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domenica 9 febbraio 2014

SOGNANDO IL NEBRASKA




Nebraska
(USA 2013)
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura: Bob Nelson
Cast: Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk, Mary Louise Wilson, Stacy Keach, Devin Ratray, Angela McEvan
Genere: grandpa movie on the road
Se ti piace guarda anche: Una storia vera, Parto con mamma, A proposito di Schmidt, Uomini di parola

California Dreamin’ on such a winter’s day” cantavano negli anni ’60 i Mamas & Papas.
Ti sogno California e un giorno io verrò” cantavano i Dik Dik plagiand… ehm coverizzando quel celebre brano in italiano.
California, here we come” cantavano pure i Phantom Planet nella sigla della serie tv teen The O.C..
Sognando la California, lo facevano pure i fratelli Vanzina nel loro trashissimo film omonimo che vidi addirittura al cinema quando avevo 10 anni. E mi piacque pure un casino.
In pratica tutti sognano la California, anche io. Tutti tranne Woody Grant, lo scorbutico alcolizzato (ma non osate dirglielo) vecchino protagonista del nuovo film di Alexander Payne. Lui sogna il Nebraska. What the fuck?
Oh, il mondo è bello perché vario e ognuno è libero di sognare quel che vuole. Certo che, con tutti i posti sulla faccia della Terra, per sognare proprio il Nebraska le rotelle a posto non devi avercele. Ma perché Woody Grant vuole andare proprio lì?
Per la figa?

Vi pare che il Nebraska sia un posto noto per la figa?
Sarà allora per i divertimenti?

Questo qui sopra è il massimo del divertimento che può offrire il Nebraska, quindi no, non è nemmeno per quello. Woody ci vuole andare per ritirare un premio da un milione di dollari. A questo punto ci vorrei andare pure io, nel merdoso Nebraska. Woody ha ricevuto a casa una lettera in cui gli si comunica la grandiosa vittoria e così decide di partire dal suo paesino nel Montana fino al Nebraska. Essendo un po’ troppo vecchio, e pure troppo alcolizzato (ma continuate a non dirglielo) per mettersi alla guida, il figlio decide di accompagnarlo e il film diventa il più classico dei road movies, dirigendosi a un bivio che può portare in due direzioni: da una parte la commedia in stile Parto con mamma, il recente film con Seth Rogen e Barbra Streisand, dall’altra la pellicola esistenziale alla Una storia vera di David Lynch.
Nebraska si posiziona su una strada intermedia. È una visione che garantisce un buon numero di risate, il tocco comedy è presente per tutto il percorso, eppure la sua ambizione è quella di raccontare qualcosa di più. Anche il risultato rimane intermedio. Nebraska è un film che procede molto bene e fa riflettere su tante cose, sul rapporto tra genitori e figli, su come i sogni siano la cosa più importante per farci andare avanti sempre e comunque nella vita, e soprattutto è un viaggio dentro la vecchiaia, osservata in maniera a tratti divertente e a tratti un pochino deprimente. Nonostante le ottime ambizioni, il film non raggiunge i vertici di poesia e gli abissi di profondità di Una storia vera. D’altra parte Alexander Payne, bravino e tutto eh, non è certo David Lynch. E a proposito… ma l’avete visto, domenica scorsa, David Lynch a Che tempo che fa?
Lui grandissimo. Un uomo stupendo dotato di un carisma unico anche se la spiegazione sulla meditazione trascendentale è risultata più complicata della prima visione di Mulholland Drive. Splendido vedere lui, Lui, però l’intervista portata avanti da Fabio Fazio e Carlo Verdone che facevano a gara su chi se ne intendeva di più di arte, citando Bacon e Hopper per fare i fighi, è stato un punto di televisione davvero basso. Tra un po' si tiravano giù i pantaloni per fare a gara anche a chi ce l'ha più lungo. Hai ospite uno dei più grandi registi e geni viventi e butti via tutto così?
E non gli fai manco mezza domanda su Twin Peaks?
È come avere ospite Messi e non parlare di calcio. Come avere Paul McCartney e non menzionare i Beatles. Come avere Justin Bieber e non chiedergli se Selena Gomez ha la patatina rasata o ha un boschetto.



Lasciamo un vecchino in formissima (sarà merito della meditazione trascendentale?) come David Lynch e torniamo a un altro vecchino un po’ meno in forma, Woody Grant (interpretato dal ripescato Bruce Dern), che comunque è pure lui un idolo. Uno che, dialogando con il figlio, ci regala perle di saggezza come la seguente:

Avete mai parlato di avere dei figli?
No.
E perché ci avete fatto?
Perché a me piace scopare e tuo madre è cattolica. Fai un po’ tu la somma.

"Sono giovane, voglio un Manhattan Classic del McDonald's!"
"Giovane tu? Ma se potresti essere il nonno di Napolitano ahah!"
Il viaggio che intraprende è molto simile a quello di Una storia vera, con la differenza che Woody Grant, una versione più acida e bastarda di Alvin Straight, non lo compie su un tosaerba ma si fa scarrozzare in giro dal figlio. Lo ricorda molto anche per le atmosfere, per le musiche country e per i personaggi loser da white trash America. Ci sono persino due gemelli, e tra l’altro qui sono esilaranti, sembrano usciti da una puntata di Beavis & Butt-head o di King of the Hill, l’altro cartone creato da Mike Judge.
Nebraska è allora un viaggio delizioso, ma che si va inevitabilmente a confrontare e a scontrare con il capolavoro (uno dei tanti capolavori) di David Lynch, e che si accoda inoltre a quella che sta diventando la tendenza del momento: i Granpa movies. Con il genere adolescenziale un po’ in crisi, salvo alcune eccezioni di lusso come Spring Breakers, i nonnini si stanno ritagliando un ruolo sempre più di primo piano nella cinematografia attuale. Ai vari Uomini di parola, Last Vegas e Jackass Presents: Bad Grandpa e alla galleria di vecchini cinematografici recenti, Nebraska va ad aggiungere un paio di personaggi memorabili: il fun-tastico Woody Grant e la sua sboccatissima moglie, una vecchina fissata con il sesso che regala i momenti più divertenti della pellicola. Brava Jane Squibb a portarla sullo schermo, però a essere memorabile è più il personaggio che non la sua interpretazione, quindi ok la nomination agli Oscar, ma la statuetta deve andare nelle belle manine di Julia Roberts o di Jennifer Lawrence.

"Ma cos'avrà quella Jennifer Lawrence più di me?"
C’è un’altra cosa che Nebraska ricorda, a parte Una storia vera o gli altri “grandpa movies” recenti: i film di... Alexander Payne. D'altra parte il regista è lui. Questo è un tipico Alexander Payne movie e a me i suoi movies piacciono, solo che non riescono mai a conquistarmi del tutto. Questo non fa eccezione. Come road story ricorda da vicino soprattutto un altro suo grandpa movie come A proposito di Schmidt, ma ha anche un pizzico di follia alcolica alla Sideways, senza dimenticare i complicati intrecci famigliari del recente Paradiso amaro. Nebraska insomma è una specie di summa del cinema molto americano di Alexander Payne, girato questa volta con un evocativo bianco e nero, un gran bel viaggio in un paese per vecchi (siamo sicuri sia il Nebraska e non l’Italia?) che però, come già gli altri film del regista, non riesce a essere del tutto originale e trascinante.
Ora vi saluto, babbei. Mi è appena arrivata una lettera che dice che ho vinto un milione di dollari. Nebraska, aspettami che sto arrivando!
(voto 7/10)


"Hai dato un voto più alto a quella robetta per ragazzine di Hunger Games? Li mortacci tua, Cannibal Kid!"

mercoledì 5 febbraio 2014

THE SPECTACULAR (MA DOVE?) NOW




"Cioè, ma in questo jukebox non c'è manco un pezzo dei One Direction?
E comunque, che cacchio è un jukebox?"
The Spectacular Now
(USA 2013)
Regia: James Ponsoldt
Sceneggiatura: Scott Neustadter, Michael H. Weber
Tratto dal romanzo: The Spectacular Now di Tim Tharp
Cast: Miles Teller, Shailene Woodley, Brie Larson, Jennifer Jason Leigh, Kyle Chandler, Andre Royo, Masam Holden, Dayo Okeniyi, Kaitlyn Dever, Bob Odenkirk
Se ti piace guarda anche: I passi dell'amore, Keith, Bianca come il latte rossa come il sangue

Cosa cazzo ha questa generazione che non va?
Uno guarda un film adolescenziale come The Spectacultar Now e se lo domanda. Poi vai a cercare chi c’è dietro a questa storia e capisci che forse il problema non sta in questa generazione, ma in come le vecchie generazioni vedono quella nuova.
The Spectacular Now è tratto dal romanzo omonimo di Tim Tharp. Non sono riuscito a trovare info precise circa la sua età, ma dalla sua unica foto scovata in rete direi che ha non meno di 50/60 anni. Di adolescenziale difatti in The Spectacular Now a ben vedere non c’è niente. Il protagonista 18enne, interpretato dal 26enne imbambolato Miles Teller, è un ragazzo che beve. Non beve per divertirsi, per sballarsi, come tutti i teenagers fanno. Beve come un vecchio in un bar che rimugina sul passato. Really?
La protagonista femminile è invece una “sfigata”. Come al solito, era già capitato di recente con la discussa partecipazione di Chloë Grace Moretz, troppo figa per il remake di Carrie, anche in questo caso non si capisce come possa essere considerata così loooser, visto che a interpretarla troviamo quella bella manza di Shailene Woodley, una che è partita con quell’atrocità di serie di La vita segreta di una teenager americana ma ha saputo riscattarsi alla grande in Paradiso amaro di Alexander Payne, il suo esordio cinematografico con cui bang! s’era subito beccata una nomination ai Golden Globe. Dimenticate quell’ottima prova, perché qui la giovane Woodley recita con la modalità zombie accesa.

"Oggi anziché l'acqua minerale naturale mi bevo quella gasata.
Che ci volete fare? Sono un ribelle nato!"
Dall’incontro tra questi due ragazzi nasce una pellicola romantica. Romantica di quell’amore smielato quasi alla Moccia, o se non altro parente non troppo lontano dei film tratti da Nicholas Sparks. Nicholas Sparks, il Male fatto scrittore, con le sue storielle patinate da Harmony sempre impregnate di sani valori morali. E riesce a fare anche di peggio, visto che un film come I passi dell’amore al confronto di questo appare ancora come un capolavoro.
Anche andando a dare uno sguardo più da vicino, The Spectacular Now di spectacular non ha un bel nulla. Non i personaggi, banali, anonimi. Lui ragazzo popolare della scuola non si sa bene perché, forse perché alle feste è il primo a buttarsi in piscina, uh che figata! Lei sfigata non si sa bene perché, forse perché le piacciono i fumetti, cosa che nel mondo hipster di oggi è in realtà il massimo del cool. Due adolescenti che parlano e si comportano come degli adulti mentre i veri adulti rimangono sullo sfondo. La madre di lei viene menzionata ma non compare mai. La madre di lui, una Jennifer Jason Leigh talmente inquadrata da lontano e sottoutilizzata che ho capito era lei solo a 5 minuti dalla fine del film. Il padre di lui, il mitico Kyle Chandler di Friday Night Lights, è l’unico personaggio che sarebbe un minimo intrigante, ovvero un alcolizzato egoista che ha abbandonato la famiglia. Pure lui però rimane nell'ombra, così come gli sprecatissimi Brie Larson e Bob Odenkirk (l'avvocato Saul Goodman di Breaking Bad), e davanti a noi viene messo in scena il nulla. Una storiella d’amore, nemmeno di quelli così travolgenti, semmai uno di quelli che non sembra interessare manco agli stessi protagonisti.

"Piuttosto che seguire Pensieri Cannibali preferisco leggermi un libro...
un libro di Nicholas Sparks!"
Dovrebbe essere un film adolescenziale. Dovrebbe essere un film con le canzoni che enfatizzano le emozioni dei personaggi. Così non è, visto che la colonna sonora rigorosamente indie, che sarebbe valida, si sente a malapena come sottofondo. Piatta e del tutto priva di personalità è pure la regia di James Ponsoldt, che poco fa aveva girato il più interessante Smashed, con cui questo ha in comune giusto il tema dell’alcolismo, qui comunque parecchio più abbozzato. Come tutto, in questo film. Più che una pellicola vera e propria, sembra una bozza, sembrano le prove generali per qualcosa. Per la vera vita, come quella del protagonista, che ancora deve cominciare? Non lo sapremo mai perché, appena la storia sembra poter decollare e qualcosa succede, subito si ritrae indietro.
Resta inspiegabile come una pellicoletta anonima del genere sia stata accolta molto bene dalla critica USA e applaudita in festival come il Sundance. E resta inspiegabile come dietro all’adattamento del romanzo di Tim Tharp vi siano Scott Neustadter e Michael H. Weber, l’accoppiata che mi aveva regalato uno dei miei cult personali recenti, l’esaltante (500) giorni insieme. Misteri della Fede.
A proposito di Fede, potete fidarvi di quello che dicono negli Stati Uniti e guardarvi The ben poco Spectacular Now che vorrebbe essere un gioiellino indie, e dal trailer potrebbe quasi sembrare così, o potete fidarvi di me. E a me questo filmetto è parso giusto una versione vagamente alternativa, molto vagamente e poco alternativa, delle storie di Nicholas Sparks. Senza manco risultare divertente in maniera involontaria come le storie di Nicholas Sparks.
Qualcuno potrà dire che sto invecchiando, che non mi piacciono più i film teen come una volta e magari quel qualcuno avrà ragione. O magari è la gente che le pellicole per teenagers le realizza che sta invecchiando sempre più e non riesce a dare una visione credibile dei giovani d'oggi, perché a me questo sembra un insulto al cinema adolescenziale. Per me è solo uno spettacolare NO.
(voto 4/10)

martedì 8 ottobre 2013

BREAKING END




Breaking Bad
(serie tv, stagione 5)

È finito. Breaking Bad è finito. E adesso?
E adesso si attende la nuova ossessione telefilmica. Tutti a dire: “Non ci sarà mai un’altra serie come Breaking Bad” e forse è così. La stessa cosa però la si diceva anche il 23 maggio 2010, subito dopo la conclusione di Lost. Tutti lost senza Lost, eppure Breaking Bad c’era e c’era anche già da un po’. Breaking Bad ha cominciato le sue trasmissioni il 20 gennaio 2008, ma c’ha messo un po’ a carburare come serie. C’ha messo ancora di più a trasformarsi in un cult assoluto. Breaking Bad era ed è comunque rimasta fino alla fine una serie cult, non certo di massa, nonostante negli ultimi tempi il numero di suoi adepti sia aumentato in maniera esponenziale.

Ma perché Breaking Bad è diventato così cult? Qual è il suo segreto?
Avevo già provato a spiegarlo qua, e pure un pochino qua, ma c’è sempre qualcosa che sfugge. Il fascino di Breaking Bad è tutta una questione di chimica. Di chimica e di cura nei dettagli. Si dice che ci sono due cose che stanno nei dettagli: il diavolo e la grandezza. Da adesso facciamo che sono tre e aggiungiamoci pure Breaking Bad. La diabolica grandezza di Breaking Bad sta nei dettagli.
La storia del tranquillo professore di chimica che si trasforma in un produttore o meglio "cuoco" e poi pure in un boss del traffico di metanfetamine è indubbiamente affascinante. Uno spunto notevolissimo. Il bello della serie, il vero good dentro Breaking Bad, è però il modo in cui è stato preparato. Di storie intriganti ce ne stanno tante, così come in giro di droghe se ne trovano a bizzeffe. Almeno in certi quartieracci. La differenza sta nella qualità. La roba blu preparata da Walt White è pura, purissima, superiore al resto delle metanfetamine cucinate col buco del culo, per questo è così preziosa. Lo stesso vale per Breaking Bad. Breaking Bad è cucinata alla grande dal suo creatore Heisenberg Vince Gilligan e dai suoi fedeli aiutanti.
Ciò che fa andare Breaking Bad oltre le altre serie, oltre a quanto visto finora su piccolo schermo, è proprio questa attenzione maniacale ai più piccoli dettagli. La presenza del Pink Teddy Bear in alcuni episodi, ad esempio.


O il telefonino di Hello Kitty dato dal mitico avvocato Saul Goodman a Jesse Pinkman.


O ancora il fatto che quando Walt White va in esilio nella casa in mezzo al nulla, tra i film in DVD sono presenti due copie due di Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie.


Lo so che possono sembrare delle piccole cose, delle stronzatine, e forse lo sono, ma ciò non di meno sono delle chicche che hanno contribuito a rendere questa serie qualcosa di strepitoso e unico. I dettagli. Mai sottovalutare i dettagli.
E ora veniamo alla puntata finale...

SERIES FINALE
Titolo episodio: "Felina"
(articolo pubblicato anche sul sito Oggi al cinema)
***ATTENZIONE SPOILER: SE NON AVETE VISTO L’ULTIMISSIMO EPISODIO DELLA SERIE, LEGGETE SOLTANTO A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO***

Il finale di Breaking Bad è stato perfetto. A voler mettersi a fare i pignoli si può cercare di trovare qualche difetto, ma vi assicuro che è una perdita di tempo, una missione impossibile. Non è stato un perfetto di quelli precisini in cui tutto va come ci si aspettava. E' stato un perfetto emozionante, senza però essere un emozionante ruffiano o facilmente sentimentale. La conclusione di Breaking Bad è stata tutto ciò che quella di Dexter invece non è stata. Girata, scritta e interpretata in maniera magistrale, si è rivelata una chiusura in linea, del tutto coerente con quanto BB e il suo protagonista Walter White (un sempre più immenso Bryan Cranston) sono sempre stati. L’episodio finale ha rivelato sorprese, ma il creatore Vince Gilligan, che si è occupato in prima persona della sceneggiatura e della regia del series finale, non ha puntato sul colpone di scena finale assurdo e forzato, giusto per provare a shockare il pubblico. Ha realizzato una chiusura magnifica e per certi versi rivoluzionaria.
La confessione di Walter White alla moglie Skyler è qualcosa che non si sente tutti i giorni in film o serie tv, soprattutto americane: “L'ho fatto per me. Mi piaceva. Ed ero bravo. Ed ero davvero... Ero vivo.” Basta con la storia che ha fatto tutto per il bene della famiglia. Dopo aver scoperto di avere il cancro, White s’è messo a cucinare e a smerciare metanfetamine non solo e non tanto per mettere dei soldi da parte per i suoi cari. Forse quella era l’idea iniziale, lo spunto di partenza, poi le cose sono cambiate. L’ha fatto per se stesso, per puro egoismo. Stop con gli eroismi, con i sacrifici per gli altri. Walt White ha cercato di sistemare a livello economico i famigliari, nell’ultima puntata prova ancora a farlo, però il suo fine ultimo è stato il piacere personale. Non l’amore, non la famiglia, ma realizzare ciò in cui è più bravo, poco importa che ciò in cui il protagonista della serie è un fenomeno è l’essere un boss del narcotraffico. Sotto questo punto di vista, quello di Breaking Bad in fin dei conti è un happy ending, perché White muore felice. Ha avuto quello che chiunque può solo sognare: l’autorealizzazione, la consapevolezza di aver compiuto qualcosa di grande. Per farlo, ha dovuto distruggere la vita dei suoi famigliari, si è macchiato del sangue di varie persone ed è stato responsabile anche per la morte del cognato e amico Hank, avvenuta nella splendida, tesissima puntata "Ozymandias". Eppure, alla fine a ucciderlo non è stato il dannato cancro. È morto alle sue condizioni e l’ha fatto in compagnia della cosa a cui teneva di più, la metanfetamina blu, la sua amata “Baby Blue” per dirla insieme alla canzone dei Badfinger che accompagna l’ultima scena, o il suo “tesssoro”, per dirla come il Gollum del Signore degli anelli, citato dallo stesso creatore della serie Vince Gilligan in un’intervista a Entertainment Weekly.



Walt White, uno dei personaggi più originali, pazzeschi e controversi nella storia del piccolo schermo, se n’è quindi andato in maniera tutt’altro che convenzionale. Prima di morire ha comunque avuto modo di salvare Jesse Pinkman, lo sfortunatissimo Jesse Pinkman che durante le cinque stagioni ne ha subite di tutti i colori, il ragazzo con cui ha diviso quest’avventura incredibile, il suo discepolo che è riuscito a realizzare un prodotto purissimo e che quindi può considerare come il suo vero erede. Nonostante questo slancio di altruismo, Walt White muore odiato da tutti, anche dal figlio che non riesce a salutare e con cui ha avuto una terribile ultima conversazione telefonica, nell'unica scena madre di un personaggio che altrimenti nel corso della serie ha avuto un solo compito, questo...


Nonostante questo, nonostante tutto, Walt White muore felice. La sua vita ha avuto un senso. Non c’è spazio per i rimpianti. Avrà fatto del male a tante persone, allontanato tutti quelli che lo amavano, ma la sua è stata quella definibile come un’esistenza che è valsa la pena vivere. Quanti possono dire altrettanto?
(voto alla quinta stagione 9,5/10
 voto al series finale 10/10
 voto alla serie 10/10)




R.I.P. Walter White


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