Album migliore del mese (secondo Pensieri Cannibali)
Olivia Rodrigo "you seem pretty sad for a girl so in love"
Genere: pop esistenzialista
Consigliato in particolare: a chi vuole (ri)trovare sé stesso
Quando ero un ragazzino, la musica degli Smashing Pumpkins e le parole di Billy Corgan facevano da colonna sonora alla mia vita. Strano ma vero, oggi invece che di anni ne ho 44 a dare voce ai miei pensieri ci pensa una cantautrice 23enne, Olivia Rodrigo. Dovrei vergognarmi a dirlo?
Forse sì, ma preferisco fare come lei. Come Olivia. La cosa che più ammiro e invidio di questa popstar intimista è il coraggio con cui esprime i suoi sentimenti. Sempre e comunque, col rischio di apparire naive o persino cringe.
Nel suo terzo album "you seem pretty sad for a girl so in love" Olivia racconta della sua relazione ormai finita con l'attore britannico Louis Partridge, quello di Enola Holmes, House of Guinness, Disclaimer e che ha pure vestito i panni di Sid Vicious nella miniserie Pistol.
Se in apparenza può apparire come un semplice disco d'amore, man mano si trasforma a sorpresa in un viaggio alla scoperta di sé stessi e in cui di amore sì, si parla, ma in alcuni passaggi se ne parla come se fosse una malattia. "My head is full of poison and my heart is full of doubt" canta in "the cure", ed è un po' così che mi sento anche io, in questo periodo e in genere in ogni momento della mia vita.
In "what's wrong with me" Olivia duetta con il suo (e non solo suo) idolo Robert Smith. La sua voce è subito riconoscibile eppure suona diversa dal solito. Fa strano sentire il leader dei Cure cantare in stile Rodrigo, eppure la cosa ha un suo senso. È lì che capisci che le parole della cantautrice funzionano a tutte le età, che tu abbia 20, 40 o 60 anni. Quella confusione adolescenziale che avevi da ragazzo ti accompagnerà per tutta l'esistenza. Ogni canzone all'interno di questo disco molto cinematografico, che parte come una romcom e poi diventa una specie di coming of age senza lieto fine tra Il giardiano delle vergini suicide e Donnie Darko, racconta di Olivia Rodrigo in maniera molto personale e, allo stesso tempo, parla anche di te.
Qualcosa del genere avviene pure a livello musicale. Il suo stile è ormai ben definito e contemporaneamente contiene moltitudini di influenze assortite. A questo giro, pur non mancando le ballatone che hanno fatto la sua fortuna fin dal primo album "SOUR", viene messo da parte l'approccio riot grrrl di alcuni pezzi del secondo disco "GUTS" e c'è sapore soprattutto di new wave anni '80. Come se Olivia avesse appena scoperto le discografie di New Order, Blondie, The Cars e Devo, come avevo fatto anche io quando avevo all'incirca la sua età. Ascoltare per credere la sorprendente "expectations", che sarebbe la soundtrack perfetta per una scena di party in un film di John Hughes. Qua e là emerge anche l'amore della Rodrigo per la scena alternative degli anni '90, tra la dolcezza pianistica della prima Fiona Apple e qualche lampo più tirato in stile Garbage. In pratica, è come se gran parte della musica con cui sono cresciuto si fondesse per mano di un'artista della Gen Z che non è in grado di scrivere una canzone stupida manco se ci prova.
La cosa più bella è che questo album racconta una storia d'amore così bene che ci si innamora del disco stesso. Si attraversano tutte le varie fasi dell'innamoramento, dalla cotta iniziale all'ossessione per cui non si riesce più a pensare ad altro. Fino ad arrivare alla dipendenza più totale, con le sue canzoni che sono la prima cosa che ti viene in mente quando ti svegli e l'ultima prima di addormentarti, e giungere alla conclusione che, se vuoi continuare con la tua vita, a un certo punto è meglio distaccarti dal loro ascolto compulsivo.
Come direbbe George Michael: listen without prejudice.
Come direbbe Gineprio: che disco, ragazzi, io sono a posto così.
(voto 9/10)
Muse "The Wow! Signal"
Genere: esagerato
Consigliato in particolare: a chi ancora, ingenuamente, spera che possano tornare ai fasti di un tempo
Faccio mea culpa. Se i Muse sono diventati così grandi e famosi è anche colpa mia. Torniamo all'inizio del 2000. Una notte vedo il video horror di "Sunburn" su MTV Brand:New e rimango folgorato. Il giorno seguente corro nel mio negozio di dischi di fiducia e ordino il loro album d'esordio "Showbiz" d'importazione, visto che ai tempi erano così indie che ancora non avevano una distribuzione italiana ufficiale. Sono il primo nella mia cittadina a comprarlo. È un esordio di altissimo livello. L'ispirazione principale viene dai Radiohead di "The Bends" (il produttore è lo stesso John Leckie), e dentro ci sono anche echi di Jeff Buckley e Nirvana.
Faccio sentire il disco al mio migliore amico e compagno di banco del liceo e lui resta ancora più folgorato di me. Nel giro di poco tempo diventano il suo gruppo preferito e insieme andiamo al loro primo concerto italiano, all'Alcatraz di Milano, trasportati dal suo Pandino. Lui era freschissimo di patente, che io invece avrei preso soltanto qualche mese più tardi. Il locale è pieno, ma siamo lontanissimi dalle folle oceaniche da stadio per cui suoneranno qualche anno più tardi. Il mio cuore è lì soprattutto per la band d'apertura, i sottovalutatissimi e ormai disciolti JJ72, e i miei occhi sono tutti per la loro affascinante bassista, Hilary Woods, che negli ultimi anni ha pubblicato da solista della musica super sperimentale e alternativa. Il carisma di Matt Bellamy è però innegabile e con il suo talento fa venire giù l'Alcatraz. Il locale, non la prigione.
Gli anni passano, li vedo ancora live un'altra volta, con un pubblico già allargato ma ancora non di massa, apprezzo i loro successivi "Origin of Symmetry" e "Absolution", poi qualcosa s'incrina. I Muse si trasformano sempre più in una versione moderna dei Queen, diventano i paladini del rock da stadio e il mio entusiamo e la mia fiducia nei loro confronti svaniscono sempre di più. Eppure, ogni volta che annunciano un nuovo album, una parte di me ancora ci crede. Poco, ma ci spera. Come un innamorato eternamente illuso, spera che ritorni ad accendersi la scintilla delle prime volte, di quando avevo visto il video di "Sunburn" o di quando pogavo come un bastardo sulle note di "Plug In Baby", e invece niente. Ogni volta è una delusione.
Non fa eccezione, ahimé, nemmeno il nuovo "The Wow! Signal", che mette le cose in chiaro fin dall'inizio, con "The Dark Forest" che parte come un western morriconiano e poi si trasforma in un pezzo a metà strada tra l'hair metal e l'opera. L'anello di congiunzione ideale tra Europe e Queen. Cosa che, fatta con ironia, potrebbe dare anche risultati divertenti. Peccato che Matt Bellamy e compagni si prendano sempre troppo sul serio e quindi da ridere c'è ben poco. Piuttosto c'è da piangere.
Male anche i momenti più electrorock come quella commercialata di "Nightshift Superstar", la ruffiana "Be With You" e una "Hush" realizzata con la popstar Ellie Goulding: territori in cui quest'ultima suona a suo agio, decisamente meno Matt. Il resto del lavoro procede più che altro tra brani spaziali conditi dalla solita epica teatrale esagerazione che sconfina spesso verso l'infinito del kitsch e oltre. Questo disco non ambisce ad essere semplicemente cringe, questo disco ambisce ad essere l'apoteosi del cringe.
Si salvano giusto un paio di pezzi, una "Cryogen" che rimanda alla lontana ai tempi di "Origin of Symmetry" e la ballatona cinematografica "Shimmering Scars", ma nel complesso si arriva a fine ascolto appesantiti, con un bel cerchio alla testa e una nuova consapevolezza. I Muse continuano a pubblicare album imbarazzanti, ma non tutto è perduto. Con il loro rockone esagerato da arena, li vedrei bene in gara all'Eurovision. Consiglio agli inglesi di farci un pensiero. Con loro a rappresentarli, per una volta potrebbero non classificarsi nelle ultimissime posizioni.
(voto 4+/10)
Disco più sorprendente del mese
Tamango "t'amango"
Genere: schizofrenico
Consigliato in particolare: a chi ama essere stupito
Chi sono i Tamango?
Sono un singolare collettivo musicale/artistico con base a Torino e se volete sapere di più su di loro e sulla loro storia vi consiglio di leggere la loro intervista a Rolling Stone. Io mi limito a consigliarvi in maniera spassionata l'ascolto del loro album d'esordio "t'amango". Una delle cose sinceramente più sorprendenti ascoltate da parecchio tempo. In certi momenti sembra di sentire una band demenziale tipo gli Elio e le Storie Tese più ispirati, con un pezzo come "Claudio Bisio" che fa scompisciare per davvero, non come i pezzi di quel grande bluff che risponde al nome di TonyPitony. Subito dopo invece propongono delle ballatone jazzate e rallentate che ti scaraventano nella depressione più profonda. Roba che al confronto i Radiohead sono le anime della festa. E quando pensi di stare per cominciare ad inquadrarli, ecco che ti stupiscono di nuovo andando in altre direzioni ancora. Sia a livello musicale, che in quanto a testi, con pezzi come "Sono gay" e "Madeleine" che sfidano ogni regola del politically correct.
C'è così tanta roba diversa all'interno di questo disco, e in generale di questo progetto artistico, che il rischio è quello di un pasticcio. Il loro album invece possiede una sua coerenza interna e si rivela un vulcano pieno di idee pronto a travolgerti. In senso positivo, sia chiaro. I Tamango si muovono in bilico sul pericoloso confine tra genio e follia. Non so come sarà il loro futuro, ma al momento riescono a stare più dalla parte del genio.
(voto 8/10)
Disco più stregonesco del mese
Francesca Michielin "Magia bianca"
Genere: synthpop
Consigliato in particolare: a chi crede nella magia
Francesca, vita da strega. Non è una nuova sitcom, è il nuovo ambizioso progetto artistico di Francesca Michielin, che si è tuffata nel Medioevo e nella stregoneria. Perché?
Beh, perché no?
La Michielin fugge via a gambe levate dalla musica sanremese e dai duetti con Fedez per cercare un'identità musicale tutta sua, che però al momento trova solo in parte. "Magia bianca" è un incantesimo coraggioso e che affascina a tratti, ma non convince del tutto, piena com'è di produzioni synthpop 80s carine che però, nonostante le influenze dichiarate dall'autrice sulla carta spazino da Franco Battiato a Kate Bush, finiscono nella pratica per non discostrarsi troppo da ciò che gira in radio attualmente. L'affascinante concept avrebbe inoltre meritato uno sviluppo maggiormente approfondito rispetto a quanto fatto in questo lavoro un po' striminzito, che ha il sapore di un EP d'antipasto più che di un album compiuto. Tanti applausi per il coraggio dell'idea di partenza, meno per lo sviluppo e il risultato finale.
Francesca Michielin non è ancora una vera e propria strega professionista come Maga Magò o Amelia. Per il momento resta una maghetta alle prime armi, come Hermione Granger. Secchiona pure lei com'è, continuerà a studiare e a cercare nuove pozioni. Fino a che, glielo auguro, riuscirà a trovare la sua vera strada.
(voto 5,5/10)
Album più politico del mese
Vince Staples "Cry Baby"
Genere: rap rock
Consigliato in particolare: a tutti, tranne che a Francesco De Gregori
Gli artisti non devono fare politica?
Questo è quello che pensa Francesco De Gregori. Io non sono per niente d'accordo. Innanzitutto, perché ogni artista deve esprimersi come preferisce e avere la libertà di dire quello che pensa. Se poi di politica possono parlare Vannacci e Salvini, chiunque può farlo. Credo anzi che, soprattutto in Italia, avremmo bisogno di più artisti che si espongono, anziché tacere per timore di perdere una parte di fan o, cosa forse ancora peggiore, perché non hanno alcuna opinione personale su quanto succede nel mondo. Non state quindi a dare troppo peso a quello che dice la brutta copia italiana di Bob Dylan che non sa più cosa inventarsi pur di raccattare qualche titolo sui giornali, visto che evidentemente con la sua musica non ci riesce.
Chi ha appena pubblicato un disco bello potente, incazzato, dal forte spirito politico è Vince Staples. Gli Stati Uniti d'America di Trump messi alla berlina e rappresentati come un bambino che piange, un Cry Baby col ciuffetto biondo.
Il rapper, anche protagonista e creatore della serie Netflix The Vince Staples Show, ha realizzato un album che va oltre l'hip hop, per centrifugare al suo interno funk, soul, pop-punk, post-punk, rock e riesce a inserire pure un raffinato momento vintage che credo non sarebbe dispiaciuto ad Amy Winehouse, l'amara "White Flag".
Gli artisti non devono fare politica?
Ah Francé, vallo a dire a Vince Staples. Se hai il coraggio.
(voto 7,5/10)
Disco più tirato fuori dal cassetto del mese
Graham Coxon "Castle Park"
Genere: indie retrò
Consigliato in particolare: a chi adora gli scarti di qualità
Graham Coxon è come il maiale. Non si butta via niente. Il chitarrista dei Blur dalla fine degli anni '90 ha avviato una sua pregevole carriera solista, senza farsi mancare qualche progetto parallelo come Superstate e The Weave e pure la colonna sonora della serie The End of the F***ing World (i puntini di censura non me li sono inventati io, si chiama proprio così).
Tra le mille cose fatte, Graham si è lasciato dietro un album, "Castle Park", registrato durante le sessioni per il suo lavoro del 2012 "A+E" e riposto nel cassetto. Finora. In questi giorni ha visto finalmente la luce ed è tutto fuorché uno scarto o un fondo di magazzino. "Castle Park" è un dischetto super gradevole, influenzato da sonorità retrò 50s e 60s, ma rivissuto con il suo ormai inconfondibile stile indie. Tra i suoi lavori solisti è uno dei più pop e immediati e il motivo per cui sia stato inizialmente accantonato continua a rimanere per me un mistero. Ogni cosa comunque ha il suo tempo e in questa calda estate 2026 sono contento di potermi godere questo nuovo/vecchio disco di uno dei più talentuosi e sottovalutati idoli della scena musicale contemporanea.
(voto 7/10)
Disco più darkone del mese
Evanescence "Sanctuary"
Genere: rock gotico
Consigliato in particolare: a chi aveva fuso il lettore CD a forza di ascoltare "Fallen"
Per il grande pubblico resteranno sempre quelli di "Wake me up / Wake me up inside" usata nella colonna sonora di Daredevil, negli spot Opel e anche come sveglia, eppure gli Evanescence esistono ancora. Proprio così. Dopo aver avuto un picco di popolarità nei primi anni zero con la hit "Bring Me to Life" e la ballatona "My Immortal", la band di Amy Lee ha pubblicato una serie di lavori che hanno avuto un sempre minore successo e i riflettori si sono abbassati. Cosa che per un gruppo di darkoni amanti delle tenebre come loro non è poi nemmeno così tanto un male.
Adesso sono però tornati con "Sanctuary", il loro sesto album in studio, che difficilmente li riporterà sulla cresta dell'onda, ma che farà tornare il sorriso sui volti solitamente tristi dei loro fan più gotici. Le sonorità sono le stesse del loro insuperato debutto "Fallen". Niente di nuovo sotto il sole, quindi, ma per chi del sole se ne frega e ama l'ombra, un disco come questo si può rivelare un discreto tuffo nel passato.
(voto 6-/10)
Disco più estivo del mese
Nansy "Need You Around"
Genere: vintage pop
Consigliato in particolare: a chi è in cerca di un disco per l'estate, lontano, lontanissimo da tormentoni e latinate varie
L'estate. La leggerezza. Il pop, quello fatto di melodie incantevoli e sognanti. Le sonorità indie retrò dalle parti di Cardigans e Sundays. Le atmosfere da romcom. Tutto questo è contenuto in "Need You Around", il disco d'esordio dei norvegesi Nansy, scoperti grazie alla segnalazione del sempre prezioso L'altro Mimì. Un album che, come loro stessi hanno dichiarato, ha richiesto 25 anni di lavorazione ma che finalmente ha visto la luce ed è proprio il caso di parlare di luce, visto che è un ascolto capace di illuminare anche la più musona tra le persone. Dopo il cinema, le Olimpiadi e il calcio, i norvegesi hanno deciso di farci il culo anche in campo musicale e c'è da riconoscere che hanno segnato un altro gol. Il prossimo passo qual è? Si metteranno ad umiliarci pure in cucina?
(voto 7,5/10)
Singletudine - I singoli migliori del mese
4. PJ Harvey "Voyager"
PJ Harvey non ce la fa a fare cose normali. Proprio no. Il suo nuovo singolo non è una semplice canzone qualunque, non è certo la classica love song, bensì un brano scritto dal punto di vista di... una navicella spaziale. Fatta da altri, avrebbe rischiato di essere una porcata spaziale. Qualcuno ha detto Muse? In mano sua diventa invece un'affascinante esplorazione sonora in cui è bello perdersi e fluttuare. In una sola parola, per citare il professor Fontecedro: cosmico.
3. Beabadoobee "Sun Has Set"
La cantautrice dal nome più impronunciabile e dalla voce più dolce del mondo sta tornando con un nuovo album, già il suo quarto, "Pylon", in arrivo il 18 settembre. Nella prima esaltante anticipazione "Sun Has Set", Beabadoobee lascia da parte il suo lato più tenero e ci mostra quello più ruvido e rock. L'attesa per l'album completo sale, nel frattempo ripasserò i precedenti e, soprattutto, cercherò di imparare a pronunciare il suo nome. La vedo difficile.
2. Annabelle Dinda "Whatever You Wanna"
Un'autorevole candidata al titolo di mia canzone dell'estate 2026. No, non ha niente a che fare con tormentoni da bailar e latinate varie. Sembra più un pezzo pop-rock uscito da una radio negli anni '90. Della sua autrice, Annabelle Dinda, non so nulla. So solo che questo pezzo è irresistibile.
1. Phoebe Bridgers "Lost Boys"
Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi e Ferragosto con... Phoebe Bridgers.
A sei anni dal suo ultimo lavoro solista, e dopo l'exploit con le Boygenius fondate insieme alle amiche e colleghe Julien Baker e Lucy Dacus, la cantautrice ha finalmente annunciato il suo terzo album "Lost Weekend", in uscita il 14 agosto, giusto in tempo per passare un Ferragosto molto alternativo in sua compagnia. Ad anticiparlo c'è "Lost Boys", un singolo che cita il mondo di Peter Pan e promette di diventare un futuro classico, accompagnato da uno dei videoclip più nerd nella storia della musica. Bentornata.
Cotta del mese
e
Guilty Pleasure del mese
Gaia "Bossa nostra"
La donna che ha fatto vacillare l'eterosessualità di Levante, e forse non solo vacillare. Per la stagione più calda dell'anno (e forse più calda della Storia), Gaia nostra ha rilasciato un videoclip super estivo, piacevole da sentire e ancora più piacevole da guardare.
Canzone peggiore del mese
Gianni Morandi, Alessandra Amoroso "Hit Parade"
Per qualcuno, non so bene chi, un duetto da sogno. Per me, un duetto da incubo. Gianni Morandi e Alessandra Amoroso uniscono le forze per una canzone che è persino peggiore della somma delle singole parti. Speriamo di non vederla in nessuna hit parade. E, soprattutto, speriamo di non sentirla da nessuna parte. A parte qui sotto dove, per puro dovere di cronaca, mi tocca proporvela.





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