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venerdì 31 agosto 2012

Blackout is the new black

Blackout
(mini-serie UK in 3 puntate)
Rete britannica: BBC1
Rete italiana: non ancora arrivata
Creata da: Bill Gallagher
Regia: Tom Green
Cast: Christopher Eccleston, Ewen Bremner, Lyndsey Marshal, MyAnna Buring, Rebecca Callard, Branka Katic, Dervla Kirwan, Olivia Cooke, Andrew Scott
Genere: politically
Se ti piace guarda anche: Boss, Damages, Political Animals

Ho guardato la puntata pilota di Blackout. Com’era? Non me lo ricordo.
Il giorno dopo me ne ero dimenticato. Ho avuto un blackout.
Dunque, è una serie noiosa, di quelle per niente memorabili?
Nient’affatto, è solo che la sera in cui l’ho visto ero davvero stanchissimo e quindi sono crollato. Ma non è colpa della serie, promesso.
Dopo aver avuto questo blackout, ho fatto un secondo tentativo, più che meritato: Blackout è infatti una visione di quelle da non lasciarsi sfuggire. Non fate come me. Non addormentatevi. Seguitela con grande attenzione. Dopo tutto, sono appena tre puntate tre da un’oretta ciascuna, che vanno a formare una sorta di film lungo o di mini-serie molto mini. Ste cose gli inglesi le fanno spesso. Sono specialisti nelle mini-serie.

L’inizio di Blackout è molto ma molto noir. Il protagonista è un consigliere comunale con qualche problemino di alcool. E con qualche problemino, intendo che è un alcolista allo stato (quasi) terminale. Raramente ho visto qualcuno bere così tanto nel giro di così pochi minuti, sia in un film, in un telefilm o nella vita reale. Davvero dura tracannare più di quanto fa lui a inizio episodio. Ste cose gli inglesi le fanno spesso. Sono specialisti nel bere.
In una notte di assoluto delirio, oltre a sbronzarsi in una maniera colossale, principe Harry style, riesce anche a partecipare al balletto della figlia, a farsi una prostituta o quella che sembra essere una prostituta e a rimanere coinvolto in un omicidio. O a quello che sembra essere un omicidio.
Il giorno dopo, un uomo viene ritrovato in fin di vita. Chi l’avrà ridotto in quello stato? Lui?
Intorno a questo misterioso mistero si gioca una parte della misteriosa serie. Ma solo una parte, perché questo altro non è che appena l’inizio. Il bello, come si suol dire, o come dicono quelli bravi, deve ancora venire.
Il giorno dopo, rientrato da un hangover assurdo post-alcolico e post-coinvolgimento in un omicidio, il nostro sobrio protagonista va a fare visita a sua sorella, un noto avvocato cittadino. Quand’ecco che dei tizi armati sbucano fuori e cercano di farla fuori. Lui li nota e, da eroe quale non è mai stato in vita sua, frappone il suo corpo tra i proiettili e sua sorella. Il tutto ripreso dalle telecamere dei vari TG. Credo pure l’immancabile Studio Aperto.
Ed è così che il protagonista passa dall’essere un semplice consigliere comunale alcolista all’essere un eroe nazionale. Miracolosamente ancora in vita. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono, e c’è già chi lo vede come potenziale candidato a sindaco cittadino.

Succedono davvero un sacco di cose, nella puntata pilota di Blackout, e quindi vi confermo che se alla prima visione mi sono addormentato è solo perché gli occhietti mi si chiudevano da soli. E nelle sue successive puntate ci sono nuovi notevoli sviluppi, per una serie British che per la tematica politica affrontata in maniera nuda e cruda si offre come una sorta di Boss d’Oltremanica, con un protagonista/sindaco dai lati parecchio oscuri, ma allo stesso tempo con un’identità tutta sua e un tocco britannico inconfondibile.
Bella la fotografia, misteriose e molto dark le atmosfere, di livello cinematografico la regia e, ciliegina sulla torta, il piatto forte della gran parte delle produzioni inglesi: una recitazione di sballoso livello. Il protagonista Christopher Eccleston (Piccoli omicidi tra amici, The Others e Dottor Who tra le tante cose nel suo CV) è davvero calato nella parte, mentre nei panni della bionda zoccola c’è MyAnna Buring, attrice sexy ma dal volto leggermente inquietante che ultimamente tra il film Kill List e la mini-serie White Heat mi sto ritrovando dappertutto. E la cosa non mi dispiace. C’è poi anche Ewan Bremner, lo Spud di Trainspotting.
Quello che si presentava così…



E faceva cose così…



Se il protagonista di Blackout è quello alcolizzato, lui invece, sorpresa sorpresa, appare in panni per lui parecchio sobri e seri. E adesso si presenta così...


L’unica pecca della serie, se pecca può essere considerata, è che tutto sembra avvenire troppo in fretta e che con ciò che succede gli americani ci avrebbero fatto su almeno una stagione da 24 puntate. Qui al termine dei tre episodi ne vorresti ancora di più e invece, in attesa di sapere se questa mini mini-serie avrà mai un seguito, bisogna accontentarsi così.
In chiusura, volete un consiglio? Evitate i blackout mentali, come me, e cercate di ricordarvi di dare un’occhiata a Blackout.
(voto 7/10)


domenica 15 luglio 2012

White Heat: caldo bianco? No, caldo bestia

White Heat
(mini-serie tv UK in 6 episodi)
Rete britannica: BBC Two
Rete italiana: non ancora arrivata
Creata da: Paula Milne
Cast: Claire Foy, Sam Claflin, David Gyasi, MyAnna Buring, Lee Ingleby, Reece Ritchie, Jessica Gunning, Juliette Stevenson, Lindsay Duncan, Hugh Quarshie, Jeremy Northam, Tamsin Greig
Genere: sceneggiatone
Se ti piace guarda anche: La meglio gioventù, Il grande freddo, Piccole bugie tra amici, We Want Sex

La meglio gioventù in versione inglese?
È questo che si può pensare di White Heat, mini-serie britannica in 6 puntate da un’oretta l’una recuperate dietro consiglio del blog di Cipolla pensierosa. Una meglio analisi superficiale e veloce, ma che a grandi linee rende l’idea di quello che vi potrete trovare di fronte.
In questa serie le vicende personali di una serie di personaggi si sviluppano con sullo sfondo le vicende politiche e sociali della Gran Bretagna tra gli anni ’60 e i ’90, con una puntatina nel presente, laddove La meglio era ambientata tra il 1966 e il 2003. La differenza principale tra la splendida serie italiana firmata da Marco Tullio Giordana e questa è nella caratteristica dell’unione dei personaggi.
La meglio gioventù è incentrata su una famiglia, i preziosi Carati, mentre qui le vicende sono incentrate su un gruppo di coinquilini. Ed è qui che si annida una differenza fondamentale tra la cultura italiana che, un po’ come quella americana, non può prescindere dall’unione famigliare, mentre in UK, vuoi per l’assenza di una forte impronta cristiana, il concetto di famiglia è differente e trascende i legami di sangue.
Nel 1965, un gruppo di sette tizi (4 ragazzi e 3 ragazze) va a vivere insieme e da lì in poi rimarranno per sempre legati da un rapporto di amicizia così come anche di contrasto che ricorda molto un rapporto famigliare, perché alla fine è questo che diventeranno: una famiglia.

White Heat è un romanzone, un’epopea che si sviluppa in vari decenni con vari personaggi e, come le migliori di queste storione, riesce a coinvolgere e appassionare sempre più, episodio dopo episodio, epoca dopo epoca. Cosa che comunque non lo rende esente da difetti, in primis la mancanza del caratteristico British humor, in favore di una seriosità che ci sta anche ma è probabilmente eccessiva.
La vicenda parte nel presente, con i personaggi ormai “vecchi”, intorno ai 60 anni passati, che si ritrovano per la morte di uno di loro. Chi è non ve lo dico, anche perché su questo mistero si gioca fino all’ultimo episodio. In ogni puntata, velata da una forte dose di malinconia, si viaggia in flashback indietro in un anno importante, sia per loro, che in qualche modo per la storia britannica recente: 1965, 1967, 1973, 1979, 1982 e 1990. Il legame tra la riflessione intima e personale sui personaggi e sui rapporti che si instaurano tra loro con una riflessione politica e sociale è ben congegnato e funziona piuttosto bene, sebbene la serie non riesca a sfuggire del tutto dagli stereotipi e da una schematizzazione e semplificazione a tratti eccessiva.

C’è ad esempio Jay (Reece Ritchie), il personaggio omosessuale cui, in maniera piuttosto prevedibile, fanno contrarre l’HIV, c’è la tipa grassottella ma buona di cuore Orla (Jessica Gunning), c’è la bionda Lilly (MyAnna Buring), una tipa perennemente insoddisfatta che intraprende la via dell’arte fino a che non si rende conto di non avere talento e c’è il rigido ingegnere Alan (Lee Ingleby), che le va dietro come un cagnolino fino a che non riuscirà a farla diventare sua moglie.
Se questi personaggi di “contorno” non sono male ma nemmeno sono stati sviluppati al meglio, laddove la serie funziona e coinvolge di più è nel triangolo sentimentale tra i tre veri protagonisti centrali della storia.
Jack (Sam Claflin) è il figlio di un ricco politico conservatore che, per ribellarsi al padre, diventa una sorta di hippie dalle idee del tutto opposte a quelle del genitore e destinato a una carriera nel partito laburista. Charlotte (Claire Foy) è una donna forte e indipendente, una femminista che proverà a fargli mettere la testa a posto. Ma tra loro spunta Victor (David Gyasi), un ragazzo black che per via del colore della sua pelle avrà varie vicissitudini con la polizia; naturalmente si innamora di Charlotte che però sembra avere occhi soltanto per il rebel rebel Jack. Anche se i tre protagonisti non rifuggono pure loro del tutto dagli stereotipi, c’è poco da fare: un triangolo amoroso quando è ben architettato funziona sempre e mantiene alta l’attenzione dello spettatore.

Bravini, ma non del tutto spettacolari, gli attori. Alcuni di loro hanno comunque ampi margini di miglioramento e potrebbero riservarci buone cose in futuro: tra loro svettano Claire Foy, già vista nei panni della strega inquietante del pessimo L’ultimo dei templari, Sam Claflin, lanciatissimo anche a Hollywood dopo Biancaneve e il cacciatore in cui ha la parte del Principe Azzurro, Reece Ritchie, già nel toccante Amabili resti, e la bionda MyAnna Buring, vista nell’atroce Kill List. Azzeccata la scelta di prendere degli altri attori per interpretare i personaggi ormai invecchiati nel presente, invece di ricorrere a un trucco che avrebbe potuto creare effetti involontariamente tragici, come nel recente J. Edgar di Clint Eastwood.

La serie non riesce a gettare uno sguardo sul passato radicalmente nuovo, come invece fatto da una serie come Mad Men, in grado di prendere gli anni ’60 così come li conoscevamo e rivoltarli come un calzino. I decenni recenti sono qui rivissuti in una maniera conosciuta, già vista da altre parti, e le tematiche sono quelle che ci si può aspettare: diritti civili, femminismo, aborto, omosessualità, gli anni della Thatcher, ecc., affrontati attraverso i cambiamenti sociali e culturali da metà 60s al 1990. Niente di troppo nuovo sotto il sole a livello di tematiche e anche la colonna sonora, pur di primissimo livello, ripropone pezzi stranoti, dai Who a David Bowie, dai Clash ai classici della disco anni ’70.
Per quanto non riesca a sorprendere, per quanto mi sia concentrato soprattutto sugli aspetti meno convincenti, White Heat è uno sceneggiato tv che si lascia seguire in maniera del tutto appassionante e che ti entra sempre più dentro al cuore, al punto che, dopo essere rimasto piuttosto perplesso dopo i primi due episodi, quelli meno riusciti e più stereotipati dei ’60, mi sono letteralmente divorato i successivi. Perché nella sua imperfezione si cela un’umanità rara da trovare in molti altri prodotti, anche più riusciti o innovativi.
Il miglior pregio di White Heat, allora? Quello di essere una serie ricca di tanti, umanissimi difetti.
(voto 7+/10)

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