mercoledì 16 settembre 2020

Rece flash: coming of age e robe più o meno adolescenziali

 

Dall'archivio d recensioni mai pubblicate finora, da Pensieri Cannibali né tantomeno da qualunque altro sito sano di mente, ecco raggruppati i giudizi su alcuni film visti nei mesi passati. Ad accomunare queste differenti pellicole c'è il fatto che si tratta di storie tutte più o meno adolescenziali. Cosa? Pensieri Cannibali che parla di roba adolescenziali?
Questa è una cosa che non è mai successa prima!
 

Mid90s
 
 
Se la nostalgia anni '90 m'ha fregato in un cinecomics come Captain Marvel, figuriamoci cosa può fare in una pellicola indie girata in stile Sundance...
L'esordio dietro la macchina da presa dell'ex ciccio bomba cannoniere Jonah Hill è un coming of age pre-teen che racconta del passaggio dall'infanzia all'adolescenza di un tredicenne. Un ragazzino che si avvicina a un gruppo di skaters e scopre il gusto della trasgressione, tra un'halfpipe, un sottofondo sonoro a base di Nirvana, Morrissey e tanto rap old-school del periodo, e un'iniziazione sessuale a opera di Alexa Demie (quella sgnaccherona della serie tv Euphoria).


Il risultato è una versione un po' più soft dei film scandalo anni '90, tipo Kids di Larry Clark e Gummo di Harmony Korine. Uno sguardo tenero, ma non ingenuo, al passato, che ci consegna un regista molto promettente per il futuro. Continua così, Jonah. E continua anche a mangiare, figliolo, che ultimamente ti vedo un po' sciupato.
 
(voto 7,5/10)


Skate Kitchen
 
 
Sempre in tema di skate, ecco un altro coming of age questa volta al femminile. Skate Kitchen è ispirato alla storia di un gruppo di ragazze skaters di New York, è una pellicola indie dal sapore Sundance così genuina e ispirata da diventare subito un piccolo cult del circuito alternativo. Al punto da avere dato vita anche a una serie TV spin-off, chiamata Betty e in onda negli Usa su HBO. Mica ho detto The CW.


Il segreto di Skate Kitchen è quello di essere un tuffo completo in un microcosmo poco conosciuto, a meno che nella vostra quotidianità non frequentiate delle ragazze skaters e in tal caso ritiro quello che ho detto. Anche per chi è lontano da questo mondo, la storia offre una protagonista in cui chiunque si può ritrovare, con la sua voglia di appartenere a qualcosa, a un gruppo, e allo stesso tempo di distinguersi dagli altri.

La vera idola del film comunque è un personaggio di contorno, Kurt interpretata da Nina Moran, che come si può vedere dal suo Instagram è una vera skater.


Con l'essenza di un documentario e allo stesso tempo la poesia del cinema, Skate Kitchen riesce a far venire una gran voglia di prendere in mano uno skate...
No, dai. Per il bene dello skate è meglio se non ci provo nemmeno.
(voto 7+/10)


Blue My Mind

Altro coming of age, questa volta proveniente dalla Svizzera. Sì, anche in Svizzera girano dei film, e allora? In questo caso con protagonista una ragazzina quindicenne, Mia, una teenager che vive un periodo di grandi cambiamenti. “È il mio corpo che cambia nella forma e nel colore/È in trasformazione/È una strana sensazione/In un bagno di sudore” canterebbe Piero Pelù con la sua inconfondibile fastidiosa voce. Solo che i cambiamenti di Mia sono un pochino più radicali rispetto a quelli dei suoi coetanei alle prese con una partita di Brawl Stars e una di Fortnite, un disco di Tha Supreme e i primi peli sotto le ascelle e da qualche altra parte...


Non vi sto a spoilerare in cosa consistano di preciso questi cambiamenti, vi segnalo solo che questo film viaggia a metà strada tra l'horror franco-belga Raw - Una cruda verità e l'horror-fantasy-musical polacco The Lure, con una personalità e uno stile propri. L'adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti e Blue My Mind ne è letteralmente la rappresentazione più evidente.
(voto 7,5/10)


Alla fine ci sei tu (Then Came You)

Malattia movies. Quanto li adoro? Ormai, quando voglio andare sul sicuro, mi guardo un malattia movie e so già che mi piacerà. Non fa eccezione Then Came You, sebbene proponga una variante rispetto al malattia movie classico. Il protagonista di questo film... non è malato. E allora che razza di malattia movie è mai questo? Lo scoprirete se anche voi vi farete infettare da questa visione che presenta un cast guidato da tre volti noti, soprattutto agli appassionati seriali. C'è Asa Butterfield, quello di Sex Education.


C'è Maisie Williams, l'Arya Stark di Game of Thrones, che qua propone una vasta varietà di capigliature differenti.

"Ancora a lamentarvi per come è finito Game of Thrones?"

E c'è Nina Dobrev di The Vampire Diaries, che è sempre un bel (ri)vedere.


Then Came You è un malattia movie che, nonostante abbia come protagonista un babbano, un non-malato, un sano, saprà comunque come contagiarvi. Altri tipi di contagio invece è meglio evitarli. #wearthedamnmask
(voto 6+/10)


Vicino all'orizzonte

Vicino all'orizzonte può essere considerata la somma dei due film di cui vi ho appena parlato qua sopra: Blue My Mind + Then Came You. La protagonista di questa pellicola tedesca è la stessa di Blue My Mind, la bella e bona e pure brava Luna Wedler, di recente vista anche nell'avvincente serie TV Netflix Biohackers.


La storia, basata sull'omonimo libro scritto da Jessica Koch, è invece un “malattia movie”. L'ennesimo malattia movie tra I passi dell'amore - A Walk to Remember e Colpa delle stelle. Niente di nuovo sotto il cielo, ma ancora una volta a questo genere di film non riesco a dire di no. E non riescono a non piacermi. Qualcuno potrà lamentarsi perché rispetto ad altri titoli analoghi è un lavoro un pochino freddo, ma per gli standard tedeschi direi che siamo già al top.

"Ancora con questo stereotipo che noi tedeschi siamo freddi e spietati?"
"Dovremmo far fuori chi ha scritto questa assurdità."


L'inizio è da tipica romcom favolistica. Luna Wedler conosce Jannik Schümann, un ragazzo che sembra la fusione tra Zac Efron e David Beckham. Di lavoro fa il modello, se ne va in giro su un Mercedes, e oltre a essere ricco, bello bello in modo assurdo è pure simpatico, sensibile, gentile, colto e ogni tanto si mette persino a citare poesie.


Sembra fantascienza allo stato puro, e invece è una storia vera capitata alla scrittrice negli anni '90. C'è comunque da dire che, essendo un malattia movie, non tutto filerà liscio e i risvolti drammatici presto faranno capolino. Male per i protagonisti della storia, bene per tutti i malati di questo genere cinematografico strappalacrime.
(voto 6/10)


The Kissing Booth 2

Vi ricordate di The Kissing Booth? Se avete più di 16 anni probabilmente no e probabilmente non ne avrete mai sentito parlare. Se invece siete giovanissimi, o giovanissimi nello spirito, vi ricorderete di quella deliziosa pellicola teen Netflix distribuita nel 2018 con gli occhi a cuoricino. Il sequel è arrivato quindi gradito a tutti noi fan di robette adolescenziali, il risultato invece convince solo in parte.


Lo sviluppo della trama è abbastanza prevedibile. I due protagonisti Joey King e Jacob Elordi, dopo aver coronato i loro sogni d'amore, si ritrovano a dover vivere una relazione a distanza.
 
 
Inevitabilmente, entreranno in gioco una bellona e un bellone che metteranno in crisi la loro fedeltà. In particolare, Joey King riuscirà a resistere al fascino latino di Taylor Zakhar Perez, nei panni di Marco? Impossibile resistere a uno che si chiama Marco, dai.
 
 
Per altro Marco, oltre ad avere un nome stupendo, è bello, muscoloso, atletico, ma possiede anche un lato nerd, un'inaspettata passione per i videogame in particolare Just Dance, e inoltre canta e suona la chitarra come un pro. Piccolo particolare ulteriore: Taylor Zakhar Perez ha 30 anni e quindi per interpretare un liceale è più improbabile di James Van Der Beek ai tempi di Dawson's Creek, ma a parte questo è il classico teenager medio che si può trovare in una high school americana. No?

"Mi sto preparando per il mio primo giorno di scuola. Potrei essere stato bocciato giusto una volta o due."

Al di là della sospensione dell'incredulità per la presenza di Marco lo studente più vecchio di Pierino, il problema è che il film dura 131 minuti, e per quella che dovrebbe essere una commedia adolescenziale leggera è un minutaggio pesante. Specie considerando che alcune sottotrame potevano essere ridotte per non dire tagliate del tutto. Inoltre la pellicola risulta come un episodio interlocutorio, che lascia diverse cose in sospeso, non a caso il terzo capitolo della saga è già stato girato e verrà poi rilasciato nel corso del 2021. A differenza del primo, non proprio un film al bacio.
(voto 6-/10)


Una famiglia al tappeto

Ho poche certezze nella vita. Una di queste è che del wrestling non me ne frega niente. Da bambino giocavo a Pro Wrestling sul Nintendo ed era abbastanza divertente, solo che bisognava schiacciare i pulsanti in continuazione in maniera talmente rapida che dopo pochi minuti ci si distruggeva le mani. Così tra la possibilità di finire all'ospedale e smetterla con questo videogame, ho deciso di smetterla. La mia esperienza con il wrestling si è chiusa lì. Negli ultimi tempi il wrestling a sorpresa ha rifatto capolino nella mia vita. E non per merito per colpa di Mr. James Ford, il mio blogger rivale appassionato di questo “sport” e che ormai sembra aver abbandonato il web, bensì a causa di Glow, serie sul wrestling femminile anni '80. A proposito, quand'è che esce la quarta nonché ultima stagione?


Qualche mese fa è arrivata anche una pellicola, sempre sul wrestling femminile, che mi ha messo al tappeto. In senso positivo. Una famiglia al tappeto come si può intuire dal titolo italico (come d'altra parte pure quello originale che è Fighting With My Family) è una commedia famigliare, che racconta di una famiglia inglese di wrestler. In pratica la versione made in Britain dei Ford. A renderla un po' più cattivella e ricca di British humour ci pensa il tocco del regista e sceneggiatore Stephen Merchant, ex braccio destro di quell'altro “bastardo” di Ricky Gervais, con cui aveva creato l'innovativa The Office UK. A far diventare il tutto ancora più British e indie ci pensa la sempre gradita chitarrina di Graham Coxon dei Blur, che si è occupato delle musiche originali insieme a Vik Sharma.


Una famiglia al tappeto è però anche e soprattutto un biopic. Racconta la storia di Saraya Bevis, nota agli appassionati di wrestling (quindi a me prima del film totalmente sconosciuta) come Paige, nome d'arte “rubato” al suo personaggio preferito della serie TV Streghe.
 
 
Nei suoi panni troviamo una Florence Pugh che conferma di essere una delle attrici oggi più versatili e in forma del momento: tra horror (Midsommer - Il villaggio dei dannati), classici in costume (Lacy Macbeth e Piccole donne), biopic sul wrestling (questa roba qua) e cinecomics action (l'imminente Black Widow) non sembrano esserci limiti a ciò che può fare.
 
"Il wrestling è una buffonata! Ok, l'ho detto."
 
Quella di Paige è una vicenda umana e sportiva non particolarmente nuova o mai sentita, ma che riesce a essere di grande ispirazione e parecchio emozionante. Anche per chi, come me, al wrestling potrà resistere, ma alle storie di rivincita degli outsider no.
(voto 7/10)


Quello che veramente importa
"Ti prego. Fa che nessuno si accorga che sono finito a recitare in 'sta roba."

Quello che veramente importa è un film che puzzava di buonismo fin dal trailer e fin dalla trama, quella di un insospettabile giovane uomo cazzaro e superficiale che a un certo punto per magia sembra avere dei poteri da guaritore. Mi sono però detto: “Il regista è spagnolo, tale Parco Arango, non sarà la solita americanata”. E infatti non lo è. È peggio. Quello che veramente importa è un film da pomeriggio di Canale 5 quando Maria de Filippi e Barbara D'Urso sono in ferie. Fino a un certo punto si lascia guardare anche, complice la presenza di Camilla Luddington, che è l'unico motivo per cui rimpiango di non seguire ancora Grey's Anatomy.


Solo che nella parte finale si degenera davvero troppo e questo diventa il film più buonista che mi sia capitato di vedere da parecchio tempo a questa parte. Quello che veramente importa quindi è che, se volete evitare un attacco di diabete, dovete girare al largo da questa pellicola. A meno che non vi spariate una dose di insulina preventiva.
(voto 4,5/10)


Take Me to the River

Take Me to the River parte da uno spunto suicida: un ragazzo che vive in California vuole fare coming out con i suoi parenti bifolchi del Nebraska. Come andrà a finire?

Sembra la cronaca di un disastro annunciato, invece il film non lo è. Non è un disastro e non va nemmeno a finire come ci si potrebbe immaginare. Per chi cerca una visione tipicamente da Sundance in grado di stupire, almeno un pochino, e di andare oltre le solite cose già viste, un recupero è consigliato. Agli interessati segnalo quindi che la pellicola con sub ita si può trovare su un sito ricco di proposte sempre molto interessanti e sempre molto alternative, Film per evolvere.
(voto 6+/10)



3 commenti:

  1. Kissing Booth 2 dura 130 minuti?!?
    Potrebbe essere una nuova forma di tortura per me, che avevo odiato oltre ogni limite il primo capitolo di questa non richiesta trilogia.

    Ok, sfogo a parte, lo so che i coming of age o film adolescenziali non sono sempre per me, ma lo svizzero e gli/le skaters mi hanno convinto. Sarà per il loro alone Sundance.

    Il resto ispira poco anche in questo periodo di zero uscite, ti consiglio a tema Get Duked! folle viaggio nella Scozia di tre strani tipi, su Prime Video.

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  2. Marco se la giocherà anche con Dawson ma nessuno dei due batte Fabio Fedeli di Baby con sta stempiata da prepensionamento! Ho fiducia nella tua passione teen quindi do per certo che tu sappia di cosa stia parlando.

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  3. Brando Pacitto ha solo 24 anni, però gli fanno fare il teenager in TV da così tanto tempo che è invecchiato precocemente. 🙂

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