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giovedì 2 aprile 2015

IL LIBRO DELL'ANNO





Ve l'avevo anticipato già l'1 gennaio, ma è probabile che allora foste ancora in hangover post-Capodanno e quindi magari non ricordate bene. Ora comunque è arrivato. Finalmente è arrivato. Di cosa sto farneticando?
Della raccolta di racconti In bilico. Storie di animali terrestri, appena uscito giusto questa settimana online e nelle più rifornite librerie d'Italia. Al suo interno trovate un sacco di splendide storie, tra cui anche un mio raccontino intitolato "Sarah". Il consiglio, giusto leggermente interessato, è quindi di procurarvelo al più presto.
Dove?

giovedì 1 gennaio 2015

CAMING SUN





Quale sarà il grande evento del 2015?
Ieri ne abbiamo visti diversi e di tutti i tipi, dal nuovo capitolo di Star Wars al ritorno dei Radiohead, dalla stagione 2 di True Detective fino all'ultima pellicola di Terrence Malick.
Il vero grande evento dell'annata appena iniziata è però destinato a essere un altro: la pubblicazione di “In bilico. Storie di animali terrestri”.
E cos'è???

Si tratta di una raccolta di racconti curata dall'ottima Angela Leucci, l'autrice del blog Glama.it, in cui sono presenti gli scritti di vari giovani scrittori emergenti: Paolo Colavero, Gianluca Conte, Luigi De Gregorio, Belisario Laveneziana, Valentina Luberto, Paolo Merenda, Antonio Montefusco, Annarita Pavone, Marina Piconese, la stessa Angela Leucci e un certo... Marco Goi.
Sì, proprio me medesimo. L'autore di questo blog. Potete quindi capire bene che questo si preannuncia come uno degli eventoni dell'anno, se non altro dalle parti di Pensieri Cannibali.
Per il momento vi lascio qui sotto con la copertina del libro. Nelle prossime settimane vi terrò informati sulla data di pubblicazione e sulle modalità per comprarlo, ma intanto vi invito già da ora a mettere da parte i soldini per l'acquisto. Ne varrà la pena. Spero.

mercoledì 29 maggio 2013

DJACCA UNCHAINED


Questo post partecipa all’iniziativa DJANGO WANTS YOU realizzata per l’imperdibile uscita in DVD e Blu-ray di uno dei grandi cult movie dell’anno: Django Unchained di Quentin Tarantino.

Cosa ci potete trovare dentro, oltre allo splendido film?
Ecco i contenuti extra...

DVD
- In ricordo di J. Michael Riva
- La scenografia di Django Unchained
- 20 anni di cinema: la collezione Blu-rayTM Tarantino XX
- La colonna sonora

Blu-ray
- Cavalli e gli stunt
- I costumi di Sharen Davis
- In ricordo di J. Michael Riva - La scenografia di Django Unchained
- 20 anni di cinema: la collezione Blu-rayTM Tarantino XX
- La colonna sonora

Un'uscita quindi davvero da non perdere!
Ma non è finita qui. Per l’occasione, ho anche scritto un raccontino western. Cannibal Kid che si dà al western?
Solo Tarantino può compiere un miracolo del genere. Ecco a voi Djacca Unchained.

DJACCA UNCHAINED
Il sole splendeva alto in cielo. Era quasi mezzogiorno. Un tipico mezzogiorno di fuoco. Stavo per avere il mio primo scontro faccia a faccia, o meglio pistola a pistola e me la stavo facendo nei pantaloni. Non per la paura. Non avevo certo paura di quel codardo di James Ford, il mio eterno rivale. Semplicemente, mi scappava la cacca. Non avrei dovuto mangiare tutti quei fagioli alla scorreggiona. Che mi credevo? Di avere il fisico di Bud Spencer? Per fortuna no, non avevo il fisico alla Bud Spencer. Ero più smilzo alla Clint Eastwood. Il caro vecchio Clint, come soleva dire il caro vecchio Sergio Leone, aveva solo due espressioni: una col cappello e una senza. Io, a differenza sua, potevo vantarne ben tre: una quando ero felice, una quando ero triste e poi la terza. Quella che avevo in quel momento. Quella di chi sta sudando freddo perché se la sta per fare nei pantaloni.
Provate a immaginare la scena. Ero lì, in piedi, con una giacca verde come quella che indossa Jamie Foxx in Django Unchained. Una giacca da figo spaziale. No, ho sbagliato, non da figo spaziale. Da figo western. Tutte le donnine del bordello erano scese in strada, oppure attendevano la sfida guardando dalle loro finestre e io ero completamente sudato. Marcio. In qualche modo, mi reggevo ancora in piedi e tenevo la mano sulla fondina, in attesa di estrarre la pistola e sparare a James Ford. Tra noi c’era sempre stata un’accesa rivalità, non ricordo nemmeno bene perché. Forse perché nel West devi avere per forza un nemico, altrimenti non sei nessuno, e noi ci siamo scelti a vicenda.
Da buon burlone quale ero, quale ancora sono, il giorno precedente gli avevo tirato uno scherzetto dei miei, magari giusto un po’ più pesante del solito. Gli avevo sparso della colla su tutta la sella del suo cavallo. Cavallo era una parola grossa. Sembrava più un mini pony. Lui si era seduto sopra come se nulla fosse, aveva fatto i suoi giretti di ricognizione per il colpo che stava preparando e poi, proprio quando si apprestava ad assalire la carovana di un ricco signorotto che stava arrivando in città, si è reso conto di non potersi staccare dalla sella. Il signorotto, accortosi del suo maldestro tentativo, l’ha deriso pubblicamente. James Ford ha subito capito che si trattava di uno dei miei scherzetti. Alcune ore dopo, una volta riuscito a staccare le chiappe dalla sella grazie all’aiuto della sua gang che gli ha gettato addosso dell’acqua calda tra le risate generali, così almeno mi immagino la scena, è venuto a cercarmi e mi ha sfidato a singolar tenzone. Il solito re dei melodrammi. Avremmo potuto sbrigarcela con una gara di bevute al saloon del paese ma no, per lui è sempre tutta una questione di vita o di morte. Io non è che avessi molta voglia né di uccidere, né di essere ucciso, però non mi restava altra scelta. Dovevo battermi, ne andava del mio onore. Non che avessi chissà quale onore da difendere, ma non mi andava di essere deriso a vita da Ford e dalla sua gang. Meglio morire, piuttosto.

E così eccoci lì. Un minuto a mezzogiorno. Uno stereotipato mezzogiorno di fuoco nel West. Faccia a faccia, pistola a pistola e io me la stavo facendo sotto. Non avrei mai dovuto mangiare tutti quei fagioli alla scorreggiona per pranzo. Non mi sarei potuto fare una leggera insalatina salutista? Se non altro, se quello doveva essere il mio ultimo pranzo, sarebbe stato un ottimo ultimo pranzo. Come potete immaginare, visto che state leggendo le mie parole, quello non è stato il mio ultimo pranzo e io sono ancora vivo. Anche il mio rivale James Ford è ancora vivo. Com’è possibile?
Quando le lancette sono passate dalle 11:59 alle 12 in punto, io e Ford ci siamo guardati negli occhi. Io ho messo mano veloce alla fondina, ma il mal di pancia era troppo forte e mi sono paralizzato. Ford di solito era più lento di me, ma evidentemente a pranzo si era tenuto più leggero e così ha estratto la pistola dalla sua fondina prima di quanto sono riuscito a fare io e ha sparato. Ha sparato e mi ha colpito in pieno petto. Sono morto.

Per qualche minuto, tutti hanno creduto che fossi morto. Anche Ford, che se ne è andato via in trionfo con la sua gang. Ora che non aveva più un rivale, era arrivato il momento per lui di andare altrove e cercarsene un altro. È così che va, nel vecchio West. Io però non ero morto. Dopo alcuni minuti in cui sono rimasto svenuto per lo shock, quando ormai la strada si era svuotata e non erano rimasti più nemmeno i vecchietti curiosi, quelli che non hanno niente di meglio da fare se non guardare i lavori in corso o uno scontro tra pistoleri, sono rinvenuto. Mi sono portato la mano al petto. Il proiettile si era conficcato nella finta stellina da sceriffo che tenevo vicino al cuore nella tasca interna della giacca. La mia giacca mi aveva salvato la vita!
Una donnina del bordello che guardava dalla finestra si è accorta che ero ancora vivo e mi ha portato nella sua stanza per medicarmi. Una volta ripreso, mi ha proposto di fare all’amore in cambio di 100 dollari. “100 dollari, e che mi vuoi ammazzare tu?” le ho detto, prima di proseguire: “Anche se ce li avessi, non ho tempo per questo adesso. Ho una vendetta da compiere, donna.”
L’ho lasciata lì, sono andato finalmente a fare la cacca ed è stata un’enorme liberazione. Salito in sella al mio fido cavallo, sono andato alla ricerca del mio nemico Ford. Percorsa qualche miglia, giunta ormai sera, ho visto gli amichetti di Ford bivaccare fuori dal saloon del paese più vicino al nostro. Una volta usciti, sono andati a nanna nella pensione lì accanto. Ho aspettato fino a che in tutto l’edificio non volava una mosca, a parte il pesante russare di Ford.
Ora mi trovo alla sua porta, mano sulla fondina, pistola carica e per cena ho mangiato giusto un’insalatina leggera. Questa volta, niente potrà più fermarmi.
Bang.

mercoledì 10 aprile 2013

UN LIBRO DA MANGIARE A MERENDA


Paolo Merenda “Dodici”
(romanzo, 2013)
Casa editrice: Giovane Holden Edizioni
Pagine: 127
Libro acquistabile sul sito di Giovane Holden Edizioni
Oppure in versione ebook su Amazon

“Dodici” è la prima raccolta di racconti di Paolo Merenda, giornalista e scrittore classe 1979 che ho conosciuto sul web tramite un'amica.
Vengo contattato per recensirlo, dico: “Ok”, ricevo a casa il pacco con il libro, non è un pacco bomba lo dico per rassicurarvi, e dentro c’è veramente il libro, lo dico sempre per rassicurarvi, quindi comincio a leggere il primo racconto e…
Non mi piace.
Oh mio Dio. E adesso cosa faccio? Scrivo una recensione in cui fingo di averlo adorato? Mi eclisso nel nulla e nego di aver mai ricevuto il manoscritto?

Il problema per fortuna si è risolto da solo. Nel senso che il primo racconto ammetto con sincerità di non averlo apprezzato: troppo breve, troppo frammentario, non mi ha comunicato granché. Dal racconto numero 2 le cose sono però andate per il verso giusto e quindi ho riposto da parte tutti i problemi che mi ero fatto all’inizio. “L’ultimo falò” è infatti una storia di paura di quelle che ti fanno sentire come se fossi davvero in mezzo a un bosco, con tutti riuniti attorno a un falò a raccontarsi storie dell’orrore. Non sono mai stato in campeggio (o forse giusto da bambino piccolissimo, non ricordo), non ho mai fatto il boyscout né la Giovane Marmotta (quello di sicuro no), però immagino che la sensazione sia questa.
Da qui in poi ho cominciato a entrare nella testa dell’autore, nella sua visione del mondo, nel suo modo di raccontare. Un modo di narrare ancora acerbo, lo dico non come critica ma come constatazione. Come chi ha del potenziale, ha delle idee, ma ancora deve saperle sfruttare e farle maturare a dovere. Situazione che può essere vista come un limite, però da un'altra angolatura può essere considerata come un pregio, poiché l’ispirazione di Paolo Merenda attraverso questa variegata collezione di scritti corre via in maniera anarchica, facendosi trascinare dall’intuizione del momento, in maniera non troppo mediata e meditata. I suoi racconti brevi scorrono che è un piacere. Dopo la difficoltà incontrata all’inizio, il menù di storie, per lo più dalle atmosfere notturne e avvolgenti, inquiete e visionarie, ti entra nella testa come le voci di Tony Montana, Paperino, Homer Simpson e Tyler Durden che sente il protagonista del racconto “Voci”.

L'autore Paolo Merenda
Le fonti di ispirazioni del Merenda sono molteplici e si possono intravedere tra i vari riferimenti che lui stesso infila dentro i racconti: dalla musica metal al wrestling (“L’eroe” dedicato a Eddie Guerrero), dalle notizie captate su giornali e telegiornali alla cronaca nera (nel poco rassicurante, nonostante il titolo, “Tutto in famiglia”), dal calcio visto in chiave sci-fi (“L’illusione”) alla mania di protagonismo sui social network (“L’abito adatto per l’eterno nulla”), fino alla guerra (“Lago nero”). Nei due racconti, i più lunghi della tracklist, scritti a quattro mani con Angela Leucci, autrice di Café des artistes, ho inoltre ritrovato lo stile della collega blogger, ed è sempre un piacere.
Il brano che ho preferito dell’intera raccolta arriva però solo all'ultimo, in zona Cesarini: “Estinzione di massa” è un breve frammento di fantascienza intelligente dallo spunto molto originale che sviluppato potrebbe portare a qualcosa di davvero grosso.
L’impressione generale di questa raccolta “Dodici” è allora quella di un work in progress, di una serie di idee che unite regalano un autore pieno di spunti intriganti ancora da modellare ma che alla fine, proprio allo scadere, è riuscito a siglare il goal della vittoria.
(voto 6,5/10)

lunedì 22 ottobre 2012

Okkio all'Oktoberfest

Una manciata di giorni fa sono stato all'Oktoberfest di Monaco di Baviera.
La cosa potrebbe non fregarvi più di tanto. Giustamente. Se non che sono stato invitato dal sito WhatYouLove a raccontare del mio ultimo viaggio, e quindi ho approfittato dell'occasione per parlarne. In maniera sobria. Ehm, all'incirca,
Cos'altro aspettate, allora?
Una lettura che va servita fredda. Meglio se accompagnata da una bella birretta.

martedì 10 luglio 2012

L'ultima estate di Elle

Buongiorno, signori e signore.
Comunicazione di servizio: la blogger Elle ha scritto una recensione, o meglio una non-recensione come lei stessa preannuncia, del mio libro L'ultima estate di Joan e altri racconti.
Curiosi di sapere cosa ne pensa? Tra una riflessione sui po**ini (mi tocca censurare le parolacce perché se no Blogger mi ca**ia) e l'altra, potete leggerla sul suo blog Lo spirito nella casa.
E, se lo volete, potete recuperare anche le recensioni di Affari nostri e del mio blogger-nemico Mr. James Ford.

Io, nel frattempo, tanto per non sbagliare vi ricordo che potete scaricare GRATIS l'ebook de "L'ultima estate di Joan e altri racconti" QUI


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Mentre se invece preferite avere la versione cartacea per le mani, e magari leggervelo sotto l'ombrellone, potete ordinare il libro al prezzo scontato di € 7,80 QUI

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Buona lettura e buona ultima estate. Ultima solo per Joan, si spera.

giovedì 21 giugno 2012

L’estate gratis di Joan

Regalo di inizio estate su Pensieri Cannibali: il mio primo libro “L’ultima estate di Joan” a partire da oggi è scaricabile gratuitamente in versione ebook.
Dopo un breve periodo di sfruttamento commerciale, mi sembrava giusto renderlo disponibile a tutti for free. Quindi...

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Per chi ci tenesse ad averlo tra le mani in versione cartacea, il libro "fisico" è ordinabile al prezzo super scontato di € 7.80.

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Ma chi o cosa è “L’ultima estate di Joan”?
Nel caso vi foste persi i post promozionali precedenti, vi ricordo che è una raccolta composta da 21 racconti di vario genere, dal thriller all’horror, dalla commedia al dramma, arrivando fino alla fantascienza, tutti scritti dal sottoscritto Marco Goi aka Cannibal Kid.

L’ultima estate di Joan, la title-story, è il racconto di un gruppo di ragazzini tedeschi che vanno per la prima volta in vacanza senza genitori, al sole della Costa Brava. Ma all’interno della raccolta troverete una moltitudine di altre storie, vite, personaggi: nerd alle prese con cheerleader zombie, un tamarro alle prese con la notte prima degli esami, lavoratori precari, padri che riescono a comunicare con i figli solo in particolari condizioni, un’Apocalisse, un racconto di Natale e uno di Halloween, nani, giganti, un villaggio di freaks, una prostituta minorenne, un tarlo che vive in uno stomaco e la storia vera di… un brufolo.
E poi vi sono anche le vicende immaginarie di alcuni personaggi liberamente ispirati a personaggi realmente esistenti: un certo politico imprenditore di nome Silvio, la politica (?) showgirl Mara, la mamma killer Anna Maria, la cantante problematica Amy, la sexy attrice Jessica e persino un Jesus in versione adolescenziale.
E… molto altro ancora.
Insomma, prendete e leggetene tutti.

(grazie ancora a tutti quelli che hanno acquistato, scaricato e anche pubblicizzato, promosso, parlato del libro sul loro sito, blog, pagina Facebook, Twitter o altro e a quelli che lo faranno!)

domenica 6 maggio 2012

La prima recensione di Joan

L’ultima estate di Joan” è il mio primo libro. Una raccolta di 21 racconti entusiasmante (si spera) che potete acquistare QUI in versione cartacea al prezzo di € 13.00

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oppure in versione ebook a € 1.99 QUI.

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Fine della marketta?
Fine della marketta.
E ora spazio a un estratto dalla prima recensione del libro, scritta dal blogger Affari nostri:

Nel complesso si tratta di racconti che affrontano in maniera simpatica, grottesca, ma anche realistica alcune situazioni che interessano maggiormente i ggiovani. Vedi ad esempio una gita con gli amici, una notte prima degli esami meno Mocci(a)osa, la creazione ad hoc di alcune cheerleder, la lotta ad armi pari con un brufolo.
L'autore si diletta, però, anche in racconti più riflessivi, trattando argomenti importanti come il rapporto genitore-figli; la solitudine ancora più pressante nei giorni di festa; il problema delle paure, degli attacchi di panico; il problema di una generazione confusa e allo sbando che non ha ormai più voglia di lottare per niente, che si accontenta di poco, il necessario per arrivare decentemente a fine mese.
(Affari nostri, voto 7)

Per leggere il resto dell’acuta e illuminante recensione, comprese le (legittime) critiche avanzate, vi invito a fare un giro dalle parti del blog di Affari nostri.

Ultimo, ma non ultimo, un ringraziamento anche agli altri blogger che hanno dato spazio al mio libro con le loro promo personali. Un big big blog thanx quindi a CheRotto (pure autore della copertina della raccolta), Pupottina, SailorFede, Luigi 87 e anche a BlackSwan che ha pubblicato il banner del libro sul suo blog!

martedì 24 aprile 2012

I racconti del cannibale

Marco Goi “L’ultima estate di Joan e altri racconti”
(Raccolta di racconti, 2012)

UPDATE: Potete scaricare l'ebook GRATIS (SCARICA GRATIS)

Genere: commedia, drama, thriller, horror, fantascienza
Pagine: 201
Prezzo libro copertina morbida: € 13.00 prezzo scontato € 7.80 (COMPRA)
Prezzo libro copertina rigida: € 21.10 prezzo scontato € 14.77 (COMPRA)
Prezzo ebook: € 1.99 GRATIS (SCARICA)
Se ti piace leggi anche: Bret Easton Ellis, Chuck Palahniuk, Enrico Brizzi, Federico Moccia (uahahah!)
Acquistabile su Lulu.com: versione libro (a copertina morbida o rigida) e scaricabile in versione ebook

Questa non è una recensione. Questo è uno spudorato consiglio per gli acquisti.
È arrivato il mio primo libro e potete comprarlo online ORA!
Si intitola “L’ultima estate di Joan e altri racconti” e, come si può facilmente evincere dal titolo, si tratta di una raccolta di racconti. 21 racconti, per essere precisetti.
Il genere? Si spazia dal thriller all’horror, dalla commedia al dramma, arrivando fino alla fantascienza.
Una lettura (si spera) divertente ma anche con qualche momento più o meno serio. Una lettura fresca e variegata. Una lettura insomma perfetta per l’estate. Ma non solo.

L’ultima estate di Joan, la title-story, è il racconto di un gruppo di ragazzini tedeschi che vanno per la prima volta in vacanza senza genitori, al sole della Costa Brava. Ma all’interno della raccolta troverete una moltitudine di altre storie, vite, personaggi: nerd alle prese con cheerleader zombie, un tamarro alle prese con la notte prima degli esami, lavoratori precari, padri che riescono a comunicare con i figli solo in particolari condizioni, un’Apocalisse, un racconto di Natale e uno di Halloween, nani, giganti, un villaggio di freaks, una prostituta minorenne, un tarlo che vive in uno stomaco e la storia vera di… un brufolo.

E poi vi sono anche le vicende immaginarie di alcuni personaggi liberamente ispirati a personaggi realmente esistenti: un certo politico imprenditore di nome Silvio, la politica (?) showgirl Mara, la mamma killer Anna Maria, la cantante problematica Amy, la sexy attrice Jessica e persino un Jesus in versione adolescenziale.
E poi? Molto altro ancora. Il tutto naturalmente in pieno stile cannibale e con copertina e immagini promozionali stupendamente realizzate dall'amico CheRotto dei blog OsirisicaOsirosica e L'ora blu.

Come assaggino, potete leggervi il racconto breve Come nevicava
e la parte prima di L’ultima estate di Joan.
Il consiglio (più o meno) disinteressato è però quello di acquistare il libro.
Potete trovarlo e su Lulu.com ed è disponibile in ben 3 versioni:
- Libro a copertina morbida: € 13.00 prezzo scontato € 7.80 (COMPRA)

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- Libro a copertina rigida: € 21.02 prezzo scontato € 14.77 (COMPRA)

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- Ebook per leggerlo su computer e tablet vari: € 1.99 GRATIS (SCARICA)

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Naturalmente vi sarei infinitamente grato se parlaste di questa uscita sui vostri blog, pagine Facebook, Twitter, siti vari, ad amici, famigliari o magari anche agenti letterari ed editori, se proprio vi capita.
Sono poi gradite recensioni del libro. Anche stroncature. Dopo tutte le critiche a volte anche pesanti che ho fatto a film, telefilm, dischi e personaggi vari su questo blog, in fondo una bella stroncatura come si deve me la merito tutta!





sabato 12 novembre 2011

Berlus-gone?-i

Non so per quale motivo di preciso, chissà?, ma in questi giorni, in queste ore, mi è ritornato in mente, bello come era forse ancor di più, un vecchio racconto che avevo scritto tre anni fa. Eccolo qui di nuovo. Piuttosto attuale, credo.


Le ultime ore di Silvio
Se ne sta con la canna di una semiautomatica calibro 8 puntata alla tempia, a guardare le lancette mentre scandiscono ore minuti secondi per sempre perduti. Non gli piace proprio starsene lì con le mani in mano (si fa per dire, visto che in mano c'ha una pistola).
Ci sono persone che vanno a fare la spesa al supermercato e alla cassa devono fare una lunga coda. Persone che dal medico e all’aeroporto siedono in una sala ad aspettare per ore. Persone che fissano gli orologi senza fare nulla. Persone che passano la vita in una lista d’attesa.
Per lui è la prima volta. Non ricorda quando e se ha mai fatto la spesa. Il dottore ce l’ha sempre avuto personale. Il jet privato parte a un suo fischio e gli orologi li guarda solo per sapere quando è ora di chiudere un colloquio che dura da troppo tempo e gli sta facendo scemare l’attenzione.
Eppure se ne sta lì seduto su una poltrona rossa imbambolato a guardare quelle lentissime lancette che fanno tic-tac tic-tac come la canzone di Madonna o quella di Gwen Stefani. Per la prima volta in vita sua è indeciso. Non sa che cosa fare.
“Basta solo che lo fai.”
I dubbi gli alitano sul collo.
“Fallo senza pensarci. Come hai sempre fatto.”
L’ambizione lo fa apparire graziosamente brutto, mentre fuori sta scoppiando la rivoluzione.
“Le cose andranno meglio, dopo che l’avrai fatto.”
Essere cancellato dalla faccia della Terra ma restare impresso nei libri di Storia.
“Proprio così: tu sarai Storia.”
Andare con la mente in posti in cui non era mai stato prima. In posti in cui nemmeno un jet privato sarebbe potuto arrivare.
“Allora, non hai ancora deciso? Guarda che stanno venendo a prenderti. Sono già qui fuori.”
Organizzare il grande addio. Doveva organizzare almeno il grande addio. Essere sicuro che nessuno avrebbe potuto rovinare il suo ricordo.
“La storia ti brama. Tutti i più grandi ti stanno aspettando, lassù. Non vedono l’ora di averti nel loro club esclusivo.”
Riflettere un momento. Ripensare a un modo per apparire ancora più memorabile e potente. Una statua! Ma certo, erigere una statua di dimensioni mastodontiche (non a scala reale, perché se no sarebbe stata troppo piccola) che ne riportasse intatte le sue fattezze in tutti i secoli dei secoli, amen. 
“Eccola, la parolina giusta: amen. I dubbi, quelli lasciali ai perdenti. Tu sai sempre cosa fare, anche ora. Basta indecisioni.”
E allora il colpo parte all’interno della canna. Lacera la carne. Rimbomba per tutto il salone. Sul muro si forma una chiazza di sangue. Si domanda se qualcuno la pulirà o se invece la lasceranno lì per farla vedere agli studenti in visita guidata.
Fermi un attimo. C’è qualcosa di strano se con i suoi stessi occhi vede questa grossa macchia di sangue colare sul muro e se si sente ancora così maledettamente vivo?
“Cristo Santo! Non ha funzionato… Ricarica e ritenta, sarai più fortunato.”
Un altro colpo esplode BANG stavolta fa pure eco BAAANG per il salone BAAAAAAANG ed ecco comparire un’altra macchia di sangue sul muro.
Ma anche stavolta, niente da fare. In fondo l’aveva sempre sospettato e adesso ne aveva la prova certa.


“Sei immortale. Siamo immortali. Vedremo la muraglia cinese venire giù, i vampiri morire uno ad uno così come tutte le persone intorno a noi. Alla fine ne rimarrà solo uno, e non sarai tu, Christopher Lambert. Sarò io. Saremo noi.”
Sicuro di sé per la non del tutto inaspettata ma comunque piacevole scoperta appena fatta, si toglie finalmente la canna della calibro 8 dalla tempia e avvicina il telefono all’orecchio. Chiama gli addetti alle pulizie extracomunitari, chè quelle chiazze rosse non si possono proprio vedere, non si possono.
Tempo tracorso trentaseisecondi ed eccoli lì in salone a pulire quelle macchie di sangue dal muro senza fare domande.
“Non bisogna necessariamente essere morti, per entrare nella Storia. Tu sei vivo. Noi, noi siamo vivi. Questo è un nuovo giorno, questo è un nuovo inizio. Abbiamo ancora tanto da fare.”
Le macchie sono totalmente sparite. Non vi è più alcuna traccia di quello che è capitato lì dentro. I ragazzi delle pulizie hanno fatto un buon lavoro. E bravi gli extracomunitari. Il muro è tornato ad essere immacolato, perché questo è un nuovo giorno, questo è un nuovo inizio.
“E adesso via, verso l’infinito e oltre.”





That's all, folks?



domenica 6 novembre 2011

La vita sognata degli angeli

Alexander Ahndoril “Il regista”
(romanzo)
Casa editriceAìsara
Pagine: 192

Ci sono due modi per parlare di un personaggio famoso. Fondamentalmente, due modi. Parlarne bene o parlarne male, direte voi.
No.
Il primo è redarne la biografia ufficiale, andando a documentarsi, intervistando il personaggio in questione, amici, famigliari e conoscenti vari. Ricostruirne la vita passo per passo attenendosi alle fonti.
L’altro modo è più fantasioso e consiste nello scriverne immaginando la sua vita, i suoi gesti, i suoi pensieri. Non è detto che il primo metodo si riveli più efficace e dia una fotografia più veritiera del personaggio in questione. Il secondo metodo può infatti arrivare al cuore della persona con maggiore efficacia, grazie a pratiche meno scientifiche e razionali, ma attraverso espedienti più artistici.

È il secondo metodo quello utilizzato da Alexander Ahndoril, anche noto con il più facilmente pronunciabile pseudonimo di Lars Kepler con cui ha pubblicato l’hit thriller L’ipnotista, per raccontarci di Ingmar Bergman nel suo Il regista, romanzo appena pubblicato in Italia da Aìsara. Ingmar da non confondersi con Ingrid Bergman, attrice che pure lavorò con lui in Sinfonia d’inverno, come mi confondevo spesso io da ragazzino.
Ok, lo ammetto: come confondevo io ancora fino a poco tempo fa.

Ingmar Bergman tanto per fare il punto della situazione è il sommo regista svedese scomparso nel 2007 autore di film come il fenomenale Persona, lo splendido Il posto delle fragole, il celebrato Il settimo sigillo, più un sacco di altri che non ho (ancora) visto perché ne ha girati così tanti che credo nemmeno lui sia riuscito a vederli effettivamente tutti.


Il romanzo va a raccontare il dietro le quinte delle riprese di Luci d’inverno, film uscito nel 1962 e parte della trilogia del silenzio di Dio, concentradosi su Bergman regista attraverso la realizzazione della pellicola, ma anche e soprattutto su Bergman uomo, andando ad indagare nel suo rapporto con la moglie (una delle sue tante mogli) e in particolare in quello conflittuale con il padre, che l’avrebbe voluto predicatore anziché cineasta.
Quello che ci racconta Ahndoril non è necessariamente come sono andate le cose, ma come ha immaginato siano andate le cose, e a quanto pare in questo mischione tra fiction e realtà deve averci preso parecchio, visto che lo stesso Bergman dopo aver letto il libro (la prima edizione in Svezia è uscita nel 2006, poco prima della sua morte) gli ha confessato: “Come diavolo hai fatto a sapere tutto questo? Non ne ho mai parlato con nessuno”. Anche se, dopo l’apprezzamento iniziale, qualche mese dopo il regista ha invece cambiato opinione e dichiarato: “Questo romanzo è un insulto!”. Confermandosi in questo modo persona contradditoria quanto i suoi film.

La lettura è estremamente interessante per gli appassionati del regista e del mondo del cinema in generale, ma offre parecchi spunti anche a chi è incuriosito da questo tipo di biografie-non biografie, o anche biografie immaginarie di personaggi realmente esistiti. Io stesso mi sono esercitato in questa pratica malata quanto divertente, seppure solo sotto la forma di alcuni raccontini immaginati dedicati a personaggi come Amy, come Annamaria, Mara e Jessica, come Axl, Kanye e Brandon, ma anche come un certo Silvio.
Il gioco portato avanti da Alexander Ahndoril con questo romanzo è però portato a un livello decisamente superiore, attraverso una costruzione stratificata e congegnata con uno stile molto cinematografico che trova come unico limite giusto una certa freddezza tipicamente nordica che pur ci fa solo in parte avvicinare a Bergman, mantenendo una certa distanza che non ci permette un’immersione emotiva al 100%. Cosa che alla fine dei conti può anche non essere vista necessariamente come un difetto.
E se io dovessi dedicarmi alla scrittura di una storia su regista, su chi cadrebbe la scelta? Beh, risposta molto facile: non riuscirei a immaginare un personaggio più divertente di Quentin Tarantino. Quasi quasi inizio a scriverlo...
(voto 7/10)



lunedì 25 luglio 2011

Ritratti di Amy

Tre anni fa avevo scritto una serie di brevi ritratti immaginari di personaggi femminili più o meno celebri che avevo pubblicato nel post Ritratti di signora. Tra di questi c’era anche una certa Amy.
Poi avevo continuato a scrivere e a sviluppare i personaggi e a intrecciare le loro storie con l’immaginario di Alice nel paese delle meraviglie, in quella che rimane a oggi un’opera folle e incompiuta.
In ogni caso questi sono i brevi ritratti immaginari che avevo scritto su Amy e a parte il primo non li avevo mai postati. Questo è il mio modo per ricordarla…

A letto
Amy si è addormentata guardando le stelle distesa sul manto morbido di un prato inglese. Accanto a sé ricorda una bottiglia di Jack e una di J&B, l’odore dell’erba fresca di pioggia nelle narici sensibili, l’umido delle sue mutandine e nient’altro. Si sveglia per magia a casa nel suo lettuccio caldo a fianco di un corpo che non conosce. Si chiede come abbia fatto a tornare lì. Svelta dice al corpo: “Sai che non sono una brava ragazza,” citando il testo di una sua canzone, anche se non ricorda di preciso quale, e gli indica la porta con decisione. Il tizio la guarda con l’aria del “Ieri sera mi sembravi molto più arrapante, baby,” ma non dice niente. Si alza dal letto nudo grattandosi le chiappe e se ne va con il cazzo ancora in erezione mattutina. Amy si guarda intorno preoccupata. La testa le fa un gran male. “È un rave party, non è una testa,” pensa. I bassi pulsano feroci sulle meningi. “Boom Boom Boom Boom.” Ha bisogno di qualcosa per tirarsi su. E alla svelta, Cristo. Ma non c’è niente di già pronto per tirarsi su. Quel tizio deve essersi fottuto tutto ieri sera. “O forse sono stata io?” si chiede in un breve attimo di lucidità. “Sì, devo essere stata io. Non quell’incapace.” Allora si mette a scaldare con amorevole cura la miscela di cloridrato di cocaina ed acqua preparata e poi aspetta che si raffreddi. Una lunga attesa. “Che nervi!” Il tempo sembra non passare mai quando si aspetta qualcosa. Un paparazzo se ne sta appostato lì fuori e appena vede sbucare la sua sagoma le scatta veloce una fotografia digitale. Mentre scappa via si chiede: “Ma perché quella si fa sempre davanti alla finestra?"


Al pub
“Tutto bene, Amy?” le chiede il barista.
“Certo che va tutto bene, pezzo di coglione.” Dà un’altra golata direttamente dalla bottiglia di Jack Daniel’s. “Ti sembra che ci sia qualcosa che non va?” Si alza cullando la bottiglia tra i suoi seni rifatti a mò di bebè. L’istinto materno ce l’ha, suo padre lo dice sempre alla stampa, è solo male indirizzato.
Infila un penny dentro al jukebox. Incredibilmente centra la fessura giusta. Gli tira un pugno per farlo andare giù ed ecco che nell’aria del pub si respirano le note di una vecchia canzone delle Chiffons. “Ancora le Chiffons,” si lamenta qualcuno. “Questa sta in fissa,” sussurra qualcun altro. Amy prova a cantare il pezzo insieme al jukebox, ma non ricorda esattamente tutte le parole, e quelle che ricorda le strascica. Balla ad occhi chiusi, ma più che ballare scuote solo un poco la voluminosa capigliatura da Marge Simpson e continua a dondolare la bottiglia di Jack Daniel’s tra le braccia secche.
“Hey, ho bisogno di una liposuzione, secondo te?” Chiede improvvisamente a un anziano che se ne stava quieto quieto a giocare a carte con gli amici. Il vecchio la guarda come si guardano i pazzi scatenati, o gli alieni. “Macchè liposuzione,” sghignazza guardando i compari solidali. “Hai bisogno di una bella bistecca, mia cara figliola,” le fa col tono più amorevole che esce fuori di bocca. Poi rivolge lo sguardo ai suoi compagni di po-po-poker scotendo vistosamente la testa e avvicina un dito alla tempia.
Amy è già da un’altra parte, lontana. Amy è dentro il jukebox. Tra un “sha la la la” e un “uou ou oo ooo.” Persa per sempre nel suono, nella musica, nelle parole, nei coretti.
Due tizi impomatati in giacca e cravatta e coi capelli pettinati all’indietro entrano nel pub. Tutti si voltano a guardarli. Tutti tranne Amy, presa da una danza che nella sua naturalezza ha un chè di tribale. I due tizi le si avvicinano minacciosi. Si tolgono gli occhiali da sole e la guardano fissi. Cercano di attirare la sua attenzione, ma lei ha gli occhi chiusi e avendo le orecchie troppo vicine alle casse del jukebox non ha sentito i passi dei mocassini Gucci identici che i due tizi calzano.
“Signorina?” le chiede tizio numero uno, educatamente.
“Signorina, ha un minuto da dedicarci?” insiste tizio numero uno.
“Signorina!” urla tizio numero due. La prende per una spalla e la scuote. Finalmente Amy si gira, anche se i suoi occhi non sono aperti al 100%. Sono aperti diciamo a un 40%, il che può andare già bene. Almeno, i due tizi se lo fanno bastare. “Signorina, possiamo sederci un momento?” le chiede tizio numero uno. “Dovremmo parlarle di una cosa.”
“Non ne ho voglia,” piagnucola Amy. “Non ne ho vogliaaaa. Papi, dove sei?”
“Suo padre non è qui, signorina,” le ricorda tizio numero uno. “Suo padre in questo momento sta rilasciando delle dichiarazioni in una conferenza stampa. Dichiarazioni amorevoli su di lei. Suo padre le vuole molto bene. Adesso si vuole sedere, signorina?” “Io voglio solo ballare,” afferma Amy sbattendo la testa voluminosa su e giù. “Ballare e cantare, ecco,” mette su il broncio.
“Signorina,” la afferra per un braccio tizio numero due. “Vuole ballare… e balliamo, allora.” La stringe tra le sue possenti braccia e poi la fa volteggiare come una ballerina da soprammobile. Il suo corpo secco ruota per incanto e i capelli le si sciolgono e le ricoprono il viso. I ciuffi neri le vanno a finire sugli occhi semi-aperti. Sorride. Per un momento i due tizi pensano, anzi ne hanno la certezza: “Amy è felice”. Subito dopo lei si porta una mano sullo stomaco e farfuglia qualcosa tipo “Devo vomitare. Adesso!” prima di correre velocemente verso il bagno. Non ha ancora aperto la porta, però, che lo sbocco le viene su e inonda il pavimento del pub. “Ora mi sento fottutamente meglio,” respira.
Il proprietario fa cenno al garzone di andare a pulire. Dalla sua faccia (che è quella di chi ha perso ogni speranza) si direbbe abituato a vedere scene di questo genere. Il garzone pulisce il pavimento svelto come quei ragazzini che sbucano da non si sa dove e puliscono il campo di Wimbledon. È di nuovo tutto in ordine. Amy va a risciacquare il viso in bagno. Una volta giunta davanti allo specchio e aperto il rubinetto dell’acqua fredda fa dietro front e và dal barista al banco. “Un Irish coffee, please,” chiede. “Alla sveltaaa,” piagnucola. “Ne ho bisogno. Ora.”
I due tizi si sono messi seduti comodi a un tavolo. Hanno capito che non sarebbe stato facile parlarle. Per niente. “Ci porta due scotch, prego? Lisci.” Tanto le cose si stavano già tirando per le lunghe. Lo scotch almeno avrebbe aiutato a far passare meglio il tempo.
Una volta bevuto il suo caffè irlandese, Amy viene convocata dai due eleganti signori al loro tavolo. Di nuovo. “Ma di cosa diavolo volete parlarmi?” chiede sinceramente incuriosita.
“Signorina. Noi veniamo per conto della sua casa discografica,” le annunciano. “C’è il nuovo disco schedulato per la fine dell’anno e le registrazioni vanno completate. Abbiamo ancora molto lavoro da fare, signorina. Si rende conto di questo? C’è molta gente in attesa di questo benedetto disco. Noi, e i suoi fan, abbiamo bisogno di lei, in forma. Riesce a capire ciò di cui le sto parlando?” le domanda tizio numero uno.
“Mmm… Sì?” risponde in modo tutto fuorchè sicuro Amy.
“Per farmi capire meglio,” prosegue il discorso a staffetta tizio numero due, “lei deve essere RIPULITA per lavorare all’album. Questo significa NIENTE ALCOOL e NIENTE DROGHE. Questo significa RIABILITAZIONE,” afferma alzando il tono di voce sulle parole chiave. “E questa volta la casa discografica non ha intenzione di accettare un No No No come risposta. Ci siamo intesi, signorina?”
“No No No?” chiede Amy in confusione.


In studio
“Una canzone su un bracconiere,” fa Amy, strafatta. “Anzi, una canzone d’amore su un bracconiere che perde la testa per una balena che doveva cacciare,” corregge il tiro Amy, sempre più strafatta.
“È una bella idea,” la incoraggia Mark convinto. “Ma sai che c’è, Amy? Le balene non comprano i dischi e i bracconieri sono un mercato piuttosto ristretto.” Si prende una pausa caffè per riflettere su quello che dice. È la presenza di Amy che lo stordisce. Tira una boccata di Lucky Strike modificata per calmarsi e poi prosegue. “Quello che sto cercando di dirti è che balene e bracconieri non corrispondono, almeno al momento, al target cui la nostra musica si rivolge. Me lo hanno confermato anche quelli della casa discografica.” Fa segno a un tecnico del suono di levarsi velocemente dalle palle. “È un mercato che potenzialmente vorremo raggiungere, in futuro. Quindi questa idea mettiamola per il momento da parte. Però è buona. È una idea molto buona, Amy. Sono fiero di te e sono fiero della tua testa.”
“Grazie, uomo,” se la sghignazza Amy divertita. “Allora niente canzone d’amore. Facciamo una canzone d’odio.”
“Mi piace questa id…” Mark dà un colpo di tosse secco. “Scusami, Amy. Oh, scusami davvero tanto.”
Il colpo di tosse ha provocato dei piccoli lapilli che sono finiti sul suo décolletè pronunciato. Lei non se n’è nemmeno accorta. Gli fa cenno di proseguire. “Dai, che sennò mi dimentico di cosa stai parlando,” lo invita ad affrettarsi.
“Dunque,” tossicchia ancora un pochino Mark dopo aver tirato un’altra boccata dalla Lucky. “Dicevo che l’idea di una canzone d’odio è ottima. Dannazione! e dico: veramente un’ottima idea, donna.” Fa su e giù con la testa seguendo il ritmo del batterista che sta provando di là in sala di registrazione. “Di preciso, che hai in mente?”
“Una canzone d’odio puro,” si concentra Amy. “Un odio di quelli veramente bastardi, sai cosa intendo?”
Mark fa cenno di sì con la testa, convinto. In realtà non ha idea di cosa stia parlando Amy.
“Qualcosa tipo una madre che uccide il figlio. Questo genere di cose. Una merdata da stronzi puri. Una cosa imperdonabile.”
“Una madre che uccide il figlio?” fa Mark pappagallo, riflettendoci sopra. Si accarezza il mento leggermente peloso.
“Già,” tossicchia pure Amy.
“In effetti non mi viene in mente niente di più bastardo di questo,” riflette Mark tirando un’altra boccata dalla Lucky Strike corretta. “Ma se tornassimo alla canzone d’amore del bracconiere per la balena?”


In tour
“Amy, svegliati. C’è il soundcheck da fare,” le sussurra uno sconosciuto.
“Mmm,” fa lei scansando con un riflesso condizionato la mano che gli sta dando una pacca energica sulla spalla. “Va via. Voglio dormire,” piagnucola. “Gnegnegnegnegneee.”
“Amy…” la prende in braccio. “Coraggio, andiamo.”
“Nuoooo… non voglio andareee.”
Gettata sul palco, Amy riscalda la voce. “La la la la.” La voce non va un granchè. “La la la la.” Niente da fare. È il microfono che non funziona?
“Portatemi qualcosa da bere,” si mette a gridare. “Per favore,” la voce le è già scesa del tutto.
Lo sconosciuto di prima (“Dev’essere il mio schiavetto” pensa) le porta una bottiglietta.
“Ma non acqua, Cristo Santo. Io non bevo acqua,” sclera lei quasi in lacrime. “Mai!”.


In carcere
“Hai promesso,” le dice suo marito dall’altra parte del vetro. “Hai promesso sarebbe stato per sempre. L’hai giurato davanti a Dio.”
Amy fa per accendersi un joint, ma un secondino la ferma in tempo. “Non vorremmo dover arrestare anche lei, signorina,” la supplica nel modo più gentile possibile. “Magari la arrestiamo un’altra volta,” aggiunge poi vedendo come la popstar ha gettato il joint davanti ai suoi piedi.
“Io non ho veramente giurato davanti a Dio,” riesce finalmente a replicare al marito. O ex marito? “Avevo le dita incrociate. Ho barato. Ta-dan! Eccoti servita la vera verità.”
Il maritino guarda i suoi occhi da cerbiatta allungati con l’eyeliner e non vede amore. Vede il vuoto. Due buchi neri che le scavano il volto e non danno segno alcuno di emozione. Vorrebbe non avere quel vetro in mezzo alle palle per poterla toccare, capire se i suoi peli contro i suoi peli si rizzano per l’emozione oppure no. Capire se quei buchi neri sono qualcosa di irrimediabilmente irreversibile o irreversibilmente irrimediabile. Capire se il loro matrimonio è veramente giunto al capolinea o più semplicemente l’autista è sceso a farsi una pisciata e a mangiarsi un panino alla porchetta prima di riprendere il viaggio. Un viaggio non finisce fino a che non si arriva da qualche parte. E se il punto d’arrivo coincide con il punto di partenza altro non è che una mara-maratonda senza inizio né fine.


In strada
L’amore è un gioco perso in partenza. Amy l’ha capito presto. Il giorno dopo averle dato il suo primo primo bacio, in prima media, Jimmy le ha tirato i capelli in classe e tutti si sono messi a ridere a crepapelle. I suoi capelli erano già molto particolari e lei ci teneva a distinguersi dagli altri bambini normale. Quel giorno il suo cuore si è spezzato per la prima volta.
Tutte le emozioni che sente potrebbero non essere vere. Un’illusione di umanità dentro a un guscio fragile e scheletrico. Si allontana dal carcere e non sa nemmeno perché ci è venuta. Magari per mettere il punto alla frase. La parola “fine” a un romanzo iniziato male. Sapeva dall’inizio che sarebbe andata a finire così. L’amore è un gioco perso in partenza. Adesso ci vuole una bella canzone delle Supremes e un J&B on the rocks.
Invece squilla il telefono. Will You Still Love Me Tomorrow delle Shirelles. “È ora di cambiare suoneria,” pensa Amy, indecisa se rispondere o meno. Non ha proprio voglia di sentire il bla bla bla di qualche scocciatore. Al settimo squillo decide di rispondere perché tanto il pub è ancora così maledettamente lontano che prima di arrivarci si annoia e allora può anche sopportarsi un bla bla bla fino a quando il suo culo magro non sarà seduto sopra lo sgabello alto del bancone. A volte le capita di soffrire di vertigini, seduta là sopra. Ma questa è un’altra storia.
“Amy,” le fa tizio numero uno. Pare sorpreso che le abbia risposto al telefono, e così in fretta. Dopo meno di dodici squilli. Non è una cosa che succede spesso.
“Come stanno procedendo le registrazioni per il nuovo album?”
“Procedono,” taglia corto Amy.
“Qualche dettaglio maggiore me lo puoi fornire?” tizio numero uno ci prova. Bisogna dargli atto che almeno ci prova. Da quando la composizione per il tema portante di quel film da cento milioni di dollari di budget era andata all’aria si sentiva veramente poco fiducioso che Amy potesse riuscire a portare un intero album di canzoni nuove alla fine.
“Abbiamo provato un paio di cose, io e Mark,” si sforza Amy. “Qualcosa di nuovo, o forse qualcosa di vecchio. Dipende da come vedi le cose. Le note sono 7. Tutto è già stato fatto. Tutto è già stato suonato. Ogni scandalo compiuto. E tutte le droghe sono state già prese.” Amy prende fiato. Di solito non parla così tanto. “Però penso che dovremo ancora mettere a posto i dettagli. I dettagli sono importanti,” si dà l’aria di quella che cerca veramente di far funzionare le cose. Amy la lavoratrice. Amy la sgobbona. Amy la professionista instancabile.
“Mi fa piacere sentirti dire queste cose,” sorride tizio numero uno realmente contento. Il suo sorriso non può essere visto da alcuno, se non dalla segretaria che gli sta portando un caffè lungo proprio in quel momento. “Ecco, signore. Con tanto zucchero come piace a lei.”
“Grazie, Mary. Lascialo pure qui,” le fa guardandole la scollatura generosamente esibita.
“Amy. Amy, cazzo. Il mio nome non è Mary. È Amy, cazzo!” torna la popstar rabbiosa. Butta giù e spegne il Blackberry. Lo sapeva che non doveva rispondere. Lo sapeva che non doveva andare fino al carcere a trovarlo. Lo sapeva che se si muoveva dal pub cominciavano a girarle le scatole e il karma le andava a puttane.
“Adios, Amy la lavoratrice. Adios, Amy la sgobbona. Adios, Amy la professionista instancabile,” si ripeteva tra sé e sé piano piano con quella stupenda voce roca da anziana donnona di colore rinchiusa dentro il corpicino secco di una ragazzetta inglese.
“Adios, Amy.”

sabato 25 dicembre 2010

Natale commerciale

25 dicembre. Una buona occasione per rispolverare un mio “classico” raccontino natalizio, scritto nel 2008 quando lavoravo in un centro commerciale. Ma tranquilli, non è autobiografico.
Forse.

Natale al centro commerciale
Tutti amano il Natale. Non Jason. Tutti odiano Jason. E lui odia il Natale.
Suo papà in quel tragico anno 1994 doveva portargli il Game Boy scendendo giù per il camino travestito da Santa Claus, ma gli sbirri l’hanno beccato la vigilia con dei travestiti a pagamento. Niente Game Boy per Jason. Niente Natale felice con la famigliuola riunita intorno all’albero illuminato. Un bel niente di niente. Solo un padre trattenuto in prigione, una madre fuggita via lontano lontano per la vergogna e una casa vuota che se non si ha la fantasia di Macaulay Culkin è solo una tristezza. Jason allora quell’anno promise vendetta. Vendetta contro il Natale.

14 anni dopo, Jason era diventato un post-adolescente atomico ed era entrato in una cellula terroristica di piccole dimensioni ma di grandi ambizioni. Tra i progetti per l’immediato futuro aveva la distruzione immediata di qualcosa come un migliaio di persone. Obiettivo: il centro commerciale della sua città. Giorno: la vigilia di Natale.
Era stato Jason stesso a proporre il piano ai suoi colleghi terroristi. Quello era il luogo perfetto in cui un sacco di gente si sarebbe accalcata per comprare gli ultimi incerti regali. E quello era il giorno perfetto. Avrebbe rovinato il Natale a tutti quanti. “BUAHAHAHAH,” rideva tra sé e sé come i cattivi dei film. In ogni angolo del globo la notizia sarebbe rimbalzata veloce come una pallina da ping-pong e sarebbe discesa da tutti i camini al posto di quel vecchio lardoso con la barba bianca.
Durante i sopralluoghi effettuati per studiare la strategia d’attacco migliore, Jason guardava con disprezzo tutte quelle persone che non volevano altro che un Natale-Guitar Hero felice come in uno spot pubblicitario. Se lui non l’aveva mai potuto avere, perché gli altri avrebbero dovuto? Non gli sembrava affatto una cosa giusta.

L’unico con cui parlava volentieri all’interno di quel non-luogo in quel non-posto era il vecchio signor Evil. Anche Evil sembrava odiare il Natale dal profondo del suo cuoricino: sua moglie la notte della vigilia di molti anni prima stava tornando a casa per aprire i regali insieme a lui come ogni anno, quando un finto Babbo Natale ubriaco centrò in pieno la sua auto. Da allora il signor Evil aveva cominciato a bere e il periodo delle feste era diventato quello più duro da superare. Nemmeno i suoi figli oramai volevano più incontrare quel vecchio alcoolizzato rabbioso e tutti i Natali finiva per passarli insieme alla sua unica compagna rimasta, la fida bottiglia di Jack Daniel’s.
Jason passava dal suo negozietto di cianfrusaglie di tanto in tanto e gli sentiva l’odore dell’alcool addosso. Promise quindi a se stesso che quell’anno il signor Evil non avrebbe dovuto sopportare un altro triste e solitario Natale. Quell’anno sarebbe saltato in aria insieme a tutti i clienti e agli altri dipendenti dell’ipermercato: jingle bells, jingle all the way.

La sera del 23 dicembre, Jason si travestì da Babbo Natale e i suoi colleghi terroristi da elfi. Indisturbati, passarono sotto gli occhi delle guardie del centro commerciale e suscitarono i sorrisi dei bambini. Rapidamente, piazzarono la carica esplosiva sotto l’enorme albero addobbato a festa piazzato proprio al centro dell’ipermercato. Mentre stava andando via con disinvoltura natalizia, Jason fu fermato da una voce. Era quella del signor Evil, che riconobbe il suo inconfondibile volto da post-adolescente atomico sotto quella finta che non poteva ingannarlo.
“Ragazzo! Ma tu non lo odiavi, il Natale?” gli domandò Evil.
“Già, ma per soldi si fa questo e altro…”
“Beh, visto che lo spirito natalizio ormai si è impossessato del tuo corpo, perché domani non vieni al mio pranzo della vigilia?” Alla domanda di Evil, Jason sentì percorrersi da un brivido. Quindi passò: “Si è impossessato del mio corpo, ma non della mia anima.”
“Oh, andiamo… Ti aspetto domani per mezzogiorno. Sai dove abito.”
Il giorno dopo Jason suonò alla porta del vecchio Evil. Inaspettatamente, quando la porta si aprì non sentì il suono di un profondo pozzo di solitudine ma un gran schiamazzo di risate tipicamente infantili.
“Accomodati,” sorrise Evil. “Sapevo che alla fine saresti venuto.”
Evil aveva deciso di smetterla una volta per tutte di bere e aveva invitato nella sua enorme casa vuota i bambini orfani del quartiere. A ognuno aveva preparato un pacchettino con dentro un regalo e tutti sembravano felici come forse mai prima in vita loro. Il signor Evil consegnò un pacchetto anche a Jason. Sopra il pacchetto c’era persino scritto il suo nome. Jason tolse la carta dalla confezione con una strana eccitazione addosso. Le mani gli tremavano. Erano anni che non riceveva un regalo di Natale. Quando levò tutta la carta di dosso, il regalo rimase lì davanti ai suoi occhi tutto nudo: era un vecchio Game Boy, quello che aveva sempre sognato di ricevere. Guardò i bambini che lo stavano circondando, trattenne una lacrima e poi si concentrò sull’orologio: era quasi ora che il signor Evil tornasse al lavoro dopo la pausa pranzo ed era quasi ora che lui raggiungesse i colleghi terroristi per premere il bottone magico. Tra due ore il centro commerciale sarebbe saltato per aria. Negozio del signor Evil compreso.

Ore 16:55. Vigilia di Natale. L’ipermercato era pieno di gente, come previsto. La frenesia degli ultimi acquisti era lì dentro i loro occhi. Jason li passava tutti in rassegna, uno ad uno. Sapeva cosa sarebbe successo a quegli occhi di lì a 5 minuti e sorrideva. Però adesso doveva uscire, per godersi lo spettacolo dalle retrovie.
Alle ore 17 e 00 Jason, seduto sul sedile del passeggero di un SUV parcheggiato appena fuori dal centro commerciale, schiacciò il bottone magico che faceva partire la detonazione. I suoi colleghi terroristi lo fissavano con eccitazione e con quel pizzico di invidia per non essere stati i fortunati prescelti a poterlo premere. BOOM. Si sentì il rumore di una grossa esplosione, seguito da qualche lungo istante di quiete.
Poi si sentì ridere. AHAHAHAH. Una irrefrenabile e contagiosa risata proveniva dall’interno dell’ipermercato anziché le previste urla di morte, terrore & disperazione.
“Che diavolo sta succedendo, lì dentro?” chiese uno dei colleghi terroristi, ancora vestito da elfo per mimetizzarsi con l’ambiente natalizio.
“Andiamo subito a vedere,” fece un altro elfo.

Quando il gruppetto di terroristi elfi entrò dentro il centro commerciale vide una scena che non avrebbe mai immaginato. Il rosso era dappertutto, ma non era l’atteso rosso sangue di centinaia di vittime innocenti. V’erano ovunque dei coriandoli rossi che saltavano fuori dal gigantesco albero di Natale in cui sarebbe dovuta deflagrare la bomba. I bambini stavano con il naso all’insù e facevano la doccia sotto quei coriandoli. Jason andò in mezzo a loro e cominciò a danzare. Il signor Evil lo guardava e sapeva che quel ragazzo aveva a che fare con l’esplosione, in qualche modo che non sapeva bene spiegarsi. Non appena i magici coriandoli di Natale si poggiarono sui loro volti, i colleghi terroristi elfi cominciarono a bruciare come vampiri al sole, mentre Jason smise i panni di post-adolescente atomico e ritornò bambino. Per ore rimase lì a danzare e danzare ancora insieme agli altri ragazzini, insieme ai coriandoli e insieme al vecchio signor Evil. È stato il Natale più bello della loro vita.

Jimmy Eat World - Last Christmas by KROQ
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