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giovedì 13 febbraio 2014

COSE NOSTRE, LA FAMIGGHIA DEI MAFIOSETTI




Cose nostre – Malavita
(USA, Francia 2013)
Titolo originale: The Family
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura: Luc Besson, Michael Caleo
Tratto dal romanzo: Malavita di Tonino Benacquista
Cast: Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Dianna Agron, John D’Leo, Tommy Lee Jones, David Belle, Jimmy Palumbo, Vincent Pastore, Jon Freda, Paul Borghese

Robert De Niro io non lo capisco. Cioè sì, capisco che possa accettare di fare film, un sacco di filmacci del cazzo, per soldi, però ormai sta finendo peggio del peggior Nicolas Cage. Fa qualunque roba, persino Manuale d’am3re. Se lo pago, mi sa che viene pure a lavarmi i piatti.
Va bene i soldi ma cazzo, è pur sempre Robert De Niro, qualcosa si sarà messo da parte, nel corso della sua lunga carriera. E poi la sua strategia anche a livello economico mi sa che non paga tanto. A forza di fare qualunque pellicoletta, il suo cachet dev’essere diminuito parecchio. Se invece facesse un film ogni tanto, se si facesse desiderare, sono sicuro verrebbe pagato di più. Lavorerebbe di meno, farebbe meno stronzate e il guadagno finirebbe per essere più o meno lo stesso. Se io fossi Robert De Niro, girerei solo qualcosa di importante, grandi parti con grandi registi. Invece di finire per essere la parodia di se stesso come capita in questo Cose nostre – Malavita. Nemmeno un film bruttissimo, solo un film inutile.

"Tommy Lee, pure tu qui per soldi?"
"Beh, di certo non per amore del Cinema..."
Luc Besson non l’ho mai capito. Manco lui. Scusate, ma non capisco un cazzo oggi. E mi si passi il “cazzo” continuo, perché è la parola preferita dal protagonista di questo film del cazzo. Ebbene sì, i dialoghi di Cose Nostre – Malavita sono davvero elaborati e possono essere riassunti con l’espressione: “Che dialoghi del cazzo.”
Luc Besson non l’ho mai capito, dicevo. Ha fatto dei buoni film, Léon con l’esordiente Natalie Portman soprattutto, e anche Nikita e Il quinto elemento non sono male. Per quanto mi riguarda, comunque, nessun capolavoro e nessun mio cult personale assoluto. Si tratta in ogni caso di un regista che, soprattutto a cavallo tra 80s e 90s, aveva una sua cifra stilistica. Oggi pure lui è finito invece a girare di tutto. Arthur e il popolo dei Minimei ad esempio cosa cazzo mi rappresentano?
Bah.
E questo Cose nostre?
Bah di nuovo.

"Rimango volentieri qui in Francia. Basta che non mi fate ricominciare con Glee!"
Cose nostre – Malavita, come si può intuire dal solito titolo del cazzo, è un film sulla Mafia. Più precisamente, vede per protagonista una (all’incirca) simpatica famigliuola di mafiosetti. Il boss padre padrino è Robert De Niro, ovvio, nella sua ennesima stereotipata parte da italo americano criminale, e ha per moglie un’incattivita Michelle Pfeiffer, credibile nella parte della Desperate Housewife mafiosa annoiata, talmente credibile che finisce per annoiare pure lo spettatore. Il figlio masculo è John D’Leo che la faccia da giovane terrunciello ce l’ha proprio e il suo personaggio da bulletto di periferia ha il suo perché. Così come ha il suo perché anche e soprattutto Dianna Agron, la splendida Dianna Agron che da quando non c’è più lei in Glee, Glee è diventato una porcheria inguardabile. Il suo personaggio è un po’ una hit-girl terrona e un po’ una romantica innamorata dell’amore. Personaggio non del tutto convincente, ma la Dianna se la sfanga alla grande comunque, anche perché, oltre a essere una meravigliosa fanciulla, a recitare sta migliorando. Se non ci credete, guardatela in questo video in cui è più cantante dei Killers del cantante dei Killers stesso.



Questa allegra famigghia mafiosa, per via del programma di protezione testimoni, si trasferisce in un paesino del cazzo della Francia, ed ecco spiegato (forse) perché Luc Besson ha voluto girare questo film del cazzo, ispirandosi per la sua sceneggiatura al romanzo Malavita di Tonino Benacquista. Se ve lo stavate chiedendo, sì, la pellicola è piena di stereotipi, non solo sulla Mafia, e dunque di riflesso pure sull’Italia, ma pure sulla Francia. A non convincere è però soprattutto la frammentarietà del tutto. Ogni personaggio si ritaglia una mini-storia personale, ma resta appunto una mini-storia. Un soggetto del genere sarebbe stato interessante, piuttosto che per una pellicola, per una serie tv.
Ci sono già stati I Soprano?
Oops.

Tutto già visto, or dunque. Tutto già fatto, meglio, dagli stessi Robert De Niro, per quanto riguarda la tematica mafiosa, e Luc Besson, per quanto riguarda la vicenda criminale. Cose nostre – Malavita è una visioncina noiosa e, se per una volta mi si permette di fare un po’ il moralista, anche piuttosto discutibile. Il messaggio che ne esce fuori in pratica è che la Mafia è una cosa bella. Che messaggio del cazzo.
(voto 5-/10)

lunedì 22 aprile 2013

LE STREGHE DI JACK NICHOLSON


"Cannibal Kid esperto di cinema?
AAAH AAAH AAAAAAH!"
Il fascino del maligno. Ecco qual è l’arma segreta di Jack Nicholson. Vabbè, segreta ormai mica più tanto…
Jack Nicholson ha lo sguardo del pazzo, del maniaco, di quello che a un certo punto potrebbe fare qualcosa di del tutto inaspettato. Il ghigno da malato di mente è il suo pezzo forte, il suo cavallo di battaglia, quello che l’ha portato a interpretazioni memorabili, da Qualcuno volò sul nido del cuculo a Shining, da Le streghe di Eastwick al Joker di Batman. Contemporaneamente, è anche il suo principale limite ed è ciò che ha rischiato di incasellarlo e intrappolarlo in ruoli troppo simili. Un pericolo scongiurato solo in parte, ma comunque quella di Jack Nicholson è una carriera strepitosa, ricca di cult movies e pellicole importanti, oltre ai sopra citati menziono anche Easy Rider, Chinatown, Professione: Reporter, Il postino suona sempre due volte, Voglia di tenerezza, Mars Attack! e poi Qualcosa è cambiato, in cui è un adorabile cinico figlio di pu… buona donna, in pratica una delle parti in cui l’ho amato di più.
Negli ultimi anni si è concesso con grande parsimonia, e secondo me fa bene, anziché accettare qualunque roba gli venga proposta come ad esempio, tanto per non fare nomi, Robert De Niro. E ha dimostrato di saper fare ridere alla grande, con il sottovalutato Terapia d’urto a fianco di Adam Sandler, e di avere ancora un carisma come pochi altri colleghi in The Departed.

Jack Nicholson è un attore che mi è sempre piaciuto parecchio e paradossalmente, ma forse nemmeno troppo, l’ho amato soprattutto da ragazzino. Se gli altri bambini erano in fissa con i supereroi, io da bravo Megamind preferivo i cattivi come il suo Joker, benché un paio di decenni dopo Heath Ledger sarebbe riuscito a fare ancora di meglio, portando il personaggio su un altro livello. Sono poi stati cult malati della mia infanzia soprattutto due suoi ruoli: Jack Torrance di Shining, il volto che più ha segnato la fine della mia innocenza, Bob di Twin Peaks a parte, e poi Daryl Van Horne di Le streghe di Eastwick, la pellicola con cui ho scelto di celebrare questo Jack Nicholson Day, che si festeggia oggi in occasione del suo 76esimo compleanno.
Buon compleanno Jack, e grazie per aver abbattuto per sempre la mia infanzia a colpi di ascia.

Le streghe di Eastwick
(USA 1987)
Titolo originale: The Witches of Eastwick
Regia: George Miller
Sceneggiatura: Michael Cristofer
Ispirato al romanzo: Le streghe di Eastwick di John Updike
Cast: Jack Nicholson, Cher, Susan Sarandon, Michelle Pfeiffer, Veronica Cartwright, Richard Jenkins, Keith Jochim, Carel Struycken
Genere: satanista
Se ti piace guarda anche: La morte ti fa bella, She-Devil - Lei, il diavolo, Sospesi nel tempo, Streghe, Eastwick

Ormai l’ho capito a cosa servono queste celebrazioni degli attori che il gruppo di blogger cinefili di cui faccio parte organizza ogni mese: a far sbiadire l’aura di magia di alcuni cult della mia infanzia/adolescenza. Se il mese scorso per il Bruce Willis Day recuperavo Trappola di cristallo, che non mi faceva più l’effetto adrenalinico di un tempo, qualcosa di analogo è successo anche questa volta con Le streghe di Eastwick. Un film super anni Ottanta che da bambino era per me un autentico cult. Mi sembrava qualcosa di fighissimo, estremo, coraggioso, dark, inquietante e persino satanista. Tutte cose che è ancora oggi, in qualche parte, però in maniera minore. Il tutto appare un po’ troppo kitsch, non privo di un suo sinistro fascino, eppure anche irrimediabilmente sorpassato. Alcune situazioni appaiono assurde e prive di una spiegazione persino all’interno di un contesto fantasy e i personaggi sono dipinti in maniera approssimativa e superficiale. Come intrattenimento, comunque, Le streghe di Eastwick sanno ancora ammaliare.

"Il bunga bunga? L'ho inventato io!"
Le streghe di Eastwick fa parte di quelle commedie un po’ fantasy, un po’ grottesche, un po’ (molto poco) horror, condite da una notevole dose di humour nero in cui rientrano altri semi-cult del periodo come La morte ti fa bella o She-Devil – Lei, il diavolo. Pellicole che flirtano con il lato oscuro, con il maligno, con il peccato e lo fanno in una maniera piacevolmente fuori dal politically correct in cui sono finite molte pellicole hollywoodiane odierne. Sono film che non si fanno troppi problemi a usare un linguaggio volgare ed esplicito più difficile da trovare oggi nelle produzioni mainstream. Allo stesso tempo sono film che a livello di scrittura mostrano qualche limite in una eccesiva esemplificazione e stereotipizzazione dei personaggi, però anche questo è il loro bello.

"Attento a quello che dici su di noi, Cannibale!"
Le tre protagoniste del film sono una perfetta rappresentazione di ciò: la bionda, la mora e la rossa, ognuna rappresentante di una categoria di donna diversa, manco fossimo in una puntata dei futuri Sex and the City e Desperate Housewives. C’è la bionda mamma chioccia (Michelle Pfeiffer), la mora più indipendente e libertina interpratata da Cher e la rossa precisina e musicista secchiona che invece non può avere figli (Susan Sarandon), una anticipatrice della Bree Van de Kamp delle citate Desperate.

Ho fatto riferimento a due celebri telefilms e non è che l’ho fatto a caso. Spesso dico cose a caso, ma non è questo il caso. Non posso infatti sostenere che Le streghe di Eastwick abbia cambiato la storia del cinema, però a livello televisivo l’ha sua buona influenza ce l’ha avuta. Sono infatti parecchie le serie che negli anni successivi avrebbero mescolato la componente fantasy e inquietante con le storie romantiche con un gusto non troppo distante da quello del film, da Streghe fino a Eastwick, serie tv ispirata proprio alla pellicola che però ha avuto vita breve. Il difetto di quella serie? Io ho visto solo le primissime puntate, credo di essere arrivato al massimo alla seconda, e le protagoniste femminili funzionavano anche. Il problema era però un altro: Jack Nicholson è insostituibile. A meno che non sei Heath Ledger e ti inventi un Joker personale tutto tuo in grado di stravolgere le regole tradizionali dei film di supereroi. Ma questa è un’altra storia. Nella serie tv Eastwick il protagonista maschile era tale Paul Gross chiiiiiiiii? che, inutile dirlo, non reggeva la parte. C’è poco da fare, il personaggio del luciferino Daryl Van Horne sembra essere scritto apposta per lui, il nostro eroe di giornata: Jack Nicholson. Per lui e per quel suo sguardo da satanasso assatanato.

"Perché tutti quelli che incontro mi suggeriscono di farmi una doccia?"
Le tre desperate housewives divorziate Pfeiffer, Sarandon e Cher, non sapendo che altro fare, si inventano un uomo di fantasia. Le tre aspiranti streghette lo pensano tutt’e tre così intensamente che questi si materializza. E chi è?
In altri tempi, cioè oggi, sarebbe potuto essere un Ryan Gosling o, ancor meglio, un Michael Fassbender. Nel 1987 la fantasia sessuale che si materializzava era invece Jack Nicholson. Non un bellone, ma un uomo con quel fascino del maligno di cui parlavo in apertura.
Jack Nicholson rappresenta un ideale di uomo diverso per ognuna delle tre donne che riesce a conquistare con un solo appuntamento. Se fosse un concorrente di Uomini e Donne, sarebbe il migliore tronista della Storia, altroché Costantino Vitagliano. La prima parte della pellicola scorre così, con tre appuntamenti che sembrano tre “esterne” del programma di Maria de Filippi, solo più malate e fantasy.
No, mi correggo: meno malate e fantasy delle esterne medie di Uomini e Donne.
La sceneggiatura è molto basic ed elementare, quanto allo stesso tempo funzionale. Alla prima parte in cui vengono presentate le tre donne al cospetto di Jack Nicholson il seduttore, si procede quindi a una parte in cui assistiamo al crescendo di malignità di Jack Nicholson il satanasso, a cui le tre donne risponderanno per le rime nella conclusione. Peccato per una sequenza finale buttata lì in maniera un po’ stupidotta e che non convince per nulla.

Le streghe di Eastwick resta un mio piccolo cult personale, sebbene ormai legato più che altro all’infanzia. Va notato però che se anziché un regista come George Miller, uno che nella sua carriera è passato da Interceptor a Happy Feet, ci fosse stato al comando un Tim Burton, e intendo il migliore Tim Burton, ne sarebbe potuto uscire anche un vero capolavoro, o quasi. Resta “solo” una commedia dark tanto ma tanto Ottanta ma ancora oggi godibile, con un tema musicale firmato dall’amichetto di Spielberg John Williams di quelli che restano in testa, una piccola parte per Carel Struycken, futuro gigante di Twin Peaks e futuro Lerch della Famiglia Addams, un’inquietantissima Veronica Cartwright che sembra posseduta da Satana per davvero, tre protagoniste femminili che, benché non mi abbiano mai esaltato del tutto, qui sono all’apice della loro forma recitativa e fisica e soprattutto lui lui lui. Jack Nicholson. Jack Nicholson e quella sua magnifica faccia da pazzo.
(voto 7+/10)

Partecipano al Jack Nicholson Day anche i seguenti (quasi tutti) magnifici blog:

venerdì 7 dicembre 2012

People Like Us, gente come Goi

People Like Us
(USA 2012)
Regia: Alex Kurtzman
Sceneggiatura: Alex Kurtzman, Roberto Orci, Jody Lambert
Cast: Chris Pine, Elizabeth Banks, Olivia Wilde, Michelle Pfeiffer, Michael Hall D’Addario, Mark Duplass, Jon Favreau, Philip Baker Hall
Genere: famigliare
Se ti piace guarda anche: Parenthood, Tre all’improvviso

Alla gente come noi piace un film come People Like Us. Film che non è ancora uscito in Italia, ma che potrebbe farlo prossimamente con il banale titolo di “Una famiglia all’improvviso”.

Alla gente come noi piace che Alex Kurtzman, sceneggiatore di Lost e della saga di Transformers, nonché co-autore di Fringe, per il suo esordio alla regia abbia fatto un film intimo, lontano anni luce dalla sci-fi. Una pellicola senza effetti speciali, senza esplosioni, senza inseguimenti, senza robot, senza eventi paranormali o altre robe simili. Una vicenda famigliare semplice semplice, senza tante cose, ma non senza emozioni.

La gente come noi è rimasta sorpresa dalla notevole intensità della prova attoriale del protagonista, Chris Pine, quello dell’ultimo film di Star Trek o di action come Una spia non basta e Unstoppable, uno che poteva anche stare simpatico, ma che come attore non sembrava un granché. Invece qui è bravo, del tutto calato nel suo personaggio. È intenso. Sì, l’ho detto. Che parola di merda, intenso, eppure è quella che rende meglio la sua passione messa nella parte. Così come è parecchio convincente Elizabeth Banks, pure più sexy del solito, mentre Olivia Wilde è un po’ meno sexy del solito ma la cosa significa che è comunque sempre una gran topolona. E poi c’è il giovanissimo Michael Hall D’Addario, finalmente un ragazzino di un film/telefilm che non vorresti diseredare ma che anzi suscita parecchia simpatia. Sarà che nella prima scena in cui compare fa saltare letteralmente per aria una piscina…

"Vi faccio una foto per ricordarmi di quando eravate magri,
perché mi sa tanto che dopo questo pranzo non lo sarete più..."
La gente come voi però vorrebbe che fosse fornito qualche dettaglio in più riguardo alla trama, che finora la gente come noi che il film l’ha già visto - maledetta - non gliel’ha ancora raccontato.
Allora, il film parte subito a mille. D’altra parte Alex Kurtzman, aiutato nella sceneggiatura dal solito fido compare Roberto Orci, è abituato alle serie tv e ad episodi in cui far succedere di tutto e di più in soli 40 minuti, quindi anche qua non perde tempo. Cinema e televisione funzionano però in due modi parecchio diversi e il pregio di questo script è quello di partire forte, ma allo stesso tempo non calare subito dopo di interesse. Con questo non intendo che il film è giocato su ritmi elevatissimi e ci sono scene d’azione ed è ricco di inseguimenti e insomma no, questo non è - grazie, Dio robot! - un episodio di Transformers. La pellicola è giocata su una grande densità di eventi e l’attenzione non cala. Se vogliamo trovare un difetto, possiamo dire che nella parte finale si eccede forse un po’ troppo con il sentimentalismo. Per il resto comunque la sceneggiatura fila che è un piacere e va a comporre un ottimo dramedy famigliare, un piccolo grande film. Piccolo perché come detto non cerca di stupire con effetti speciali, grande per le emozioni che provoca (ma che ca**o sto scrivendo?).

"Su di morale. Non sarai Banksy, però il tuo murales non fa poi così cagare..."
Sì, ma la gente come voi non è ancora soddisfatta, perché della trama la gente come noi che l’ha già visto ha fatto solo finta di parlare e poi ha discusso d’altro. Quindi allora diciamo che il protagonista, Chris Pine, è il classico tipo che al lavoro “spacca”: è una sorta di commerciante, di piazzista, che però non ha a che fare con i soldi. Il suo commercio è quello del baratto. Sì, il vecchio baratto, che Chris Pine cerca di riportare in auge per far fronte alla crisi economica. Così come la gente come noi sta cercando di riportare in auge l’espressione “in auge”. Nonostante sul lavoro sia un gallo chicchirichì, quando si trova a dover avere a che fare con la sua famiglia Chris Pine è parecchio meno gallo chicchiricò. Quando suo padre muore, manco vuole partecipare al funerale. Suo malgrado alla fine ci andrà, grazie a quella topolona di Olivia Wilde cui è impossibile dire di no, e scoprirà un segretuccio sul suo odiato padre, che di professione faceva il talent scout musicale…

La gente come voi ora è soddisfatta e non vuole che vengano forniti ulteriori spoiler e quindi adesso la gente come voi che il film non l’ha ancora visto è pregato di vederlo al più presto in modo di entrare a far parte della gente come noi. Alex Kurtzman come regista esordiente se la cava bene, anche se deve ancora trovare uno stile tutto suo, visto che per ora sembra incerto sul da farsi, a metà strada tra cinema mainstream e tentazioni indie. O forse tra cinema indie e tentazioni mainstream. La sua specialità si conferma comunque quella di essere un ottimo narratore e con People Like Us riesce a raccontare una storia che racconta di gente come noi e che piace a gente come noi ma che sono pronto a scommettere piacerà anche alla gente come voi.
(voto 7+/10)


martedì 25 settembre 2012

Tim (Burton) Tribù

"Tenetemi incatenato, che se no mi scappa un'altra Deliranza!"
Dark Shadows
(USA 2012)
Regia: Tim Burton
Cast: Johnny Depp, Bella Heathcote, Eva Green, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Chloe Grace Moretz, Jonny Lee Miller, Jackie Earle Haley, Gulliver McGrath, Christopher Lee, Alice Cooper
Genere: burtoniano
Se ti piace guarda anche: La famiglia Addams, Beetlejuice - Spiritello porcello, Sweeney Todd, Dark Shadows (serie tv)

Luci e ombre.
Per un film che si intitola Dark Shadows, ci si aspetterebbero più ombre. E infatti è così.
Però partiamo dalle luci: Dark Shadows non fa schifo. Non è una porcheria come Alice in Wonderland. E qui possiamo tirare un sospiro di sollievo. Il film è ad anni luce di distanza dai capolavori di Tim Burton, ovvero Edward mani di forbice, Nightmare Before Christmas e Big Fish. Nemmeno riesce a infilarsi nella seconda fascia, quella di suoi altri grandissimi film come Mars Attacks!, Ed Wood, Il mistero di Sleepy Hollow e La sposa cadavere. Diciamo che Dark Shadows scivola molto più in basso, all’interno della mia classifica burtoniana ideale, e oltre al terrificante Alice supera giusto il suo non richiesto remake de Il pianeta delle scimmie.
Non è tanto, ma è qualcosa per intravedere un segnale di miglioramento. Almeno, qui Tim Burton sembra essersi divertito come un bambino in un parco giochi. Sebbene di certo si sia divertito più lui degli spettatori. Il suo Alice in Wonderland invece non era stato un viaggio nel paese delle meraviglie probabilmente nemmeno per lui, quanto piuttosto un compitino sterile svolto per la Walt Disney Productions. Il legame con la casa di Topolino prosegue anche in questa pellicola, però questa volta il bilanciamento Burton-Disney volge un po’ più a favore del primo, così come dovrebbe capitare anche nel suo prossimo Frankenweenie. Sebbene il fatto che sia ispirato a un suo cortometraggio del 1984 fa sentire puzza di idee riciclate all’orizzonte.

"Che pizza: Tim Burton vuole farci rivedere Alice in Wonderland!"
Per quanto non si possa ritenere una pellicola riuscita, se non altro Dark Shadows permette allora a Burton di rimettere la testa fuori dall’ombra Disney e di mostrare le caratteristiche tipiche del suo cinema. All'interno della casa della pellicola c’è infatti un sacco di Burton, pure troppo. Che il regista dark per eccellenza con Dark Shadows abbia rischiato di diventare una parodia di se stesso?
Il rischio in qualche scena lo corre, soprattutto quelle in cui Johnny Depp versione vampiro gigioneggia ancora più del suo solito. Eppure nel complesso il rischio di scadere nel ridicolo - leggi Deliranza - è qui scampato. Molto bene, allora?
Eh no, perché laddove il film non cade nel penoso e nel ridicolo, allo stesso tempo non accende mai un vero interesse. Se Alice in Wonderland generava più che altro disgusto e ribrezzo, Dark Shadows lascia parecchio indifferenti.
Quale delle due cose è peggiore?
Per un regista spesso estremo e kitsch, forse la seconda.

"Tranquilla Chloe, lo fermo subito io!"
Qualche luce è comunque presente. Due, in particolare: Chloe Moretz ed Eva Green.
Chloe “Hit-Girl” Moretz, dopo la spenta parentesi scorsesiana di Hugo Cabret, pure qui si è trovata a lavorare con un mostro sacro del cinema. Anche in questo caso ben lontano dal suo apice. Se Dark Shadows è più o meno sullo spento livello dell’ultimo film di Martin Cabret, qui almeno la giovanissima Moretz sa illuminare la scena, nelle purtroppo pochissime scene in cui compare. Il suo personaggio della teen ribelle e rockettara è quello potenzialmente più interessante, peccato sia sfruttato male dal confusionario Burton.

L’altra star del film, anzi la star principale e indiscussa del film è Eva Green. In versione strega bionda, la Eva si inserisce alla perfezione nella tradizione delle femme fatale burtoniane, raccogliendo il testimone dalla Kim Basinger di Batman, dalla Micetta Pfeiffer di Batman - Il ritorno, dalla Patricia Arquette di Ed Wood, dalla Alison Lohman di Big Fish, dalla Lisa Marie di Mars Attacks!, della Christina Ricci de Il mistero di Sleepy Hollow e mi scuso personalmente con qualunque altra abbia dimenticato.
Cattiva e sexy allo stesso tempo, la Green è la luce verde del film, l’elemento catalizzatore dell’attenzione di una pellicola per il resto stanca e stancante, ferma come l'ispirazione di Burton alla luce gialla del semaforo.

Il problema di Dark Shadows non sta comunque certo negli attori. Johnny Depp non è alla sua migliore intepretazione burtoniana, ma almeno riesce a far dimenticare orrori recenti come The Tourist e il cappellaio matto del già più volte menzionato Alice in Wonderland.
Discorso analogo per altre aficionados del regista come Helena Bonham (ma non troppo bona) Carter e Michelle Pfeiffer, pure loro non ai loro massimi eppure più che valide nelle loro interpretazioni.
Un plauso poi allo spaventoso Jackie Earle Haley, recente Freddy Krueger, uno che con quella faccia non poteva non essere convocato da Burton, mentre il trainspottinghiano Jonny Lee Miller resta troppo nelle shadows e l’emergente quasi esordiente totale Bella Heathcote è la tipica bellezza burtoniana, ma come attrice può e deve maturare ancora parecchio.


"In radio c'è un pulcino, in radio c'è un pulcino...
Hey, non è che il gobbo m'ha messo il testo della canzone sbagliata?"
Luci più che ombre arrivano pure dalla colonna sonora. Davvero belli la maggior parte dei pezzi, in particolare Nights in White Satin dei Moody Blues suonata in apartura, che illude di poterci trovare di fronte a un nuovo cult burtoniano. Così non sarà e si rivelerà solo un’illusione. Un’illusione sonora.
Niente male anche Iggy, Elton John, Percy Faith, Carpenters e i Killers sui titoli di coda. E pure un redivivo Alice Cooper in Wonderland fa la sua apprezzabile comparsata, non solo musicale, bensì proprio a livello fisico, con un cameo.

Il problema di Dark Shadows non sta nemmeno nei personaggi. I personaggi, bene o male, ci sono. Qualcos’altro invece manca del tutto.
Dove sono la storia, dove sono gli sviluppi, dov’è il film?
Dark Shadows si ispira a una serie tv. E si vede. Sembra infatti l’episodio pilota per un remake del telefilm anni '60/'70. Un episodio in cui ci vengono presentati i personaggi, in cui si intravedono i conflitti e le possibili relazioni tra di loro. Solo che un episodio pilota non è una pellicola completa.
Dark Shadows lascia così con l’impressione di aver assistito a un anticipo, a un antipasto. Solo che io sto ancora attendendo che il film, quello vero, cominci.
(voto 6/10)

giovedì 18 agosto 2011

mA kE kAzz0 d1 t1t0l1 mEtt0n0?

2 young 4 me - Un fidanzato per mamma
(USA 2007)
Titolo originale: I could never be your woman
Regia: Amy Heckerling
Cast: Michelle Pfeiffer, Paul Rudd, Saoirse Ronan, Stacey Dash, Jon Lovitz, Fred Willard, Sarah Alexander
Genere: M.I.L.F. incontra giovanotto
Se ti piace guarda anche: Prime, Il laureato, Vizi di famiglia

Trama semiseria
Lei, Michelle Pfeiffer, è una produttrice di una serie tv per bambini stile Disney Channel stile Hannah Montana stile bimbiminkia, una divorziata che vive con la figlioletta alle prese con le prime cotte da festa delle medie. Lui, Paul Rudd, è un giovane brillante attore comico aspirante star che va a fare un provino per fare da guest-star nella suddetta serie e poco a poco si ritaglia uno spazio sia nella serie tv che nelle mutandine piene di muffa della M.I.L.F., però c’è un solo problema: lui non sarà mica 2 young 4 her?

Recensione cannibale
Se qualcuno ha intenzione di lamentarsi perché la qualità e l’appeal delle pellicole recensite in questo periodo è calata, vi ricordo che è estate e quindi c’è voglia di leggerezza anche da queste parti cazzarola e, soprattutto, vi ricordo che la qualità delle pellicola qui comunque è sempre stata bassina… E poi anche da film che non sono proprio il massimo può nascere qualche riflessione particolarmente interessante, o qualcuna - cosa più probabile - particolarmente stupida.
Fatta questa premessa, ecco questa pellicola che ho recuperato per andare a ripescare l’esordio su grande schermo della piccola grande Saoirse Ronan. Con i come al solito poco entusiastici toni che mi contraddistinguono, l’ho già definita “la migliore attrice dei prossimi 100 anni”. Prima di mandarmi affancuore o peggio, vi dico solo che qualcosa del genere l’avevo pensata già ai tempi di Natalie Portman in Léon, e non mi pare di essermi sbagliato…
Nel giro di una manciata di annetti, Saoirse (non ho ancora idea di come diavolo si pronunci) ha tirato fuori performance fenomenali in Espiazione (con cui ha ottenuto una nomination all’Oscar), il mio amato Amabili resti e in versione girl with a gun nel recente consigliatissimo Hanna. Ma ha fatto la sua buona figura pure in Ember, The Way Back e pure in questa sua prima apparizione cinematografica. Se la vicenda principale ruota attorno al personaggio di sua madre, è lei che illumina la scena, sia con le sue cotte tipicamente tween da scuola media, sia con il suo videogioco che spara la musichetta di I wanna be sedated dei Ramones.

Per il resto 2 young 4 me, titolo mocciano e finto giovanilistico applicato all’originale I could never be your woman (tratto da un’ottima canzone di White Town), è una commediola estiva di medio livello gradevole, anzi diciamo guardabile. La protagonista Michelle Pfeiffer è una MILFona divorziata con la sindrome da Mrs. Robinson, un po’ l’equivalente femminile di quella di Peter Pan, che si innamora di un ragazzo più giovane di lei. E qui i riferimenti espliciti che vengono tirati fuori sono naturalmente anche quelli di Demi Moore ed Ashton Kutcher.
In pratica si tratta della solita vicenda sentimentale, con una Pfeiffer in forma eppure non del tutto a suo agio con i tempi comici, impreziosita da un’altra buona performance attoriale oltre alla giovane Ronan, quella di un Paul Rudd che nelle commedie della cricca di Judd Apatow (Molto incinta, Role Models, 40 anni vergine) di solito fa il ruolo dell’indie tranquillo, mentre qui interpreta un attore scatenato e parecchio divertente. A regalargli questo buon ruolo è Amy Heckerling, la regista che già l’aveva lanciato in Ragazze a Beverly Hills, cult assoluto anni ’90 con Alicia Silverstone e Brittany Murphy. Che la Heckerling e il Rudd abbiano una specie di rapporto come quello tra i due protagonisti di 2 young 4 me (‘sto titolo di merda mi fa incazzare sempre di più ogni volta che lo scrivo)?
Altro elemento che personalmente ho trovato interessante è lo sguardo, sembrerebbe anche piuttosto fedele, all’interno della lavorazione di uno show televisivo, cosa che avviene in maniera simile all’ottima serie tv Episodes con Matt LeBlanc.
Ma, per rimanere in termini televisivi, dalla regia mi dicono che sto sforando. Il post va chiuso e quindi io vi dico che questo film senza grandi pretese può essere gustato per una seratina estiva scacciapensieri ed è impreziosito da ottime interpretazioni. E ora: consigli per gli acquisti.
(voto 6)


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