interpretazione più ridicola di sempre. Tutta colpa del trucco?

Il difetto maggiore del film però è probabilmente un altro ancora: non ha un vero fascino retrò. Degli anni ’50 (o per essere precisi della fine degli anni ’40) ci sono gli abiti, le pettinature, le Cadillac. A mancare è il profumo. Non c’è l’odore, degli anni ’50. O di fine anni ’40, Signori Precisetti. La cosa migliore, e più 40s/50s di tutto il film, sono allora i bei titoli di coda disegnati. Troppo poco, troppo tardi.
Gangster Squad, un film per finti duri
un film che non spacca i culi.
(voto 5,5/10)



lunedì 12 marzo 2012

Warrior: guerriero, giochiamo a fare la guerra?

Warrior
(USA 2011)
Regia: Gavin O’Connor
Cast: Joel Edgerton, Tom Hardy, Jennifer Morrison, Nick Nolte, Frank Grillo, Denzel Whitaker, Bryan Callen, Kevin Christly, Noah Emmerich, Kevin Dunn, Gavin O’Connor
Genere: guerriero
Se ti piace guarda anche: The Fighter, Rocky, Karate Kid, Over the Top

Warrior sembra un film di Michael Bay d’autore. Che è un ossimoro, me ne rendo conto, ma con questa pellicola va così. Da una parte pensi di stare a vedere un qualcosa di profondo, con ritmi lenti, dialoghi intensi, situazioni drammatiche. Dall’altra la trama è, né più né meno, quella di un vecchio Stallone d’annata. Rocky o anche un Over the Top, tanto per citare i suoi due film migliori, ma pur sempre una tamarrata scatenata.
Il problema del film non è tenere il piede in due scarpe. Quella, se si è bravi, è una cosa che si può anche fare. Il problema è non calzarne bene nemmeno una delle due.
Facciamo un esempio in termini pratici? E facciamolo…
Io ho il 43 di piede. Vado in un negozio e mi provo una Converse numero 42 e una scarpa di Prada numero 44. Nessuna delle due mi va bene, eppure provo a camminare lo stesso. Risultato? È apprezzabile il mio tentativo, però sembro comunque uno scemo.



"Figliolo, ti va di rifare l'ultima scena dei Soprano?"
Questo film è così. Procede su due registri diversi: quello serioso e quello tamarro, ma in nessuno dei due casi va troppo bene.
Sul lato drammatico abbiamo infatti una serie di conflitti famigliari che sanno di troppo già visto (al cinema, vedi il quasi uguale The Fighter), in più l’inserimento della tematica della crisi economica sa di troooppo già visto (nella vita reale, più che al cinema).
Dall’altro lato, il lato tamarro, il film non spinge mai verso il puro, semplice divertimento godurioso e “ignorante”. Quello stile anni ’80. Warrior si prende troppo sul serio, non c’è manco un momento uno di ironia. Non so, una battuta potevano anche inserirla. Persino in un pugno allo stomaco quale è Million Dollar Baby, altro film guerriero che pure tratta un tema non certo leggerino come quello dell’eutanasia, la componente umoristica è ben presente, soprattutto nella prima parte. Perché le regole del gioco, almeno per come la vedo io, sono che se vuoi far piangere, prima devi saper far ridere.
Warrior va avanti due ore e mezzo, e dico due-ore-e-mezzo-yawn, sullo stesso registro narrativo: drama drama drama. Non c’è respiro. Come un pugile che ti martella dall’inizio alla fine. Drama drama drama, fino a che non vai giù K.O.
Alcune parti poi sono assurde. Sparta, il super bowl delle arti marziali miste, viene rappresentato come l’evento del secolo, quando nella realtà nessuno se lo filerebbe di striscio. Magari giusto un Mr. Ford appassionato di wrestling e combattimenti che ormai nessuno segue più da - almeno - i primi anni ’90.

"Azz! Sapevo che non dovevo esagerare con le seghe il giorno prima d'un incontro."
Il protagonista Joel Edgerton, già visto nel mediocre Animal Kingdom, sembra un Sam Worthington un pelo più espressivo. Ma anche Barbalbero del Signore degli anelli è più espressivo di Sam Worthington. E forse pure più veloce nei movimenti!
O, in alternativa, sembra anche una versione meno espressiva ma più invecchiata di Haley “vedo la gente” Joel “morta” Osment.
Meglio, decisamente meglio, il “fratello” cinematografico Tom Hardy. È lui a tenere in piedi da solo il film. Se infatti quella di Edgerton, con il suo personaggio di padre di famiglia professo’ sospeso perché oltre a insegnare la sera combatte in una sorta di Fight Club, sembra una storiella uscita da C’è posta per te (di Maria de Filippi, ma volendo anche dal film con Tom Hanks e Meg Ryan), l’Hardy ha invece un personaggio più inverosimile, da action hero anni ’80. È un soldato eroe di guerra che anziché bullarsi preferisce mantenere un basso profilo. Poi caricano un suo video su YouTube in cui durante un allenamento batte sciallo il campione del mondo di categoria e pure lì non si bulla. Quindi arriva al torneo, tira un singolo pugno a un altro combattente e lo manda dritto dritto al Creatore e nemmeno lì esulta per un istante.
Insomma, il classico (anti)eroe silenzioso come piacciono a me. Uno di quelli che al bla-bla-blaterale preferisce il fare. Uno di quelli che nella realtà in realtà non esistono o, se esistono, non finiscono certo a partecipare a un torneo tamarro chiamato Sparta.

"Smettila di fissarmi le tette, ché poi finisci con la mano come tuo fratello!"
Un imbolsito Nick Nolte, inspiegabilmente nominato all’Oscar per questo film anziché il ben più meritevole Hardy, completa l’allegra famiglioula di o’ guerrieri, mentre la moglie di Haley Joel Edgerton è Jennifer Morrison, la biondona di Once Upon a Time di cui ho parlato prima. Quindi oggi è ufficialmente diventato, più per caso che per altro, il Jennifer Morrison day, qui su Pensieri Cannibali.
Tra le altre cose positive da annotare di Warrior: bene i The National in colonna sonora. Fine delle cose positive. Tra quelle un po’ meno positive, la lentezza nel carburare del film: dopo appena un’ora e passa di riscaldamento, il film finalmente acquista interesse con l’inizio del torneo. Ma, come detto, senza saper spingere fino in fondo il piede sull’acceleratore della tamarraggine, cosa che rende i combattimenti divertenti però non troppo esaltanti.
Infine, troppo spudoratamente enfatico il finale, manca solo il grido “Adrianaaa”. E allora lì sì che ci sarebbe stato da ridere.
(voto 6-/10)

domenica 12 febbraio 2012

Luck: fortunato sì, chi arriva al traguardo sveglio

Luck
(serie tv, stagione 1, episodi 1 e 2)
Rete americana: HBO
Rete italiana: non ancora arrivata
Creato da: David Milch
Cast: Dustin Hoffman, Jason Gedrick, Ian Hart, Richard Kind, Kevin Dunn, Dennis Farina, Ritchie Coster, Jill Hennessy, Nick Nolte, Chantal Sutherland, Kerry Condon
Genere: scommesse
Se ti piace guarda anche: Seabiscuit, Febbre da cavallo, Deadwood

Fate il vostro gioco. Cosa preferite? Puntare al casinò? Le corse di cavalli?
Bingo.
Non intendevo Bingo il gioco. Intendevo “Bingo” se le corse di cavalli sono il vostro affare, siete i benvenuti in Luck. Se invece dei cavalli e soprattutto delle corse di cavalli non ve ne può fregare di meno, galoppate pure al largo.

"Ma io pensavo fosse una serie sulle cavalle, le belle cavallone intendo..."
"Invece ti abbiam fregato, Dustin. E ormai il contratto l'hai firmato!"
Luck è la nuova serie di HBO con protagonista Dustin Hoffman.
Oooooooh
tutti a gridare di stupore. Tutti a parlare di capolavoro imprescindibile. Di nuova pietra miliare nella storia della tv senza mai nemmeno averne visto un solo istante.
Io però ho un dubbio: qualcuno ricorda forse quando Dustin Hoffman ha fatto l’ultimo film decente?
A qualcuno devo per caso rinfrescare tutte le merdate di film che Dustin Hoffman ha fatto di recente?
Mi presenti i tuoi?, Vi presento i nostri, Mr. Magorium in cui trascinava con sé nel baratro persino la sola e unica Natalie Portman?
Diciamolo, è tipo dal 1991, anno del mitico Hook - Capitan Uncino, che Dustin Hoffman non fa un film davvero degno di essere ricordato. E diciamo pure che è dagli anni ‘60/’70 che Hoffman vive di rendita, non solo economica ma anche a livello artistico. Ché poi a dirla tutta ma proprio tutta è un attore che a me, personalmente, non è mai piaciuto. Il suo film che preferisco è Il laureato, ma forse con un altro attore protagonista al suo posto sarebbe stato ancora meglio. Chi può dirlo?

Chiuso il capitolo Hoffman che mi avrà fatto guadagnare l’odio di tutti coloro che lo ritengono uno dei più grandi attori viventi (ma ne siete davvero convinti? Really?), andiamo al secondo capitolo di questo romanzo breve: HBO.
Luck, l’abbiamo detto, è una produzione HBO, noto e rispettato network americano, sinonimo di tv di grande qualità. Su questo nulla da dire, ha sempre realizzato ottimi prodotti. Ha anche aperto qualche inarrestabile piaga sociale, come Sex and the City, ma in generale ha realizzato serie, film e film tv di notevole qualità? Assolutamente sì. Spesso però anche un tantinello sopravvalutati. I Soprano? Sopravvalutatissimi. Boardwalk Empire? Splendidamente realizzato ma pure una palla allucinante. Six Feet Under? Bello eh, però un filino macabro da seguire con costanza per tutte le stagioni. Big Love? Il manuale di come partire dall’intrigante idea di un uomo poligamo e realizzare una delle serie più noiose di sempre. Band of Brothers e The Pacific? E chi c’ha mai avuto voglia di vederle, quelle?
Insomma, HBO fa serie che seguo, e con piacere, come Game of Thrones e True Blood, però difficilmente qualcuna che rientri davvero tra le mie preferite in assoluto.
Per quelle c’è già la AMC, quella che io chiamo anche “La versione figa di HBO”, casa di serie capolavoro come Mad Men e Breaking Bad.

"Sì, siamo più espressivi del cavallo di War Horse, però non è che ci va tanto..."
Okay, questo giusto per dare subito una mazzata a due mostri sacri come Dustin Hoffman ed HBO. Così ho la coscienza a posto.
Passiamo ora al terzo capitolo, quello fortunato (sì, solo nel titolo), del post: Luck.
A proposito di talenti bolliti, non bastasse Dustin Hoffman, eccone degli altri: la sigla dello show è Splitting the Atom dei Massive Attack. Grandissimi Massive Attack: sì, ‘na vorta pure loro. Questo pezzo è invece tratto dal loro ultimo deludentissimo album, quindi complimentoni per la scelta!
Gli altri attori? C’è l’invecchiato Nick Nolte che, nonostante la nomination ai prossimi Oscar per Warrior, a me continua a non convincere e c’è pure Jill Hennessy, qualche anno fa protagonista di Crossing Jordan, una serie che non m’ha mai attirato manco per sbaglio.

I biglietti per la Juve eran finiti, nè?
Se il cast non è di quelli che mi facciano ribollire il sangue nelle vene e battere forte il cuore per l’emozione, il problema vero della serie è comunque soprattutto il tema affrontato.
Riuscite a immaginare qualcosa di meno affascinante delle corse di cavalli?
A me vengono in mente giusto una serata al karaoke o Enrico Brignano che tenta di far ridere. E poche altre cose. Una serata al karaoke CON Enrico Brignano, ad esempio, e poi le corse di tartarughe, forse. Che pure queste ultime potrebbero magari anche avere il loro fascino, chissà? Chi ha mai visto una corsa di tartarughe?
A livello personale dunque l’unico elemento di interesse nei confronti di questa serie è dato dalla regia, nell’episodio pilota, di Michael Mann. Grande Michael Mann, ma pure lui per quanto non sia bollito del tutto, è da Collateral che non fa davvero un film fenomenale. Ammettiamolo candidamente.

"Punto tutto sulla vittoria di
Pensieri Cannibali nella prossima Blog War!"
Nella miriade di personaggi che la serie creata da David Milch (già autore di Deadwood) presenta ce ne fosse poi uno decente, ce ne fosse. Tra Dustin Hoffman che è il solito re del gioco d’azzardo appena uscito di galera e pronto a ritornare in sella e un branco di “scommetitomani” che si giocano tutto alle corse, più qualche addestratore di cavalli corrotto, c’hanno messo dentro persino il tizio balbuziente interpretato dal caratterista  Richard Kind che vorrebbe magari replicare con un Emmy l’Oscar vinto rubato da Colin Firth con Il discorso furto del re. Peccato che nessuno di questa miriade di personaggi sia un minimo interessante. Dico un minimo...

Le musiche invece non sarebbero affatto male, peccato che siano inserite in maniera del tutto casuale, vanno a coprire i dialoghi e soprattutto non c’azzeccano una mazza con le ambientazioni della serie. Sono inserite proprio alla cazzo di cane. “Me and the Devil” di Gil-Scott Heron ad esempio è un pezzo che adoro, ma è stato messo in una scena in cui non c’entra niente ed è sfumata a malo modo. Dimostrazione lampante di come in colonna sonora non basti avere delle belle canzoni, ma si debba anche sapere come usarle.
N.C.S. = Non Ci Siamo.
Fa fa strano vedere uno come Mann combinare un pastrocchio del genere, considerando l’unione fenomenale di musica + immagini realizzata ad esempio in Collateral, o anche nel più vecchiotto Manhunter - Frammenti di un omicidio, con una “In-a-Godd-Da-Vida” degli Iron Butterfly usata magistralmente per creare inquietudine.

Nonostante una valida regia di Mann, comunque lontano miglia dai tempi d’oro, e una realizzazione tecnicamente impeccabile, i dialoghi tra i meno interessanti sentiti EVER e la tematica delle scommesse di cavalli BORING fanno di Luck uno degli episodi pilota meno APPEALING nella storia della HBO. E forse nella storia della tv americana tutta.
Se siete fan di Dustin Hoffman, di HBO e di corse di cavalli, state comunque certi che questa sarà la vostra serie dell’anno. Per quanto mi riguarda, io invece preferisco giocare a poker, mentre insieme ai cavalli di Luck non credo correrò a lungo. Questo noioso (ma per fortuna mai quanto War Horse) puledro nelle sue gambe potrebbe anche possedere del potenziale, va bene, ma certo che nemmeno alla seconda puntata le cose migliorano. E allora, che fare? Mi sa che gli concederò ancora uno o due giri, pardon puntate, di fiducia. Ma poi basta…
(voto 5/10)

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