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venerdì 28 marzo 2014

LA MAFIA UCCIDE ANCHE IN PRIMAVERA




"Ti prego, Cannibal, non fare il cattivone come al solito!"
La mafia uccide solo d’estate
(Italia 2013)
Regia: Pif
Sceneggiatura: Pif, Michele Astori, Martani
Cast: Pif, Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Ninni Bruschetta, Barbara Tabita, Claudio Gioé
Genere: democristiano
Se ti piace guarda anche: I cento passi, Il divo, La vita è bella

Il giorno in cui ho discusso la mia tesi in Comunicazione Multimediale e di Massa – corso di laurea specialistica che può sembrare inutile e in effetti lo è – prima di me c’era un ragazzo che ha presentato una tesi sulla mafia. Io ho pensato: “Sono fregato.” Quando uno parla di argomenti importanti, pesanti come la Seconda Guerra Mondiale, l’handicap o appunto la mafia, gli applausi nei suoi confronti sono obbligatori. Il 110 e lode scatta in automatico. Succede un po’ come agli Oscar. Se ti presenti dimagrito e con una parte da malato terminale, la statuetta te la sei già portata a casa. Il ragazzo con la tesi sulla mafia guarda caso s’è preso il suo 110 e lode. Stupiti?
Io arrivavo subito dopo di lui con una tesi su un argomento un “pochino” più leggero. Ok, diciamo parecchio più cazzaro. Quale? Gli adattamenti cinematografici dei romanzi dello scrittore yuppie Bret Easton Ellis, il violento, estremo e controverso autore di American Psycho e Le regole dell’attrazione. Una tematica leggermente più superficiale, se vogliamo, rispetto alla mafia. Come Leonardo DiCaprio che ha scelto la parte del discusso cocainomane sessuomane Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street per competere contro il malato di AIDS portato sul grande schermo da Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club, una sfida persa in partenza. La mia tesi è stata comunque apprezzata e io mi sono preso una buona votazione, però il 110 e lode è rimasto parecchio lontano, non che la mia media voto ottenuta con gli esami mi consentisse di ottenerlo. Se avessi parlato di un argomento più “pesante”, comunque, il mio voto magari sarebbe stato superiore, chissà. La prossima volta mi sa che parlerò anche io della mafia.

"Scrivi bene, bambino. Un giorno potresti aprire persino un blog..."
"E che minchia, è un blog?"
Perché vi ho raccontato questo?
Perché è ciò che fa Pif di solito. Parte da uno spunto personale, per poi allargarsi ad affrontare un argomento più generale. È questo l’approccio che usa spesso nel suo programma in onda su Mtv Il testimone. Un’ottima docu-trasmissione che ha il merito di presentare senza troppi filtri varie realtà sociali, varie storie di vita vera, andando a toccare argomenti e personaggi parecchio differenti tra loro, passando dal pornodivo agli zingari, dal culturista ai carcerati.
Per il suo esordio su grande schermo, Pif ha scelto un argomento importante, un argomento pesante: la mafia. Ha fatto la stessa mossa compiuta dal ragazzo che ha discusso la tesi prima di me. Una decisione intelligente, perfetta per prendersi il plauso del pubblico e della critica. Infatti, guarda caso, La mafia uccide solo d’estate è stato parecchio apprezzato al Torino Film Festival e anche nelle sale si è comportato piuttosto bene. Si tratta di lodi meritate o di lodi forzate?

La mafia uccide solo d’estate è un lavoro di cui è difficile parlare male. Nemmeno io ho intenzione di bocciarlo del tutto. Va però detto che non mi sembra nemmeno una pellicola in grado di far gridare al miracolo, o a uno dei migliori esordi del cinema italiano degli ultimi anni come mi è capitato di sentire. Va bene che, nonostante l’Oscar a La grande bellezza, la nostra cinematografia non se la passa proprio alla grande, ma questo resta un film apprezzabile, quanto allo stesso tempo tutt’altro che sorprendente. Per chi conosce lo stile di Pierfrancesco Diliberto alias Pif, e per chi come me l’ha anche sempre apprezzato, questo film non rappresenta niente di nuovo. La mafia uccide solo d’estate non è una puntata allungata de Il testimone, questo no. Diciamo che ne è una specie di versione romanzata. Mancano le interviste, ma non manca la voce narrante fuori campo, tipica del programma di Mtv e pure qui troppo onnipresente. Un marchio di fabbrica che Pif non riesce a scrollarsi di dosso. Per procedere nel suo racconto, il film non può fare a meno della sua voce, le immagini da sole non sono sufficienti. Allo stesso modo, le musichette che fanno da colonna sonora sembrano uscite da una puntata del suo programma, ma sono del tutto prive di un respiro cinematografico.

"Adesso scrivo una bella letterina di protesta. Contro la mafia?
Ma va, contro Pensieri Cannibali!"
La sceneggiatura mostra inoltre presto i suoi limiti. L’idea di base è quella di alternare la vicenda personale del protagonista Arturo, alter ego di Pif, con la cronaca vera di quanto successo a Palermo tra gli anni ’80 e i primi ’90. Un’idea valida e ben realizzata soprattutto nella prima parte. Solo che, dopo un po’, ci si rende conto che questo è anche l’unico spunto della sceneggiatura e se all’inizio il racconto di formazione sentimentale, politico ed esistenziale condotto con toni infantili è tanto carino e caruccio, nella seconda parte il film non cresce come ci si sarebbe potuti aspettare.
Un limite sta nelle capacità recitative dello stesso Pif. Come sceneggiatore e regista ha ancora ampi, ampissimi margini di miglioramento, ma tutto sommato se la cava. Dietro la macchina da presa convince in particolare l’inserimento dei personaggi di fiction all’interno delle sequenze di repertorio. Come attore invece no, non ci siamo. Pif, nonostante abbia fondamentalmente la parte del se stesso di quando era circa un ventenne, perde il confronto con il giovane Alex Bisconti che interpreta il suo personaggio da bambino. Meglio allora la protagonista femminile, l’innamorata di Pif, una Cristiana Capotondi che per l’occasione ha messo in un angolino le sue radici romanesche, per sfoggiare un buon accento palermitano miiiiinghia.

"Grande Cannibale che ha apprezzato il mio accento.
E che me ne futt'a mme se ha criticato Pif?"
Lo so che sono il solito cattivone, ma non condivido l’entusiasmo nei confronti di questa troppo acerba e ingenua opera prima. La mafia uccide solo d’estate parte bene, con il personaggio di un bambino strambo fissato con Giulio Andreotti, e finisce così così, con la solita morale buonista di quelle da far felici Fabio Fazio, che non a caso ha chiamato Pif a curare il programma di anteprima dell’ultimo terrificante Festival di Sanremo.
L’improvvisato regista si è approcciato alla materia mafiosa con tocco leggero e da comedy, non troppo distante da quanto fatto da Roberto Benigni con i campi di concentramento ne La vita è bella, e il suo film può anche essere visto quasi come una variante romcom de I cento passi, con la non richiesta aggiunta di alcune scenette evitabili, come l’invito a casa dalla Capotondi, degne di un film dei Vanzina. Emergono inoltre dei toni favolistici che a loro modo si fanno apprezzare, che si prendono gli applausi facili. Come una tesi che si porta a casa il 110 e lode dagli accademici. Su Pensieri Cannibali invece il massimo dei voti se lo può sognare, perché la pellicola non riesce a mordere per davvero. È un omaggio sentito e rispettoso nei confronti di chi si è impegnato a combattere la mafia, ma è troppo cariiiiino, innocuo, persino un pochino democristiano nel suo voler piacere a tutti, e gli manca la cattiveria necessaria per dire qualcosa di davvero potente. Per lasciare un segno forte come quello di un’autobomba.
(voto 6/10)

mercoledì 11 gennaio 2012

Il tredicesimo apostolo: Il codice da Alessio Vinci

Il tredicesimo apostolo
(stagione 1, episodi 1-2)
Rete: Canale 5, il mercoledì sera
Cast: Claudio Gioè, Claudia Pandolfi, Luigi Diberti, Stefano Pesce, Tommaso Ragno, Toni Bertorelli, Yorgo Voyagis
Genere: paranormal italianity
Se ti piace guarda anche: X-Files, Fringe, Il codice da Vinci

"Io voglio solo capire quello che sta succedendo e perché.

Fede e scetticismo. C’è chi ha la prima, Beato (è proprio il caso di dirlo) lui/lei, io faccio parte della seconda categoria. Ci sono cose in cui credo, come il cinema di Quentin Tarantino, la voce di Thom Yorke o le tette di Kirsten Dunst, cose religiose a modo mio di questo tipo, però il più delle volte tendo a essere diffidente. A non credere in generale a niente, fino a che non l’ho sperimentato o visto in prima persona. Anche io ogni tanto compio dei vari Atti di Fede, come quando compro titoli di stato italiani ad esempio, però è molto raro.
Fede e scetticismo, una grande contrapposizione proposta anche nella nuova fiction di Canale 5 Il tredicesimo apostolo, in cui i due protagonisti sono un uomo religioso, interpretato da Claudio Gioè (già tra La meglio gioventù) e una tipa più, come dire?, profana/atea/scettica/razionale, in cui ritroviamo Claudia Pandolfi, una delle poche attrici italiane che quando la vedo non mi fa venire voglia di fuggire all’estero.
È con quest’ultimo punto di vista, quello scettico ovviamente, che mi sono avvicinato a questa fiction italiana, parole che già al solo vederle impresse sullo schermo del PC mi provocano immediati brrrrrrr-brividi lungo tutta la spina dorsale.
FICTION ITALIANA
ripetete dopo di me
FICTION ITALIANA
l’avete sentito anche voi quel brivido, vero?

Mi son detto: faccio finta, anzi faccio fiction (uahahah, che giocone di parolone!) di non sapere che si tratta di una fiction italiana e me la guardo come se si trattasse di una produzione americana o britannica.
Sì, come no?
Vabbè, facciamo che me la guardo come se si trattasse di una produzione spagnola o francese, che ci può anche stare.
Mi decido a vedere Il tredicesimo apostolo dopo aver saputo che alla prima puntata ha fatto registrare oltre 7 milioni di spettatori ed è diventato subito un caso mediatico e quando succedono cose di questo tipo la mia curiosità mi spinge a indagare. Per citare il protagonista della fiction: “Io voglio solo capire quello che sta succedendo e perché.” Così me lo guardo, però non su Canale 5 bensì in streaming, per 2 ragioni:
1) Non voglio far aumentare l’auditel del Biscione.
2) Il pensiero di vedere un programma con in mezzo le pubblicità ormai mi causa più brividi del termine FICTION ITALIANA.

"Qualche figa e qualche parolaccia di troppo,
però non è male come dicono, 'sto Pensieri Cannibali..."
E allora dopo tutte 'ste paranoie lo guardo e ci sono subito queste musiche avvolgenti che fanno molto Misfits, intendo quelle partiture epiche di archi, non le canzoni electro-rock, lì sarebbe davvero troppo per Canale 5! Musiche anche un po’ sullo stile di quelle di Hans Zimmer per i vari Batman, in grado di coinvolgere e mettere tensione anche se non sta succedendo un bel nulla.
La storia entra subito nel vivo, senza perdere troppo tempo a introdurci i personaggi, con le loro personalità e il loro misterioso passato che ci verranno disvelati solo più in là. La trama mixa in maniera abile il paranormale con la tematica religioso-cristiana, piatto forte che ci piaccia o meno della cultura italiana, e lo fa senza essere troppo paracula o ruffiana nei confronti del Vaticano. Lo stile è un po’ quello alla Dan Brown, così come la regia di modello ricalco-americano somiglia a quella de Il codice da Vinci. Insomma, roba che non c’è da gridare al “Miracolo!” mistico, però abbastanza per rimanere davanti allo schermo senza troppi sbadigli e senza pensare tutto il tempo che le fiction italiane fanno davvero schifo.

Il protagonista è un teologo che insegna all’università ma è anche un gesuita, una sorta di versione religiosa del Dr. House (ugualmente sicuro di sé, va pure in moto, ma è molto meno stronzo e ironico e non zoppica) con tanto di assistenti so-tutto-io che gli danno una mano a risolvere i misteri. Perché ‘sto tizio, non contento di prendersi lo stipendio ecclesiastico e quello universitario, nel tempo perso è pure una sorta di detective dell’occulto, convocato dalla Curia, o meglio dalla Congregazione della Verità, per indagare su casi inspiegabili e presunti miracoli. Fossi in Monti io gli farei un bel controllo a sorpresa per vedere se è in regola con tutti i lavori (qualcuno lo farà mica in nero?) o se invece sotto c’è un miracolo di quelli all’italiana.

Si fanno o non si fanno? CeRRRto che si fanno!
Nel corso di una di queste indagini, che riguarda il misterioso caso di due bambinetti che… levitano (bambini che levitano in una fiction di Canale 5? Questa non me l’aspettavo!), il nostro Dr. House-pretone si imbatte in una psicoterapeuta-assistente sociale, Claudia Pandolfi of course. Se lui oltre che il Gregory House è anche un po’ il Mulder della situazione, lei diventerà la sua Scully. Tensioni sessuali comprese, ma certo che sì! Se non ci metti un po’ di tensione sessuale, con il prete che fa tanto Uccelli di rovo e ho detto uccelli, chi lo guarda?
Ma chi si cela dietro a un prodotto orchestrato con tanta diabolica cura?
Chi, se non l’uomo che ultimamente sembra aver intercettato il gusto degli italiani meglio di ogni altro...
Silvio Berlusconi?
Quella pagina per fortuna l’abbiamo voltata.
Mario Monti?
Ma và!
Rocco Siffredi?
No…
Un'immagine recente di Pietro Valsecchi
Pietro Valsecchi?
Esatto, proprio lui.
Ma chi è Pietro Valsecchi?
Pietro Valsecchi è un uomo che in questo momento per prima cosa si starà contando tutti i soldi che ha fatto, e poi per seconda cosa è il produttore di varie fiction italiane, dai RIS ai Liceali, nonché dei film multimilionari di Checco Zalone e del successo a sorpresa dei botteghini italiani degli ultimi mesi, ovvero I soliti idoti. Uno che insomma di marketing e di come vendere un prodotto ne sa qualcosina e che de Il tredicesimo apostolo oltre che producer è pure ideatore del soggetto. O magari ha semplicemente “sgraffignato” l’idea a qualcun altro, ma questo mistero potrebbe diventare l’argomento di una delle prossime puntate della fiction, quindi non starò a indagare più di tanto. Fatto sta che ancora una volta ha fatto centro nei gusti degli italiani, con una serie che ha fatto registrare subito ascolti da non dico finale, ma almeno da semi-finale di Champions League sì.

Quello che mi preme sottolineare, e non sono nemmeno stato pagato per farlo (maledizione!) è che Il tredicesimo apostolo è una serie che funziona. È accattivante, frulla ingredienti vari già visti e rivisti altrove, dal citato Codice da Vinci ai cult del paranormale come Fringe o X-Files (la prima puntata in particolare ricorda lo splendido episodio Il signore delle mosche con nel cast Aaron Paul futuro Breaking Bad!) , però lo fa con quell’italianità nelle storie e nei personaggi capaci di renderlo appetibile al pubblico nazional-popolare ed è grado di intrattenere anche chi cerca un prodotto non dico eccellente, ma almeno una via nostrana a una serialità televisiva decente. I due protagonisti poi se la sfangano più che bene, mentre gli altri attori mi hanno ricordato che tra le produzioni italiane e quelle, per dire, inglesi c’è ancora un divario ben più largo del canale della Manica.
"Sorella, mi dica: guardare Canale 5 è peccato?"
E allora sono partito con tutti gli scetticismi del caso come la Pandolfi e alla fine mi ritrovo a promuovere mio malgrado questa serie. Come la Pandolfi fa nei confronti del Dr. House-pretone. Almeno, l’inizio. I primi due episodi mi hanno convinto. Che poi continui a seguirla con affezione, questo è un altro paio di maniche. Che poi il suo successo generi presto tutta una serie di altre fiction mostruose ricalcate malamente su questo modello, già di suo non troppo originale, è pure questa un’altra questione.
La mia prima recensione dell’anno è quindi una sorpresa assoluta.
Pensieri Cannibali che promuove una fiction italiana?
Si è venduto? Pure lui si è sputtanato?
Credete quello che volete, tanto è sempre tutta una questione di Fede. E di scetticismo.
Io, da scettico, dico che Pensieri Cannibali si è smerdato. Poi, voi siete liberi di Credere quello che volete…
(voto 6+/10)


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