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domenica 15 dicembre 2013

MAN OF THE YEAR 2013 – N. 2 RODRIGUEZ



Rodriguez
(USA, Messico 1942)
Nome completo: Sixto Díaz Rodríguez
Genere: misterioso
Il suo 2013: intorno a lui e alla sua misteriosa figura è costruito il film Sugar Man, vincitore quest'anno del premio Oscar per il miglior documentario. Per l'occasione la sua musica è ritornata popolare... ehm, "ritornata popolare" magari non è proprio la definizione più precisa, visto che non lo è mai stata, purtroppo.
Se ti piace lui, ti potrebbero piacere anche: Bob Dylan, Cat Stevens, Nick Drake, Donovan
È in classifica: perché è uno dei più grandi artisti nella Storia della Musica. Non sto scherzando e non sto esagerando. Guardate il film Sugar Man e capirete. Capirete perché va considerato al pari, se non pure a un livello superiore, di gente come Bob Dylan, Jimi Hendrix o Elvis. Quello che non capirete invece è perché sia tanto sconosciuto. In ogni caso, guardate Sugar Man. Non è un ordine, è solo un consiglio che arriva dal profondo del mio cuore.
Il suo discorso di ringraziamento: "Un riconoscimento nei miei confronti dall'Italia? Ah, ma allora lì non ascoltate solo quelle porcate di Vasco e Laura Pausini, incredibile!"

Dicono di lui su
cinguettator
One Direction @1D1rect10n
Siamo diventati famosi noi e non #Rodriguez? #CheMondoDiMerda


Susan Boyle @susyboyle
Sono diventata famosa io in 5 minuti con un video virale e non #Rodriguez? #CheMondoDiMerda


PSY @gangnamstyle
Sono diventato famoso io e scopo come un tolo in gilo pel il mondo glazie a canzone idiota e non #Lodliguez? #CheMondoDiMelda


Belen Rodriguez @farfallina84
Sono diventata famosa io per la mia farfallina e non #Rodriguez senza Belen davanti? #CheMondoDiMerda


Cecilia Rodriguez @sorelladibelen
Sono diventata famosa io per via di mia sorella e non #Rodriguez il cantante? #CheMondoDiMerda


Sixto Rodriguez @officialrodriguez
Tranquilla Cecilia @sorelladibelen. Nemmeno tu sei famosa.







sabato 14 dicembre 2013

MAN OF THE YEAR 2013 – N. 4 DAVID BOWIE



David Bowie
(Inghilterra 1947)
Genere: nonvecchio
Il suo 2013: ha pubblicato il suo primo album da 10 anni a questa parte, "The Next Day". Un disco a sorpresa clamorosamente fresco, ispirato, vitale, che ci riconsegna un Bowie con ancora parecchie cose da dire.
Se ti piace lui, ti potrebbero piacere anche: Iggy Pop, Lou Reed, Talking Heads, Suede
È in classifica: perché rappresenta bene la rivincita della terza età.
Il suo discorso di ringraziamento: "Sono troppo vecchio per queste stronzate."

Dicono di lui su
cinguettator
David Bowie @davidbowie
Come minkia si usa, 'sto Twitter? #ecosaminkiasonostihashtageperkéstoscrivendocomeunbimbominkia?






venerdì 13 dicembre 2013

SUGAR MAN, IL PIU’ GRANDE MISTERO NELLA STORIA DELLA MUSICA




Sugar Man
(Svezia, UK 2012)
Titolo originale: Searching for Sugar Man
Regia: Malik Bendjelloul
Sceneggiatura: Malik Bendjelloul
Ispirato agli articoli: “Sugar and the Sugar Man” di Stephen “Sugar” Segerman e “Looking for Jesus” di Craig Bartholomew-Strydom
Genere: musicalesistenziale
Se ti piace guarda anche: Velvet Goldmine, Catfish

Chi è Rodriguez?
Se non abitate in Sud Africa o non avete visto il film documentario Sugar Man, molto probabilmente non ne avrete idea. Il consiglio che vi do subito, per primissima cosa, non è allora quello di trasferirvi in Sud Africa, a meno che non ci teniate, bensì è quello di andare a vedervi questa pellicola, questo straordinario documentario. Non importa se non amate i documentari, Sugar Man è comunque imperdibile. Io non sono un fan assoluto del genere documentaristico, preferisco i film recitati, “di finzione”, però ogni tanto capita di imbattersi in un docu-gioiellino e Sugar Man è uno di questi. Perché?

Quella di Rodriguez è forse la storia più incredibile che io abbia mai sentito. In assoluto. Di certo è la vicenda più pazzesca e inverosimile nella storia della musica in cui mi sia mai imbattuto. Pensavo di averne sentiti di tutti i tipi, di aneddoti curiosi e folli sulle rockstar, di racconti sulle incredibili vite dei più grandi artisti dello showbiz musicale, e invece non erano niente in confronto a quanto capitato a Rodriguez.
Su di lui cercherò di dirvi il meno possibile, perché la sua vicenda dovete sentirla raccontare attraverso la pellicola Sugar Man. Il mondo è pieno di belle storie, ma una bella storia da sola non fa un bel film. Invece Sugar Man è anche un gran bel film. Un documentario che però sembra un thriller, che riesce a creare una tensione palpabile e a mettere addosso una curiosità enorme intorno alla figura di questo mistero, il più grande mistero nella storia della musica pop-folk-rock, che si cela dietro al nome di Rodriguez.
Oltre a essere costruito in maniera narrativamente brillante, in grado di tenerti incollato allo schermo manco fossi di fronte a una nuova puntata inedita di Lost, Sugar Man è una pellicola molto ben girata, con una fotografia magnifica e scene di autentica poesia che molti film di fiction fanno fatica a regalare.
L’altra cosa splendida di questo documentario è il suo approccio alla musica. Sugar Man presenta le canzoni di Rodriguez al loro meglio. Le fa assaporare fino in fondo, non con uno stile da videoclip e nemmeno cercando di ricreare in maniera didascalica i testi delle sue songs. Semplicemente, le fa vivere. Una cosa semplice, no?

Proprio la semplicità è la caratteristica che balza subito all’orecchio ascoltando i pezzi di Rodriguez. È anche per questo che il mistero di come non abbia avuto successo è ancora più… misterioso, appunto.
Ci sono un sacco di cantanti e gruppi bravissimi là fuori, e molti non fanno il botto. Uno si chiede il motivo. Perché gli U2, i Coldplay o i Muse sono mostruosamente popolari in tutto il mondo e invece band che sembrano più o meno allo stello livello, o magari sono anche meglio, non se li fila nessuno o quasi? Il più delle volte, se uno va scavare a fondo, riesce a trovare una ragione. Gli U2 ad esempio hanno Bono che è un personaggio, un leader carismatico, uno che riesce a imporsi all’attenzione con la sua parlantina da politicante mista a un’attitudine da rockstar. I Coldplay invece non sono personaggi e spesso e volentieri sono delle autentiche lagne, eppure hanno delle canzoni come “Yellow” o “In My Place” o “Fix You” o “Viva la vida” che sanno arrivare al cuore delle persone. O ancora, i Muse dal canto loro sono tecnicamente mostruosi e vederli dal vivo è davvero un’esperienza.

Questo per semplificare in maniera estrema. Ci sono poi altri fattori che entrano in gioco. A volte basta una canzone che comincia ad andare su un programma di una radio e poi viene suonata pure dalle altre stazioni e poi la senti ovunque, a volte basta un riff di chitarra per farti passare da cult alternative band a gruppo sulla bocca di tutti, come capitato nel 1991 ai Nirvana. A volte, oggi, conta un video che si diffonde in maniera virale sul web. Spesso è fondamentale anche il marketing, dai Sex Pistols che sarebbe difficile immaginare senza il loro manager e “creatore” Malcolm McLaren, alle Spice Girls ideate genialmente a tavolino mettendo insieme 5 tipi classici (più o meno) di donna: la sportiva, l’elegantona che se la tira, la pazza pericolosa, la lolita e la zoccola.


Quello che è mancato a Rodriguez è allora forse quest’ultimo fattore, una strategia di marketing valida all’epoca, nei primissimi anni ’70 quando ha pubblicato i suoi due primi (e unici) album “Cold Fact”, fenomenale album d’esordio, e il secondo anch'esso notevole “Coming From Reality”, che hanno tutti e due venduto pochissimo e quasi nessuno si è filato. È mancato il marketing ed è mancata anche la classica botta di culo che pure quella, in ogni storia di un successo che si rispetti, non può mai essere assente. Giusto questo, è mancato a Rodriguez. Il resto c’era tutto. C’erano le canzoni e c’era il personaggio.

Molti gruppi di nicchia, amati magari dalla critica e da un piccolo zoccolo duro di fan, non riescono ad avere un grande successo perché fondamentalmente gli mancano le hit. Gli mancano quei pezzi in grado di sfondare, di poter essere suonati in radio e di conquistare subito le orecchie e il cuore degli ascoltatori. Non è il caso di Rodriguez. I suoi brani sono semplicissimi, sono diretti, basta un solo ascolto per cominciare ad amarli e sentirli propri, come se fossero sempre esistiti, come se già li conoscessi e facessero parte della tua vita da sempre. La sensazione raccontata nei film romantici, con lui che incontra lei ed “È come se ti conoscessi da sempre!”. È quella sensazione lì che fanno le canzoni di Rodriguez.
I Wonder” ad esempio è un brano pop di presa immediata, con una melodia di quelle che avrebbero potuto scrivere i Beatles e un giro di basso che si incolla in testa istantaneamente.



Altri brani ricordano più Bob Dylan, anche per la notevole qualità dei testi, ma, come dice uno dei produttori di Rodriguez: “Bob Dylan non era al suo livello”. E non è che sia una sparata tanto per. Certe canzoni di Rodriguez, molte canzoni di Rodriguez, Bob Dylan se le può sognare in cartolina, e diciamolo. Con questo non voglio sminuire Bob Dylan o dire che sia sopravvalutato, perché il suo posto di rilievo nella storia della musica se l’è guadagnato tutto. Non voglio sminuire nessuno, voglio solo dire che il nome di Rodriguez non dovrebbe essere seguito da un “Chiiiiiiiiii?”. Il nome di Rodriguez dovrebbe stare lì accanto a quello dei grandi riconosciuti della musica, con Dylan e Jimi Hendrix e i Rolling Stones e i Beatles e tutti gli altri. Quello è il suo posto.

Oltre all’irresistibile “I Wonder”, di canzoni incredibili Rodriguez ne ha tirate fuori un sacco. Cito giusto “Sugar Man”, il title theme della pellicola che suonerebbe alla grande pure in qualunque film di Quentin Tarantino, o “Cause” e “Crucify Your Mind” che sono brani di drammatica bellezza, poesia urbane che ti strappano fuori il cuore dal petto e te lo riducono in pezzettini, o ancora “Street Boy”, un altro pezzo di presa immediata , o una magia come “I’ll Slip Away”, sulle cui note è difficile non farsi venire i brividi.
E poi c’è “I Think of You”, uno di quei pezzi che suoni a una ragazza e lei ascoltandola te la smolla subito. Questo almeno in un mondo ideale, un mondo in cui Rodriguez è una celebrità e le sue canzoni le conoscono tutti a memoria.



Non è il mondo in cui viviamo. In quello in cui viviamo Rodriguez continua a essere un emerito sconosciuto, almeno ai più. E pensare che, oltre alle canzoni, c’era anche il personaggio. Insomma, Rodriguez era un tipo schivo, timido, riservato, uno che cantava con le spalle voltate al pubblico, tutto l’opposto di una rockstar tradizionale in pratica, però in compenso poteva vantare un incredibile alone di mistero intorno alla sua figura, con tanto di leggende riguardo al suo lavoro, alla sua vita, al suo suicidio. Una immagine così enigmatica che è incredibile non sia diventato famoso. Forse perché erano altri tempi. Negli ultimi anni, band come Daft Punk e Gorillaz hanno costruito una parte della loro fortuna proprio giocando sul non apparire, sul nascondersi. Rodriguez questo lo faceva già nei primi anni Settanta, sebbene in maniera inconsapevole.
La cosa più incredibile è che anche adesso niente sembra muoversi più di tanto. I Velvet Underground di Lou Reed ad esempio pure loro se li erano filati in pochi, ai tempi dell’esordio e nonostante avessero uno stratega del marketing come Andy Warhol dietro, eppure con il tempo è stata giustamente riconosciuta la loro importanza, anche perché pezzi come “Sunday Morning” non potevano restare ignorati a lungo. Nonostante l’Oscar vinto dal film Sugar Man, la colonna sonora della pellicola ha però fatto a malapena capolino nella classifica americana, per non parlare dell’Italia dove il film è uscito in 4 sale in croce e in piena estate. Qualcuno in più che lo conosce dopo questa pellicola allora c’è, ma fondamentalmente Rodriguez continua a essere uno nome sconosciuto al grande pubblico e ciò continua a essere un mistero, oltre che un’ingiustizia clamorosa.

Chi è Rodriguez?
Guardate Sugar Man, un film splendido da punto di vista cinematografico, musicale, sociologico e umano, e lo scoprirete. Forse vi suonerò esagerato, ma questo è uno di quei film che vi cambiano la vita. Il Dottore Cannibale vi consiglia quindi di recuperarlo, non domani, non tra una settimana, non tra un mese. Subito. Guardatelo ora. Questo è un film che fa bene alla salute, un film che ti sfama l’anima, ti riempie il cuore, ti fa piangere come un bambino. Non piangere per la tristezza. Ti fa piangere di gioia, per aver visto e sentito qualcosa di splendido, di sincero, di autentico e aver finalmente conosciuto Rodriguez, uno dei più grandi misteri nella storia della musica, uno dei più grandi artisti nella storia della musica.
Guardate Sugar Man, vi cambierà la vita. Non vi farà diventare improvvisamente belli, ricchi e famosi, anche perché sono sicuro lo siate già. Vi cambierà la vita nel senso che, dopo averlo visto, vi chiederete come diavolo avete fatto a vivere finora senza conoscere Rodriguez. È un po’ come vivere senza aver mai sentito i Beatles, i Radiohead o i Nirvana. Le canzoni di Rodriguez vi cambieranno la vita, così come l’hanno cambiata a tutti quelli che l’hanno ascoltato. A tutti, tranne forse a se stesso.
(voto 9/10)



lunedì 18 novembre 2013

SKYPE FERREIRA




Sky Ferreira “Night Time, My Time”
E se Sky Ferreira fosse una Miley Cyrus uscita da un mondo alternativo?
Considerando che è una delle giovani cantanti più lanciate del momento, che fa parte anche lei della leva del 1992 (ma perché, si dice ancora leva?), e soprattutto che le piace devastarsi e mostrarsi nuda, fin dalla copertina del suo album d’esordio, direi che il paragone ci può stare.
Sky Ferreira però è anche altro e molto più di questo. Anche perché lei non ha sviluppato la malattia che costringe Miley a tirare fuori la lingua in ogni occasione, almeno se non è in compagnia della diretta interessata (vedi foto a destra). Povera Miley, è malata, non è mica colpa sua.
Sky Ferreira è pure una specie di Courtney Love di nuova generazione. Di recente è stata fermata per possesso di eroina insieme al suo Kurt Cobain ovvero Zachary Cole Smith, il cantante della indie-band DIIV, gruppo il cui precedente nome era Dive, preso proprio, guarda caso, da una canzone dei Nirvana. Potete quindi capire che Sky Ferreira è un po’ una versione hardcore della già di suo piuttosto hardcore (almeno a livello sessuale) Miley “Banana Montanal” Cyrus. E poi c’è qualcos’altro. Sky Ferreira ha anche una voce sexy che ricorda Shirley Manson dei Garbage e un faccino innocente alla Emma Watson (come mi aveva fatto notare Alma Cattleya). E poi, poi ci sono le canzoni.

Prima di conoscere Miley Cyrus.

Dopo aver conosciuto Miley Cyrus.

Se il paragone con la povera malata Miley Cyrus vi ha fatto storcere il nasino e rizzare i capelli, tranquilli. Come musica, è tutta un’altra musica. Sky Ferreira fa pur sempre pop, però il suo è un pop deviato, strambo, alternative. Il suo è un pop di quelli che difficilmente sentirete in radio. Non oggi. Tra due o tre anni, forse, un sacco di popstar avranno copiato il suo sound e venderanno gigamiliardi di copie (ma perché, i dischi si vendono ancora?), al punto che è già sbucato fuori un suo clone commerciale, tale Margaret, ma oggi il suono di Sky Ferreira è ancora troppo alieno ed estremo per i capoccia delle radio.

Come sia o come non sia il sound che va sulle radiofrequenze (ma perché, esistono ancora le radiofrequenze?), “Night Time, My Time” (titolo che cita una frase di Laura Palmer in Twin Peaks), l’album d’esordio di Sky Ferreira dopo una manciata di singoli ed EPs, è il suono del pop del 2013. Di come dev’essere il pop del 2013. Un pop un po’p bastardo con echi degli Sleigh Bells (“Heavy Metal Heart”) e addirittura dei Suicide, omaggiati apertamente nella nipponica e delirante “Omanko”. Un pop perfetto incrocio tra romanticismo e disincanto, tra rock ed electro, tra Garbage e Madonna, come nel numero d’apertura “Boys”. Un pop 80s come quello di “24 Hours”, che sembra essere recuperata da una colonna sonora di un film di John Hughes, uno di quelli ambientati tutti in 24 hours come Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare, Una pazza giornata di vacanza o Breakfast Club.



Un pop stellare come “Nobody Asked Me (If I Was Okay)” che – Ciao a tutti! – ora come ora mi sembra la canzone più figa dell’universo.



Un pop non ruffiano e smielato e banale bensì raffinato e riflessivo e intimista come nell’ipnotica “I Blame Myself”. Un pop che non si consuma subito ma cresce con gli ascolti come “Ain’t Your Right”. Un pop cui basta una chitarrina sputtaneggiante e un ritornello che non va più via per mandarti in Paradiso, come capita con “You’re Not the One”. Un pop che non è pop, è rock come “I Will”. Un pop che non è pop per niente come “Night Time, My Time”, una spettrale ballad in slow-motion tra Zola Jesus e Radiohead con cui Sky, dopo averti mandato su in Paradiso, ti spinge giù tra le viscere dell’Inferno.

Sky Ferreira forse è la Miley Cyrus alternativa, o forse è il frutto dell’amore tra Courtney Love e Madonna, o forse è solo una cometa destinata a bruciare in fretta e di cui tra un paio di anni non sentiremo più parlare.
Per intanto però chissenefrega, questa cometa ha tirato fuori il disco pop definitivo del 2013, un disco con cui oggi dà merda alle varie e sorpassate colleghe (chi ha detto Gaga?) e con cui vola più in alto di tutte nello sky del pop.
(voto 8+/10)



lunedì 28 ottobre 2013

ARCADIO

  

Arcade Fire “Reflektor”
Arcadio, che disco!
Il nuovo doppio album degli Arcade Fire, “Reflektor”, è un’opera mastodontica. Già solo per la durata: 85 minuti. Al giorno d’oggi ci va del coraggio ha tirare fuori un lavoro della durata del genere. Gli Arcade Fire, grazie allo status di cult band (meritatamente) guadagnato con i tre lavori precedenti, il fondamentale “Funeral”, il notevole “Neon Bible” e il mio preferito “The Suburbs”, sono tra i pochi a poterselo permettere, a poter richiedere ai fan, così come ai detrattori, un impegno del genere.

“Reflektor” è un album pieno. Strabordante, quasi. Già solo dentro la title track, il pezzo che apre il lavoro e che è anche stato scelto come primo singolo, ci sono più cose di intere discografie di altre band. C’è il sound degli LCD Soundsystem che emerge prepotente e che mostra fin da subito in maniera chiara lo zampino di James Murphy, il produttore dell’intero lavoro, che qui ricopre un po’ il ruolo decisivo avuto da Nigel Godrich su “Ok Computer” dei Radiohead o da Brian Eno sugli album della trilogia berlinese di David Bowie. E a proposito di David Bowie, ecco a un certo punto comparire proprio il Duca Bianco come guest-vocalist a sorpresa del pezzo. All’interno del brano c’è poi anche una forte influenza dei Talking Heads e c’è un andamento ritmico danzereccio. Si potrebbe quasi pensare a una svolta dance per gli Arcade Fire, ma così non è. I bassi pulsano di più, lo zampino LCD di James Murphy si fa sentire lungo tutta la lunga durata del lungo lavoro, eppure c’è anche altro, tanto altro.



In “Here Comes the Night Time” gli Arcade Fire regalano al termine dream-pop un significato nuovo; in “Normal Person” emerge l’anima più rockettara della band; l’attacco di “Joan of Arc” è ‘na figata totale e pure il suo evolversi non è niente male, "You Already Know" sembra uscita dritta dai Suburbs del disco precedente e “Flashbulb Eyes” è un pezzo frizzante che regala all’insieme una piacevole leggerezza. Questo giusto per citare alcune delle chicche presenti.
Non tutte le note sono però positive. I 10 minuti strumentali della ghost track “We Exist” sono ad esempio qualcosa di davvero necessario? I don’t think so. Nel secondo disco appare anche qualche altro momento che sembra un mero riempitivo e un albumone che dura 85 minuti non aveva bisogno di riempitivi, semmai di uno sfoltimento. La reprise “Here Comes the Night Time II” ad esempio non suona come qualcosa di fondamentale. La psychedelica “Awful Sound (Oh Eurydice)” fa un po’ troppo comunità hippie e con il resto del menù c’azzecca quanto cavoli a merenda. La sognante “It’s Never Over (Oh Orpheus)” è talmente sognante che a un certo punto rischia di far addormentare. In “Porno” il tocco di James Murphy diventa talmente invasivo che sembra di ascoltare un pezzo degli LCD Soundsystem con Win Butler guest-vocalist, piuttosto che un pezzo degli Arcade Fire prodotto da James Murphy.
Il secondo disco di questo doppio lavoro, per quanto sia il più coraggioso e distante dal suono abituale degli Arcade Fire, appare allora meno convincente, con la band non del tutto a suo agio con un nuovo sound. O forse è solo ancora troppo presto per una valutazione definitiva. “Reflektor” è un super album molto ambizioso, che necessita ancora di altri ascolti per essere decifrato, compreso e amato in pieno, ma che al momento suona come qualcosa di affascinante, eppure non riuscito fino in fondo. Nonostante il giudizio per ora resti in bilico, è proprio verso la fine che gli Arcade Fire mettono a segno il colpaccio della vittoria, la meravigliosa “Afterlife”, un brano immenso da ascoltare per tutta la vita, da qui fino all’Aldilà.
(voto 7,5/10)



domenica 14 aprile 2013

MOSQUITO, UN DISCO CHE VA GIU’ COME UN MOJITO


Yeah Yeah Yeahs “Mosquito”
Genere: on the rocks
Provenienza: NYC, USA
Se ti piacciono ascolta anche: Garbage, Kills, Metric, Sleigh Bells, Ting Tings

Premetto che io adoro gli Yeah Yeah Yeahs e adoro ancor di più la loro cantante Karen O, di recente dedicatasi con successo anche al lavoro sulla colonna sonora di Nel paese delle creature selvagge e sentita pure in Frankenweenie e Millennium - Uomini che odiano le donne. Adoro la voce di Karen O al punto che potrebbe persino cantare le canzoni di Vasco Rossi e mi piacerebbero.
Credo.
Tra i motivi per cui adoro gli Yeah Yeah Yeahs e grido Yeah Yeah Yeah ogni volta che li sento è che sono un gruppo in costante evoluzione. Dopo il folgorante disco d’esordio Fever to Tell, uno dei migliori album rock’n’roll dei primi Anni Zero, avrebbero potuto replicare la fortunata formula all’infinito e vivere alla grande di rendita fino ad oggi. Invece già con il successivo Show Your Bones hanno provato una strada diversa, verso un suono più evoluto e variegato e con il terzo It’s Blitz hanno cambiato ancora andando in un’esaltante direzione electro-dance-rock. L’album numero 4 Mosquito segna adesso una avventura nuova, esperimenti diversi e un sound ancora più contaminato.

Grazie all'aiuto delle canzoni contenute in Mosquito, ecco come preparare qualche cocktail musicale perfetto per la primavera/estate:

“Sacrilege”: mescolare atmosfere sognanti, aggiungere un coro gospel per donare un retrogusto corposo e servire il tutto con un video bollente che vede protagonista una Lily Cole (quella di Parnassus e The Moth Diaries) ninfomane.



Effetti collaterali provocati dalla bevuta
combinata di questi cocktail.
“Subway”: cocktail perfetto per un viaggio in metro, ma volendo può essere riciclato anche per una bevuta in treno. Tanto mica guidate voi. Sconsigliato invece per i conducenti di metro e treni. I controllori possono invece abbeverarsi, almeno risulteranno più tranquilli e meno cagacazzo.

“Mosquito”: bevanda più sanguigna e tradizionalmente rock, è l’ideale per i vampiri. Se non siete dei sucasangue, accontentatevi di succhiarla in uno dei prossimi episodi di True Blood o The Vampire Diaries, o di entrambi, con quel ritornello che ripete “suck your blood” che vi si conficcherà in testa e non vi lascerà fino alla fine dell’hangover.

“Under the Earth”: long drink dal ritmo funky rallentato, sembra una versione più leggera e pop dei drink malati dei Public Image Ltd. di Johnny Rotten. Va bene per ripigliarsi un attimo e cercare di tornare sobri. Ho detto cercare.

“Slave”: è uno di quei cocktail che cominci a berlo e ti sembra acqua e lo tiri giù d’un colpo e pensi: “Ma sì, tanto non fa niente!” e poi invece ti travolge con il suo crescendo pazzesco, con la voce di Karen sussurrante che ti entra nelle orecchie e ti porta in un’altra dimensione. Bere con cautela: quelli in apparenza innocui sono i cocktail più bastardi, perché sono anche quelli che mandano più in botta.

“These Pats”: un altro cocktail da trip di quelli che all’inizio non si fanno sentire e poi ti pulsano in testa e nel cuore. Una ricetta nuova, preparata percorrendo sentieri ipnotici che gli YYYs non avevano mai percorso prima. Tira una gran botta.

“Area 52”: è uno shottino space rock pronto per mandarti in orbita. Dopo averne bevuti un paio, potreste ritrovarvi a cantare “I Wanna Be Your Dog” al karaoke.

“Buried Alive”: agitare un rock meticcio con una spruzzatina di rap fornito da Dr. Octagon, meglio noto come Kool Keith. Un esperimento interessante, però è un cocktail dal sapore strano. Fate attenzione perché non è adatto a tutti i palati.

“Always”: long drink lento e dagli effetti onirici dalle parti della splendida bevanda “Strange Love”, servita da Karen O sui titoli di coda del Frankenweenie di Tim Burton.

Attenzione il giorno dopo al mal di testa da hangover.
“Despair”: cocktail che nasce come variante più soft del loro storico drink “Maps”. È simile al Negroni sbagliato che, con lo spumante al posto del gin, rappresenta una versione leggera del Negroni vero e proprio.

“Wedding Song” è emozione pura per il palato. Da tenere per il gran finale della serata. Si accompagna molto bene con un dolce.

In chiusura, Mosquito è un disco che regala una bella sbronza. Non la migliore mai offerta dagli Yeah Yeah Yeahs, barmen autori in passato di cocktails ancora più raffinati e steccanti, ma comunque una ciucca di quelle che sì, ogni tanto ci vanno e fanno pure bene. Anche se il mattino dopo potreste non pensarla alla stesso modo.
(voto 7/10)


martedì 21 febbraio 2012

Mirtilli fuori stagione

I Cranberries sono tornati.
Una volta, diciamo tanto tempo fa, diciamo negli anni ’90, avrei terminato la frase con un bel punto esclamativo. Adesso l’entusiasmo nei loro confronti si è parecchio affievolito, anche considerando i ben poco esaltanti due dischi solisti pubblicati negli ultimi tempi dalla Dolores O’Riordan.
Dopo una lunga pausa-rottura, la band forse più popular d’Irlanda dopo gli Iucchiù è tornata insieme. I maligni potranno dire per pagare le bollette. Io che son maligno dico: per pagare le bollette! Punto esclamativo.
Sono passati 11 anni dal loro ultimo non imprescinbile album Wake Up and Smell the Coffee e i mirtilli rossi provano adesso a tornare in sella (spero non di un War Horse) con un pop-rock gentile, che ha però perso del tutto la carica battagliera che aveva contraddistino pezzi tipo Zombie-zombieeeoooo-eeoooo-uuuuhuuh e Salvation-Salvation-Salvation is free.

The Cranberries "Roses"
Genere: pop-rock
Provenienza: Limerick, Irlanda
Se ti piace ascolta anche: Cardigans, U2, Alanis Morissette, Sinead O'Connor, Skunk Anansie

Il primo singolo “Tomorrow” dà bene l’idea della nuova direzione della band, non poi così diversa dai loro ultimi 2 album di studio appartenenti a un decennio, a una stagione, o sarebbe meglio dire un’epoca?, ormai lontani. E quindi forse era meglio se la chiamavano “Yesterday”, anziché “Tomorrow”. Peccato che quei Beatles c’avessero già pensato un pochino prima di loro…
Il resto dell’album "Roses" è ben prodotto dal solito Stephen Street, producer storico oltre che loro anche di Blur e Smiths, però suona moscetto. La voce di Dolores è sottotono, non graffia. Una volta poteva gasare così come infastidire, con tutte le sue grida e i suoi gorgheggi particolari. Adesso risulta solo piatta.
Ci troviamo di fronte a un prodotto tutto piatto, senza verve (Richard Ashcroft, cazzo vuoi? non ti ho chiamato, tornatene pure tu nei 90s!), ma non è un disco brutto. Magari fosse stato un disco brutto, almeno significherebbe che hanno osato un minimo. Invece no, è un compitino svolto con tanta diligenza quanta freddezza.
Secondo me è anche Sanremo che porta un po' sfiga...
Mi spiace parlare male dei Cranberries perché, per quanto non siano mai stati tra le mie band preferite, a loro un pochino ci sono comunque affezionato. Eppure lo devo dire: questo disco è inutile, si ascolta (anche se qualche pezzo come la conclusiva title track Roses è una vera lagna) ma non lascia traccia. Non è che da loro pretendessi chissà quale innovazione o altro. Un paio di canzoni degne di essere caricate sul lettore mp3, quelle almeno le pretendevo. Un effetto nostalgia, di quelli che ti fanno dire: “Beh, non sono più quelli di una volta, ma qualcosa da dire ce l’hanno ancora”.
Invece sono proprio spenti. What a shame.
I Cranberries sono tornati. È proprio il caso di dirlo senza punto esclamativo alcuno.
(voto 5-/10)

martedì 4 gennaio 2011

Album 2010 - n. 4 Arcade Fire "The Suburbs"

Arcade Fire "The Suburbs"
Genere: indie kings
Provenienza: Montréal, Canada
In classifica perché: anche se non siamo cresciuti nei sobborghi americani degli anni '70, questo disco ci riporta dritti all'infanzia, alla prima adolescenza, alla scoperta di quei grandi dischi che hanno cambiato le nostre vite e ora... now our lives are changing fast, now our lives are changing fast, hope that something pure can last
Se ti piace ascolta anche: The National, Spoon, Owen Pallett, Band of Horses, Broken Social Scene, Radiohead
Pezzi cult: "The Suburbs", "We used to wait"
Leggi la mia recensione




lunedì 27 dicembre 2010

Album 2010 - n. 26 Best Coast "Crazy for you"

Best Coast "Crazy for you"
Genere: surf
Provenienza: L.A., USA
In classifica perché: è una musica ipnotica che ti trasporta su una spiaggia californiana a cavallo tra gli anni '50 e i '60
Se ti piace ascolta anche: Connie Francis, Dum Dum Girls, Wavves, Summer Camp, Beach House
Pezzo cult: "When I'm with you"


venerdì 24 dicembre 2010

REGALI DI NATALE per VOI

Arrivo senza slitta e senza renne, è vero, però mi fiondo giù dal vostro camino con un doppio regalo tutto per voi, sperando sia gradito. Non una, bensì due compilation a seconda dei gusti da scaricare con dentro una selezione musicale del meglio del meglio del meglio da me ascoltato quest’anno e raccolto apposta per voi in mp3. Scegliete quella che preferite, ma il consiglio naturalmente è di downloadarle entrambe.

LE LUCI DI NATALE DELLA CENTRALE ELETTRICA
La prima compilation è una colonna sonora personale del mio anno, tra indie-rock, indie-pop, trip sonici, soundtracks e musica più o meno alternativa, per quanto questa parola possa ancora avere un senso. Si chiama Le luci di Natale della centrale elettrica (titolo ispirato a un post di Queen B), ma tranquilli che dentro non ci sono canti natalizi, bensì musica tra il rilassante, l’inquietante e il notturno che contiene tra gli altri:

Le luci della centrale elettrica (ovvio), Arcade Fire, Blur, National, Drums, Gorillaz, Gil Scott-Heron, Johnny Cash, David Lynch, Spoon, LCD Soundsystem, John Grant, Band of Horses, più musiche dalle colonne sonore di “The Social Network” e “Inception” e parecchio altro ancora…

La potete SCARICARE QUI


POP GOES THE WORLD
Nonostante la copertina spaventosa, la seconda è una compilation più pop, hip-hop, R&B, electro e insomma un filo più “commerciale”, divertente e leggera dell’altra, per quanto pure qua dentro ci sono cose che difficilmente sentirete in radio, mentre altre le avrete sentite pure lì. Contiene:

Katy Perry, Kanye West, Crystal Castles, Vampire Weekend, My Chemical Romance, Underworld, Janelle Monae, Eminem, Rihanna, Paramore, Bruno Mars, Robyn, She & Him, Eliza Doolittle, i Gossip (che danno il titolo alla raccolta) e molti altri…

La potete SCARICARE QUI

Buon Natale a tutti e buon ascolto, piccoli cannibali!

mercoledì 22 dicembre 2010

Album 2010 - n. 38 Lonelady "Nerve Up"

Genere: post-punk
Provenienza: Manchester, UK
Perché è in classifica: voce, ritmi secchi, chitarrina elettrica grattugiata e poco altro, all'esordio questa lady solitaria si presenta essenziale ma con un suono già molto personale e contagioso
Se ti piace ascolta anche: PJ Harvey, Blondie, Gossip, Gang of Four, The Fall, Talk Talk
Pezzo cult: "Intuition"

mercoledì 15 dicembre 2010

Ver-bene

I nuovi Verdena con "Razzi arpia inferno e fiamme" si staccano piuttosto nettamente dal passato, perlomeno dagli episodi più rock'n'roll.

Il brano è il primo estratto da un album che si intitola come il mio commento al video:

WOW

venerdì 19 novembre 2010

La negramara verità

Negramaro “Casa 69”
Provenienza: Salento
Genere: giuglianosangiorgi
Se ti piace ascolta anche: Muse e Radiohead, che è meglio

Prima di ascoltare questo nuovo disco dei Negramaro ho cercato di fare tabula rasa del passato e dei pregiudizi intorno alla band e soprattutto del loro leader maximo Giuliano Sangiorgi. Il passato del gruppo ha riservato cose secondo me anche piuttosto valide, come i primi due album, mentre l’ultimo “La finestra” mi era sembrato troppo ambizioso e poco riuscito. Riguardo a Giuliano Sangiorgi, ultimamente si è montato un pochino la testa, è diventato un filo troppo egocentrico e megalomane, oltre al fatto che la visione del suo petto villoso che continua a mostrare con orgoglio è una immagine più shockante di qualunque film dell’orrore.


Cosa c’è all'interno di questa “Casa 69”? Il primo pezzo “Io non lascio traccia” nonostante il titolo sia una dichiarazione d’intenti ha il tiro giusto, è un pezzo nervoso come “Mentre tutto scorre” e convince, merito soprattutto delle chitarre copiate dai Radiohead periodo “The Bends”.


Il singolo “Sing-hiozzo” ha un’andatura Muse, ma il ritornello con le solite parole sole cuore amore Giuliano ce lo potevi anche respirare, ok?


“Se un giorno mai” ha qualche sonorità vagamente electro, vagamente Radiohead periodo elettronico. Vagamente, eh.
“Dopo di me” ha un andamento rock e un ottimo ritornello sangiorgiano (questa è l’unica occasione in cui l’aggettivo assume un valore vagamente positivo). Il pezzo che preferisco dell’album (e non è certo ‘sto capolavoro…)


“Basta così” parte con un preoccupante piano da ballata lagnosa, e l’ospitata di Elisa non è certo d’aiuto. Sembra una “Ti vorrei sollevare” parte II e io già quel pezzo non l’avevo ben digerito. Qui le cose vanno leggeramente meglio ma la traccia è comunque da “skip”. Basta così? Purtroppo non siamo neanche alla metà.
“Voglio molto di più” e “Manchi” sono Negramaro al 100%, fate voi se è una cosa positiva o meno.
Il brano che dà il titolo all’album “Casa 69” è la classica riflessione esistenziale siangiorgiana sul tempo che passa. Sa anche questa di già sentito e il testo che si segnala per una volgarità riuscita:

Questi anni di merda
sono un livido appena

e un’altra decisamente meno:

È la vita che passa
è il tuo culo che trema


“Apollo 11” è una ballata spaziale che perlomeno varia leggermente il menu, mentre “Luna” continua sulla linea della tematica sci-fi: Giuliano sfoggia addirittura una parlantina veloce quasi rappata che mi ha ricordato O Zulù dei 99 Posse (?!?!).
Chiude un brano dedicato a Mia Martini, anche se non si sa bene cosa centrino i Negramaro con lei. Scusa Mimì, canta Giuliano, ma forse dovrebbe estendere le sue scuse a tutti gli ascoltatori per averci fatto sopportare questi quasi 80 minuti ripeto 80 minuti! di suoi deliri personali.

La voce di Giuliano è tra quelle che possono piacere molto o risultare insopportabili molto, una di quelle voci troppo marcate ed esagerate come Cee-Lo Green dei Gnarls Barkley (grande in “Crazy” e poi venuto immediatamente a noia), o una Giusy Ferreri che dopo la piuttosto interessante “Non ti scordar mai di me” era bello invece scordare. Questo nuovo lavoro dei Negramaro mette ancor di più al centro tale vociona e non cambierà quindi di una virgola la considerazione che ognuno aveva già nella band, tra chi parlerà di capolavoro e chi non riuscirà ad ascoltarli nemmeno per sbaglio.

Dal canto mio mi sembra un album con una buona cura nei suoni, ma allo stesso tempo non rappresenta alcuna vera novità rispetto al solito Negramaro style e, soprattutto, a livello compositivo i livelli dei primi 2 album sono molto lontani.
E poi 16 canzoni + 2 bonus tracks fondamentalmente tutte più o meno simili e tutte con Giuliano che più o meno urla come un pazzo indemoniato credo risultino sfiancanti per chiunque. Fosse durato molto meno, diciamo la metà, avrebbe fatto una figura migliore; così è davvero una maratona cui si arriva alla fine con un’ubriacatura da Negramaro di quelle che non ti mettono di buon umore, bensì ti fanno sprofondare nella tristezza e il mattino dopo ti fanno svegliare con un gran mal di testa. Questa è la negramara verità.
(voto 4)

giovedì 11 novembre 2010

oasi

Gli Oasis sono tornati? Quasi. Non proprio. Più o meno.
La nuova band di Liam Gallagher e degli Oasis superstiti si chiama Beady Eye e quella qui sotto (potete anche scaricarla inserendo la vostra mail) è la loro prima canzone rilasciata alle orecchie del mondo. Niente di nuovo (anzi, molto retrò) o sconvolgente, però piacevole.
Bye bye Noel


domenica 7 novembre 2010

L'amore al tempo dei robot

Splendido gioiellino di un video robot-romantico, questo “Fish out of water” dei Disco Biscuits (e la canzone con quel “wooo!” nel ritornello è di quelle che si incollano in testa)


lunedì 20 settembre 2010

Everything is everything


Everything Everything “Man Alive”
Disco d’esordio super esaltante, quello degli inglesi Everything Everything. Non poteva essere altrimenti, con i pazzeschi singoli tirati fuori da questo gruppo di scalmanati stralunati hooligans sonori, eppure sentendo tutto il materiale ivi presente vi è da strapazzarsi ulteriormente i capelli dalla gioia.
Ma come suona, di preciso? Giusto per rendere l’idea, diciamo un incrocio tra Talking Heads, Blur, Super Furry Animals, Futureheads e un gruppo di animali usciti dallo zoo.

Dentro “Man Alive” ci trovate il finale allucinato che porta direttamente in un’altra dimensione di “Qwerty finger”, il ritornello da fall in love immediato di “MY KZ, UR BF”, il fischiettio da spot tv di “Schoolin’”, il romanticismo soffice da Coldplay ubriachi di “Leave the engine room” e "Final Form", la ninna-nenia “Two for nero” e molto altro ancora.
Esordio inventivo e un disco da favola per persone che non credono alle favole.
(voto 7/8)

martedì 18 maggio 2010

Arrivederci, Liga

Non ho mai ascoltato un disco di Ligabue per intero. Non volontariamente, almeno. Stavolta però, complici le infinite possibilità della rete, mi sono sacrificato e vi offro una recensione completa del suo nuovo “Arrivederci, mostro”. Anche perché su giornali e riviste si è parlato solo dei testi e non della musica e il lavoro è stato salutato come un capolavoro o giù di lì. Volevo quindi verificare se c’è del vero o se c’è del marcio in Danimarca. O meglio, in Italia.

L’album si apre con il rock super commerciale di “Quando canterai la tua canzone”, impreziosito da un ottimo arrangiamento e da qualche bel suono d’accompagnamento che lo rendono un ascolto più che piacevole.


“La linea sottile” ha il piglio della ballad sonnacchiosa. Un pezzo piuttosto lagnoso, una rilettura decisamente poco riuscita di “Niente paura” (che per la cronaca è il mio pezzo ligabueano preferito in assoluto).
“Nel tempo” è la versione di Ligabue dello speed-metal. Ovviamente il risultato è molto poco speed-metal e molto tanto (troppo?) speed-Liga. Un pezzo autocelebrativo dedicato ai suoi primi 50 anni.
La romanticissima “Ci sei sempre stata” è molto emo e nel finale il Liga gioca a fare Slash con un super assolo d’altri tempi. Scioglierà il cuore di molte e la vedo bene come soundtrack del prossimo film di Moccia: “Amore 0 – Perché anche i neonati si innamorano”, con cui lo scrittore (?) romano tenterà di conquistare una nuova fetta di spettatori pre-adolescenti finora inspiegabilmente ignorata dai cineasti. “Sfaterò il mito di coloro che sostengono che i neonati non leggono e non vanno al cinema”, ha dichiarato Moccia.
“La verità è una scelta” mi ricorda qualcosa di molto poco Ligabue-style. Nine Inch Nails, forse? Mi sa di sì. Il ritornello epico mi ricorda qualcos’altro. In ogni caso, è il tentativo di fare qualcosa di diverso. Assolutamente da apprezzare. Per me il pezzo migliore della raccolta.


“Caro il mio Francesco” ha il sapore della predica, più che della lettera aperta. Super lento al lume di candela da U2 più crepuscolari. 6 minuti sono troppe e nonostante nel testo di siano le parole “culo”, “chiappe” e “cesso” si sbadiglia.
“Atto di fede” parte con solo la voce di Luciano Figabue e poi si accende di un suono chitarroso alla ultimi Green Day. Il suono si accende, la canzone no.
Il primo singolo “Un colpo all’anima” è accompagnato da un video patinato in perfetto stile “cinema adolescenziale italiano d’oggi”. Non è un complimento. La canzone è un onesto mainstream rock radiofonico che non sposta di una virgola l’universo sonoro del Liga. C’è un assolo di chitarra che sembra uscito da un disco degli AC/DC e il testo non si segnala per nulla di particolare, se non per il verso secondo me davvero pessimo: “Un colpo al cerchio e un colpo all’anima”. Bello invece il titolo dell’album: “Arrivederci, mostro”, che sta a significare un saluto ai demoni personali che ognuno ha. Non un addio definitivo, ma solo un arrivederci.


“Il peso della valigia” rallenta i ritmi verso tiepide atmosfere country. Il Liga ha passato i 50 ed è ora di fare i riflessivi, perdindirindina. Il nostro Bruce Springsteen? Naaaah

“Taca Banda” è un divertissement inaspettato. Roba da bar del paese o da saloon con tutti che applaudono e ballano in cerchio, fino a che lo scalmanato di turno non tira fuori una rivoltella e minaccia di fare una strage. Cose che succedono, nel wecchio west.
“Quando mi vieni a prendere?” è un pezzo da 7-minuti-7 con tanto di carillon e atmosfere Sigur Ros che parla di un tragico fatto di cronaca avvenuto a Dendermonde, in Belgio, il 23 gennaio 2009: un ragazzo è entrato in un asilo e ha ucciso la maestra e due bimbi. Buone le intenzioni drammatiche, niente male il testo, risultato musicale così così.
Chiude “Il meglio deve ancora venire”. Il disco è finito ma io sto ancora aspettando che arrivi…
(voto 5+)

mercoledì 5 maggio 2010

On your own

Pezzone perfetto per la scena triste in un telefilm americano
o per la scena del ministro Scajola che alla finestra volge lo sguardo al Colosseo, assorto nei suoi mille pensieri

Potete trovare l'album dei Green River Ordinance intitolato "Out Of My Hands" QUI

domenica 2 maggio 2010

Cascata

La mia canzone preferita del momento. “Cascade” dei Deluka. Il suono è una cascata electro-rock che rimanda a Metric, Goldfrapp, Garbage, Republica, La Roux e altri gruppi che adoro. In un mondo dominato dai pensieri cannibali potrebbe seriamente candidarsi pure a tormentone estivo.

(blog dei Deluka)

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