Visualizzazione post con etichetta guy pearce. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guy pearce. Mostra tutti i post

venerdì 28 agosto 2015

Priscilla, la vagina (più o meno) del deserto





Tesorucci, sono tornata!
Vi ero mancata?
Certo che vi ero mancata, però non è mica colpa mia, eh. È da tanto che non mi facevano più scrivere, dai tempi della rece di Una nuova amica, ma quelle pazze di Pensieri Cannibali mi assegnano un lavoro solo quando c'è da parlare di qualche film ad argomento trans, chissà perché. L'occasione 'sta volta è stata offerta da Arwen Lynch del sito La fabbrica dei sogni che ha deciso, per festeggiare il suo settimo anno di attività, di organizzare una giornata speciale dedicate alla tematica LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). Ecco i caruccissimi blog che partecipano all'iniziativa Rainbow Day:



E indovinate allora di cosa parlerò io oggi, mie care?
Ma del film più gaio di tutti i tempi!
Dimenticatevi Dietro i candelabri. Priscilla gli fa il culo. In tutti i sensi.

domenica 25 gennaio 2015

BREATHE IN MA NON BRUTTIN





Breathe In
(USA 2013)
Regia: Drake Doremus
Sceneggiatura: Drake Doremus
Cast: Felicity Jones, Guy Pearce, Amy Ryan, Mackenzie Davis, Ben Shenkman, Matthew Daddario, Elise Eberle
Genere: traditore
Se ti piace guarda anche: The Affair, American Beauty, Lost in Translation

Respirate.
Inspirate e poi espirate.
Ancora.
Inspirate e poi espirate.
Perché vi sto chiedendo di farlo?
Perché se no morite, babbei!
Continuate a farlo, mi raccomando, anche mentre leggete questo post. Siate multitasking. Lettete e respirate. Una cosa non esclude l'altra.
Breathe in and breathe out. Inspirate ed espirate. Così si fa. Non è difficile. E a proposito di Breathe In, questo è il titolo del film di cui vi parlo oggi. La regia è firmata da Drake Doremus, un nome nuovo della scena indie americana, quella più fighetta e Sundance style, che si era segnalato con il suo precedente Like Crazy. Un dramma romantico molto acclamato nel mondo alternative ma che, nonostante la presenza in un piccolo ruolo di una sfavillante Jennifer Lawrence e nonostante fosse la classica pellicoletta indie con tutte le carte in regola per piacermi, non mi aveva conquistato particolarmente. A segnalarsi in quel film, oltre alla Jenniferona nostra, c'era la protagonista femminile principale, Felicity Jones. La cocca del regista che ritorna in Breathe In, dove domina la scena.

sabato 20 settembre 2014

THE ROVER, UNA SCHIFEZZA (POST) APOCALITTICA





The Rover
(Australia, USA 2014)
Regia: David Michôd
Sceneggiatura: David Michôd
Cast: Guy Pearce, Robert Pattinson, Scoot McNairy, Tawanda Manyimo, David Field, Jamie Fallon, Nash Edgerton, Anthony Hayes
Genere: post apocalittico
Se ti piace guarda anche: Mad Max, Cosmopolis, Animal Kingdom, Cogan – Killing Them Softly

The Rover è un film strano.

No, ho sbagliato. Rifacciamo.

The Rover vorrebbe essere un film strano. Fa di tutto per esserlo. Ci mette dentro una colonna sonora stramba che mixa musica post-rock con pezzi orientali e con pop commerciale, nani che vendono pistole che vorrebbero fare David Lynch e invece sogna, caro il regista dei miei stivali David Michôd, sogna, più qualche momento pulp che sembra una brutta copia di Breaking Bad e Tarantino e a far da sfondo a tutti questi riferimenti casuali c'hanno messo uno scenario post apocalittico. Come in Mad Max. Ma perché gli australiani sono tanto in fissa con la tematica post apocalittica?
Evidentemente perché i loro paesaggi sterminati sono l’ambientazione ideale per questo tipo di storie. Solo che in questo film, a parte qualche tipo crocifisso qua e là e un senso di desolazione generale, di post apocalittico non c’è poi molto. Potrebbe anche essere l’Australia attuale e non farebbe molta differenza.
Invece no. Invece il regista e sceneggiatore David Michôd, già autore del sopravvalutatissimo Animal Kingdom, vuole fare lo strambo a tutti i costi. Che poi di strambo non c’è poi molto, visto che al giorno d’oggi le pellicole ambientate in futuri distopici sono all’ordine del giorno, come già detto di recente a proposito di The Giver – Il mondo di Jonas. Quindi sarebbe più strambo girare un film ambientato nel presente.
The Rover per certi versi appare come una versione australiana e desertica del più scintillante e glamorous Cosmopolis, altro on the road movie futuristico guarda caso sempre con il bello statuino Robert Pattinson, ma con una differenza fondamentale. In quel caso la regia è di David Cronenberg che, benché non all’apice della sua classe, fa sempre la sua porca figura. Tranne nel caso di A Dangerous Method, ma a quell’orrore preferisco non pensare. Anche perché adesso ho già un altro orrore per le mani di cui occuparmi.


The Rover è un film davvero terribile. Da qualunque parte lo si prenda, non si riesce a cavarci fuori niente di buono. O almeno, io non ci sono riuscito. La trama è definibile – a essere sensibili – minimalista, mentre – a voler essere realistici – è inesistente. Il vago spunto su cui si basa l’intera pellicola è il seguente: un gruppo di criminali frega a Guy Pearce l’auto e lui decide di cercarli finché non li trova. Come fare per scovarli?
Si rivolge al fratello ritardato di uno della gang, ovvero Robert Pattinson.
Come se la cava Robert Pattinson, che è poi ciò che interessa di più al pubblico di teenagers tra i 14 e 24 anni, ovvero il target di riferimento principale di Pensieri Cannibali?
Manco a fare il ritardato è capace, ecco come se la cava Pattinson.

"A veder Robert Pattinson fare l'attore mi viene da piangere."

"Beh, ma cosa pretendete da me?
Ho pur sempre imparato a recitare da Kristen Stewart..."

Dopo la scena dell'incidente iniziale che lascia presagire chissà quali scoppiettanti sviluppi, ben presto il film si trasforma in un road movie noioso, noiosissimo, in cui non succede nulla, se non Guy Pearce e Robert Pattinson che si spostano da un luogo triste a uno ancora più triste. I pochi dialoghi presenti sono ermetici, ma più che altro è meglio definirli penosi. Non penosi al livello di The Counselor – Il procuratore, però quasi. Qualcuno potrà dire che anche nei film di Sofia Coppola o in Under the Skin non succede nulla, solo che a ben guardarli non è vero. Qui sì che non capita davvero nulla. Niente di niente. Calma piatta. Zero. 100 minuti di vuoto totale. L'unica scena che resta impressa è quella con Pattinson che canticchia in macchina la hit pop "Pretty Girl Rock" di Keri Hilson. E' una scena pure questa senza senso alcuno, come tutto il resto del film, ma se non è altro è (involontariamente?) divertente.

"E io che con la saga di Twilight pensavo di aver toccato il fondo..."

Dietro al viaggio di Guy Pearce che cerca di recuperare la sua auto in un paesaggio che sembra di stare in una puntata di The Walking Dead senza manco uno zombie (forse giusto Robert Pattinson) si possono cercare chissà quali significati. Si può dire che viene messa in scena la disperazione di un uomo che ha perso tutto e si aggrappa all'ultima cosa che gli è rimasta. Si può parlare di un uomo diventato animale che sta ormai perdendo tutta la sua umanità. Chi lo sa? Si può andare a caccia di tutti i significati che si vuole, se proprio si ha del tempo da perdere per scavare dentro questo film finto profondo. Io consiglio di non farlo. Fatti, strafatti e strafighe, tanto per citare una commedia goliardica che fondamentalmente propone una trama parecchio simile con due uomini alla ricerca di un'auto, al confronto sì che è un filmone d’autore. Questo The Rover non è cinema d'autore. Non è manco considerabile come una pellicola post apocalittica. È solo una schifezza apocalittica.
(voto 3/10)

martedì 22 luglio 2014

NOTTE HORROR – L’INSAZIABILE E LE ORIGINI DEL CANNIBALE




"Mamma li cannibali!"
I cannibali a me non sono mai piaciuti particolarmente.
Come? Uno che si chiama Cannibal Kid e che ha un blog che si intitola Pensieri Cannibali non ama i suoi simili? Cos’è, scemo?
Sì. Sono scemo e sono una contraddizione vivente. Per spiegare meglio la mia posizione nei confronti dei cannibali, quest’oggi vi racconterò quindi com’è nato il mio nome d’arte. Nome d’arte… diciamo nickname che impegna meno e soprattutto fa meno megalomane.
Giusto per sfatare qualche falso mito che circola in rete (oddio, forse), la mia scelta di farmi chiamare Cannibal Kid non è tanto un omaggio agli scrittori Cannibali popolari negli anni ’90, quelli come Enrico Brizzi e Aldo Nove, che pure mi sono sempre piaciuti parecchio. Né tanto meno è una celebrazione di Hannibal the Cannibal Lecter, personaggio che ho adorato unicamente nella versione di Anthony Hopkins ne Il silenzio degli innocenti e mai più in alcuna altra incarnazione, nemmeno quella dello stesso Hopkins nel pessimo Hannibal di Ridley Scott. E non è neppure perché mi piace la carne umana, come qualcuno magari potrebbe pensare.
Il nome Cannibal Kid l’ho rubato preso in prestito da una sconosciuta canzone, “Cannibal Kids”, dei Terris, una sfortunata rock band gallese che ha pubblicato appena un album nel 2001. Non è neanche un gruppo o un pezzo che amassi in maniera particolare, però quel titolo mi era rimasto scolpito in testa. Sarà per quel suo contrasto tra violenza e innocenza.



Perché avevo bisogno di un nickname?
Era il 2001 e mi ero messo a fare musica elettronica. Producevo soprattutto pezzi electro e basi hip-hop che vi potete andare a sentire sulla mia pagina MySpace perché, ebbene sì, in quella lontana epoca MySpace andava alla grande. Fu così che diventai Cannibal Kid, un nickname che poi mi sarei tenuto anche in seguito nella mia attività come blogger e che avrebbe ispirato il titolo del mio sito, il qui presente Pensieri Cannibali.
Questo è quanto. Questa è la storia del mio nome. Qualcuno poteva immaginare io fossi un vero cannibale o, per lo meno, fossi patito di cannibalismo e di pellicole sull’argomento, in realtà no. A parte i film con Hannibal Lecter, non credo di averne mai visti. Non ho mai nemmeno guardato il leggendario Cannibal Holocaust.
Per provare a colmare un po’ questa mia paradossale lacuna cannibalesca ci pensa allora il film di cui vi parlo questa notte, L’insaziabile.

L’insaziabile
(UK, Repubblica Ceca, USA 1999)
Titolo originale: Ravenous
Regia: Antonia Bird
Sceneggiatura: Ted Griffin
Cast: Guy Pearce, Robert Carlyle, Jeremy Davies, Jeffrey Jones, Jeffrey Spencer, David Arquette, Stephen Spinella, Neal McDonough
Genere: cannibale
Se ti piace guarda anche: Tremors, The Woman

L’occasione per recuperare finalmente le mie radici cannibali mi è stato regalata da Notte horror, uno speciale evento organizzato da noi blogger cinematografici per rispolverare la mitica trasmissione notturna di Italia 1 di una volta. Quella in cui venivano trasmesse le pellicole più horror e strane in circolazione. Tra i vari film passati nel corso degli anni a Notte horror c’è stato anche questo L’insaziabile, un film più strano che horror. Se cercate una visione in grado di farvi venire una strizza completa, non è questa. È più una visione inquietante che terrorizzante, perché il tema del cannibalismo è davvero inquietante, persino per un Cannibal Kid come me.

L’insaziabile ha il merito di sviscerare l’argomento sotto vari punti di vista. Quello umano, attraverso il protagonista Guy Pearce, un capitano impegnato nella guerra tra USA e Messico di metà Ottocento, che si trova a dover assaggiare della carne umana. Per necessità fisica, non per gusto personale come fatto ai Mondiali da Suárez con il gustoso piatto italiano Chiellini. Guy Pearce si trova inoltre ad avere a che fare con degli altri cannibali. Diventeranno tutti quanti amici e si metteranno a cantare in coro questa fantastica canzone 80s del Gruppo Italiano, “Noi siamo cannibali”?



"Che delusione, quel Cannibale.
E io che mi aspettavo mangiasse per davvero le persone...
o almeno i bambini come i comunisti."
Il tema del cannibalismo è qui affrontato anche nelle sue implicazioni politiche e metaforiche. Uomo mangia uomo. Solo chi ha la forza di sbranare gli altri vince, nella guerra come nella vita. Solo i cannibali sopravvivono. Oppure no?
La forza del film sta nel mantenere un tocco ironico, presente fin dall’inizio e in grado di alleggerire una tematica che altrimenti sarebbe potuta risultare indigesta agli stomaci poco cannibali. L’insaziabile non si può ritenere però una pellicola del tutto riuscita. Mette persino troppa carne (umana) sul fuoco e il suo mix tra argomento pesante e toni simpatici risulta più che altro straniante. Il coinvolgimento emotivo non è poi molto forte, sarà che Guy Pearce a me proprio non convince. Non riesco a provare empatia per un suo personaggio, per quanto cannibale possa essere. A tratti inoltre i ritmi latitano e la tensione scende, per ripigliarsi in un finale molto teso e bello cattivello.
Una nota di merito particolare va alla colonna sonora, che è il motivo principale che mi ha spinto a recuperare questo film, ancor più della sua tematica cannibalesca. La soundtrack è stata composta da Michael Nyman con Damon Albarn, il leader dei Blur e dei Gorillaz che di recente ha anche tirato fuori un gran disco solista. Pure come autore per il cinema, il Damon non delude di certo. Le musiche qui presenti si discostano dalle solite soundtrack cinematografiche piene di orchestrazioni enfatiche e sono davvero strambe e originali. Proprio come questo film. Insaziabile, folle, grottesco, feroce, non del tutto convincente, ma comunque una visione curiosa. Una visione cannibale.
(voto 6,5/10)


Questa puntata finisce qui, ma Notte Horror prosegue su altri blog. Scoprite quali dando un'occhiata al programma completo dell'evento più spaventoso dell'estate qui sotto, e recuperando le bellissime puntate precedenti trasmesse dai seguenti blog:

Il giorno degli zombie
Non c'è paragone
Solaris
Montecristo
In Central Perk
Il Bollalamancco di Cinema

martedì 21 maggio 2013

UOMO AIRONE 3


Iron Man 3
(USA, Cina 2013)
Regia: Shane Black
Sceneggiatura: Drew Pearce, Shane Black
Cast: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Don Cheadle, Guy Pearce, Rebecca Hall, Ben Kingsley, Jon Favreau, James Badge Dale, Ty Simpkins, Stephanie Szostak, William Sadler, Rebecca Mader, Stan Lee
Genere: eroino
Se ti piace guarda anche: Iron Man, Iron Man 2, The Avengers, Thor, Captain America

Chi sono io?
Qual è la mia missione nella vita?
Sono un supereroe o un supercattivone?
Un film come Iron Man 3 può sembrare una stronzata colossale, un giocattolone fracassone stupidone one one one, e probabilmente è davvero così sì sì sì. Eppure l’ho trovato anche una pellicola dagli inaspettati risvolti esistenziali, almeno per me. Mi ha fatto comprendere la mia vera natura. Ma andiamo con ordine.

Iron Man 3 sta sfracellando vari record d’incasso e si sta rivelando un successo clamoroso, superiore persino a quello già notevole dei primi due capitoli e vicino vicino a quello assurdo di The Avengers dell’anno scorso. Com’è possibile ciò?
Fondamentalmente, è un film costruito con tutti gli ingredienti giusti piazzati al punto giusto per piacere al pubblico giusto. Anzi, per piacere a tutti: uomini e donne, grandi e piccini, giovani e vecchi (lo so che è la stessa categoria di grandi e piccini, l’ho messa giusto per far sembrare che esistano più categorie). In pratica, è impacchettato come una volta facevano i cinepanettoni da noi, prima che il pubblico italiano si stufasse. Ci sono voluti circa 30 anni perché si stufasse, quanto ci vorrà prima che il pubblico internazionale si stufi dei film prodotti in serie sui supereroi?

Iron Man 3 è l’apoteosi del cinepanettone supereroico. La canzone d’apertura sarebbe perfetta per un  cinepanettone. Probabilmente è stata anche davvero usata in uno dei cinepanettoni del passato. Il pezzone scelto è “Blue” dei "nostri" Eiffel 65. All’estero della nostra musica conoscono “Volare”, le colonne sonore di Ennio Morricone e poi “Blue” degli Eiffel 65. Che culo. Il suo utilizzo è un espediente per farci capire che il film inizia con un flashback e siamo nel 1999. Una canzone migliore per farcelo capire, no eh? Tra l’altro mi aspettavo fosse usata almeno in maniera più ironica, potevano accennare un balletto o che so io, e invece niente. “I’m blue da ba di da ba da.” Più che in Iron Man, la vedrei bene nel sequel di Avatar.

"Chris, ma come ti sei conciato? Non ti facevo così perverso a letto..."
Il flashback ambientato nel passato ci introduce alla storiona del film. Una di quelle vicende molto fumettistiche finto complesse, in cui si mettono dentro più cattivoni, più sottotrame, un sacco di personaggi inutili, ma tutto si riduce a una cosa sola: il Bene contro il Male. Dalla parte del bene c’è lui, l’eroe che è tornato.
Chi?
Massì che lo conoscete. Il miliardario. Quello che si crede di essere un grande playboy nonché il salvatore dell’umanità…
Silvio Berlusconi?
No, che avete capito? Mi riferisco a Tony Stark, in arte Iron Man aka Robert Downey Jr.. Lui con quella smorfiosetta spenta di Gwyneth Paltrow. Che palle. Quand’è che la scarica, così prendono una tipa più gnocca al suo posto?
Una delle poche soddisfazioni nei film sui supereroi sono le gnocche che prendono come protagoniste femminili, e qui ci tocca sorbirci la mogliettina di Chris Martin? People Magazine l’ha anche eletta donna più bella del mondo del 2013, ma stiamo scherzando???

Ben Kingsley in una scena di Iron Man 3
Bene, cioè male, cioè bene. Questa era la parte del Bene. Non un granché, se devo esprimere la mia sincera opinione.
Il Male invece chi schiera?
Un tridente composto da Rebecca Hall, che non sarà una topolona assoluta però è già 1000 volte meglio della Paltrow, Guy Pearce che a me non è mai piaciuto ma come cattivo ci può stare, e Ben Kingsley. Ben Kingsley che interpreta il Mandarino, ennesimo cattivone terrorista simil-Bin Laden, com’è ormai consuetudine nel post-11 settembre. Ma non abbiamo già visto qualcosa del genere ne Il cavaliere oscuro? E ne Il cavaliere oscuro - Il ritorno? E in The Avengers? E vogliamo pure menzionare Javier Bardem nell’ultimo 007? E i cattivi di qualunque altro film supereroistico o più in generale action degli ultimi 12 anni?
Tra l’altro il Mandarino è uno dei cattivi più ridicoli nella storia del cinema. Sì, forse e dico forse ancor più ridicolo di Voldemort!
E tra l’altro assomiglia a Splinter, il pappone delle Tartarughe Ninja.

Prima di iniziare le riprese, Jon Favreau si è sottoposto alla dieta Muccino.
ATTENZIONE SPOILER
Poi però si scopre che il grande cattivone del film in realtà non è lui, bensì Guy Pearce. Che colpone di scena! Il discorso fatto sopra comunque non cambia: anche lui è un villain parecchio stereotipato, nonché il solito esaltato terrorista che grida vendetta già visto nei film citati e pure in altri che mi sono dimenticato.
"Basta, volto le spalle schifata a questa recensione!"
A variare un po’ la solita formula già collaudata dai primi due episodi, visto che questo è un terzo capitolo e bisogna pur inventarsi qualche cosa di nuovo, ecco una novità: il bimbominkia. Quando non si sa cosa fare in un terzo episodio di una saga, si tira fuori un figlio, una figlia, un nipote, oppure, come in questo caso, un bambino preso a caso dalla strada che va bene lo stesso. Perché questo, ve l’ho detto, è un film per grandi e piccini. I grandi saranno contenti per una certa dose di ironia e di battutine old-school presenti, peccato che sia tutto materiale che apparirebbe di seconda mano anche in un action movie degli anni ’80. I piccini sono invece accontentati dalla comparsa del piccolo  Ty Simpkins, già bimbo inquietante di Insidious, che qui è davvero un bimbominkia, e dei più fastidiosi immaginabili.

Grandi e piccini, ggiovani e vvecchi sono dunque accontentati, così come è felice sia il pubblico maschile che quello femminile. Gli uomini, si sa, vanno in brodo di giuggiole con robottoni, esplosioni, sparatorie, inseguimenti e tutti questi altri stereotipi da Men’s Health. Le donne invece possono rifarsi gli occhi con il bel dongiovanni Robert Downey Jr. e con una Gwyneth Paltrow che vivrà i suoi momenti da eroina…

"Riesci a crederci? Siamo apparsi in Iron Man 3!"
"Siamo a inizio '900, che minkia è Iron Man 3?"
Quanto succede poi ve l’ho già detto e tanto già lo sapevate: c’è una lotta tra Bene e Male e indovinate chi vince?
Male, vince il Bene. Cioè Bene, se siete delle persone che tengono per il Bene, male se invece come me tifavate per il Male.
Consolazione: ammazzano il capo delle guardie di Iron Man, Jon Favreau, evvai! No, è solo un’illusione. Finisce in coma, ma è ancora vivo. Purtroppo. E figuriamoci se non era per giunta un fan della serie più lagnosa della tv, Downton Abbey. Per fortuna, se non altro Favreau a questo giro ha abbadonato la (pessima) regia, lasciando la macchina da presa a Shane Black, regista di Kiss Kiss Bang Bang, che non è un fenomeno ma almeno se la cava meglio del Favreau, autore dei due precedenti episodi.

E poi? Che altro c’è ancora?
C’è il finale. Un finale stucchevole, in cui tutto va a finire bene che più bene per il Bene non si può, con tanto di frase di chiusura più da spot pubblicitario che da sceneggiatura cinematografica. Una frase che però mi ha fatto comprendere la mia missione. Il mio scopo nella vita. Potete togliermi tutto, ma c’è una cosa che nessuno mi toglierà mai. Io sono Cannibal Kid e il mio compito è quello di combattere i film sui supereroi.
(voto 5/10)

lunedì 3 dicembre 2012

Lawless: Fratelli fuorilegge che si dan delle gran patelle

Lawless
(USA 2012)
Regia: John Hillcoat
Sceneggiatura: Nick Cave
Tratto dal romanzo: The Wettest County in the World di Matt Bondurant
Cast: Shia LaBeouf, Tom Hardy, Jason Clarke, Jessica Chastain, Mia Wasikowska, Guy Pearce, Dane DeHaan, Gary Oldman, Noah Taylor
Genere: proibizionista
Se ti piace guarda anche: Boardwalk Empire, Shotgun Stories, Animal Kingdom


"Inquietante io???"
Nick Cave.
Non mi è mai piaciuto molto, Nick Cave. L’ho sempre trovato troppo inquietante. Va bene essere un pochino inquietanti, ma lui è troppo inquietante.
Una manciata di sue canzoni mi piacciono anche, su tutte queste due, “Where the Wild Roses Grow” in duetto con Kylie Minogue e la struggente “Into My Arms”, ma in linea di massima lo trovo troppo… come dire? Sì, inquietante.





"Non dico una Ferrari, ma almeno una 500 al posto di questo catorcio
potremmo anche permettercelo, se solo vendessimo qualcosa
di un po' più forte di una Ceres..."
I miei dubbi permangono anche sul Nick Cave versione sceneggiatore. Sceneggiatore per la terza volta, dopo Ghosts… of the Civil Dead e La proposta (che non ho visto), con questo Lawless, ancora una volta diretto dal suo amichetto regista John Hillcoat. I due australiani questa volta si sono concessi una trasferta con una produzione americana e con un super cast della Madonna. Roba che con un super cast della Madonna del genere se non realizzate un capolavoro siete due pirloni e il verdetto è…
Mi spiace Hillcoat & Cave, ma siete proprio due pirloni!

Premetto subito che il genere di storie quivi raccontato non è di quelli che mi entusiasmano molto: la vicenda si svolge nel 1931, in pieno Proibizionismo, e vede per protagonisti 3 fratelli con dei giri loschi di alcool, perché in epoca di Proibizionismo che altro puoi fare?
In pratica, sembra di essere in un episodio di Boardwalk Empire, serie tv con cui ho una relazione travagliata. All’inizio non mi piaceva e l’ho mollata dopo una manciata di episodi. Di recente mi sono sforzato di riprenderla, con risultati alterni. La prima stagione non è davvero niente di eccezionale, mentre nella seconda si intravedono notevoli miglioramenti. Nella terza, attualmente in corso negli USA, il mio livello di interesse è invece di nuovo sceso e l’ho messa in stand-by a tempo indeterminato.
Lawless è come un episodio di Boardwalk Empire, ma come uno di quelli noiosi (e nella serie purtroppo ce ne sono diversi).

"Ti dò un passaggio solo se ammetti che la tua auto è un vero catorcio,
caro Sciaia dal buffo cognome."
Al di là del fatto che possa essere un tipo di vicenda di quelle non proprio interessantissime, almeno per me, la sceneggiatura del Nick Cave, tratta dal romanzo The Wettest County in the World di Matt Bondurant, a sua volta ispirata a fatti reali, scricchiola da tutte le parti. Inizia con una voce fuori campo, che poi sparisce, poi a un certo punto ritorna, poi risparisce, per tornare giusto sul finale. I ritmi latitano per un sacco di tempo in cui non succede granché, mentre i fatti salienti della pellicola vengono trattati in maniera sbrigativa. Si procede a ritmo di crociera e poi, bang, quando c’è finalmente un’accelerazione, arriva proprio nel momento in cui non ci dovrebbe essere.

John Hillcoat ci aveva già abituati a ritmi bassi con il suo precedente The Road, pellicola interessante sebbene non riuscita al 100% tratta dal romanzo di Cormac McCarthy, ma al confronto di questa era una iniezione di adrenalina al cuore stile Uma Thurman in Pulp Fiction. Lawless esagera con i ritmi blandi e passa alternativamente dal sonnacchioso nei momenti di maggiore interesse al comatoso in quelli di minore interesse. Tra le scene che ridestano dal sonno c’è una rissa da bar in cui Tom Hardy le suona più di Bud Spencer. Cosa che non significa che sono diventato improvvisamente un fan delle scazzottate, solo che nel resto del film non succede davvero niente che almeno due botte le si accettano volentieri.
E poi, soprattutto, c’è una scena con Jessica Chastain nuda!
Un film con Jessica Chastain, un film con Jessica Chastain perdipiù nuda e mi tocca parlarne male! Maledetto Nick Cave!

"Volete de più? Ve tocca vedé er filme!"

Da qui potete farvi un’idea della noia che mi ha provocato. Non un film brutto, quanto un film davvero noioso. Quasi quanto La talpa. Curiosamente, anche in quel film figuravano Tom Hardy e Gary Oldman. Personalmente consiglierei loro di trovarsi un agente con dei gusti un po’ più vivaci e frizzantini, nella scelta delle sceneggiature.

"Senza Optimus Prime a pararmi le chiappe, me la sono fatta addosso già 2 volte!"
Se Hardy, Oldman e la Chastain recitano con disinvoltura ma non lasciano il segno come in altre occasioni del passato, in questo super cast a convincere di più sono a sorpresa Shia LaBeouf, che dimostra di avere un buon potenziale quando non è costretto a recitare insieme a dei robottoni giganti, e meno a sorpresa la solita immensa Mia Wasikowska, in grado di illuminare la scena in quella manciata di scene scarse in cui compare. Qual è il suo segreto? Non è che sia una bellezza sfolgorante, il più delle volte sembra persino malaticcia, eppure riesce sempre a risultare memorabile. Anche se pure lei dovrebbe trovarsi un agente migliore, visto che tra questo, Alice in Wonderland e Albert Nobbs, di pellicole succedanee del Valium ne sta girando un po’ troppe.
Menzione finale anche per Dane DeHaan, il protagonista di Chronicle, alle prese con il personaggio un filino più simpatico tra tutti, e per Guy Pearce, nella parte di un super cattivone più inverosimile che convincente.

Posso consigliare dunque un film tanto noioso?
No.
Se però volete vedere le tette di Jessica Chastain, vi toccherà sorbirvelo. E se vi piace Nick Cave e il suo stile, che qui ci mette il suo zampino oltre che come sceneggiatore pure nella colonna sonora, probabilmente apprezzerete anche la (sonnacchiosa) pellicola nel suo complesso. Io no. Io continuo a trovare Nick Cave troppo… come dire?
Inquietante.
(voto 5/10)


lunedì 30 luglio 2012

Lockout, 2079: Odissea trash nello spazio

Lockout
(Francia 2012)
Regia: James Mather, Stephen St. Leger
Cast: Guy Pearce, Maggie Grace, Joseph Gilgun, Peter Stormare, Lennie James, Vincent Regan, Tim Plester, Peter Hudson
Genere: trashata action fantascientifico carceraria
Se ti piace guarda anche: 2013: La fortezza, Cella 211, The Island

Ve lo ricordate 2013: La fortezza, leggendaria trashata di primi anni ’90 con Christopher “Highlander” Lambert? Per quanto io ne conservi un ricordo molto vago, ogni volta che vedo un film carcerario mi ritorna sempre in mente quello, bello come era (?), forse ancor di più. Tutta colpa dell’infanzia. Quando sei bambino, ci sono cose che ti rimangono impresse indelebilmente e che, tuo malgrado, ti rimangono dentro e ti segnano per sempre. 2013: La fortezza per me, ahimé, è una di quelle.
Lockout, nuovo filmetto action in una per una volta azzeccatissima uscita estiva dalle nostre parti (e infatti forse è stato posticipato...), si va a inserire in questo filone e anche in questo caso è ambientato nel futuro. Se al 2013 di christopherlambertiana memoria ormai manca davvero poco, profezie funeste permettendo, questo film si colloca temporalmente ben più in là, nel 2079. E se a voi il genere carcerario farà venire in mente altre pellicole più impegnate, come Cesare deve morire, Cella 211 o Il profeta (che nonostante il titolo non è un film su di me), qui invece siamo proprio dalle parti di 2013: la fortezza, appunto. Ovvero: le parti della trashata action fantascientifico carceraria. Sebbene sia presente anche la tematica della rivolta dei prigionieri, proprio come nello spagnolo Cella 211.

In altre epoche, in altri decenni, un film come Lockout sarebbe potuto diventare un cult totale. A cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, diciamo. Oggi è una visione che appare un piacevole tuffo nel passato, rivestito con una veste molto moderna, pure troppo. A livello visivo, sembra infatti spesso il filmato di presentazione di un videogame di ultima generazione, più che cinema vero e proprio. Si veda in proposito la scena all’inizio del fugone in moto del protagonista. Una pacchianata allucinante da far storcere il naso persino ai Wachowski Bros. per eccesso di videoludicità.
Per fortuna, gli effetti speciali nel resto della pellicola sono piuttosto ridotti, probabilmente per ragioni di budget non troppo elevato a disposizione, e Lockout può mettere in mostra i suoi punti di forza. Che ci sono, cosa nient’affatto scontata per siffatto genere di film.
L’originalità?
No, l’originalità non è per niente tra i suoi punti di forza. Lo spunto di partenza del film nasce da un’idea, un’ideona, avuta dal solito Luc Besson, il regista dei vari arcinoti Nikita e Leon e recente autore del soggetto di un’altra (a sorpresa) piacevole tamarrata come From Paris with Love, quella con l’accoppiata Jonathan Rhys Meyers/John Travolta. Un’idea, quella del Besson, già sentita e strasentita: in una prigione di massima sicurezza di nuova concezione, lanciata nello spazio, scoppia una rivolta. In quel momento dentro il carcere, per puro caso, si trova anche la figlia del Presidente degli Stati Uniti in persona, e allora il Governo decide di mandare un condannato a liberarla in cambio della sua, di liberazione. Trama classica classica da trashata action fantascientifico carceraria, avete capito bene.

"Coraggio, a me il sederino!
Ma no, cosa hai capito? Ti devo solo fare una puntura..."
Quello che funziona, e qui finalmente arriviamo al punto di forza cardine della pellicola, è la forte componente di umorismo. Quell’umorismo tipico da action 80s/90s movies con Bruce Willis, soltanto che qui come protagonista nelle inedite vesti di action hero di turno troviamo Guy Pearce.
Guy Pearce è un attore che, a parte Memento, non mi ha mai convinto del tutto e anche qui se non avessimo avuto lui ma un altro al suo posto (basta che non fosse Christopher Lambert), magari le cose sarebbero andate ancora meglio. Chi può dirlo? Però accontentiamoci, perché il Pearce s’è pompato i muscoli e soprattutto ha affilato la lingua con una serie di battute a raffica old-style che lo fanno apparire decisamente appropriato alla parte. Merito suo, oppure di una sceneggiatura parecchio scoppiettante, se non a livello di originalità della trama, almeno per quanto riguarda i dialoghi?

Il protagonista Snow è idolesco e se, come detto prima, il film fosse uscito in un’altra epoca, oggi sarebbe salutato come un nuovo vero mito alla John McClane della Die Hard Saga. E invece è piombato nel tempo sbagliato, sia a livello cinematografico che a livello di trama del film, dove è un (anti)eroe vecchia scuola inviato nello spazio per risolvere l’intricata questione di cui sopra. Come è ovvio che sia, si troverà coinvolto in qualche scaramuccia d’amore/odio con la protagonista femminile, la figlia del Presidente degli USA interpretata dalla Maggie Grace reduce da Lost, dove era Shannon. Finché il suo personaggio è durato, almeno…

"Zitto, non dirle che quei capelli fanno pena. Sai come sono le donne su 'ste cose..."
L’isola di Lost si sta rivelando una bella maledizione per i suoi interpreti. L’unico che si è ritagliato un ruolo da star post-Lost sembra essere per il momento Ian Somerhalder, il vampiro che scatena più urletti dalle fan dopo (e forse ormai nemmeno dopo) Robert Pattinson e che tra l’altro in Lost è durato/sopravvissuto ben poco, ancor meno della sua sorella televisiva Maggie Grace.
Agli altri invece le cose a livello di carriera non è che stiano andando alla grande: Evangeline Lilly s’è ritagliata qualche particina in filmetti come Real Steel, ma attenzione perché presto sarà anche in Lo Hobbit, mentre Matthew Fox s’è preso un periodo di pausa più o meno volontario dalle scene. Josh Holloway sembrava essere il candidato più autorevole al titolo di megastar del post-Lost e invece sta arrancando abbastanza, visto che 5 minuti di presenza circa nell’ultimo Mission: Impossible non è che siano proprio il massimo. Qualcun altro si è riciclato in tv, come Daniel Dae Kim e Terry O’Quinn in Hawaii Five-0, Emilie De Ravin in Once Upon a Time, Michael Emerson in Person of Interest, Henry Ian Cusick in Scandal, Sonya Walger e Dominic Monaghan in FlashForward, Nestor Carbonell in Ringer, Elizabeth Mitchell in V e Jorge Garcia in Alcatraz, queste ultime tutte serie già (giustamente) cancellate.
Maggie Grace non fa eccezione rispetto alla maggioranza dei colleghi: liberatasi dagli impegni di Lost da diversi anni, la sua carriera cinematografica non è ancora decollata, tra una microparte da vampira in Breaking Dawn ed action movie pessimi come Faster o validi come questo, ma nemmeno è precipitata del tutto in un’isola sperduta, come ad esempio per coloro che dopo Lost si sono proprio lost, tipo Naveen Andrews e Yunjin Kim. Qualcuno li ha più visti?

Tra i membri del cast di Lockout, spunta poi fuori un’altra conoscenza telefilmica: Joseph Gilgun, la new-entry Rudy dell’ultima non esaltante stagione dei Misfits che qui nella parte del criminale psicopatico se la cava più che bene.
Alla fine, tutto questo lungo excursus per dire che sì, il cast della pellicola è piuttosto convincente. E sì, questo film mi sento di consigliarlo come buona visione estiva. Per lo meno se siete in vena di una sana trashata action fantascientifico carceraria. E sì, i francesi nello straordinario periodo di forma cinematografico attuale hanno azzeccato pure la trashata action fantascienti-fico carceraria. E sì, la finisco qui.
(voto 6,5/10)

mercoledì 18 gennaio 2012

Non avere paura del buio, ma di questo film sì

"Avrò fatto bene a sposare Tom Crociera?
In questi giorni non è che le crociere siano molto cool..."
E con il calare delle tenebre, arriva un film spaventoso.
Sì, ma non nel senso che già speravate...


Non avere paura del buio
(USA, Australia, Messico 2010)
Titolo originale: Don’t Be Afraid of the Dark
Regia: Troy Nixey
Cast: Katie Holes, Guy Pearce, Bailee Madison, Alan Dale, Jack Thompson, Julia Blake, Eliza Taylor-Cotter
Genere: case infestate
Se ti piace guarda anche: American Horror Story, Il labirinto del fauno, Monster House, Poltergeist, Insidious, Drag Me to Hell

Quando gli americani prendono l’ispirazione da un film tv del 1973 significa che sono davvero alla frutta?
Se prima di vedere questo film pensavo che a livello di creatività non fossero messi benissimo, dopo la visione direi che sono già oltre la frutta. Sono al caffè e pure all’ammazzacaffè.

Fa piacere scoprire che almeno loro a girare 'sta roba si siano divertiti.
Visto che i soli americani non bastavano, a produrre Non avere paura del buio si è scomodato persino Guillermo Del Toro, il guru della scena horror mexicana che però dai tempi del pur valido Il labirinto del fauno mi sembra che viva un po’ troppo di rendita. Per il resto che ha fatto? Mimic? Pessimo. I due Hellboy? Carini, ma niente per cui gridare al capolavoro. E poi? Doveva fare Lo Hobbit ma non ce l’ha fatta, lasciando il progetto nelle mani più capaci di Peter Jackson. Insomma, sto Del Toro non Benicio mi sembra che in quel di Hollywood abbia quotazioni più alte del suo reale valore di mercato. Mi sa che le compagnie di rating l’hanno valutato un po’ altino. Per me andrebbe declassato almeno a BBB-.
Comunque Del Toro ha deciso di cacciare fuori el denaro e pure cosceneggiare questa sorta di remake di un filmino televisivo degli anni ’70, che raccontava una storia all’epoca magari originale ma certo oggi parecchio di meno.
Qual è questa storia?

"Secondo te dovevo farmi Dawson o Pacey?"
"Machennesò, signora Crociera? Io manco ero nata ai tempi di Dawson's Creek"
Massì, la solita favoletta nera della famiglia che va a vivere in una casa misteriosa infestata da presenze ancor più misteriose. Un oscuro passato avvolge la dimora, mentre un presente incerto avvolge la famiglia, con una bambinetta che si trasferisce insieme al padre Guy Pearce, per la precisione uno svogliatissimo Guy Pearce, e la sua neomogliettina più giovane di lui, Katie Holmes, una Katie che invece si impegna persino più di quanto richiesto da un film del genere.
Se da uno spunto così stra-abusato c’è chi è riuscito a creare l’apoteosi delle case infestate, e mi riferisco alla spettacolare ed elettrizzante serie tv American Horror Story, questo Non avere paura del buio non ci prova nemmeno a sforzarsi di spostare le aspettative di una virgola.
Tra ritmi lenti, per non dire soporiferi, e una storia che non si accende mai, la visione prosegue in maniera valida giusto come viatico per il mondo dei sogni. E sappiate che probabilmente i vostri sogni saranno più interessanti e, se avete mangiato pesante, i vostri incubi risulteranno molto più spaventosi di ‘sta roba qua, in cui la tensione è un accessorio evidentemente ritenuto superfluo dal Del Toro e dal regista esordiente Troy Nixey, anche autore di fumetti e spero almeno in quello sia un pochino più bravo.

"Ma porcoddue, chi me l'ha fatto fare, a me?"
Da salvare c’è poco o nulla, direi giusto l’interpretazione di una Katie Holmes piuttosto convinta di ciò che sta facendo (ed è l’unica), mentre Guy Pearce se la prende decisamente più “easy” e a sforzarsi non ci pensa nemmeno. Se in un film la Holmes è la cosa che funziona meglio, comunque, vi potete benissimo rendere conto da soli di come tutto il resto debba essere alquanto scarsino. La bambinetta Bailee Madison, che pure mi era risultata parecchio simpatica nell’altrettanto pessimo Mia moglie per finta, non è troppo convincente e soprattutto non è inquietante. Da un film di questo tipo non mi aspetto tante cose, ma almeno un bambinetto/bambinetta inquietante sì. Invece nemmeno questo. Qui siamo sotto al minimo sindacale.
Se proprio siete patiti del genere “case infestate” allora potete anche dargli uno sguardo perché se siete patiti, oh chi vi ferma?, però non dite che non vi avevo avvisati.
Un film non tanto brutto (ma comunque di certo non bello), quanto inutile inutile inutile. Cosa che a ben pensarci forse è ancora peggiore.
(voto 4-/10)


sabato 15 ottobre 2011

Mildred Piercing

Mildred Pierce
(mini-serie in 5 parti)
Rete americana: HBO
Rete italiana: Sky Cinema 1 HD (dal 14 ottobre)
Regia: Todd Haynes
Cast: Kate Winslet, Guy Pearce, Evan Rachel Wood, Morgan Turner, Melissa Leo, Bryan F. O'Byrne, Mara Winningham, Hope Davis, Quinn McColgan
Genere: melò
Se ti piace guarda anche: Lontano dal Paradiso, Little Children, Revolutionary Road, Mad Men, Boardwalk Empire, The Hour

"Mother, where's father?"

Mildred Pierce è una mini-serie HBO che ha conquistato qualcosa come 21 nomination agli ultimi Emmy Awards, i premi più importanti della tv americana. Si potrà dire che queste cerimonie di premiazione hanno un’importanza relativa, come gli Oscar o, per rimanere a un ambito più vicino al nostro mondo, i Macchianera Awards, che ad esempio presentavano tra i nominati per il miglior sito cinematografico anche il mio blog. Cosa valgono quindi i premi e le nomination?
Forse niente, visto che io il Macchianera non me lo sono aggiudicato, se però questa serie di candidature ne ha avute 21 (ma di premi se n’è portati a casa “appena” 5), magari significa che proprio alla cazzo di cane non è stato fatta. E infatti Mildred Pierce è una di quelle visioni più che consigliate sia agli appassionati di tv di qualità che di cinema, e anche a quegli snobboni che di solito le mini-serie le snobbano, visto che è stata presentata pure fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia. Dite che anche il film di Ezio Greggio è stato presentato a Venezia? Va bene, allora anche Venezia non conta più niente, però vi posso comunque assicurare che questa serie con Ezio Greggio in 3D non ha proprio nulla a che vedere.

In cinque puntate da un’ora l’una, una mastodontica Kate Winslet riesce a farci entrare del tutto nel suo sfaccettato personaggio, quello di una casalinga come tante, desperate ante litteram visto che la storia è ambientata negli anni ’30. Una donna che dopo la separazione dal marito adultero deve reinventarsi una vita e - udite, udite! - cominciare a lavorare, cosa che prima mai aveva fatto, in modo da poter mantenere le due adorate figliolette. Chiamatela Kate Pierce, o Mildred Winslet, tanto l’identificazione tra attrice e personaggio è totale, chiamatela come volete ma fatto sta che si trova un lavoro come cameriera in una tavola calda. La cosa non sta però per niente bene alla figlia maggiore Veda, una ragazzina straviziata e dai modi di fare molto altezzosi ed egocentrici, dovuti alla sua consapevolezza di avere un qualche talento dentro sé da tirar fuori, sebbene non sappia (ancora) quale sia. E quando tirerà fuori questo talento, saranno cazzi per tutti. Un personaggio totalmente cannibale in cui, sebbene solo in parte, mi sono ritrovato e che mi ha fatto capire perché alle volte io possa risultare davvero odioso ad alcune persone, ad esempio al mio blogger rivale Mr. James Ford…
Nei panni di Veda troviamo prima Morgan Turner, una giovanissima attrice rivelazione da tenere assolutamente d’occhio, e quindi negli anni dell’adolescenza negli ultimi 2 episodi c'è l’ottima e sempre splendida Evan Rachel Wood. Sono proprio i personaggi di Mildred, madre amorevole e premurosa, e di Veda, figlia ingrata e stronza, a creare uno scontro di tensione drammaturgica sopraffina. Sicuramente sono due dei personaggi femminili (e non solo) più memorabili della stagione.

Ma Mildred Pierce la mini-serie (tratta dall’omonimo romanzo di James M. Cain già diventato un film nel 1945 con Joan Crawford) non è solo questo; l’ambientazione nell’America degli anni ’30, quelli della Grande Depressione e della crisi economica, riportano infatti direttamente al presente. Ma va? Eh sì, la Grande Depressione 2.0 che viviamo oggi è stretta parente di quel periodo e la storia di Mildred è quella di una donna indipendente, fragile e forte allo stesso tempo, che con le sue sole forze riesce a farcela. Ma l’American Dream è lontano, le ombre sono sempre ben presenti sulla sua vita e non ci troviamo in un inno ai valori del self made man, o in questo specifico caso della self made woman. Questo è un melodramma, un melodrammone d’altri tempi, quindi state pronti alle emozioni forti.

Nel cast davvero super figurano anche il premio Oscar (per The Wrestler) Melissa Leo e un Guy Pearce (non Pierce) che mai mi aveva convinto così tanto (forse nemmeno in Memento), grazie alla parte del “boy toy” superficiale e so bohemian like you che vivrà una spigolosa relazione con la nostra protagonista Mildred Winslet. E poi, quasi lo dimenticavo, il regista: Todd Haynes, già autore del mio favorito Velvet Goldmine, dell’eccessivamente bobdylaniano Io non sono qui e di Lontano dal Paradiso, che sarà anche lontano dal Paradiso ma come atmosfere e stile è molto vicino a questa sua nuova produzione per la tv.

E pensare che la prima parte non mi aveva nemmeno convinto del tutto, visto che non capivo bene dove questa mini-serie volesse andare a parare. La prima puntata infatti ci introduce nel mondo di Mildred con toni più o meno da commedia, mentre la forza maggiore di questa produzione sono le scene drammatiche. E il finale della seconda parte è qualcosa in grado di gelare il sangue anche al più freddo insensibile figlio di puttana del mondo. Da lì in poi la mini-serie me la sono bevuta in un sorso, quasi come se fosse una super-mastodontica pellicola da 5 ore.
Alla faccia della nuova Grande Depressione, la produzione televisiva americana finché sforna cose del genere sembra proprio non conoscere crisi. Attenzione: ho parlato di produzione televisiva americana, per quanto riguarda la produzione di fiction italiane invece… no comment, ché se dico ciò che penso potrebbe arrivare il Vasco di turno e farmi chiudere il blog.
(voto 8/10)


martedì 20 luglio 2010

Candy Warhol

Factory Girl
(USA, 2006)
Regia: George Hickenlooper
Cast: Sienna Miller, Guy Peace, Hyaden Christensen, Jimmy Fallon, Mena Suvari, Shawn Hatosy

Gran bel personaggio, Edie Sedgwick. Fuggita via da una famiglia ricca di Santa Barbara, da un destino borghese già scritto per lei dai genitori, è diventata la best friend e musa di Andy Warhol in quel di New York City. Una modella barra attrice barra superstar che ha avuto i suoi 15 minuti di popolarità negli anni Sessanta ma ancora oggi è ricordata come icona di stile e bellezza unici. Una grande, che probabilmente meritava un film biopic a lei dedicato molto migliore di questo.

La regia di tale George Hickenlooper (who the fuck is him?) rende gli ossequi a uno stile Sixties chiaramente rispettato. Fin troppo, visto che il tizio non riesce a dare una visione minimamente personale del periodo. La trama del film è poi estremamente debole, quasi quanto quella dei film improvvisati di Warhol, basata più che altro sul rapporto tra Edie ed il genio della pop art, coppia super glamour irrisolta (d’altronde lui era gay, anche se con Edith avrebbe forse fatto volentieri un’eccezione…). C’è naturalmente anche la tanto discussa relazione con Bob Dylan, inserito sotto mentite spoglie. Nel film fa la figura del gran coglione, quindi non c’è da stupirsi che non abbia dato il suo consenso a questo film… Hayden Christensen nei panni del simil-pseudo-Dylan non convince un granché, molto meglio gli alter-ego di Io non sono qui fotografati dai vari Heath Ledger, Christian Bale, Richard Gere e Cate Blanchett.

Factory Girl è un film che ha la grave colpa di essere poco stiloso (un poco lo è, ma non abbastanza), un peccato mortale per una storia che racconta di Edie & Andy (interpretato da un macchiettistico Guy Pearce) mica di Albano & Romina. Il regista in tal senso avrebbe fatto meglio a prendersi due appunti guardando qualche episodio a caso della raffinatissima serie 60s Mad Men (di cui potrei parlare a breve, visto che negli USA sta per partire la quarta attesissima stagione). La pellicola definitiva in grado di cogliere quel periodo magico di sperimentazione & follia psychedelica (forse incoglibile agli occhi del mondo malato di oggi) non è stata ancora girata, visto che pure Basquiat e Ho sparato a Andy Warhol (entrambi comunque migliori di questo) mi sono sembrati decisamente incompiuti e non del tutto convincenti.
Persino la colonna sonora non offre grandi soddisfazioni, e sì che di materiale 60s dubi dubi yeah yeah della Madonna a disposizione ce ne sarebbe stato, a segno di una ricostruzione che lascia davvero a desiderare. A tenere alto il nome di Edie meno male che ci pensa allora Sienna Miller, totalmente in parte e totalmente splendida. Se Factory Girl vale quindi una visione è grazie a lei e a un personaggio che merita perlomeno di essere conosciuto. Per più di 15 minuti.
(voto 5,5)

Trovate il film QUI  o sul mulo
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo marcogoi82@gmail.com