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venerdì 31 ottobre 2025

Presence: non solo le case vengono infestate, pure i blog





Presence

Hey, chi diavolo è questa persona che sta usando il mio blog?
Cosa vuole?
Cosa sta facendo?
Perché sta scrivendo una recensione da me non approvata?
Di che film sta scrivendo?
Presence?
E che cos'è?
Un horror visto dal punto di vista di uno spirito?
Il punto di vista di un fantasma?
Hey, ma è uno spunto geniale!

martedì 4 settembre 2018

Le recensioni social – Estate 2018 e The Ferragnez special edition





È estate, anche se sta finendo. Lo scazzo regna sovrano e la voglia di scrivere recensioni complete, per quanto il più delle volte sceme come le mie, è piuttosto bassino. È il momento ideale allora per proporre delle veloci (pseudo)rece in stile social di alcuni film passati su questi schermi negli ultimi tempi.

Per la gioia di grandi e piccini, c'è anche un mini speciale dedicato al matrimonio super social dei #TheFerragnez.

"Guarda, possiamo leggere le recensioni di Pensieri Cannibali anche sullo smart phone."
"Che culo!"


Una donna fantastica
Voto: 7+/10


mercoledì 19 giugno 2013

BEHIND THE CANDELABRA, LA RECENSIONE POCO GAY


Dietro i candelabri - Behind the Candelabra
(USA 2013)
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Richard LaGravenese
Tratto dal libro: Behind the Candelabra: My Life With Liberace di Scott Thorson e Alex Thorleifson
Cast: Michael Douglas, Matt Damon, Rob Lowe, Scott Bakula, David Koechner, Dan Aykroyd, Garrett M. Brown, Nicky Katt, Boyd Holbrook
Genere: gaypic
Se ti piace guarda anche: Velvet Goldmine, Milk, Larry Flynt - Oltre lo scandalo

Behind the Candelabra è un film gay, molto gay, talmente gay che in questo post cercherò di battere il Gaynness World Record per il maggior uso della parola gay in un post solo. Pronti? Via.

Liberace mentre cercava di nascondere di essere gay.
Behind the Candelabra è il biopic gay sulla storia gay della vita gay del pianista gay Liberace, all’anagrafe Władziu Valentino Liberace, un nome già di suo parecchio gay, visto che lo stilista Valentino è notoriamente gay e l’attore Rodolfo Valentino era anch’esso gay, quindi la sua gayezzitudine era già scritta nel suo nome.

Nonostante il suo portamento gay, la sua parlata gay, la sua camminata gay, le sue parrucche gay, nonostante uno sfoggio di abiti gay da far impallidire Lady Gaga, nota icona gay, Liberace in vita nascose sempre il fatto di essere gay. Arrivò persino a denunciare i giornalisti che gli avevano dato del gay andando a vincere la causa gay. Fu per questo che, almeno in vita, lui non è mai stato più di tanto un’icona gay.

La grande contraddizione che è stata la sua vita, tra un’immagine vistosamente gay e l’esigenza di non essere considerato solo un pianista gay, è al centro della pellicola biopic supergay girata da Steven Soderbergh, al suo secondo lavoro degno di nota dell'anno dopo l'ottimo thriller Effetti collaterali. Steven Soderbergh non mi risulta sia gay, però secondo Wikipedia ha un fratello dichiaratamente gay e inoltre sospetto che, dopo aver girato Magic Mike con tutti quei bei maschioni, possa essere diventato gay anche lui.
Il gaypic è intitolato Behind the Candelabra, un titolo che, nonostante sembri un titolo gay, in realtà non è gay più di tanto. Il candelabro non nasconde allusioni sessuali ma è solo un oggetto simbolo del personaggio, che si esibiva con un candelabro sopra il pianoforte… mmm, una cosa un pochino gay forse lo era. La pellicola non è arrivata nei cinema, colpa forse dell’ostruzionismo anti-gay dei produttori hollywoodiani gay che come Liberace preferiscono non venire allo scoperto dicendo di essere gay e preferiscono quindi non distribuire film troppo gay nelle sale etero.

Una scena gay del film.
Che uomo era Liberace, a parte un uomo gay?
La prima cosa che salta all’occhio nel film è… sì, il suo essere gay. Si può stare a esaltare le sue doti pianistiche sopraffine, la sua capacità di coinvolgere il pubblico con l’utilizzo soltanto di un pianoforte, roba mica da tutti, ma ciò che appare subito nella sua evidenza è che era gay. E la gente all’epoca, tra gli anni Cinquanta in cui cominciò a farsi conoscere e gli anni Settanta in cui si concentra la pellicola, non sapeva che era gay, o semplicemente faceva finta di non vedere quanto gay fosse.
L’apparizione di Liberace in scena è folgorante. Super vistoso, super appariscente, super gay, con indosso pellicce bianche che lo rendevano visibile fin dalla Luna, almeno dal gay side of the Moon. La sua capacità gay di ammiccare al pubblico sia etero che gay e la sua voglia di essere sempre sotto i riflettori come una prima donna lo rendevano un divo gay perfetto. Peccato che lui non volesse essere conosciuto per il suo essere gay. Nonostante questa contraddizione, Liberace ha comunque vissuto alla grande il suo essere gay nella sua splendida casa, decorata con un gusto sopraffino che solo i gay possiedono, dove giovincelli gay gironzolavano a tutte le ore del giorno e della notte, tenuti a bada dal suo onnipresente cameriere, maggiordomo e tuttofare ovviamente gay.

Una scena ancora più gay del film.
Fino all’arrivo del grande amore gay della sua vita gay: il giovane fanciullo gay, anzi bisex Scott Thorson, autore del libro memoriale a cui la pellicola è ispirata. Behind the Candelabra non è solo un biopic sull’esistenza gay dietro il candelabro del grande Liberace, ma è anche una grande storia d’amore, naturalmente gay, tra il pianista gay e Scott Thorson. Amore in senso romantico è persino limitativo, visto che Liberace per Scott era non solo compagno, non solo amante, ma anche migliore amico e pure padre. A dimostrazione di come l’amore gay possa essere più grande e totale di quello etero. A volte ci rifletto e penso che mi piacerebbe essere gay. Non fosse per il piccolo dettaglio che non provo attrazione sessuale gay nei confronti degli uomini, non sarebbe male essere gay. Non per perpetuare i soliti stereotipi gay, ma i gay hanno dei gusti fantastici. La casa di Liberace mostrata nel film come accennato è forse la casa più spettacolare che io abbia mai visto, nella realtà così come nelle pellicole gay o non gay. C’ha persino le colonne romane! Cosa c’è di più stiloso, e di più gay, di ciò?

Matt Damon a torso nudo per la gioia del pubblico gay.
Non ho ancora nominato gli attori protagonisti? Ma sono proprio gay!
Matt Damon ha la parte di Scott Thorson, aspirante veterinario che ha un cane che si chiama Cannibal (che nome gay!) e che un giorno va a vedere uno spettacolo gay di Liberace. Nel dietro le quinte dello show tra i due scattano le scintille gay. Liberace viene folgorato da questo aitante maschione gay, anzi no, come ho già detto è bisex. Matt Damon in questo ruolo se la cava, ma personalmente avrei preso un attore più giovane e gay, visto che lui è troppo poco gay per fare la parte del gay barra bisex e soprattutto è un po’ vecchiotto: Thorson quando ha conosciuto Liberace era appena 18enne, quindi, benché Damon sfoggi un fisico notevole, e lo dico come apprezzamento non gay, e benché abbia fatto uso di una parrucca gay per apparire un ragazzetto gay, un attore più giovane e possibilmente più gay sarebbe risultato più azzeccato.
Spettacolare, davvero spet-ta-co-la-re è invece un impagabile Rob Lowe nella parte del chirurgo plastico cui faranno ampio ricorso i due protagonisti gay, e a sua volta super rifatto pure lui. E forse gay anche lui, ma non ne sono sicuro.


Il vero Liberace in uno scatto poco gay.
Le luci della ribalta gay sono però tutte sul protagonista gay. Un Michael Douglas mai così gay e mai così bravo come forse dai tempi del mitico Gordon Gekko di Wall Street. La sua performance gay è davvero fenomenale, riesce a rendere alla grande tutto l’essere gay di Liberace, ma senza apparire come una macchietta gay o una parodia dei gay, anche se, a tratti, a dirla tutta oltre che al vero Liberace somiglia pure a Lord Micidial della serie tv di Maccio Capatonda Mario. Michael Douglas, noto tombeur de femmes, in questo film insomma non recita la parte di un gay. Michael Douglas in questo film è gay.

Come già capitato con Magic Mike, anche in questo caso Sodergay con la sua patinatissima regia gay ha realizzato un film più convincente nella prima parte, quella più brillante e dai toni da commedia, rispetto alla seconda maggiormente drammatica, ma ha comunque sfornato una pellicola pronta per essere un nuovo cult gay, nonché il più grande biopic su un personaggio gay mai realizzato. Milk di Gay Van Sant permettendo. Se siete gay, lo adoregayrete. Se non siete gay, diventerete gay, almeno per le due ore della sua durata gay.
(voto alla gayosità 10/10
voto al film 7+/10)

Recensione firmata da Marco Gay di Peni Cannibali, blog notoriamente gay.

E con quest’ultimo gay ho battuto il Gaynness World Record per il maggiore uso della parola gay in un post solo. Hurray!
Anzi, hurgay!



lunedì 6 maggio 2013

EFFETTI COLLATERALI, THE GIRL WITH THE CHANNING TATTOO


Effetti collaterali
(USA 2013)
Titolo originale: Side Effects
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Cast: Rooney Mara, Channing Tatum, Jude Law, Catherine Zeta-Jones, Ann Dowd, David Costabile, Mamie Gummer, Vinessa Shaw
Genere: psichiatrico
Se ti piace guarda anche: Crime d’amour, Limitless, Il cigno nero, Margin Call

Ci sono film che mi provocano seri effetti collaterali.
Il lato positivo ad esempio mi ha provocato un innamoramento immediato nei confronti di Jennifer Lawrence.
Limitless mi ha fatto venire voglia di prendere la droga NZT proprio come fa il protagonista.
Cloud Atlas mi ha fatto desiderare di reincarnarmi in un'altra persona. Un'altra persona che non ha mai visto Cloud Atlas e mai perderà tre ore della sua vita a vederlo.
Avatar mi ha messo in testa l’idea di spedire James Cameron dritto su Pandora. Questo forse non era un effetto collaterale, ma un effetto voluto.

Effetti collaterali mi ha invece provato come effetto collaterale iniziale un forte desiderio di prendere delle pillole, degli psicofarmaci. Proprio ciò che fa la protagonista del film.
Rooney Mara è depressa.
Perché? Cosa ha da essere tanto depressa, questa povera figliola?
"Sposata con Channing Tatum? Che orrore, nun gliela posso fà!"
Il suo maritino, quel brutto ragazzo di Channing Tatum, è appena uscito di galera e si appresta finalmente a stare insieme a lei per tutto il resto della sua vita. Quale donna non sarebbe depressa, davanti a una simile, tragica prospettiva?
Rooney Mara decide che una vita del genere non vale la pena di essere vissuta e allora tenta il suicidio. Ma sopravvive, ahilei. Per aiutarla a superare questo momento di sconforto esistenziale, lo psichiatra Jude Law le fornisce un nuovo psicofarmaco che pare avere effetti miracolosi. Riuscirà questo medicinale a risolvere i suoi problemi e a farle dimenticare il dramma di una vita insieme a Channing Tatum?

Questa non è che la prima parte di una visione parecchio avvincente, che ha sviluppi thriller non rivoluzionari ma nemmeno troppo scontati, più qualche interessante attualissima incursione nel mondo dell’insider trading, delle industrie farmaceutiche, e qualche altra sorpresina in grado di renderlo uno dei film più intriganti del periodo. Pur non senza difetti collaterali, Effetti collaterali è una pellicola decisamente d'effetto e senza bisogno di effetti speciali. Per quelli potete tranquillamente andare a vedervi Iron Merd 3.
A colpire è una sceneggiatura davvero molto ben orchestrata, che può sembrare confusa ma sa sempre dove andare a parare ed è inoltre capace di passare attraverso variazioni tematiche notevoli e pure cambi di protagonisti in corso. Uno script coraggioso con cui lo sceneggiatore Scott Z. Burns si fa perdonare quello sfocato di Contagion, precedente molto meno riuscita collaborazione con Steven Soderbergh.

"Channing, ti bacio, ma in realtà sto pensando al suicidio."
"Ah sì? Io tanto stavo pensando a Matthew McConaughey..."
Veniamo a Steven Soderbergh. È un regista troppo prolifico per i miei gusti e, come ho già detto ad esempio a proposito di Woody Allen, io preferisco quegli autori che tirano fuori un film solo ogni tanto, quando sentono che è il momento giusto. Le pellicole del Soderbergh che ho visto, solo una parte del suo infinito lavoro, le ho comunque apprezzate tutte, a parte il citato Contagion, con picchi soprattutto in Erin Brockovich, Traffic, Out of Sight e Sesso, bugie e videotape, ma anche il suo ultimo Magic Mike, grande successo ai botteghini ingiustamente sottovalutato da una parte di critica e bloggers. Tralasciando l’incursione nell’action con Knockout - Resa dei conti, che dopo la pioggia di critiche mi sono risparmiato per non rovinarmi l’opinione nei confronti del regista, Effetti collaterali fa qualcosa di analogo proprio al recente Magic Mike. Laddove quello era una specie di variante indie di Jersey Shore, questo è una variante indie del classico thriller. E, anche in questo caso, Soderbergh riesce a stupire con una vicenda intricata e dagli sviluppi inattesi, oltre che a convincere con la sua regia fredda quanto impeccabile.

"Catherine Z, ma tu te lo faresti Channing Tatum?"
"Brrr, no. Ma come ti viene in mente? Che schifo!"
Ad aiutarlo ci pensa l’ottimo cast da lui arruolato: oltre al brutto Channing Tatum, c’è il brutto Jude Law, la brutta Catherine Zeta-Jones e la già citata brutta pure lei Rooney Mara. Notevolissima in particolare l’interpretazione di quest’ultima, ma anche Jude Law zitto zitto non sbaglia mai un ruolo.
Chicca omaggio: le ottime musiche di Thomas Newman, già autore della sublime soundtrack di American Beauty.
E allora, CHE CAZZO VOLETE DI PIU’ DA UN FILM?
COSA?
IL SANGUE?
C’E’. C’E’ ANCHE UN PO’ DI SANGUE, QUI DENTRO. CONTENTI ADESSO?
SEMPRE PRONTI A CRITICARE TUTTO. UNA VOLTE CHE C’E’ UN BEL FILM, UN THRILLER NUOVO, NON LA SOLITA MINCHIATONA ANNI 80/90 SUPERATISSIMA, NON SIETE CONTENTI?
MA COME SI FA?

Attenzione: Effetti collaterali come effetto collaterale finale può provocare lampi di pura schizofrenia e attacchi violenti d'ira nei confronti dei suoi detrattori. Ma non c’è problema. Tanto ci sono gli psicofarmaci. Basta un poco di zucchero (non il cantante, mi raccomando) e la pillola va giù. Tutto brillerà di più!
(voto 8/10)



mercoledì 26 settembre 2012

È quasi magia Mike

Magic Mike
(USA 2012)
Regia: Steven Soderbergh
Cast: Channing Tatum, Alex Pettyfer, Matthew McCounaghey, Cody Horn, Joe Manganiello, Matt Bomer, Adam Rodriguez, Olivia Munn, Camryn Grimes, Riley Keough, Reid Carolin
Genere: strippone
Se ti piace guarda anche: 8 Mile, Le ragazze del Coyote Ugly, Erin Brockovich

Avevo sentito delle voci strane in giro su questo film. Dicevano che faceva impazzire le donne. Dicevano che rischiava di far diventare gli uomini etero gay e gli uomini gay ancora più gay. Avevo sentito di organizzazioni religiose bigotte che volevano boicottare la visione del film per il pubblico maschile. Una cosa analoga a quanto successo, al contrario, una decina d’anni fa con Le ragazze del Coyote Ugly. All’indomani dell’uscita di quella pellicola, si era assistito nel mondo a un incremento pazzesco nel numero di lesbiche.
Voci vere, voci false?
Questo film di certo è un buon test sui propri gusti sessuali. Se non m’è venuto duro durante la visione di Magic Mike, direi che sono irrimediabilmente etero. O magari è solo che non mi piacciono gli uomini muscolosi. In ogni caso, rivolgo un invito: uomini, guardate questo film e mettete alla prova le vostre preferenze.
L’invito alle donne invece non lo rivolgo nemmeno, che quelle sono già corse a vedersi il film almeno 3 o 4 volte.

Al di là dell’aspetto sessuale, tra una chiappa di Channing Tatum e un six-pack di Joe Manganiello, Magic Mike comunque non è solo una parata dell’orgoglio muscoloso, ma è anche un film di tutto rispetto.
Steven Soderbergh is back. Se si sposta l’attenzione dagli strip degli strapponi alla regia, Steven chiappe Sode-rbergh ha fatto un gran bel lavoro, ancor più degno di nota del fisico sfoggiato dal 42enne Matthew McCounaghey.
Dimenticate l’ultimo modestissimo Contagion, il flop Knockout (che mi sono fatto il favore di risparmiarmi considerando i pareri tragici sentiti in giro) o le sue recenti prove troppo sperimentali. Alle prese di nuovo con una signora sceneggiatura, il signor Soderbergh è tornato a essere un signor regista. Splendide riprese, montaggio preciso, il tutto accompagnato da una fotografia coi fiocchi. La mente ritorna allora ai tempi di Erin Brockovich, per via anche di una storia ispirata a un personaggio reale. Là la Erin Brockovich del titolo, appunto, qua il Channing Tatum auto proclamatosi protagonista della pellicola.
"Sono 2 minuti che nessuna tipa sta sessaggiando con me.
Starò mica perdendo la mia figosità?"
Ebbene sì, lo script molto ben scripto da Reid Carolin è basato proprio sulle esperienze del giovane Tatum il quale, prima di diventare un attore, prima ancora di diventare un modello, faceva lo spogliarellista. In questa parte si è quindi calato alla perfezione. E poi s’è pure calato le mutande.
Un film sui suoi esordi, un po’ come 8 Mile con Eminem. E a proposito…

Magic Mike è un film che racconta un ambiente particolare, quello degli spogliarelli maschili, come 8 Mile faceva con le rap battles, come Fast & Furious faceva con le corse clandestine di auto tuningate, come Point Break faceva con il surf o come le prime puntate della serie The O.C. facevano con il mondo dei party di lusso di Los Angeles.
Magic Mike è quindi un’immersione nella vita di questi belli belli in modo assurdo, in particolare del Magic Channing e del novellino Alex Pettyfer. È attraverso i suoi occhioni verdi che vediamo la vicenda e ci introduciamo nell’intimo e soprattutto nella biancheria intima degli spogliarellisti di Tampa, Florida.

"Queste banconote saranno anche finite sul manganello di Manganiello,
ma io me le intasco lo stesso!"
Ci sono film che funzionano e film che non funzionano. Non sarà un capolavoro, Magic Mike, non dirà niente sui massimi sistemi, eppure funziona. Ha tutte le carte giuste in mano e sa quando giocarle. In particolare, a funzionare alla grande è tutta la prima parte, quella in cui ci presenta i personaggi. Personaggi che poi non verranno sviluppati del tutto però attenzione: non è una scelta sbagliata. Questi spogliarellisti non è che abbiano una profondità intellettuale ed emotiva enorme, quindi scavare troppo a fondo sarebbe stata, quella sì, una scelta sbagliata. Alcuni personaggi, come quelli di Joe Manganiello from True Blood, di Adam Rodriguez from CSI: Miami o di Matt Bomer from WhiteRussian Collar, parlano unicamente attraverso i propri corpi, più che a parole. Inutile scavare sotto, si rischiava solo di non trovare niente.
Un ulteriore approfondimento l’avrebbe invece meritato il personaggio di un sorprendentemente bravo Matthew McCounaghey, che nel monologo iniziale mi ha ricordato il Tom Cruise (ancor più fenomenale) di Magnolia. Solo che laddove Cruise là era un motivatore che si rivolgeva ai peni, qui McCounaghey è uno spogliarellista sul viale del tramonto che sussurra alle vagine.

"Senti come pompa questa nuova hit dall'Italia: Pulcino Pio!"
Magic Mike segna un curioso ribaltamento di ruoli, con gli uomini ridotti a un mero oggetto sessuale. Ed è proprio qui che la pellicola gioca la sua carta migliore.
Mettendo in campo il dream-team dei manzi attualmente al pascolo tra le colline di Hollywood?
No, anche se le donne non saranno d’accordo, non mi riferisco al cast, comunque davvero ben assortito nel realizzare ogni fantasia femminile possibile, dal novellino Pettyfer all’anzianotto Tarzan intepretato dal wrestler Kevin Nash, che non a caso sembra Mickey Rourke proprio in The Wrestler.
Mi riferisco al senso dell’umorismo sfoggiato ancor più delle ignudità dei protagonisti. C’è ad esempio una esilarante scena con l'ex numero 4 Pettyfer che si fa la ceretta alle gambe mentre la sorella gli parla attraverso la porta. Questa è vera comedy, molto più divertente di tanti film comici in senso stretto.
"Hey, ma allora c'è anche della figa in questo film."
"Sì però ora dobbiamo smammare, stiamo togliendo spazio a voi manzi e
c'è già qualche spettatrice indispettita che sta lasciando il cinema."
Spassoso poi anche l’uso delle musiche, con l’immancabile “It’s Raining Men” per il numero di gruppo e una “Like a Virgin” suonata per lo stripper debuttante.

I film sugli strip al femminile, fatta eccezione per qualche eccezione tipo Exotica di Atom Egoyan, si sono rivelati più che altro delle autentiche ciofeche, oltre che dei flop clamorosi: cito solo Showgirls e Striptease. Terribili. A sorpresa, ma non troppo, le pellicole dedicate agli strip maschili sono invece più riuscite e si sono rivelate anche dei notevoli successi. Full Monty è stato un autentico caso e questo Magic Mike ha spopolato prima negli Usa e ora anche da noi.
Perché, questa differenza?
Proprio per la presenza di un forte humor, che invece manca alle pellicole sullo strip femminile.

Poteva essere solo un film di manzi, muscoli e dollari infilati in mezzo alle natiche, invece Magic Mike è una bella storia di iniziazione a un mondo, quello dello spogliarello maschile, visto in maniera ironica ma non stupida. Visto attraverso i suoi lati positivi così come pure quelli negativi. Perché anche la vita dei belli belli in modo assurdo può essere dura.
E comunque se non sono diventato gay guardando questo film, mi sa che non lo diventerò più...
(voto 7,5/10)

domenica 15 gennaio 2012

C’è un altro Contagion, che due coglionin

Gwyneth, è vero che l'ultimo disco dei Coldplay fa schifo,
però la tua reazione sarà mica un tantino esagerata?
Contagion
(USA, Emirati Arabi 2011)
Regia: Steven Soderbergh
Cast: Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Jude Law, Kate Winslet, Marion Cotillard, Anna Jacoby-Heron, Jennifer Ehle, Laurence Fishburne, John Hawkes, Bryan Cranston, Sanaa Lathan, Enrico Colantoni
Genere: catastrofico
Se ti piace guarda anche: Virus letale, E venne il giorno, The Day After Tomorrow, Studio Aperto

Contagion è un film contraddittorio. Innanzitutto, ingannevole è il titolo più di ogni cosa. Sì, parla di un contagio, però la pellicola non è contagiosa per nulla. Anzi, manco pu’ u’ cazz. Per lo meno da un punto di vista emotivo.
E poi Contagion è un film catastrofico di quelli che vorrebbero essere diversi dal solito film catastrofico e invece finisce per essere – indovinate? – proprio il CLASSICO film catastrofico. Giusto, girato un po’ meglio del solito, però a fare meglio di Roland Emmerich ci riuscirebbe anche Neri Parenti, se solo il ragazzo (vabbè, ragazzo mica tanto) mi si applicasse un pochino.
Sulla poltroncina da regista siede infatti Steven Soderbergh, regista tecnicamente sopraffino a cui però come leggero difetto è sempre mancato il lampo di genio in grado di illuminare del tutto i suoi film. Anche i suoi più riusciti, come la notevole doppietta Traffic + Erin Brockovich girati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, sono ottimi ma non entusiasmanti al 100%. Sarà che Soderberg gira davvero troppi film e se il suo tentativo di alternare pellicole sperimentali ad altre più “commerciali” è anche particolarmente lodevole soprattutto in tempi di crisi economica, i risultati in entrambi i casi non raggiungono quelli di un Gus Van Sant. Tanto per dire.

"Una cazzata di film su un virus letale? Sicuri alla regia non ci sia Emmerich?"
Contagion allora ci prova a essere diverso dai soliti film catastrofici. È girato con uno stile più realistico, quasi documentaristico, evita facili effettoni speciali e alcuni espedienti tradizionali del genere. La storia – molto basic – è quella tipica da fine del mondo. Una donna viene contagiata da un misterioso virus che in poche ore la uccide e da lì il virus si diffonde rapidamente in tutto il mondo. Roba che in pochi giorni rischia di sterminare una parte non piccola di popolazione mondiale. Roba che i giornalisti di Studio Aperto se lo sognano di notte, che succeda veramente una roba del genere.
La trama non è poi così fantascientifica, visto che negli ultimi anni di manie da epidemie varie ne sono uscite parecchie, alcune fondate e altre meno, dalla Sars all’Aviaria fino a Facebook. Ecco, Facebook è l’epidemia che si è diffusa su scala globale andando a infettare il mondo in maniera più efficace. Bravo Mark FuckZuckerberg. Su di te dovrebbero proprio fare un bel film, dovrebbero…

"Perché non fate morire anche me? Questo film è uno strazio!"
I toni del poco contagioso Contagion sono quelli del racconto analitico di come un’epidemia si possa diffondere per davvero nel mondo e come questo nel giro di pochissimo tempo potrebbe rischiare di essere cambiato in maniera radicale. Viene toccato di striscio il tema delle corporation farmaceutiche, c’è qualche risvolto scientifico, si cerca di palpare la vicenda anche da un punto di vista umano. Ma è proprio su quest’ultimo punto che il film pecca per eccessiva freddezza, forse perché sono inseriti troppi personaggi e l’insieme anziché un puzzle articolato alla Magnolia finisce per diventare un’unione troppo forzata di diverse storie che cozzano e scazzano l’uno contro l’altra. Come spesso accade a chi vuole strafare, viene messa troppa carne sul fuoco, ma nessuna “bistecca” finisce per risultare davvero gustosa. E in questo caso nemmeno un pochino saporita...

"Ma non è pev nulla vevo che ho la evve moscia!"
Il cast è totalmente all-star, talmente all-star da stare quasi male peggio che col virus per eccesso di VIPperia: si va da Matt Damon a Marion Cotillard, da Laurence Fishburne a Kate Winslet fino a Bryan “Breaking Bad” Cranston, ma nessuno brilla come al suo solito. A parte Matt Damon che è dai tempi di Will Hunting che non brilla, e poi ancora. Ché poi a volerla dire tutta se avessi visto il film in lingua originale la Cotilard probabilmente mi avrebbe fatto un’impressione diversa. Purtroppo invece mi è capitato di vederlo doppiato e mi sono chiesto: ma peeerché devono far parlare Marion Cotillard come una franco-mongoloide con la eVVe moscia?
Quando mi becco ‘ste cose mi pento di non aver visto il film in lingua originale ma con il doppiaggio italiano. Sottovaluto sempre quanti danni possa fare.
Il super cast Converse All Star vanta anche un’altra apparizione prestigiosa (oddio, prestigiosa magari una decina d'anni fa): Gwyneth Paltrow. Vi sta sulle palle la Gwyneth? A me un po’. Non ho nulla di personale contro di lei e sono sicuro nella vita privata sia una splendida persona. Però è una palla. Lei e Chris Martin e i loro figli che si chiamano Apple e Moses.
Se vi sta sulle palle quindi qui troverete pane per i vostri denti.
Se invece vi piace, vi dico solo di non affezionarvi troppo al suo personaggio…

"Io preferisco non farmi riconoscere troppo..."
Contagion si lascia vedere, ci regala un paio di bei personaggi, in primis un Jude Law in versione vagamente Julian Assange e quindi la figlioletta di Matt Damon, un’adolescente costretta a mettere la sua vita in stand-by per non beccarsi il virus, però non avvince mai del tutto. E, soprattutto, degenera a malo modo con un pessimo finalone “spiegone” a effetto, di quelli che piacciono tanto a Hollywood, di quelli che piacciono tanto a Roland Emmerich, di quelli che non piacciono per niente a me. Contagion finisce così per essere, bene o male, ciò che voleva evitare di essere: il solito film catastrofico come tanti in passato e di cui non sentivamo ancora il bisogno, dopo che pellicole come Cloverfield, District 9, Monsters, Another Earth, Melancholia etc. ci hanno mostrato come un altro cinema “catastrofico” sia possibile. E sia migliore. Questi catastrofici tradizionali invece se li può anche portar via un contagio letale.
(voto 5/10)


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