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sabato 4 ottobre 2014

BAREFOOT, IL RAIN MAN DELLE ROMCOM





"Ma come ti sei vestita? Sei pazza?"
"Ehm... veramente sì!"
Barefoot
(USA 2014)
Regia: Andrew Fleming
Sceneggiatura: Stephen Zotnowski
Cast: Scott Speedman, Evan Rachel Wood, J.K. Simmons, Treat Williams, Kate Burton
Genere: romcom
Se ti piace guarda anche: Il lato positivo, Rain Man

Volete che vi venda il film Barefoot con una sola semplice definizione?
Sì, dai, che su Internet la comunicazione veloce piace e nessuno ha tempo da perdere.
Barefoot è il Rain Man delle commedie romantiche.
Vi piace come definizione?

lunedì 19 dicembre 2011

Le idi di marzo a dicembre? È proprio vero che non ci sono più le mezze stagioni

Ma come fa a far tutto?
Non è il titolo di un film con Sarah Jessica Parker (o meglio, lo è se considerate quella roba un film), bensì la domanda che mi faccio io su George Clooney.
Perché George Clooney è ovunque. Vai a tagliarti i capelli e te lo ritrovi sulle riviste patinate di gossip, impegnato a sbattersi (per finta) o a scaricare (per davvero) la Elisabetta nazionale o a provare mosse di wrestling insieme alla sua nuova fiamma Stacy Keibler. Su altri magazine te lo ritrovi invece alle prese con dichiarazioni impegnate sull’ambiente e poi accendi la tv e lo vedi sorridere mentre ti chiede: “Nespresso, what else?”. Eppure l’else c’è, perché subito dopo cerca pure di venderti un contratto a Fastweb.
A questo punto te lo immagini insieme a quei vecchi divi ritirati che fanno di tutto fuorché cinema. E invece no. Invece ti vai a leggere le nomination ai Golden Globe 2012 ed è un Clooney di qui, un Clooney di là. È il protagonista in versione papà di The Descendants, il nuovo acclamato film di Alexander Payne (quello là di Sideways e A proposito di Schimdt), che da noi uscirà nelle sale il 24 febbraio 2012. Ed è regista, attore non protagonista e pure co-sceneggiatore di questo Le idi di marzo.

Le idi di Marzo
(USA 2011)
Titolo originale: The Ides of March
Regia: George Clooney
Cast: Ryan Gosling, George Clooney, Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Max Minghella, Jeffrey Wright, Gregory Itzin, Hayley Meyers
Genere: po-li-ti-co
Se ti piace guarda anche: Leoni per agnelli, Thank You For Smoking, Good Night, and Good Luck., Boss (serie tv)

Lo dico subito, perché non bisogna tenersi le cose dentro. Fa male tenersi le cose dentro. Le idi di marzo poteva essere un capolavoro. Invece è solo un gran bel film. Che facciamo, ci accontentiamo? Considerando il piatto molto ricco che ci è stato servito sulla tavola, per questa volta ci accontentiamo.


Philip Seymour Hoffman tocca il Sacro Gosling:
nemmeno lui sembra immune al suo fascino
Senza voler spoilerare troppo, la storia del film è politica. Molto politica. Talmente politica con i suoi discorsi a proposito di Democratici e Repubblicani che si potrebbe pensare a Le idi di marzo come a un film americano, troppo americano, ma considerando come i discorsi a proposito di Sinistra e Destra italiane non sono così lontani, questa storia è decisamente allargabile a qualunque contesto.
Anche perché la politica è merda. In tutto il mondo, è merda.

George Clooney ci scaraventa dentro il circo di una campagna elettorale in maniera inizialmente speranzosa. Il candidato da lui stesso interpretato alle primarie democratiche, il passo prima delle presidenziali vere e proprie, sembra infatti il volto del change, con un evidente parallelo con Obama, anche a livello dei poster promozionali che tappezzano le strade americane. Bei discorsi e belle parole, rigorosamente serviti dal team che gli sta dietro, per l’uomo che sembra poter cambiare faccia all’America. Guardando al futuro, all’ambiente, a un progresso eco sostenibile. Quello che il film si domanda, tra le altre cose, è fino a che punto ci si può spingere, fino a che compromessi e patti col diavolo si può scendere, in modo che il candidato giusto vinca le elezioni.
Un’altra cosa che si chiede è: ma questo candidato giusto è davvero giusto?

Il vero protagonista della vicenda non è però Clooney, che per sé ritaglia un ruolo da comprimario, iconico e d’impatto, ma pur sempre comprimario e con una personalità (volutamente?) poco incisiva. Non gli si può davvero rimproverare nulla, al Clooney: pure altruista è. Il protagonista è infatti Ryan Gosling, sì proprio il Man of the year 2011 di questo sito, che ci consegna un personaggio più loquace del suo solito, visto che è il portavoce del Clooney aspirante presidente degli United States of sta cippa. Se quindi possiamo sentire la sua voce più che in altri suoi film, in particolare Drive, qui Gosling ci consegna comunque un altro personaggione dei suoi, quelli ambigui, dalla doppia personalità e dalla doppia faccia. Quella del tipo che crede veramente in quello che fa, crede per davvero nel suo candidato e vuole aiutarlo a vincere le elezioni in maniera onesta, solo attraverso le idee che rappresenta. Però piano piano scopriamo anche un altro volto del Gosling, decisamente meno “dreamer” e molto più ambiguo.

Insieme a lui in questo viaggio elettorale troviamo la sexy stagista intepretata da Evan Rachel Wood che vuole portarselo a letto, e indovinate un po’: ci riuscirà o no? In più c’è un’altra attrice di The Wrestler (certo che Clooney negli ultimi tempi sta in fissa col wrestling più del mio blogger rivale Mr. Ford!), ovvero Marisa Tomei in versione giornalista/gola profonda/unica amica del Gosling portavoce. E in più alla seconda ci sono anche i sempre ottimi, ma qui in particolare, Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti, nei panni degli altri “complici” di Gosling nel dietro le quinte di questi intriganti giochini politici. Se a Cesare potrebbe sembrare una nuova pugnalata, immagino invece Enrico Mentana gongolare guardando questo film, che sembra scritto pensando apposta a lui e a chi è interessato alla politica e ai suoi retroscena. Gli altri potrebbero invece perdersi qua e là, visto che Clooney non gioca nemmeno troppo sulla carte della storia romantica tra Gosling e la E.R. - Stagista in prima linea Wood. A Clooney interessa raccontare altro perché, come già detto, il film è politico, molto politico. Pure troppo?

George Clooney ci tiene la manina a inizio viaggio, amorevole come un papà. Un papà che però a un certo punto decide di tirare via il velo di falsità e ipocrisie e raccontare a noi figlioletti la verità. Babbo Natale non esiste e i Democratici sanno fare porcate tanto quanto i Repubblicani. Anche peggio, se necessario. Perché se i Repubblicani non nascondono di come qualunque sotterfugio vada bene, pur di vincere, i Democratici giustificano le loro magagne con il motto: il fine giustifica i mezzi.
Le idi di marzo è un film molto duro con la politica, lascia aperte poche speranze, però avrebbe potuto colpire ancora più duro, in fondo il protagonista della nuova grandiosa serie tv Boss fa anche di ben peggio. Clooney è un regista molto classico e dirige con classe. Una classe che lo contraddistingue in tutto quello che fa, anche se solo uno spot pubblicitario. Questo è il suo grande pregio ma per me anche il suo principale limite. A livello visivo troviamo delle immagini forti, le bandiere americane onnipresenti e i volti svuotati di emozioni dei protagonisti, ma sembra mancare il pugno allo stomaco totale.
Queste idi di marzo ci riconsegnano un cinema politico denso e impegnato, che guarda agli anni ’70 per rappresentare con ferocia il presente, un po’ come l’ultimo Redford dell’interessante Leoni per agnelli. L’impressione che lascia il film è che ancora una volta, quando ci si trova di fronte al Clooney, sia regista che attore, è che tutto funzioni bene, eppure manchi giusto il colpo da K.O.
E invece il momento più forte del film arriva proprio con il finale, con delle parole che ronzeranno nelle orecchie a parecchi, politici ma non solo, terminata la visione. Qualcuno le ricorderà e le farà proprie, qualcun altro si rigirerà nel letto per un po’ prima di riuscire a prendere sonno. E poi spegnerà la luce.
(voto 7,5/10)

sabato 15 ottobre 2011

Mildred Piercing

Mildred Pierce
(mini-serie in 5 parti)
Rete americana: HBO
Rete italiana: Sky Cinema 1 HD (dal 14 ottobre)
Regia: Todd Haynes
Cast: Kate Winslet, Guy Pearce, Evan Rachel Wood, Morgan Turner, Melissa Leo, Bryan F. O'Byrne, Mara Winningham, Hope Davis, Quinn McColgan
Genere: melò
Se ti piace guarda anche: Lontano dal Paradiso, Little Children, Revolutionary Road, Mad Men, Boardwalk Empire, The Hour

"Mother, where's father?"

Mildred Pierce è una mini-serie HBO che ha conquistato qualcosa come 21 nomination agli ultimi Emmy Awards, i premi più importanti della tv americana. Si potrà dire che queste cerimonie di premiazione hanno un’importanza relativa, come gli Oscar o, per rimanere a un ambito più vicino al nostro mondo, i Macchianera Awards, che ad esempio presentavano tra i nominati per il miglior sito cinematografico anche il mio blog. Cosa valgono quindi i premi e le nomination?
Forse niente, visto che io il Macchianera non me lo sono aggiudicato, se però questa serie di candidature ne ha avute 21 (ma di premi se n’è portati a casa “appena” 5), magari significa che proprio alla cazzo di cane non è stato fatta. E infatti Mildred Pierce è una di quelle visioni più che consigliate sia agli appassionati di tv di qualità che di cinema, e anche a quegli snobboni che di solito le mini-serie le snobbano, visto che è stata presentata pure fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia. Dite che anche il film di Ezio Greggio è stato presentato a Venezia? Va bene, allora anche Venezia non conta più niente, però vi posso comunque assicurare che questa serie con Ezio Greggio in 3D non ha proprio nulla a che vedere.

In cinque puntate da un’ora l’una, una mastodontica Kate Winslet riesce a farci entrare del tutto nel suo sfaccettato personaggio, quello di una casalinga come tante, desperate ante litteram visto che la storia è ambientata negli anni ’30. Una donna che dopo la separazione dal marito adultero deve reinventarsi una vita e - udite, udite! - cominciare a lavorare, cosa che prima mai aveva fatto, in modo da poter mantenere le due adorate figliolette. Chiamatela Kate Pierce, o Mildred Winslet, tanto l’identificazione tra attrice e personaggio è totale, chiamatela come volete ma fatto sta che si trova un lavoro come cameriera in una tavola calda. La cosa non sta però per niente bene alla figlia maggiore Veda, una ragazzina straviziata e dai modi di fare molto altezzosi ed egocentrici, dovuti alla sua consapevolezza di avere un qualche talento dentro sé da tirar fuori, sebbene non sappia (ancora) quale sia. E quando tirerà fuori questo talento, saranno cazzi per tutti. Un personaggio totalmente cannibale in cui, sebbene solo in parte, mi sono ritrovato e che mi ha fatto capire perché alle volte io possa risultare davvero odioso ad alcune persone, ad esempio al mio blogger rivale Mr. James Ford
Nei panni di Veda troviamo prima Morgan Turner, una giovanissima attrice rivelazione da tenere assolutamente d’occhio, e quindi negli anni dell’adolescenza negli ultimi 2 episodi c'è l’ottima e sempre splendida Evan Rachel Wood. Sono proprio i personaggi di Mildred, madre amorevole e premurosa, e di Veda, figlia ingrata e stronza, a creare uno scontro di tensione drammaturgica sopraffina. Sicuramente sono due dei personaggi femminili (e non solo) più memorabili della stagione.

Ma Mildred Pierce la mini-serie (tratta dall’omonimo romanzo di James M. Cain già diventato un film nel 1945 con Joan Crawford) non è solo questo; l’ambientazione nell’America degli anni ’30, quelli della Grande Depressione e della crisi economica, riportano infatti direttamente al presente. Ma va? Eh sì, la Grande Depressione 2.0 che viviamo oggi è stretta parente di quel periodo e la storia di Mildred è quella di una donna indipendente, fragile e forte allo stesso tempo, che con le sue sole forze riesce a farcela. Ma l’American Dream è lontano, le ombre sono sempre ben presenti sulla sua vita e non ci troviamo in un inno ai valori del self made man, o in questo specifico caso della self made woman. Questo è un melodramma, un melodrammone d’altri tempi, quindi state pronti alle emozioni forti.

Nel cast davvero super figurano anche il premio Oscar (per The Wrestler) Melissa Leo e un Guy Pearce (non Pierce) che mai mi aveva convinto così tanto (forse nemmeno in Memento), grazie alla parte del “boy toy” superficiale e so bohemian like you che vivrà una spigolosa relazione con la nostra protagonista Mildred Winslet. E poi, quasi lo dimenticavo, il regista: Todd Haynes, già autore del mio favorito Velvet Goldmine, dell’eccessivamente bobdylaniano Io non sono qui e di Lontano dal Paradiso, che sarà anche lontano dal Paradiso ma come atmosfere e stile è molto vicino a questa sua nuova produzione per la tv.

E pensare che la prima parte non mi aveva nemmeno convinto del tutto, visto che non capivo bene dove questa mini-serie volesse andare a parare. La prima puntata infatti ci introduce nel mondo di Mildred con toni più o meno da commedia, mentre la forza maggiore di questa produzione sono le scene drammatiche. E il finale della seconda parte è qualcosa in grado di gelare il sangue anche al più freddo insensibile figlio di puttana del mondo. Da lì in poi la mini-serie me la sono bevuta in un sorso, quasi come se fosse una super-mastodontica pellicola da 5 ore.
Alla faccia della nuova Grande Depressione, la produzione televisiva americana finché sforna cose del genere sembra proprio non conoscere crisi. Attenzione: ho parlato di produzione televisiva americana, per quanto riguarda la produzione di fiction italiane invece… no comment, ché se dico ciò che penso potrebbe arrivare il Vasco di turno e farmi chiudere il blog.
(voto 8/10)


giovedì 31 marzo 2011

Solitario nella notte va, se lo incontri gran paura fa…

Quarta fermata nel folle mondo di Aronofsky, dopo π - Il teorema del delirio, Requiem for a Dream e The Fountain - L'albero della vita.

The Wrestler
(USA 2008)
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Robert D. Siegel
Cast: Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry, Wass Stevens, Judah Friedlander, Ernest Miller
Genere: power-ballad
Se ti piace guarda anche: The Fighter, Rocky Balboa, 8 Mile, Million Dollar Baby

Aronofsky goes mainstream? Il regista mette da parte per una volta ossessioni personali ed eccessi visivi e preferisce rimanere concentrato sulla storia. Per fortuna, fare un film “normale” non è comunque affar suo e quindi pur realizzando il suo lavoro più lineare e meno visionario, Aronofsky si inventa un modo suo per rendere comunque l’insieme il più indigesto possibile al pubblico di massa e agli Oscar. Per notare la differenza con una storia simile ma realizzata in maniera più tradizionale basti vedere The Fighter, altro progetto cui Aronofsky avrebbe dovuto partecipare, preferendo alla fine la storia più disperata e meno alla Rocky di questo The Wrestler.

Il regista prende la sua macchina da presa, si trasferisce a vivere alle spalle del protagonista e lo segue ovunque con le sue tanto amate riprese a mano, un vero marchio di fabbrica di Aronofsky. A rendere la pellicola ancora più fisica e viscerale è la scena di un violentissimo incontro di wrestling, ben più sanguinoso e cronenberghiano di quanto si sia mai visto nei patinati match WWE di John Cena, lontani anni luce dalle palestre di serie B qui narrate.
La storia del Randy “The Ram”, interpretato da un Mickey Rourke quasi autobiografico e ancora alive and kicking, è la più semplice finora narrata da Aronofsky, ma rifugge in tutto e per tutto le solite trappole del genere sportivo/riscatto sociale. Questa non è la bella vicenda di una rivincita come nel sopra citato The Fighter, bensì una storia girata con stile (quasi) documentaristico che è uno sprofondare progressivo fino alla caduta (oppure no?) finale, in maniera analoga a quanto capita ai malcapitati di Requiem for a Dream e alla Nina del successivo Il cigno nero. Insomma, al regista non interessa tanto la classica parabola ascesa e declino, ma solo il declino. Che poi è la parte più avvincente, quindi perché perdere tempo a parlare anche dell’ascesa come fanno tanti altri?

Come al solito con il regista newyorkese, l’interpretazione del film non è comunque univoca, ma assolutamente libera. The Ram può essere infatti visto come un idolo assoluto (forse da Mr. Ford?), mentre per quanto mi riguarda è un tizio ancorato al passato che non si è accorto che gli 80s sono finiti da un pezzo, una versione squattrinata dei bolliti Hulk Hogan e Ozzy Osbourne “ammirati” nei rispettivi reality di Mtv “Hogan Knows Best” e “The Osbournes”, uno di quelli che se ne escono con deliri che lasciano il tempo che trovano come: “Gli anni Ottanta sì che erano forti, poi è arrivato quel frocetto di Kurt Cobain e ha rovinato tutto”. Una frase che la dice lunga su un uomo incapace di andare avanti e che vive nel mito di un “glorioso” passato fatto di hair-metal band che mai tornerà (per fortuna). Perché gli anni ’80 sono stati pieni di roba grandiosa, ma non di certo quella rimpianta da The Ram.

E così questa è la power-ballad rock del regista, l’unica finora di una carriera più incentrata su una sperimentazione che in musica trova analogie con Radiohead e Aphex Twin. Da fuoriclasse quale è se l’è cavata in maniera eccellente, ma la dimensione che più gli è congeniale resta tutt’altra. Stavolta è rimasto a guardare dal di fuori, senza entrare dentro lo specchio come ha poi fatto con la ballerina Nina. La mia impressione è che questo film sia stato vissuto in maniera personale più da Mickey Rourke che non da Aronofsky, qui in viaggio in trasferta per una volta non dietro ai suoi di trip mentali, ma dentro quelli di un altro.
(voto 7/8)

Accoglienza: Leone d’Oro a Venezia 2008, è probabilmente il film di Aronofsky che ha ricevuto le recensioni migliori dalla critica, sicuramente comunque quello che ha generato meno odio nei suoi confronti. Nomination agli Oscar per Mickey Rourke e per Marisa Tomei in versione stripper (ingiustamente ignorata invece l'ottima Evan Rachel Wood). Golden Globe come miglior protagonista a Rourke e come miglior canzone originale a “The Wrestler” di Bruce Springsteen.
Box-office USA: $ 26 milioni

venerdì 23 luglio 2010

Sasso carta forbici

Correndo con le forbici in mano
(USA, 2006)
Titolo originale: Running With Scissors
Regia: Ryan Murphy
Cast: Joseph Cross, Annette Bening, Brian Cox, Evan Rachel Wood, Alec Baldwin, Gwyneth Paltrow, Joseph Fiennes, Jill Clayburgh, Gabrille Union, Kristin Chenoweth

Rischioso, correre con le forbici in mano. Rischioso quanto girare un film da un libro best seller di culto di Augusten Burroughs. Ci ha provato, Ryan Murphy, il genio dietro a serie altrettanto cult come Nip/Tuck e il supersuccessone dell’ultima annata Glee. Sembrava anche essere l’uomo giusto, vista la sua famigliarità con la tematica gay e con la rappresentazione di personaggi strambi e al limite del borderline. Anzi, in questo caso proprio schizzati forti. Epperò la pellicola non convince appieno. Non si entra dentro la storia. I momenti in cui il montaggio cerca di accelerare il ritmo (alla Magnolia, film che tanti provano senza successo ad imitare) non si trasformano in accelerazioni nelle emozioni e si ha la sensazione che la pellicola non vada in nessuna direzione. D’altra parte anche Tim Burton sembrava l’uomo perfetto per rendere la schizofrenia di Alice nel paese delle meraviglie, e invece ha fallito miseramente.
Per fortuna non è così disastroso il risultato di Murphy, pure giustificabile, considerato come sia alla sua prima esperienza cinematografica e abbia ancora tanta pellicola da macinare. Presto ci sarà la possibilità di vedere se avrà fatto progressi, visto che è al timone del nuovo film con Julia Roberts e Javier Bardem “Mangia, Prega, Ama”. E poi va sottolineato che anche in tv il buon Murphy era partito in sordina, con il telefilm teen Popular, che offriva qualche spunto di interesse ma non era eccezionale, come al contrario saranno poi Nip/Tuck (una delle migliori serie dello scorso decennio) e Glee (una delle migliori serie del prossimo decennio).

Correndo con le forbici in mano è la storia (biografica, ma probabilmente anche un filetto romanzata) dell’adolescenza di Burroughs, cresciuto prima con la madre aspirante scrittrice fallita, e quindi nella casa del di lei strizzacervelli, uno di gran lunga più pazzo dei suoi pazienti: basti dire che crede che i suoi escrementi comunichino con Dio! Ambientato negli anni 70 (ma siamo lontani dalle bellezza della fotografia de Il giardino delle vergini suicide, Amabili resti o The Box), un classico racconto di formazione con tanto di prime esperienze sessuali e amicizie con gli altri membri della schizzata famiglia.
Il cast è notevole, ma non si impegna al massimo. Annette Bening è troppo sopra le righe, Evan Rachel Wood rimane la numero 1 ma il suo personaggio è troppo abbozzato, Gwyneth Paltrow non m’è mai piaciuta ma le va dato il merito di accettare piccoli ruoli da antidiva (qui come nell’altra folle famiglia dei Tenenbaum), Joseph Fiennes è in versione irriconoscibile anni 70 con tanto di baffoni ma dà l’ennesima conferma di essere un non-attore, Alec Baldwin un paio di anni più tardi farà il bis negli 70s con un personaggio simile nell’altrettanto incompiuto Lymelife.
Bella la colonna sonora, con la springsteeniana “Blinded by the light” in versione Manfred Mann e la sempre efficace “Year of the rat” di Al Stewart che spicca in una delle scene più azzeccate del film. Ma è solo un lampo, in un classico film che ha l’odore bruciante della grande occasione mancata.
(voto 5/6)

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