Visualizzazione post con etichetta gus van sant. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gus van sant. Mostra tutti i post

martedì 19 novembre 2013

PAOLO DI CANYONS




The Canyons
(USA 2013)
Regia: Paul Schrader
Sceneggiatura: Bret Easton Ellis
Cast: Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Amanda Brooks, Tenille Houston, Gus Van Sant, Jarod Einsohn, Victor of Aquitaine, Jim Boeven
Se ti piace guarda anche: The Informers, The Hills, Le regole dell’attrazione, Al di là di tutti i limiti, American Psycho, Plush, American Gigolo

Ah, la vita dei belli, ricchi e famosi, o quasi famosi. Troppi soldi, troppo sesso, troppo lusso, troppo tutto. Hanno delle esistenze davvero infelici, miserabili, vuote. Non si può che provare pena per loro. A raccontarcele quest’anno c’hanno pensato in tanti. Bling Ring, Spring Breakers, Il grande Gatsby, l’italiano La grande bellezza… sono tutte variazioni sul tema del vuoto esistenziale dei "privilegiati" e tra l’altro hanno generato alcune delle migliori pellicole dell’annata, almeno a mio modestissimo parere. Adesso ci prova pure questo The Canyons, diretto dal Paul Schrader di American Gigolo, uno dei film simbolo per eccellenza degli 80s, e con una sceneggiatura scritta dal re, dal campione assoluto nel narrare le vite di questo tipo di personaggi: Bret Easton Ellis.


Immagine NON tratta dalla serie The Hills.
Per la prima volta alle prese con uno script cinematografico tutto suo, e peraltro nemmeno tratto da alcun suo lavoro letterario, con The Canyons Ellis gioca a fare l’Ellis. Si auto omaggia, si cita da solo: “Oggi nessuno conosce più nessuno”, dice il porno attore James Deen, riprendendo il mantra de Le regole dell’attrazione: “Nessuno conosce nessuno veramente.” Sostanzialmente, Ellis replica se stesso. Ne è consapevole. Già l’aveva fatto nel suo ultimo libro, Imperial Bedrooms, in cui andava a riprendere il protagonista Clay, alcuni personaggi e alcune situazioni del suo esordio, Meno di zero. Laddove però su carta riusciva a mantenere ancora la sua feroce ironia, almeno in parte, qui sembra essersi stancato lui per primo del gioco che sta giocando. Tutto quello che rimane è il vuoto.

Il vuoto è sempre stato presente, è sempre stato il vero grande protagonista dei suoi romanzi, quasi tutti diventati anche pellicole cinematografiche, dal citato Meno di zero (in Italia il film è stato intitolato Al di là di tutti i limiti) a Le regole dell’attrazione, passando per la raccolta di racconti Acqua dal sole (che ha ispirato il film The Informers) fino al suo lavoro più celebre, American Psycho, più gli ottimi e sottovalutati Glamorama e Lunar Park, gli unici due per il momento a non essere ancora finiti su grande schermo. Un vuoto mai raccontato da nessuno con tanta profondità. Fino ad ora. Fino a questo The Canyons.

Bret Easton Ellis io ti adoro, io ti venero, io ti amo. Sei l'unico scrittore al mondo per cui mi sono sbattuto a chiedere l'autografo. A te ho persino dedicato la mia tesi di laurea specialistica. Però mi sa che l’hai perso. Cooosa? Come, cooosa…
Il tuo tocco magico. Dov’è quel tuo irresistibile cattivissimo senso dell’umorismo, in questi Canyons?
All’apparenza, The Canyons può sembrare una soappona trash, con qualche vago eco thriller. Può apparire come una versione cinematografica di The Hills, la serie finto-reality di Mtv con Lauren Conrad. E l’apparenza inganna, si dice. Vero, tante volte è vero, solo non in questo caso. In questo caso, dietro a ciò che appare in superficie non c’è molto altro.

Are we sure?

Altra immagine NON tratta da The Hills. Ma ne siamo proprio certi?
We'll slide down the surface of things” si diceva nel romanzo Glamorama, citando “Even Better Than the Real Thing” degli U2. Qui si prova, a scivolare sotto la superficie delle cose. Si prova a scavare ed è difficile, davvero difficile trovare qualcosa. Tutto appare perfetto, girato in maniera cool e ultra patinata dal veterano Schrader, con dialoghi fatti di aria fritta eppure scritti con scioltezza e classe da Ellis, accompagnati da una colonna sonora dalle forti influenze 80s composta da Brendan Canning del collettivo indie canadese Broken Social Scene e con un cast che tutto sommato funziona. Il pornodivo James Deen per una volta recita con la faccia e non (solo) con il cazzo ed è una cazzo di rivelazione. È un volto ellissiano ideale. Così com’è molto ellissiano anche l’inespressivo Christopher Nolan Gerard Funk Soul Brother, un biondino che sembra Justin Bieber con qualche anno, ma non molti, di più.

E Lindsay Lohan?


Lindsay Lohan alla tenera età di 27 anni ne dimostra quasi il doppio, però nuda fa sempre la sua porca figura. Pare una MILF, ma se non altro una MILF sexy. Tra lei e la 26enne Anna Tatangelo, non so chi sembri più anziana. Forse Lindsay. Il suo volto è gonfio, ormai quasi interamente deturpato dalla chirurgia estetica, e nella parte finale, con un primo piano impietoso, Paul Schrader ce lo mostra chiaramente, in quello che è il momento più vero dell’intera visione. Finalmente si riesce ad andare sotto alla superficie delle cose e la diva Lindsay appare sfatta, distrutta, una nullità. Se c’è una cosa che questo The Canyons ci vuole dire, forse, è che le vite splendide di questi famosi o quasi famosi sono miserabili, infelici e brutte quanto e più delle nostre, di quelle di noi, comuni mortali. Qui sta il senso del film, forse. O forse no, e forse non è manco importante capirlo. Per citare un dialogo del film:
Continuo a non capire.
Non serve. Non capire a volte è meglio.

In ogni caso, Lindsay Lohan appare qui in una versione quasi reality, quasi come se recitasse la parte di se stessa e offre così un’interpretazione lontana parente del Mickey Rourke di The Wrestler; non agli stessi livelli, eppure a suo modo convincente.
Tutto appare allora perfetto in The Canyons e se fosse uscito negli 80s sarebbe potuto diventare un cult. Oggi invece appare come un esercizio di stile, non terribile come dipinto da molti critici, ma pur sempre un esercizio di stile. Le tematiche ellissiane sono tutte presenti, solo che sono cose che dice già da 30 anni e le ha già dette meglio, molto meglio, nei suoi romanzi. Qua e là viene fuori ancora la sua solita brillantezza, come quando Lindsay Lohan chiede a una sua amica (amica, oddio, conoscenza… conoscenza, oddio frequentazione) “Tu ami veramente il cinema?” e lì emerge chiaramente come a nessuno di quelli che vediamo nel film, e che lavorano tutti nell’ambiente hollywoodiano, interessi una cippa di cinema. Sono dei vampiri che succhiano il sangue all’industria. Anche in questo caso comunque niente di nuovo. Ellis queste cose ce le ha mostrate fin dai tempi di Meno di zero e solo a parole, con una potenza maggiore di quanto fatto qua con l’aiuto delle immagini di Schrader.

ATTENZIONE SPOILER
Nel finale, pur di movimentare un po’ la situazione, molto calma anche nei momenti soft porno che, a parte giusto un’orgia a 4 non offrono grandi cose, Ellis tira fuori l’escamotage dell’omicidio, così il film in videoteca può essere inserito tra i thriller. Peccato che le videoteche non esistano più e questa sequenza appaia come un modo per accontentare il suo pubblico. Rispettare lo stereotipo. Il trailer della pellicola annuncia che si tratta di un film scritto dall’autore di American Psycho e quindi non si può non metterci dentro un po’ di violenza. Non si può non inserire un omicidio, per quanto del tutto gratuito. Solo che ormai Ellis è come uno dei suoi personaggi. Ha già provato e fatto qualunque cosa e adesso è stanco, annoiato da tutto e da tutti, non ha più nulla di nuovo da dire e l’unica cosa profonda in questi canyons è la delusione.

Bret, pensavo di conoscerti e pensavo che non mi avresti mai deluso. Molti miei idoli del passato mi hanno deluso o mi stanno diludendo, da Billy Corgan degli ormai inascoltabili Smashing Pumpkins a una Lady Gaga scaduta nel trash nel tempo di pronunciare la frase “15 minuti di popolarità”, e temo che pure Darren Aronofsky con il nuovo Noah possa entrare presto a far parte del club. Tanto per la cronaca, nel ristretto club di chi invece non mi ha mai deluso, non più di tanto almeno, ci sono giusto Damon Albarn, i Radiohead, Kanye West, i Daft Punk, Quentin Tarantino e Terrence Malick.
Pensavo di conoscerti, Bret, e speravo che almeno tu non lo facessi, che tu non mi deludessi, ma a quanto pare avevi ragione: nessuno conosce nessuno veramente.
(voto 6-/10)



mercoledì 20 febbraio 2013

PROMISED LAND, UNA TERRA PROMESSA

"Frateeelli d'Italia, l'Itaalia s'è desta...
Hey, perché mi guardate tutti male? Ho sbagliato inno?"
Promised Land
(USA 2012)
Regia: Gus Van Sant
Sceneggiatura: John Krasinski, Matt Damon
Cast: Matt Damon, Frances McDormand, John Krasinski, Rosemarie DeWitt, Titus Welliver, Hal Holbrook, Scoot McNairy, Lucas Black
Genere: fracking
Se ti piace guarda anche: Erin Brockovich, L’uomo della pioggia, Di nuovo in gioco, Thank You For Smoking

Promised Land è un film sul fracking.
Nonostante suoni come qualcosa di sessuale, non è qualcosa di sessuale.
Il fracking è infatti la fratturazione idraulica utilizzata per sfruttare i giacimenti di gas naturale presente nel sottosuolo.

CROLLO DEI CONTATTI SU PENSIERI CANNIBALI


"So' Matt Damon ma giro ancora in pullman.
Vedete? Sono proprio come voi poveri comuni mortali sfigati."
Hey, ci siete ancora?
Mi rendo conto che non è proprio il tema più accattivante su cui costruire una pellicola e, sarà mica per questo?, il film negli USA si è rivelato un discreto flop e in Italia sta andando ancora peggio. Eppure Promised Land è una pellicola in grado di offrire spunti di riflessione e allo stesso tempo si rivela miracolosamente un intrattenimento di ottimo livello. Questo perché io sono il più grande appassionato di fracking d'Italia? Nient’affatto. In fondo, anche senza scavare fino a dove c’è il gas naturale, quello del fracking è solo lo spunto di partenza per altro, per riflettere sull’America, così come non solo sull’America. Riflettere sul potere dei soldi e sull’influenza che può avere sulla vita e sulle decisioni che prendiamo. Tutto ruota intorno al denaro. O no?
Ci sono persone che credono di poter comprare tutto, con il denaro. A voi chi viene in mente?
A me un certo imprenditore politico miliardario che crede di poter conquistare chiunque con i soldi, con le lettere e con le sue proposte shock.
Non tutto però e in vendita. Non tutti sono in vendita.

In Promised Land, la potentissima compagnia di estrazione di gas naturale Global spedisce in una cittadina che si trova proprio sopra a un prezioso giacimento di gas due suoi agenti. Il motivo? I due, Matt Damon + Frances McDormand, dovranno cercare di convincere la popolazione locale a vendere la loro terra per poter mettere gli impianti della Global.
A qualcuno, al solo sentire la possibilità di guadagni milionari, gli occhi faranno $ $


"Credo di parlare a nome di tutti i giovani dicendo che non voglio
che Marco Mengoni venga a cantare nella nostra cittadina!"
Qualcun altro invece, memore di Erin Brockovich, avanzerà qualche dubbio. Va bene i soldi, ma non è che ci sono dei seri rischi legati alla salute? Tumori, deformazioni, intossicazioni, morte?
Tra le due fazioni, pro e contro, si scatena quindi una dura battaglia, che sfocerà nelle elezioni comunali. E le elezioni, qualsiasi tipo di elezioni, sanno tirare fuori il peggio dalle persone. Lo sappiamo fin troppo bene.
Contro i rappresentanti della Global, arriverà a dar man forte al partito del no capeggiato dal nonnino sprint Hal Holbrook l’ambientalista John Krasinski.
Matt Damon e John Krasinski dunque rivali sullo schermo, mentre nella vita reale…
No. Cosa pensate? Non stanno insieme. Hanno però scritto a 4 mani la sceneggiatura del film, calibrando bene gli elementi. Da una parte la vicenda sociale, la causa ecologista, il tema della prepotenza delle multinazionali, l’impegno a lasciare un messaggio. Dall’altra gli elementi più hollywoodiani e di intrattenimento, come una buona dose di humour e pure una parte sentimentale.

"C'è una lettera di una fan per te...
Ah no, ho letto male: è per Matt Damon come tutte le altre."
Promised Land è un film che ha tutto, al suo interno. Profondità e leggerezza. Gente fighetta di città e campagnoli bifolchi di campagna. Buoni e cattivi. Dove i buoni non sono come appaiono e i cattivi non sono tanto cattivi.
“I’m not the bad guy.” “Non sono il cattivo,” dice Matt Damon. Dobbiamo credergli? Dobbiamo credere a un uomo che cerca di comprare il terreno e il favore delle persone locali con quello che chiama “fuck-you-money”, dove con l’espressione “fuck-you-money” si intende una cifra di soldi così schifosamente alta da poterti permettere di mandare a quel paese chiunque?
Dentro alla pellicola troviamo quindi sia il cinema commerciale che il cinema alternative, con il secondo ad avere la meglio, perché Promised Land è un film alternative americano. Alternative non vuol dire indie. I due termini possono sembrare simili, sono simili a dirla tutta, eppure c’è una differenza. Gus Van Sant fa cinema alternative da quando la parola indie non era ancora nata o almeno non era ancora cool pronunciarla. E questo è un film alternative, di quelli alla Steven Soderbergh.
Oltre che un film alternative, è un film molto americano, che mi ha ricordato per diversi aspetti Di nuovo in gioco, quello con Clint Eastwood, solo con il fracking al posto del baseball. Il tutto accompagnato dalle belle musiche di Danny Elfman, per una volta al servizio di un regista che non risponde al nome di Tim Burton, e impreziosito (?) persino da un momento “fordiano”, sulle note del Boss Bruce Springsteen, dalla cui canzone "Promised Land" questo film ruba il titolo. E io che pensavo si fossero ispirati a Eros Ramazzotti...

"Mi chiamano l'Uomo in Nero, piccola, vuoi scoprire perché?"
Una storia già vista, quella di Promised Land, eppure raccontata tremendamente bene. Una storia di quelle di cui non so voi, ma io sento il bisogno, oggi come oggi in cui tutti sembrano disposti a tutto per i soldi: uccidere, uccidersi, credere di nuovo alle promesse di un piazzista politico e alle sue lettere…
So già che qualcuno accuserà questo film di essere buonista e moralizzatore, e di avere un finale troppo leggero ed happy. Lo so già perché è accaduto di recente anche con Flight. E lo so già perché io sono uno di quelli che di solito quando non sa come attaccare un film, tira fuori le parole “buonista” o “Fabio Fazio” e se la cava alla grande. Però non fate i cattivi come me e non dite che questa è una pellicola buonista che mi metto a piangere come il vincitore di Sanremo Giovani
UEEEEEEEEE’ UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE’
e poi vi querelo come Corona se scrivete che mi sono messo a piangere.

Riassumendo, Promised Land è un film sul fracking, un film ambientalista, un film alternative americano, ma anche un film su un’elezione, che casca a fagiolo da noi in questo momento e ci ricorda una lezione magari retorica, magari banale, ma sempre preziosa: non tutti sono in vendita e non tutti i voti possono essere comprati. Fuck you, money.
(voto 7,5/10)

Comunque Gus Van Sant, una richiesta: il prossimo film non è che lo fai sul fracking, ma senza la r?


Recensione pubblicata anche su The Movie Shelter.



“Siamo ragazzi di oggi
anime nella città
dentro i cinema vuoti
seduti in qualche bar
e camminiamo da soli
nella notte più scura
anche se il domani
ci fa un po’ paura
finché qualcosa cambierà
finché nessuno ci darà
una terra promessa
un mondo diverso
dove crescere i nostri pensieri
noi non ci fermeremo
non ci stancheremo di cercare
il nostro cammino.”
Eros Ramazzotti - “Terra promessa” -



mercoledì 7 marzo 2012

L’amore che resta (secco)

L’amore che resta
(USA 2011)
Titolo originale: Restless
Regia: Gus Van Sant
Cast: Henry Hopper, Mia Wasikowska, Schuyler Fisk, Ryo Kase, Jane Adams
Genere: super drama
Se ti piace guarda anche: 50/50, I passi dell’amore, Love Story, Non è mai troppo tardi, Romeo + Juliet, One Day

Vogliamo commentare ancora una volta il solito fantasioso titolo italiano?
L’originale Restless significa: inquieto, irrequieto. Strano che da noi il film non sia quindi uscito come “Gioventù irrequieta” o qualcosa del genere. Ci si è preferiti buttare invece sulla parola amore, che nel paese con la forma di stivale fa rima non con cuore bensì con successo.
E in più ho scoperto cazzeggiando su Google che L’amore che resta è anche il titolo di una canzone di - mioddio! - Michele Zarrillo…

NO, IL VIDEO DEL PEZZO (DI MERDA) MI RIFIUTO DI INSERIRLO

Invenzioni del marketing nostrano a parte, il film è comunque a tutti gli effetti una storia d’amore. Una grande, bella, tragica, romantica storiona d’amore. E in più la protagonista femminile di questa love story è una ragazzina malata terminale di cancro…

Mia: "Sto morendo."
Henry: "Io invece l'altra sera ho visto il Grande Fratello."
Mia: "Ok, mi hai battuta. Sei messo molto peggio tu di me!"
Hey, dove siete finiti tutti?
Perché vi siete dileguati più veloci della luce?
Siete spaventati?
Ce n’è nessunooooo
ssunoooo
unoooo?

Vi capisco, in effetti amore tragico + malata terminale può essere un mix letale per molti.
Però cerchiamo di vedere gli elementi positivi: alla regia c’è Gus Van Sant, talento capace di combinare una produzione più orientata sul mainstream ma comunque parecchio interessante e a suo modo indie (Will Hunting, Milk, il sottovalutato ma splendido Scoprendo Salinger Forrester) a un’altra corrente più alternative e indipendente: dai primi Drugstore Cowboy e Belli e dannati ai più recenti Last Days e Paranoid Park. In mezzo c’ha messo dentro progetti folli come l’autostoppista dai pollici giganti Uma Thurman di Cowgirl - Il nuovo sesso o il remake copia fotogramma per fotogramma di Psycho.
Ho dimenticato qualche cosa?
Ma certo che sì, i suoi due film che amo di più: Da morire, commedia nera esilarante quanto spietata, una riflessione amara sui media e sulla popolarità con una Nicola Kidman alla sua intepretazione più incredibile e notevole di sempre. E poi Elephant. Un film (enorme) che mi fa stare male al solo pensarci.
In tutte le sue pellicole, riuscite o meno riuscite (ma sono di più quelle riuscite), Van Sant riesce sempre a inserire una visione obliqua. Possiede un tocco magico, capace di rendere in qualche modo strambe e originali anche le storie più hollywoodiane e tradizionali girate nel corso della sua carriera.
È per questo che L’amore che resta fa restare di stucco. È un film molto carino e piacevole, però manca qualcosa… manca appunto il caratteristico tocco strambo di Van Sant. Dov’è finito?

"Che è successo? Siamo finiti dentro un film di Malick?"
È presente un senso dell’umorismo molto nero, persino macabro, che aleggia fin dall’inizio della pellicola. Eppure il tema del cancro non viene affrontato con la stessa forza ironica e dissacrante di un’altro più riuscito film recente: 50/50, appena uscito (pur)troppo in sordina nelle sale italiane. Il percorso di avvicinamento alla morte da parte della protagonista femminile viene vissuto con grande coraggio e senza mancare di scherzarci su, però l’attaccamento alla morte da parte del protagonista maschile sembra persino troppo morboso e un filo inquietante.

La storia tra i due è comunque dolcissima ma non stucchevole, romantica ma non twilightiana, disperata ma non angosciante. Lui è l’emergentissimo Henry Hopper, figlio 21enne del grande Dennis, qui alla sua prima vera prova cinematografica e si vede, sia detto sia come cosa positiva (la sua è un’interpretazione parecchio istintiva) sia detto come cosa negativa (la sua è anche un’interpretazione acerba e per essere considerato un grande attore il fanciullo di strada deve ancora farne parecchia).
Lei è la fantastica Mia Waginowska, volevo dire Mia Wasikowska. Scusate, ma è un cognome molto difficile da scrivere. Da quando l’ho vista nel cortometraggio I Love Sarah Janes (del regista di Hesher, Spencer Susser) e nella serie In Treatment, ho capito che questa ragazzetta di origini polacche aveva qualcosa di particolare, di difficile da definire: diciamo un tocco strambo, un po’ come Gus Vant Sant. Dopodiché ha fatto Alice in Wonderland, I ragazzi stanno bene, Jane Eyre, Albert Nobbs e insomma la sua carriera si è leggermente lanciata. Fino ad ora ha alternato però film pessimi a film carini, ma ancora nulla di davvero eclatante e in grado di lasciare il segno. Se è riuscita a brillare pure in pellicole non sempre esaltanti, allora, possiamo solo immaginare cosa combinerà quando azzeccherà finalmente il film memorabile.

L’occasione giusta sembrava essere l’incontro con Gus Van Sant, ma purtroppo questa volta al grande regista americano è mancata la zampata vincente. L’impressione che manchi qualcosa viene nonostante la presenza di qualche stranezza varia, come un protagonista che per divertirsi va ai funerali (ma non è un po’ la stessa cosa che faceva il protagonista di Fight Club, solo andando agli incontri dei malati terminali?) e che per di più ha un amico immaginario, o meglio dire un amico fantasma. Il fantasma di un soldato giapponese morto nella Seconda Guerra Mondiale… Però è troppo poco e la pellicola nonostante la buona alchimia tra i due protagonisti offre dei personaggi secondari davvero troppo abbozzati.

L’aspetto positivo da segnalare è però una notevole vena di freschezza nella regia del Van Sant. L’amore che resta assomiglia a un’opera d’esordio, anziché alla 14esima pellicola di un autore sulla soglia dei 60 anni. E anche da un’affermazione del genere ne conseguono tutti i pregi e i limiti del caso. Una visione bellina, che pur trattando un argomento parecchio pesante riesce a far mantenere (quasi sempre) il sorriso sulle labbra, ma che tuttavia lascia con l’impressione che si poteva fare un film più originale e lontano dal classico tema (strange) boy meets (almost dead) girl. Si poteva viaggiare ancora più lontani dai drammi degli amori romantici tra Love Story e I passi dell’amore, o qualunque altra storia alla Nicholas "strappalacrime e strappapalle" Sparks.
E allora, come se fosse un promettente regista esordiente, auspichiamo a questo “giovane” Gus Van Sant un futuro più maturo e focalizzato. Il ragazzo ha talento, si deve solo applicare un po’ di più.
(voto 7-/10)

sabato 19 novembre 2011

The real Boss (Bruce Springsteen chiiiii?)

Boss
(serie tv, stagione 1)
Rete americana: Starz
Rete italiana: non ancora arrivato
Creato da: Farhad Safinia
Regia pilota: Gus Van Sant
Cast: Kelsey Grammer, Connie Nielsen, Kathleen Robertson, Hannah Ware, Jeff Hephner, Troy Garity, Martin Donovan, Francis Guinan, Rotimi Akinosho, Karen Aldridge, Jennifer Mudge
Genere: giochi di potere
Se ti piace guarda anche: Homeland, Breaking Bad, The Killing, 24, Huff, Milk

Gli esempi di sindaci che la televisione ci ha mostrato non è che siano proprio il massimo della vita, dal Joe Quimby dei Simpson all’Adam West dei Griffin, la migliore finisce per essere il sindaco donna McDaniels di South Park. Adesso un nuovo personaggio, questa volta in carne e ossa, si va ad aggiungere alle figure dei sindaci tv.
Il protagonista di Boss è infatti il sindaco di Chicago interpretato alla grande da Kelsey Grammer, attore noto per le sitcom Cin Cin e Frasier e negli ultimi tempi risalito alla ribalta delle cronache americane più che altro per vicende personali, tra alcool, droghe, matrimoni e divorzi. Una sorta di Charlie Sheen II, in pratica. Non da meno anche il suo nuovo personaggio.

Il suo Tom Kane (ogni riferimento al Citizen Kane di Orson Welles, pure citato in un episodio, è puramente voluto) è un sindaco autoritario e tiranno mascherato da benefattore ed è in grado di controllare le sorti della città, ma non della sua vita. Nella primissima scena conosciamo subito il suo infausto destino: gli viene diagnosticata una forma di disordine neurologico che lo porterà nel giro di pochi anni alla morte, anticipata da sintomi come perdita della memoria, tremori e altri disagi che creerebbero problemi a chiunque, figuriamoci al Boss di una delle città principali d’America. Per evitare che questi problemi si manifestino, ricorre quindi in maniera poco legale a medicinali che però potrebbero portare a degli inevitabili effetti secondari…
Anche la sua vita personale non sembra andare proprio a gonfie vele, visto che ha un rapporto conflittuale con la figlia, con cui non parla da anni, e pure con la moglie (la glaciale attrice danese Connie Nielsen, vista ne L’avvocato del diavolo ma anche in Vacanze di Natale ’91: ebbene sì!), che fa fatica a guardarlo in faccia e dorme in un’altra stanza.

Insomma, dietro alla classica facciata di uomo che ha di tutto e di più, si nasconde un’altra realtà. Meritata? Forse, visto che questo Tom Kane  non sembra certo né un Santo, né un simpaticone, considerando anche il suo atteggiamento nei confronti dei suoi collaboratori. Tra loro spicca Kathleen Robertson, attrice bellissima e dal potenziale notevole, finora troppo sottoutilizzata: qualcuno la ricorderà nei panni di Clare in Beverly Hills 90210, dopo di ché ha fatto Scary Movie 2 e ha lavorato per Gregg Araki in Ecstasy Generation e Splendidi amori (dove finalmente aveva la parte della protagonista). Ora, alla soglia dei 40anni portati alla grande, ecco che sembra arrivato per lei un ruolo potenzialmente parecchio interessante. E dannatamente sexy. Altro nome da tenere d’occhio è poi Jeff Hephner, apparso la scorsa stagione nella sfortunata e non troppo riuscita serie di cheerleader Hellcats, e ora in una serie d’autore con un ruolo importante, quello del potenziale erede politico di Kane, una specie di “delfino” alla Alfano.
E a chi assomiglia invece Kane, almeno un pochino? Esatto, proprio a un certo nostro "caro" ex Premier… ed è forse proprio per questo che la serie, pur essendo molto americana, potrebbe paradossalmente aver maggior presa da noi rispetto agli Usa, dove non sta ottenendo un gran seguito di pubblico. Un peccato, visto che insieme a Homeland è tra le cose più potenti e incisive viste negli ultimi tempi. Il motivo per cui non sta conquistando gli americani? Forse perché non ci sono personaggi positivi o moralmente adeguati per gli standard yankee, visto che tutti i personaggi non sono hanno comportamenti esattamente impeccabili e persino la figlia del sindaco, pur lavorando in una clinica e in una chiesa (però non come suora), frequenta uno spacciatore e si droga; l’unica eccezione (almeno per ora) è allora il giornalista integro che cerca di smascherare i misfatti dietro la candida facciata di Kane.

Dicevamo serie d’autore, comunque, e infatti a firmare la regia del pilot vi è un certo Gus Van Sant, mica un pirletti qualunque, e il suo tocco si vede, per quello che è uno degli episodi meglio diretti dell’annata americana. Ma anche in quelli successivi, pur non mettendoci direttamente la macchina da presa, la sua mano come producer si fa sentire.

A restare un’ingognita è il coinvolgimento emotivo. Se infatti la serie è girata alla stra-grande, interpretata ottimamente da un cast in stato di grazia, con uno sguardo che può risultare molto attuale anche per il pubblico italiano (tra escort e un problema rifiuti che avvicina Chicago a Napoli), con dialoghi acuti e ben curati, sebbene a volte troppo verbosi ed eccessivamente politici, a latitare un pochino è il cuore. Boss appare infatti un pochino fredda, andando in questo senso ad affiancarsi a telefilm come Nip/Tuck o Breaking Bad, cosa che in fin dei conti è tutt'altro che un difetto. Proprio per questo loro distacco emotivo e per il loro evitare facili scorciatoie e trabocchetti sentimentali/paraculi, queste serie ci mettono un po’ a ingranare e a guadagnare l’affezione e la fedeltà del pubblico, ma quando lo fanno, ti fregano per sempre. Ce la farà anche Boss?
(voto 7,5/10)

venerdì 15 aprile 2011

Smettetela di farvi le Cannes

Presentato il programma di Cannes 2011 (dall'11 al 22 maggio):
c'è Woody Allen che apre fuori concorso con il suo film francese (con o senza Carlà Brunì? ma chissene!), ci sono i grandi nomi in Concorso (Malick, Von Trier, Almodovar, Refn, Miike, Dardenne), ci sono un paio di grandi nomi italiani pure loro in Concorso (Moretti, Sorrentino), ci sono grandi nomi anche nella sezione collaterale Un certain regard (Van Sant, Dumont, Kim Ki-duk), c'è Robert De Niro presidente di giuria, c'è Melanie Laurent splendida madrina della manifestazione, c'è la riedizione di Arancia meccanica e insomma ci sono un sacco di cose.
Io comunque al momento sono rimasto abbagliato soprattutto dal trailer dalla bellezza ben sveglia di questo Sleeping Beauty diretto dall'esordiente Julia Leigh e con protagonista la "sucker punch" Emily Browning. Come possibile rivelazione dell'edizione cannaiola (o cannense?) io punto su questa versione inquietante di Sofia Coppola tutti i miei franchi francesi (lo so che non ci son più, però fanculo io ce li punto lo stesso).


The Tree of Life
Concorso
Pedro Almodóvar - La Piel que Habito
Bertrand Bonello - L'Apollonide: Souvenirs de la Maison Close
Alain Cavalier - Pater
Joseph Cedar - Hearat Shulayim
Nuri Bilge Ceylan - Bir Zamanlar Anadolu'da
Jean-Pierre et Luc Dardenne - Le Gamin au Vélo
Aki Kaurismäki - Le Havre
Naomi Kawase - Hanezu No Tsuki
Julia Leigh - Sleeping Beauty
Maïwenn Le Besco - Polisse
Terrence Malick - The Tree of Life
Radu Mihaileanu - La Source des Femmes (The Source)
Robert Smith nei panni di Sean Penn. O è il contrario?
Takashi Miike - Ichemei (Hara-Kiri: Death of a Samurai)
Nanni Moretti - Habemus Papam
Lynne Ramsay - We Need to Talk About Kevin
Markus Schleinzer - Michael
Paolo Sorrentino - This Must be the Place
Lars Von Trier - Melancholia
Nicolas Winding Refn - Drive

Un certain regard
Gus Van Sant - Restless
Bakur Bakuradze - The Hunter
Andreas Dresen - Halt auf Freier Strecke
Bruno Dumont - Hors Satan
Sean Durkin - Martha Marcy May Marlene
Robert Guédiguian - Les Neiges du Kilimandjaro
Oliver Hermanus - Skoonheid
Sangsoo Hong - The Day He Arrives
Cristián Jiménez - Bonsái
Eric Khoo - Tatsumi
Ki-duk Kim - Arirang
Nadine Labaki - Et Maintenant On Va Ou?
Catalin Mitulescu - Loverboy
Hong-jin Na - Yellow Sea
Gerardo Naranjo - Miss Bala
Juliana Rojas, Marco Dutra - Trabalhar Cansa
Pierre Schoeller - L'exercice de L'etat
Ivan Sen - Toomelah
Joachim Trier - Oslo, August 31
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo marcogoi82@gmail.com