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mercoledì 20 gennaio 2016

Sopravvissuto a una chat con Matt Damon





Nel corso di una missione su Marte, l'astronauta e botanico Matt Damon ebbe un terribile incidente e venne abbandonato sul pianeta dai suoi compagni, che fuggirono codardamente auto convincendosi che era morto. Qualche tempo più tardi Matt Damon, sopravvissuto per miracolo all'incidente, riuscì a ripristinare le comunicazioni con la NASA e pure con i suoi ex colleghi. Questa è la conversazione che hanno avuto in chat in versione integrale. Non quella censurata che poi hanno inserito nella pellicola tratta dalla vicenda.

sabato 24 novembre 2012

Oompa Looper doompadee doo

Joseph Gordon-Willis
Looper
(USA, Cina 2012)
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura: Rian Johnson
Cast: Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis, Emily Blunt, Jeff Daniels, Noah Segan, Paul Dano, Piper Perabo, Qing Xu, Tracie Thoms, Pierce Gagnon
Genere: viaggi nel tempo
Se ti piace guarda anche: In Time, Memento, Gattaca, L’esercito delle 12 scimmie, Terminator

Oggi parliamo di viaggi nel tempo.
Di nuovo? Ma non ne avevo già parlato molto di recente, per via di Sound of My Voice e Safety Not Guaranteed? Pensate di essere tornati indietro nel tempo e leggere un vecchio post cannibale?
No, perché oggi si parla di un’altra pellicola sui viaggi nel tempo, Looper. Perché il Looper perde il pelo, ma i produttori hollywoodiani non perdono il vizio di riciclare gli argomenti. E così oggi come non mai i viaggi nel tempo sono tornati ad essere cool. Di sicuro più dei viaggi in crociera…
Quando si ha a che fare con la tematica temporale, un po’ come per i film su vampiri e zombie, c’è subito qualcuno che a torto o a ragione grida subito al: “Cult!”. Io per primo sono tra i primi a farlo. In questo caso no. Nel caso di Looper, qualcuno ha gridato al: “Cult!”, mentre io al massimo posso gridare al “Finto cult!”, perché Looper parte in maniera eccitata ed eccitante, ma si ammoscia progressivamente fino a un finale che non sta né in cielo né in terra. Procediamo comunque con ordine e torniamo back in time.

"La smettete di dire che assomiglio a Neo di Matrix anziché a Bruce Willis?"
Looper è ambientato nel 2044, in un’epoca in cui il viaggio nel tempo non è ancora stato inventato. Sarà inventato solo una trentina d’anni più tardi. Cominciate già a non capire nulla? Normale.
Direttamente dal 2074, comunque, un’associazione criminale manda indietro nel tempo dei tizi, in modo da ucciderli, farli sparire nel passato poiché nel presente (ovvero il 2074) è diventato impossibile eliminare qualcuno fisicamente senza attirare sospetti. Joe è uno di questi killer del passato. Qualcuno ha detto Killer Joe? No, questa è tutta un’altra storia rispetto al film con Matthew McCounaghey. Purtroppo.
Il destino di ognuno di questi killer è però quello di chiudere il suo loop, chiudere il cerchio eliminando il sé stesso del futuro. Ma per Killer Joe, facciamo che chiamarlo Joe il killer per non confonderci, le cose andranno diversamente…

Continuato a non capire nulla? Normale, normalissimo. Raccontato così è un po’ complicato da capire. Il film però spiega tutto perfettamente, almeno all’inizio. Uno dei problemi del film è proprio questo: c’è troppo spiegone. Lascia poco spazio all’immaginazione, al mistero. Fin dai primi minuti il protagonista ci racconta per filo e per segno cosa succede e come è regolato il suo lavoro, senza nemmeno concederci un attimo per chiederci: “Cosa sta succedendo?”. L’altro problema del film è che invece nella parte finale abbandona ogni logica e diventa sconclusionato e assurdo. Tanto che nemmeno il regista e sceneggiatore Rian Johnson è riuscito bene a spiegare la logica seguita dal suo script (leggete qui la sua spoilerosa intervista solo se avete visto il film).

Le intenzioni iniziali di Rian Johnson, che all’esordio aveva ben impressionato con Brick - Dose mortale (sempre con Joseph Gordon-Levitt), sono buone. Il film sembra essere il classico thrillerone fantascientifico di quelli che andavano più negli anni ’90 che oggi. Qualcosa che oggi appare non troppo distante dall’Andrew Niccol più di In Time che di Gattaca. Tra riprese roteanti alla Donnie Darko, riferimenti estetici a Matrix e un’atmosfera da noir futuristico ma allo stesso tempo retrò, la prima parte del film intriga e fa ben sperare. Sebbene ci sia fin da subito qualcosa che non torni…

"Un po' più di rossetto, grazie!"
ATTENZIONE SPOILER
Il protagonista Joseph Gordon-Levitt ha la faccia strana, in questo film. Uno si chiede: “Ma perché gli hanno modificato la faccia?”. E dopo un po’ capisci perché l’hanno fatto, sebbene questo perché non è che abbia molto senso.
Joseph Gordon-Levitt a un certo punto invecchiando si trasforma in Bruce Willis e la cosa non è molto credibile. I due attori non si somigliano per niente, per quanto il primo sia geneticamente modificato e truccato in modo da cercare di farlo apparire come la versione giovane di Bruce. Con risultati così così. Io adoro entrambi, sono miei due idoli personali sia chiaro, però a livello di casting avrebbero potuto scegliere due attori che si assomigliano di più, anziché cercare di trasformare (in maniera vana) uno nell’altro.
Se Joseph Gordon-Levitt per la prima volta non mi ha convinto molto, sarà proprio per la sua faccia “finta” più che per la sua interpretazione, Bruce Willis ormai sembra finito in un looper, in un cerchio ripetitivo: ormai continua a fare sempre la stessa parte. Non recita più, si limita a “fare il bruce willis”. E comunque i viaggi nel tempo li aveva già fatti nel parecchio, ma parecchio parecchio superiore L’esercito delle 12 scimmie, e con il fantascientifico ha già dato in varie altre pellicole, da Il quinto elemento fino a Il mondo dei replicanti, cui in qualche modo questo Looper finisce per somigliare.

Il doppio Joe il killer interpretato dai due miei idoli non convince quindi un granché, così come i dialoghi ai limiti dell’assurdo tra i due. Quanto agli altri che ruotano intorno al loro loop, ci sono personaggi troppo abbozzati: l’amico Paul Dano, cui potevano regalare qualche momento in più di una sola fluttuazione telecinetica di monetine, o la femme fatale Piper Perabo.
L'ex ragazza del Coyote Ugly Piper Perabo ha le pere davvero piccole. Minuscole. Al confronto, Kristen Stewart è Pamela Anderson. Sarà per questo che non le hanno riservato troppo spazio?

"Piper, le tue perabo sono talmente piccole che mi giro dall'altra parte per non vederle!"

Il cattivone interpretato da Jeff Daniels è poi poco convincente, sarà che Jeff Daniels ha la faccia troppo da buono per riuscire credibile come cattivone.

"Devo dirti qualcosa di cattivo... devo dirti qualcosa di cattivo...
Ti posso portare un lecca lecca o preferisci un bon bon?"

"Volete truccare anche me da Bruce Willis? Ma peeerché?"
Nonostante non convinca del tutto, comunque, all’inizio Looper ci dà l’illusione di trovarci di fronte a un film di solido intrattenimento. Nella seconda parte, la pellicola invece si sgretola, con una struttura da Memento mal riuscito che lo fa diventare un Christopher Nolan for dummies.
A un certo punto, la storia rallenta improvvisamente il ritmo. Joe il killer si ferma in una fattoria con Emily Blunt. Per farsi Emily Blunt, e fin qui niente di male, ma anche per proteggere un bambino, che nel futuro diventerà il “rainmaker”, lo stregone dotato di poteri telecinetici assurdi che dominerà il mondo. Joe il killer ha quindi un compito alla Terminator, però dovrà proteggere non il salvatore dell’umanità, bensì il distruttore dell’umanità. E poi, già da bambino è davvero odioso! Perché proteggerlo?
Al di là di questo, nella seconda parte è tutto un altro film, noioso e pretenzioso, e giunge a un finale come già detto buttato lì a casaccio, giusto per chiudere il cerchio.

"La prossima volta chi truccherete come me da giovane? Justin Bieber?"
Non posso quindi fare a meno di gridare al “Finto cult!”, oltre che gridare alla “Cocente delusione!”, perché all’inizio Looper ti prende la manina e ti fa immaginare di poterti trovare di fronte a una figata, mentre dopo prende il Valium e ti fa quasi addormentare.
Com’è possibile? Come si fa a gettare così al vento delle premesse tanto buone? Perché questo Looper non è un film riuscito? Credo sia perché fa una cosa che qualunque buon film sui viaggi nel tempo non dovrebbe mai fare. Mai. Viola palesemente la regola numero uno del Doc Brown di Ritorno al futuro: evitare di incontrare il se stesso del futuro.
(voto 6/10)

Post pubblicato anche su L'orablu.


lunedì 2 luglio 2012

Uguale uguale a Studio Aperto

"Vi comunichiamo che sì: Bonucci sta ancora piangendo!"
The Newsroom
(serie tv, stagione 1, episodio 1)
Rete americana: HBO
Rete italiana: non ancora arrivata
Creatore: Aaron Sorkin
Cast: Jeff Daniels, Emily Mortimer, Alison Pill, Thomas Sadoski, John Gallagher Jr., Sam Waterston, Dev Patel, Adina Porter, Olivia Munn
Genere: giornalistico
Se ti piace guarda anche: The Hour, Sports Night, West Wing, Studio 60 on the Sunset Strip, The Social Network, Good Night, and Good Luck., 24, Mad Men, The Office, Veep

Ci sono un paio di ragioni per seguire The Newsroom, la nuova serie tv di HBO. Veramente, ce ne sarebbero ben più di un paio, però cominciamo con le prime due: Aaron Sorkin e la tematica del giornalismo.

Aaron Sorkin è il Cristiano Ronaldo, il Mario Balotelli, la Spagna degli sceneggiatori. Fa cose mostruosamente difficili, con una facilità impressionante. Come nella straordinaria sceneggiatura di The Social Network che gli è valsa il premio Oscar. Premetto che non ho seguito le serie che ha creato in precedenza: Sports Night, sul dietro le quinte della realizzazione di un programma sportivo, West Wing, ambientato alla Casa Bianca, e il più recente Studio 60 on the Sunset Strip, ancora sul dietro le quinte della realizzazione di un programma tv, questa volta uno show comico stile Saturday Night Live.
Il mio entusiasmo nei confronti di questa sua nuova creatura può quindi dipendere da questo, mentre altri autorevoli critici americani e italiani hanno sottolineato che si tratta di una buona serie, ma della “solita” buona serie sorkiniana. Ad avercene, in ogni caso.
Il suo stile in effetti c’è tutto e anche di più. I dialoghi rapidissimi sono puro Sorkin all’ennesima potenza. Con una sceneggiatura da lui curata, si possono anche evitare grandi movimenti di macchina da presa, il montaggio può rilassarsi, tanto sono le sue parole affilate e tambureggianti a dettare il ritmo. Un ritmo infernale.

La prima scena di The Newsroom credo sia una delle più belle aperture di serie che abbia mai visto dai tempi di Twin Peaks. E con questo non voglio dire che abbia qualcosa a che fare con Twin Peaks, qualità eccelsa a parte. Rispetto al ritrovamento di Laura Palmer, il contesto qui è del tutto differente.
Siamo in uno studio tv, il luogo prediletto da Sorkin, in un talk-show politico. Pensate a Santoro, quando ancora lo facevano stare in Rai, oppure a Matrix, quando ancora c’era Enrico Mentana e non quel manichino che l’ha sostituito.
Come in ogni buon, ma pure cattivo, talk-show politico che si rispetti, è il solito fiume di parole bla bla bla inutili bla bla bla. Tra gli ospiti c’è anche il giornalista veterano Will McAvoy (Jeff Daniels), definito una sorta di Jay Leno dei giornalisti, perché è uno che non si espone mai troppo: “È popolare perché non disturba nessuno.” Il classico tipo che non pesta i piedi ai potenti, come Ezio Greggio a Striscia la notizia. Strappa la risata, quando va bene e ultimamente non va molto bene, però è innocuo.

"Volete sapere perché Cannibal Kid è il miglior blogger del mondo?
La verità è che non lo è affatto!"
Quando una ragazza del pubblico gli chiede: “Perché l'America è il miglior paese del mondo?”, Will McAvoy/Jeff Daniels gigioneggia come al solito. Tira fuori qualche risposta ironica, indugia, fino a che, sotto l’insistenza del conduttore, sbrocca e decide di dire esattamente ciò che gli passa per la testa. Il succo del discorso? Gli Stati Uniti non sono per niente il paese migliore del mondo, lo sono stati un tempo, potrebbero esserlo in futuro, ma ora come ora non lo sono.
Apriti cielo. Il discorso viene bollato da tutti come anti patriottico, nonostante nella seconda parte McAvoy abbia invece riflettuto su come gli USA potrebbero tornare ad essere di nuovo grandi. Ma i bei ragionamenti alla stampa non interessano. Alla stampa interessa solo la polemica.
E così, l’America sembra voltare le spalle a McAvoy, che nel giro di una sola ospitata televisiva controcorrente è passato dall’essere il Bruno Vespa lacchè benvoluto o almeno ben sopportato da tutti, a tornare ad essere una mina vagante. Tornare ad essere un grande giornalista, una sorta di Enrico Mentana americano. Eppure, se pensate a un personaggio del tutto positivo, a un modello da imitare, a livello di rapporti interpersonali McAvoy ha parecchie lacune e a livello umano non sembra molto lontano dal cinismo di un Dr. House.

"Dopo la risposta di Jeff Daniels, siamo invasi da
telefonate di protesta dei lettori di Pensieri Cannibali..."
Tutto questo solo nei primi grandiosi minuti di questa serie. Quello che succede dopo, ve lo lascio scoprire da voi. Giusto per anticiparvi qualcosa, il tema principale è quello del giornalismo, dell’integrità professionale e, come nella serie british The Hour, di come costruire un vero grande notiziario. Proprio quello che fanno a Studio Aperto ogni giorno, nevvero?

Il tutto è orchestrato con grande maestria da un Aaron Sorkin in forma strepitosa, con un monologo iniziale da Premio Nobel per la letteratura e una serie di dialoghi al fulmicotone da applausi. Intorno al fuoriclasse Sorkin, per la prima volta autore per una tv via cavo e quindi con una libertà espressiva pressoché totale, ruotano un cast e una troupe tecnica di primissimo livello.
Il protagonista, come abbiamo visto, è Jeff Daniels, attore spesso sottovalutato, spesso sotto utilizzato e ora alle prese con un personaggione con cui sembra avere tutte le possibilità di lasciare un segno indelebile. Poi c’è Emily Mortimer, vista qua e là in Shutter Island, Hugo Cabret, Lars e una ragazza tutta sua e nel nuovo Quell’idiota di nostro fratello, pure lei spesso parecchio sotto utilizzata e pure lei alla grandissima occasione di riscatto.
E poi: Alison Pill (Milk, Scott Pilgrim, nonché Zelda Fitgerald in Midnight in Paris), bravissima, con il personaggio dell’assistente di produzione del programma già protagonista fin dal primissimo episodio di un promettente triangolo amoroso. No, niente roba alla Twilight, tranquilli.
C’è spazio poi per lo “stereotipo di informatico indiano”, played by Dev “The Millionaire” Patel, mentre la gnoccolona della serie nella puntata pilota non è comparsa ma dovrebbe arrivare a breve e si tratta della star in forte ascesa Olivia Munn.
Non dimentichiamo infine quello che potrebbe essere il personaggio cult dello show: Sam Waterston, che interpreta il capo di rete ubriacone. Sembra uscito da altri tempi. Sembra uscito da Mad Men e, giusto per fare il solito paragone esagerato che tanto mi piace fare, questo The Newsroom potrebbe diventare il Mad Men ambientato nel mondo del giornalismo di oggi, anziché nel mondo della pubblicità anni ’60.

Non dimentichiamo poi che a dirigere l’episodio pilota c’è stato Greg Mottola, il regista del divertente Suxbad, del molto bello Adventureland e del deludente Paul, mentre le musiche sono firmate da Thomas Newman, quello di American Beauty, una delle soundtrack con dentro più beauty nella storia del cinema.
Avevo detto che ci sono un paio di motivi per non perdervi questa serie, alla fine spero di avervene dati parecchi di più. Che altro aspettate ancora a recuperarvi l’episodio pilota, che ne parlino a Studio Aperto?
(voto 8,5/10)

UPDATE: dopo appena un paio di episodi, la serie è stata rinnovata da HBO per la seconda stagione.

sabato 19 maggio 2012

Pleasantville: Riporno al futuro

Appuntamento ormai consueto del fine settimana con L'ora cult, che potete leggere anche sul sito L'orablu.

Pleasantville
(USA 1998)
Regia: Gary Ross
Cast: Tobey Maguire, Reese Witherspoon, William H. Macy, Joan Allen, Jeff Daniels, Paul Walker, Marley Shelton, Don Knotts, J.T. Walsh, Jenny Lewis, Marissa Ribisi, Jason Behr, Marc Blucas, Danny Strong, Denise Dowse
Genere: retrò
Se ti piace guarda anche: The Artist, The Truman Show, Ritorno al futuro, Ricomincio da capo, Cambia la tua vita con un click

"Sempre meglio essere finiti dentro Pleasantville che in Jersey Shore..."
Come sarebbe vivere dentro la tua serie tv preferita?
È quello che scopre Tobey Maguire nelle vesti di protagonista di questo Pleasantville.
Il mio telefilm preferito è Twin Peaks, però devo ammettere che avrei un po’ paura ad andarci a vivere. Più che un sogno, sarebbe un incubo che diventa realtà.
Bob…
la faccia di Bob…
i capelli unti di Bob…
No, grazie.
Se potessi scegliere di trasferirmi dentro una serie, preferirei di gran lunga Baywatch. È possibile, omino della tv di Pleasantville? Non mi sembra una richiesta poi tanto eccessiva…



"Mi spiace, caro. Per risparmiare, alcuni personaggi  sono stati colorati, altri no."
Per uno di quegli incanti che succedono solo nei film, vedi anche Freaky Friday, Jumanji o Cambia la tua vita con un click, tanto per dirne alcuni, Tobey Maguire e pure sua sorella Reese Witherspoon vengono allora risucchiati dentro l’apparecchio televisivo e vengono trasformati nei giovani protagonisti della serie anni ’50 Pleasantville. Un telefilm fittizio, ma in cui possiamo vedere i riflessi dei rassicuranti serial vecchio stile, così come anche il buonismo di Happy Days.
I due vivono il “trasloco” in maniera parecchio diversa: Tobey è un retrò-nerd che sa tutto della serie e quindi per lui finire in quel mondo è un’esperienza fantastica un po’ come ritrovarsi a Disneyland per un bambino di 6 anni o per il mio blogger rivale Bimbo Gigi Ford. Per Reese Witherspoon, tipica liceale ribelle e pure un po’ zoccoletta - diciamolo -, ritrovarsi in quell’epoca tanto rigida e politically correct si rivelerà una prova ardua. Ma le cose, questo Pleasantville ce lo racconta magnificamente, possono cambiare. E persino una realtà in bianco e nero può prendere colore.


Al di là di una meraviglia di storia, Pleasantville incanta per le interpretazioni fenomenali di tutto il cast. Oltre ai due ottimi protagonisti, Joan Allen e Jeff Daniels con la loro romanticissima storia d’amore fanno illuminare di rosso anche il cuoricino del più insensibile tra gli spettatori, mentre fa uno strano effetto assistere a un leccatissimo e precisino William H. Macy, dopo che negli ultimi tempi l’abbiamo visto nei panni opposti del padre di famiglia barbone e ubriacone nella serie Shameless. Se c’è una famiglia che sta agli antipodi rispetto a Pleasantville, è proprio quella di Shameless. Menzione d’onore poi per la splendida Marley Shelton, per Paul Walker che scopre il sesso fast & furious con la smaliziata Witherspoon, e in alcune particine compaiono pure Jenny Lewis, cantante sia solista che nella band indie-rock-country Rilo Kiley (se non li conoscete andatevi a recuperare subito tutti i loro dischi!), e futuri amici televisivi come Marc Blucas e Danny Strong di Buffy, più Jason Behr di Roswell.
Ciliegina sulla torta, una colonna sonora magnifica, con una “At Last” di Etta James che piove su una scena che definire poetica è limitativo.


Memorabile poi il finale sulle note di “Across the Universe”, perla john lennoniana, dal testo perfetto per la pellicola e qui riletta dalla sola e unica Fiona Apple. Dopo aver sentito la sua interpretazione nel lontano 1998, ma poi non tanto lontano quanto l’epoca di Pleasantville, ho deciso che Fiona Apple era la mia cantante preferita di sempre e ancora oggi non ho cambiato idea. Il video della song poi è diretto da Paul Thomas Anderson, mica il primo pirla che passa.


"Hey, dove l'hai preso quell'ombrello?
Nel negozio dove sono andato io
li vendevano solo grigi..."
L’opera prima di Gary Ross, futuro regista del blockbuster sui generis Hunger Games, è un incanto di pellicola. Innocente, idealista e sognatrice. Una gemma, girata a colori e poi resa in b/n, più che piacevole che ci trascina dritti dentro un’altra epoca, proprio come capita ai due protagonisti.
Nominato agli Oscar 1998 in 3 categorie minori (scenografia, costumi e musiche), Pleasantville non si è portato a casa manco una statuetta. Per quanto paradossale sia da dire, un film in b/n ambientato negli anni ’50 forse era troppo avanti per l’epoca. Fosse uscito oggi, magari avrebbe fatto incetta di premi proprio come capitato a The Artist, film muto e ambientato negli anni ’30 e diverso per un sacco di altri aspetti, ma che con Pleasantville condivide lo stesso gusto retrò, nostalgico fin che si vuole, ma che sa guardare anche al futuro. Il tema portante di entrambe le pellicole è infatti il cambiamento, il sapersi evolvere e adattare ai tempi che mutano. È sempre bello dare un’occhiata indietro al passato, ma saper guardare avanti è ancora meglio.
Perché chissa cosa cosa succederà domani?
Io non lo so.
(voto 8+/10)

venerdì 11 febbraio 2011

Paper Man: sasso carta forbici

Paper Man
(USA 2009)
Regia: Kieran Mulroney, Michele Mulroney
Cast: Jeff Daniels, Emma Stone, Ryan Reynolds, Kieran Culkin, Lisa Kudrow, Hunter Parrish
Genere: indie agrodolce
Se ti piace guarda anche: Greenberg, Il calamaro e la balena, It’s kind of a funny story
Uscita italiana: ?

Trama semiseria
Un uomo sposato con Phoebe di Friends (quella di gatto rognoso bel gattone puzzi come un caprone) si trasferisce in una casa in campagna per scrivere il suo secondo romanzo. L’uomo è del tutto pazzo. Perché? Non tanto perché è sposato con Lisa Kudrow (o forse anche per quello), ma più che altro perché ha un amico immaginario: un supereroe interpretato da Ryan Reynolds, uno che la sua pazzia l’ha fatta divorziando da Scarlett Johansson. Ma questa è un’altra storia. Tornando al protagonista del film, a spezzare la sua routine segnata da un pesante blocco dello scrittore ci penserà Emma Stone, in grado di dare una bella scossa al film e anche alla vita del pazzo. Che poi allora così pazzo non era…

Recensione cannibale
Jeff Daniels aveva fatto lo scemo (o era il più scemo?) accanto a Jim Carrey in Scemo e più scemo, dopodiché si è dato ad alcune pellicole molto radical-chic indipendenti americane, roba da Sundance Film Festival, per essere chiari. In maniera simile a quanto successo ne Il calamaro e la balena, anche questa volta il buon vecchio Daniels non Jack ma Jeff è uno scrittore alle prese con una crisi esistenziale, oltre che con un blocco dello scrittore. Non so quale delle due cose sia peggio, forse la seconda. Il suo matrimonio con Lisa Kudrow non va infatti certo a gonfie vele e lui approfitta dell’occasione per scrivere il suo secondo romanzo (dopo il flop totale del primo) andando a vivere in isolamento in una casa di campagna. Visto che è da solo, le cose non precipitano nell’horror come in Shining, ma neanche procedono molto bene visto che continua a scrivere la prima frase del libro e non riesce ad andare avanti. L’unica “persona” con cui parla è poi un supereroe che ha come amico immaginario fin dall’infanzia con le fattezze di Ryan Reynolds biondo ossigenato. E per immaginarti una roba del genere devi proprio essere psicopatico.
A spezzare la monotonia di tutto ciò irrompe l’uragano Emma Stone, dopo Easy A e Benvenuti a Zombieland travolgente come suo solito. Inizialmente la recluta come babysitter, solo che Jeff Daniels non ha alcun figlio... Nonostante la grossa differenza d’età, tra i due nascerà una bella amicizia, oppure qualcosa di più? Il film per fortuna non è così prevedibile come potrebbe sembrare.

Paper Man è un film very intellectual indie, come sintetizza perfettamente Frank Manila, ricorda altre pellicole sulla crisi di mezza età (però siamo dalle parti più di Greenberg con Ben Stiller che da quelle di American Beauty), e in più c’è qualche intermezzo vagamente fumettistico (non troppo, comunque) grazie al supereroe interpretato da Ryan Reynolds. La vera arma in più del film è che sa conquistare con la sua dolcezza e innocenza, andando nella parte finale in direzioni non così ovvie. Pur non raggiungendo livelli di eccellenza, Paper Man ha dunque il merito di volare più in alto della soglia del “carino” per diventare un’esperienza in grado di lasciare con qualche riflessione esistenziale. Ma soprattutto Emma Stone sembra davvero incapace di fare film meno che belli.
(voto 6,5)


Venendo al titolo leggermente forzato del post, c’è il sasso (emma Stone), c’è la carta (Paper man), ma le forbici non le ho proprio trovate sorry…
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