mercoledì 3 marzo 2010

I'm lovin' it

And you’re singing the songs, thinking this is the life and you wake up in the morning and your head feels twice the size l’abbiamo canticchiata tutti.
Io ho consumato l’album d’esordio di Amy MacDonald appena uscito nel 2007, già parecchio prima che la scovassero appena pochi mesi fa le radio commerciali italiane e Simona Ventura (che l’ha ospitata a “Quelli che il calcio” che in un impeto pippobaudiano l’ha presentata quasi come una SUA scoperta). Non lo dico per tirarmela (vabbè, giusto un poco) ma solo per dire che nell’epoca di internet non è più necessario aspettare i porci comodi dei tempi della discografia (perché, esiste ancora?) italiana.

Il suo secondo album “A Curious Thing” non è stato quindi concepito in fretta e furia per sfruttare l’onda lunga del successo tardivo, ma è nato nei tempi giusti e ci porta una MacDonald con un suono rinnovato e canzoni ispirate.
Il primo singolo “Don’t tell me that it’s over” tenta una strada più rockeggiante alla Cranberries, con un ottimo accompagnamento d’archi che ricorda (così come il titolo) la mia amata “Tell me where it hurts” dei Garbage. Anche la successiva “Spark” si dirige sulla stessa riga.
Il pezzo successivo annuncia “I got no roots” e invece Amy torna alle radici folk con una ballata delicata nel suo stile.
“Love love” ha un ritmo allegro che ammicca agli 80s, ma sotto pelle si intravede l’impronta country. L’avrei vista bene reinterpretata da Johnny Cash.
Il disco prosegue con canzoni notevoli che ho l’impressione consumerò per lungo tempo, proprio com’era successo ai tempi del primo album. Alla faccia dei panini McDonald’s da consumersi fast entro 15 minuti, la musica di Amy MacDonald va gustata con calma, assaporando lentamente tutte le sfumature delle sue storie di gioventù folk. Parappapapa. I’m lovin’ her.

Il disco è QUI

martedì 2 marzo 2010

Anni 00 - Canzoni n. 4, New Order

New Order “Crystal” (2001)

Breve storia: i New Order nascono in mezzo alle ceneri dei Joy Division di Ian Curtis (per la sua storia, c’è lo splendido film di Anton Corbijn “Control”). Bernard Sumner si mette anche alla voce, incidono pezzoni da novanta come "Blue Monday", "Bizarre Love Triangle", "True Faith" e diventano un caposaldo del pop-electro anni Ottanta.
Dopo una lunga assenza, sono tornati nel 2001 con un pezzo che continua a farmi uscire fuori di matto e che ha anticipato tutto il revival new-wave Eighties dell’ultimo decennio.

Curiosità: quelli nel video naturalmente non sono i New Order. Neanche con 10.000 lifting potrebbero sembrare così giovani. Sono una band fittizia chiamata The Killers da cui un certo gruppo un paio di anni più tardi prenderà ispirazione per il proprio nome…

we’re like crystal,
we break easy


birthday

stufo
sono stufo
stufo di tutto
stufo di tutta questa merda che ci piove addosso
stufo dei terremoti
stufo delle calamità naturali
stufo dei telegiornali
stufo delle stesse canzoni su tutte le stesse radio
stufo di non sentire più niente
stufo di non credere più in niente
stufo di combattere
sono come beck, stufo di combattere per le cause perse
sono come i cardigans, sick tired and sleepless
quand’è che ho smesso di sentire qualcosa?
quand’è che tutto questo finirà?
sono stufo del tempo che passa
stufo del tempo quando non passa
stufo di soffiare candeline
stufo di compiere gli anni
e allora un buon compleanno
buon compleanno a me

it’s my birthday
very strange day
I don’t like this day
it makes me feel too small



lunedì 1 marzo 2010

Anni 00 - Canzoni n. 5, Damien Rice

Damien Rice “The Blower’s Daughter” (2004)

And so it is. Incontri una persona, per strada. Tu la guardi. Lei ti guarda. Il resto del mondo sparisce. Il tempo si è cristallizzato e non esiste niente altro. Non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Non riesci. Most of the time. Fino a che lei sparisce e il tuo sguardo si posa su di un’altra. Tutto ricomincia da capo. Il mondo va in stop, non esiste nient’altro, eccettera eccetera. Colonna sonora di tutto questo provided by Damien Rice. Thank you, man.

(oltre al film "Closer", anche il mio raccontino "Enjoy Coca" contiene una scena con questa canzone)

I can’t take my eyes off you
I can’t take my mind off you
‘till I find somebody new

Il libro di Denzel

Codice: Genesi (2010)
Titolo originale: The Book of Eli
Regia: Albert e Allen Hughes
Cast: Denzel Washington, Mila Kunis, Gary Oldman, Jennifer Beals, Tom Waits

I fratelli Hughes tornano alla regia dopo una lunga assenza, da quel “From Hell – La vera storia di Jack lo squartatore” (2001) diventato ormai un classico dei Bellissimi di Rete4, ma che non mi ha mai convinto un granché. Impressione simile pure per questo "Codice: Genesi". Western post-apocalittico dal ritmo lento e sornione, il film si gioca la carta rischiosa della chiave biblica. Quasi inutile aggiungere che le intenzioni volano ben più in alto del risultato finale, nonostante la riflessione sul potere che un libro come La Bibbia ha sul mondo rappresenti un buon spunto di riflessione.
Denzel Washington all’inizio sembra essersi willysmitthizzato, con una scena gratuita sotto la doccia che ricorda quella di “Io, robot”. Con il prosieguo della pellicola il suo personaggio acquista per fortuna una maggiore introspezione (molto vagamente alla “Ghost Dog”) e il film, pur senza eccellere, riesce perlomeno ad evitare il rischio di trasformarsi in un videogamone alla “Io sono leggenda”*.
L’altra nota positiva del cast arriva da Mila Kunis, splendida attrice di genesi ucraina vista in “Non mi scaricare”, “Max Payne” e soprattutto nel divertente telefilm cult “That 70’s Show”. È lei la luce che illumina l’atmosfera grigia del film. Gary Oldman nella solita parte da cattivone affibiatagli risulta invece piuttosto insopportabile.
Tra le cose migliori del film: una citazione di Johnny Cash, un personaggio che fischietta "Cockeye's song" di Morricone, il pezzo “How can you mend a broken heart” cantato da Al Green nella soundtrack e una simpatica scena con due vecchietti cannibali che nella loro casa in mezzo al nulla si ascoltano tranquillamente il classico della disco-music “Ring my bell” di Anita Ward.

“Codice: Genesi” rientra dunque nel filone apocalittico che sta prendendo sempre più piede. Sarà che tra terromoti, tsunami, Bertolaso, guerre, l’Impero Americano in decadenza e profezie Maya varie, l’impressione che tutto possa finire e il mondo così come lo conosciamo cambiare radicalmente si sta facendo largo nella nostra mente e soprattutto nella mente degli sceneggiatori hollywoodiani. Nel genere, pur superando agevolmente “Io sono leggenda”, sono sicuramente più riusciti il rassegnato “The Road” (che forse non verrà mai distribuito in Italia) e lo spassoso “Benvenuti a Zombieland” (uscirà a giugno). A breve arriva anche “Legion” e, subito dopo i consigli per gli acquisti, una nuova apocalisse ci aspetta. Restate sintonizzati.
(voto 5.5)

*Will Smith potrebbe gentilmente smetterla di fare film con IO nel titolo?


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