Album migliore del mese (secondo Pensieri Cannibali)
Phoebe Bridgers "Lost Weekend"
Genere: indie folk spettrale
Consigliato in particolare: a chi ama i dischi confessione
Manco ci ritrovassimo dentro al Canto di Natale di Dickens, il nuovo album di Phoebe Bridgers "Lost Weekend", il terzo della sua folgorante carriera, è infestato da tre spiriti. Uno è quello del suo ex fidanzato attore Paul Mescal, con cui è finita a un passo dall'altare. Lui poi si è messo con un'altra cantante, Gracie Abrams, ma nei loro confronti non sembra avere rancore. Semmai gratitudine, perché Gracie, come Phoebe racconta nella deliziosa "The Governor's Waltz", ha preso il suo posto in una vita che non le apparteneva più.
Il secondo spirito è quello del suo attuale compagno, l'attore comico Bo Burnham, quello del geniale speciale pandemico Bo Burnham: Inside e del film Una donna promettente, con cui, almeno a sentire i pezzi contenuti in questo album, sembra vivere una relazione sana e felice.
Il terzo spirito è quello di suo padre scomparso nel 2023, con cui aveva un rapporto complicato. Il tema dell'elaborazione del lutto attraversa l'intero lavoro, ma il disco pur nei suoi toni tristi non si fa del tutto funereo e ogni tanto apre a un minimo di speranza: "I'm not good, but I'm better", canta ad esempio in "I Can't Wait".
"Lost Weekend" è un album infestato che, ironia della sorte, sta infestando da giorni i miei pensieri, oltre ad essere uno dei rari dischi che più lo ascolto e più ho voglia di riascoltarlo. Per apprezzare tutte le finezze nella produzione e nella scelta delle parole. Il consiglio è quello di sentirlo non come semplice sottofondo, ma con i testi alla mano, per gustare il suo talento nella scrittura, in bilico tra l'intimismo confessionale di un Elliott Smith e l'ironia spiazzante di una Phoebe Buffay della sitcom Friends.
Dopo quei due gioiellini di "Stranger in the Alps" del 2017 e "Punisher" del 2020, Phoebe Bridgers ha realizzato il suo album più compiuto e maturo. Un disco pieno di ballate folk in cui però emergono anche tanti altri elementi che lo rendono un lavoro parecchio variegato, tra lo sporadico uso del vocoder in uno stile più vicino a Bon Iver e a Imogen Heap che agli ultimi fastidiosi Strokes, qualche passaggio strumentale ambient, una grande canzone d'amore rock ("Bobby"), una hit quasi pop (lo spettacolare primo singolo "Lost Boys"), uno splendido pezzo che evoca i Nine Inch Nails più riflessivi ("As Above"), raffinate orchestrazioni, cori cinematografici e la presenza in punta di piedi di tanti ospiti, a partire dalle colleghe, amiche e compagne di band nelle Boygenius, Julien Baker e Lucy Dacus, passando per Maya Hawke, Cameron Winter dei Geese nascosto dietro l'alias Son-John Johnson, Alex G, il fido Conor Oberst, Jack Antonoff, il sopracitato Bo Burnham e persino il suo cane Maxine.
"Lost Weekend" è però per prima cosa un disco estremamente personale. Da un punto di vista narrativo, la cosa più particolare di questo lavoro è che Phoebe racconta ciò che le è successo negli ultimi anni come se lo rivivesse guardandolo dall'esterno, dal "The Outside". Così facendo, è come se si riappropriasse della propria vita. O, almeno, prova a farlo. Per scoprire se ci sarà riuscita, l'appuntamento è al prossimo capitolo. Pardon, al prossimo album. Sperando non ci siano da aspettare altri sei anni. Nel frattempo comunque potremo vederla in sala. Presto infatti debutterà da attrice al fianco di Robert Pattinson in Primetime, film prodotto dalla A24 che potrebbe trasformarla in una star anche del cinema indie. Cosa che, considerando il suo rapporto conflittuale con la fama, potrebbe non vivere benissimo.
(voto 8,5/10)
Cover del mese
Phoebe Bridgers "Lithium"
Tra la pubblicazione del suo nuovo eccellente album e un'operazione per un'appendicite, in questo impegnativo mese di agosto Phoebe Bridgers ha trovato il tempo anche di passare dagli studi della BBC Radio e suonare una cover da brividi di "Lithium" dei Nirvana. Mi immagino Kurt Cobain applaudirla da lassù nel Paradiso dei musicisti. O da laggiù all'Inferno, se siete tra quelli che pensano che il suicidio sia un peccato mortale.
Ritorno del mese
Interpol "This Mirror Weighs a Ton"
Genere: cinematographic rock
Consigliato in particolare: a chi li dava per finiti, e invece...
Gli Interpol erano assenti dalle scene musicali da 4 anni. Cos'hanno fatto in tutto questo tempo?
Beh, si sono occupati di dare la caccia ai criminali internazionali, immagino. Sbrigata la scontata, ma per questo blog obbligatoria, battutaccia sul loro nome, passiamo alle cose serie: il nuovo album degli Interpol fa un culo così al nuovo degli Strokes!
Le due band ormai storiche, per non dire vecchie, che nei primi anni zero si contendevano lo scettro di re della scena indie rock newyorkese hanno pubblicato gli ultimi lavori a poche settimane gli uni dagli altri e, per quanto mi riguarda, la sfida l'hanno vinta alla grande gli Interpol. E pensare che io un tempo ero #TeamStrokes.
Paul Banks e compagni mi sono piaciuti fin dalle prime dichiarazioni che hanno anticipato l'uscita del loro ottavo album "This Mirror Weighs a Ton", quando hanno detto che la loro intenzione era di pubblicare un disco capace di contare, di lasciare il segno. Se ci sono riusciti o meno, solo il tempo ce lo dirà. Per adesso, dopo i primi ascolti, è da apprezzare il fatto che ci abbiano provato. Certo, il loro esordio "Turn On the Bright Lights" resta irraggiungibile e, probabilmente, gli Interpol non realizzeranno mai un altro album altrettanto importante e significativo. Allora erano altri tempi. Allora loro, insieme agli Strokes, rappresentavano il suono di New York City. Tanto che il brano di apertura del disco, "Untitled", era stato persino suonato in un episodio di Friends. Davvero altri tempi.
"This Mirror Weighs a Ton" li vede comunque ispirati e in forma come non capitava da anni. Il loro sound si è fatto più aperto, più arioso, più cinematografico. A tratti mi ricordano i The National, ma con la capacità di cambiare marcia nei momenti più rock. Dopo i loro ultimi spenti lavori c'è chi li dava ormai per finiti o quasi, e tra questi ammetto che c'ero anch'io, e invece gli Interpol si sono ripresi in maniera tanto inaspettata quanto convincente. Se ora vorranno emettere un mandato di cattura internazionale nei confronti di chi come me aveva perso la fiducia in loro, fanno solo bene.
(voto 7,5/10)
Esordio del mese
Man/Woman/Chainsaw "Cannonball"
Genere: violin rock
Consigliato in particolare: a chi va oltre le apparenze
Le apparenze ingannano. Prendete i Man/Woman/Chainsaw. Potreste immaginare che una band che si chiama Uomo/Donna/Motosega faccia musica death metal satanica o roba dark perfetta per un horror in stile Non aprite quella porta. Invece no. Fanno una specie di indie-art-rock. A me in alcuni pezzi ricordano i Wolf Alice con l'aggiunta di un violino. Quando pensi di averli inquadrati un minimo, ecco però che loro sanno spiazzare di nuovo, con una voce maschile che va a prendere il posto di quella femminile nei pezzi più heavy, che non arrivano ad essere hard-rock, ma poco ci manca.
Un'altra cosa che sorprende è che "Cannonball" sia il loro album d'esordio. Dalla trionfale apertura con "Only Girl" alla chiusura poetica di "Something Else to Give", passando per le atmosfere degne di Ennio Morricone di "Get Up and Dance", sanno come si piazzano i colpi giusti al momento giusto e suonano incredibilmente maturi. Sarà che si sono fatti le ossa dal vivo per anni e ora questo loro primo "Cannonball", più che un debutto, suona già come una consacrazione.
(voto 7,5/10)
Disco più americano, ma in realtà non americano, del mese
Westside Cowboy "It Goes On"
Genere: Britainicana (scusate, ma non l'inventato io, 'sto termine del cacchio)
Consigliato in particolare: a chi si sente cowboy nello spirito
Le apparenze ingannano. L'ho scritto sopra nella recensione dei Man/Woman/Chainsaw e lo ripeto, anche se in apparenza potrebbe sembrare che scriva sempre le stesse cose, e forse un po' così è per davvero. Leggi il loro nome, Westside Cowboy, li ascolti e pensi con sicurezza: "Questi sono statunitensi, ci metto la mano sul fuoco". Invece no, la mano te la scotti. Arrivano dall'Inghilterra, da Manchester, per la precisione, anche se non hanno granché in comune con le band più celebri provenienti da questa città, Oasis come Stone Roses come Smiths come Joy Division.
Non a caso per descrivere la loro musica viene usato il termine, piuttosto impronunciabile quindi non credo avrà un gran successo almeno dalle nostre parti, di "Britainicana", per via dell'incrocio tra le loro origini britanniche e le loro sonorità "Americana", tra blues, country, folk, bluegrass e roots rock. Un sound fuori moda, fuori dal tempo, ma proposto con una freschezza tale che può arrivare a un pubblico di tutte le età, non solo a chi ha combattuto nella Guerra d'Indipendenza americana.
Hanno ancora ampi margi di miglioramento, potrebbero essere i degni eredi dei Gomez se solo sfruttassero di più il loro lato più eccentrico e osassero maggioramente, e inoltre non fanno esattamente il mio genere preferito, anche perché io Britainicana non riesco e sospetto che non riuscirò mai a pronunciarlo. I Westside Cowboy hanno però realizzato un esordio che li mette sulla mappa dei gruppi più promettenti oggi in circolazione. Il loro sound guarda al passato, ma il futuro è dalla loro parte.
(voto 6,5/10)
Disco più country del mese
Brandon Flowers "THRASHER"
Genere: country
Consigliato in particolare: a chi vuole sentire una versione campagnola dei Killers
C'era bisogno di un album country del cantante dei Killers?
Risposta breve: no.
Risposta un pochino più articolata: no, ma... non è così malaccio. Cioé, si poteva tranquillamente vivere anche senza. Però, dopo un leggero straniamento iniziale, Brandon Flowers appare a suo agio con questo genere, che sembra amare parecchio e trattare con il giusto rispetto. Qualche fan dei Killers, legittimamente, storcerà il naso. Qualcun altro invece si godrà questo viaggio sulle strade dell'America più profonda, anche se alla lunga ci si stufa e sull'autoradio a un certo punto viene voglia di mettere su "Hot Fuss" per cantare a squarciagola "Somebody Told Me" e "Mr. Brightside".
(voto 6/10)
Album più Weezer del mese
Weezer "Weezer (Gold Album)"
Genere: Weezer
Consigliato in particolare: ai fan dei Weezer
I Weezer sono quegli amici nerd che ogni tanto rivedi in giro e sono sempre uguali. In pratica è come guardarsi allo specchio, per questo mi piacciono. Rivers Cuomo e compagni c'hanno 'sta mania di chiamare numerosi loro album con il nome della band e per distinguerli si fa riferimento al colore della copertina. Quello nuovo è soprannominato "Gold Album", visto che - indovinate un po'? - la copertina è dorata. Solo come colore. Non è che se comprate il vinile o il CD è fatto d'oro e per permettervelo di cognome dovete fare Musk. Non credo, almeno.
A livello musicale c'è poco da dire. Non c'è spazio per la sperimentazione e le sonorità dark del loro lavoro che preferisco e che di recente ho riscoperto, "Pinkerton". I Weezer fanno i Weezer, quelli più rock e diretti. Niente di nuovo sotto al sole, ma i ragazzi sembrano in discreta forma, piazzano in scaletta almeno un paio di pezzetti belli esaltanti ("Say Yes" e "The Show Must Go On", che non è una cover dei Queen), e mantengono in generale sempre un livello accettabile. Chi s'accontenta gode così così, ma gode sempre di più di chi continua ad ascoltare Ligabue.
(voto 6+/10)
Album più Dinosaur Jr. del mese
Dinosaur Jr. "There Near"
Genere: alternative rock
Consigliato in particolare: agli amanti delle ghitarre elettriche distorte
Quanto scritto sopra riguardo ai Weezer può valere anche per i Dinosaur Jr., quindi evito di ripetermi e non mi sbatto manco a fare un copia/incolla. A band in giro da così tanto come loro è difficile chiedere qualcosa di nuovo. L'importante per il gruppo formato da J Mascis, Lou Barlow e Murph è fare quello che sanno fare meglio e, soprattutto, quello che vogliono fare: ovvero un bel disco chitarroso che sembra uscito dritto dagli anni '90, con un velo di nostalgia per il passato, ma la freschezza di chi suonando si sente ancora come un diciottenne. Fino a che continueranno su questi livelli, ascoltarli sarà sempre una gioia.
(voto 6,5/10)
Rivelazione italiana del mese
Pallida Cavtat "La distanza tra noi e la riva"
Genere: arriva la nuova musica italiana
Consigliato in particolare: a chi non crede che la next big thing italiana passi per forza da X Factor o Amici
Spulciando su Spotify tra le novità del New Music Friday Italia, mi sono imbattuto per caso nei Pallida Cavtat, trio indie italiano formato da una ragazza e due ragazzi che, anziché dare il via a una threesome, hanno fondato una band. Poi magari hanno anche una relazione a tre. Questo non lo so, non sono affari miei.
Nel weekend di Ferragosto, anziché stare in spiaggia a Riccione a gettare gavettoni, questi tre hanno pubblicato il loro album d'esordio, con un suono molto alternative rock anni '90, tra gli Scisma e i Sonic Youth. Ancora acerbi e con tanti piatti di pastasciutta in tavola da mangiare per poter diventare grandi, però le buone premesse ci sono. Credo che di loro risentiremo parlare.
(voto 6+/10)
Album in spagnolo del mese
Dillom "La nueva violencia"
Genere: indie punk rock in spagnolo
Consigliato in particolare: a chi cerca qualcosa di diverso dal solito
Dillom era stato una delle sorprese più piacevoli dell'annata discografica 2024. Un rapper argentino che si era reinventato con un suono indie rock nel suo precedente "Por cesárea" (finito dritto nella classifica dei miei album preferiti di quell'anno) e che rilancia ulteriormente col nuovo "La nueva violencia". Il suo percorso di allontanamento dall'hip hop prosegue, con una raccolta di pezzi che a questo giro spazia tra il punk, il post-punk e la new-wave anni '80, con risultati ancora una volta in grado di stupire. Forse ormai dovrei smetterla di stupirmi e semplicemente accettare il fatto che Dillom è una certezza. Un (ex?) rapper che sa rockeggiare molto bene, che diverte e fa divertire. Vamos!
(voto 7/10)
Disco più fuori dal tempo del mese
The Womack Sisters "The Womack Sisters"
Genere: vintage soul
Consigliato in particolare: a chi non ha proprio accettato 'sta cosa di vivere nel presente
Bello, questo disco degli anni '60!
Come? Non è un disco degli anni '60? È stato pubblicato nell'agosto del 2026? Siete sicuri? Avete controllato? Avete fatto quella cosa che nel giornalismo italiano è passata di moda, il fact-checking? Com'è che queste tre giovani ragazze anziché fare balletti su TikTok fanno una musica che sembra uscita da un'epoca così lontana dal nostro triste presente?
Le Womack Sisters portano sulle spalle il peso di un'eredità importante. Decisamente importante. Il loro nonno è Sam Cooke, i loro genitori sono Cecil e Linda Womack del duo Womack & Womack e il loro zio è Bobby Womack. Se la musica non ce l'hanno nel sangue loro, io non so chi possa averla. Il loro disco d'esordio è un omaggio sincero e sentito ai loro illustri parenti e più in generale al suono soul di una volta. Non inventano niente di nuovo, né intendono farlo, e il loro è revivalismo allo stato puro. Però che bel sentire in questo 1966... pardon, in questo 2026.
(voto 6,5/10)
Artista più da tenere d'occhio d'orecchio del mese
Grace Cummings "Bloodhorse!"
Genere: voci che spaccano
Consigliato in particolare: a te, sì, proprio a te che stai leggendo
Grace Cummings ha una voce molto particolare, profonda, a metà strada tra Shirley Bassey e Nina Simone, mentre a livello musicale la possiamo collocare in un ipotetico centro di gravità permanente a metà strada tra Florence + the Machine e Antony and the Johnsons. Questo giusto per inquadrarla a grandi linee, anche se poi i paragoni lasciano il tempo che trovano - quindi che li faccio a fare? - e ogni artista è un mondo a parte.
Nel suo quarto album "Bloodhorse!", la cantautrice australiana cerca fin da subito l'epicità. Un'epicità contenuta e raffinata, lontana dagli eccessi kitsch di Queen o Muse, per essere chiari. Grace non ha paura di mostrare tutta la sua potenza e versatilità vocale e ha realizzato un disco ambizioso, in cui ballate pianistiche si alternano a momenti più eccentrici (come un breve ironico pezzo country con una voce maschile realizzata con l'aiuto dell'AI).
Se agli esordi la sua musica era vicina al folk, adesso è più difficile da incasellare. Il suo è semplicemente un cantautorato fuori dal tempo e fuori dai generi, che potrebbe stare bene dentro a un concerto rock così come in un musical. E la sua è una voce così clamorosa che non può più essere ignorata.
(voto 7+/10)
Singletudine - I singoli migliori del mese
3. Ariete con Angelina Mango "Che bella vita"
Angelina Mango sarà riuscita a farsi perdonare l'indecente collaborazione con Marco Mengoni in una delle canzoni più inascoltabili e irritanti dell'estate italiana, ovvero "Canto d'amore"?
Sì, con l'aiuto di Ariete c'è riuscita. Che bella vita, che bella sorpresa e che bella canzone.
2. Greg Freeman "Indu"
Non ci sono più i tormentoni estivi collettivi di una volta, e non starei a lamentarmene troppo, anche perché ormai ognuno di tormentoni c'ha i propri. Io ad esempio quest'estate mi sono sentito parecchio questa "Indu" del cantautore indie Greg Freeman, che mi ha fornito quelle sensazioni da Strokes dei primi tempi che non ho trovato negli Strokes degli ultimi tempi.
1. Fontaines D.C. "Marianne"
Il loro album numero 5 intitolato "Dopamine Chamber" è fuori il 16 ottobre e il primo singolo "Marianne" fa già salire l'attesa a dismisura. Un pezzo dark, notturno, epico, molto anni '80, molto Depeche Mode, ma anche molto Fontaines D.C.. I miei irlandesi preferiti, e io amo gli irlandesi in generale, continuano a cambiare pelle, evolvere il loro sound pur rimanendo fedeli a loro stessi e, soprattutto, continuano a non sbagliare un colpo.
Canzone peggiore del mese
Ligabue "Qualcosa per te"
Lo so che non è una novità e ormai lo sanno tutti, tranne forse giusto i suoi fan più accaniti, ma ogni tanto è cosa buona e giusta ribadirlo. Ligabue continua a scrivere sempre la stessa canzone e il problema è che è sempre la stessa brutta canzone. La nuova "Qualcosa per te" ne è una splendida (oddio, mica tanto splendida) dimostrazione.
Cotta del mese
Cara Delevingne + Samara Weaving
Non tutti lo sanno, ma Cara Delevingne, oltre ad essere una modella, attrice e gran bella fagiana, ha da poco dato il via anche a una carriera musicale come cantante. In attesa del suo album d'esordio "Not Normal" in uscita il 25 settembre, le premesse a giudicare dal piccante video in cui recita al fianco di Samara Weaving non sono niente male. Anche se più per questioni extra-musicali, ma pazienza, non ci offendiamo mica.
Guilty Pleasure del mese
Ariana Grande "petal"
Genere: pop
Consigliato in particolare: a quelli di razza ariana... no, scusate, mi sono sbagliato, volevo dire ai fan di Ariana
Smettetela di criticare Ariana Grande perché è troppo magra e per il suo aspetto fisico in generale! Se proprio dovete criticarla, criticatela per la musica. Il suo nuovo "petal" non può essere considerato un passo falso, ma non rappresenta nemmeno un passo in avanti nella sua discografia. Prosegue sulla linea dei precedenti lavori, anche questo ben prodotto e gradevole da ascoltare, solo con una differenza fondamentale. Se in tutti i suoi altri dischi c'erano almeno 2 o 3 canzoni di qualità superiore, che si innalzavano sul resto, da "One Last Time" e "Into You" a "God Is a Woman" e "thank u, next", qui invece si fa più fatica a trovarle. Forse la colpa è mia, che non sono riuscito a individuarle, o forse non sono proprio presenti. Ariana Grande ha fatto un album piccolo, intimista, che si lascia ascoltare, ma senza lasciare troppo traccia.
(voto 5,5/10)










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