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martedì 27 maggio 2014

THE SACRAMENT, LE ELEZIONI EUROPEE E LA MOCKUINTERVISTA A CANNIBAL KID





Cari lettori di Vice, benvenuti qui su Pensieri Cannibali, un blog che abbiamo deciso di visitare in prima persona e che gentilmente oggi ci ospiterà per questo post inchiesta.
L’occasione ce l’ha fornita l’arrivo di The Sacrament, il nuovo film politico di Ti West. Ai meno patiti di cinema horror questo nome da rapper dirà poco o nulla. Ti West è un giovane regista che non ha firmato, almeno per ora, grandi successi commerciali e i suoi lavori non sono universalmente apprezzati dalla critica. Si tratta però di un autore di nicchia, un regista di culto che ha un seguito non troppo numeroso, ma molto rumoroso, che lo idolatra in modo assurdo. Tra le voci che lo hanno esaltato in maniera più clamorosa possiamo contare proprio il blog di cinema e intrattenimento Pensieri Cannibali, che in passato l’ha definito “Il nuovo Dio dell’horror” ed è arrivato persino ad accostarlo ad Alfred Hitchcock. Parole pesanti che ci fanno usare nei confronti del sito un’altra parola pesante: “setta”. Pensieri Cannibali è una setta che venera il Dio Ti West in maniera religiosa?
Noi di Vice metteremo a rischio le nostre vite per scoprirlo per voi, cari lettori, attraverso una proiezione esclusiva (il film non è ancora uscito nei cinema italiani) sul pc di Cannibal Kid. Che il viaggio abbia inizio.

"Questo qui ha votato per Renzi ma gli vogliamo bene lo stesso, gli vogliamo..."
The Sacrament appare in tutto e per tutto un mockumentary come tanti altri di quelli che abbiamo visto di recente, da Chronicle a The Bay, passando per Paranormal Activity e cloni vari, tra cui il recente La stirpe del male. La trama è presto raccontata. Un giornalista di Vice, proprio come me, lavora a un servizio riguardante una misteriosa setta di stampo religioso capitanata da un tizio che viene chiamato da tutti Beppe Father, Padre. In questa setta, o se preferite questa comune hippie, la gente vive in grande pace. Non c’è spazio per violenza, razzismo, odio. Tutti sono felici, hanno una vita semplice ma priva degli isterismi tipici della frenetica vita moderna. Vivono senza bisogno di controllare Facebook ogni 5 minuti. Facebook non lo usano proprio e nemmeno i cellulari. Rendetevi conto come vivono. Eppure sono contenti come la triste gente che popola i social network non lo è mai, nemmeno quando posta i video di “Happy” di Pharrell Williams. Una comunità che vive senza Facebook e Twitter però non può essere davvero felice. No, ci dev’essere qualcosa sotto, e infatti…

Questo è ciò di cui a grandi linee tratta il film. Racconta di una setta non troppo distante da quelle che di recente ci hanno proposto altre due pellicole indie come The East e Sound of My Voice, entrambe sceneggiate e interpretate da Brit Marling, così come anche La fuga di Martha. Di sette aveva poi parlato pure il memorabile episodio dei Griffin “L’uomo in bianco” (titolo originale “Chitty Chitty Death Bang”). Un tema insomma non nuovissimo, seppure qui sviluppato con qualche interessante riflessione socio-politica e in più girato con uno stile come detto da tipico mockumentary odierno. Possiamo allora considerarlo davvero un film d’Autore, o è solo l’ennesimo horror-thrillerino fintodocumentaristico/found footage o come diavolo volete chiamarlo? Dopo la non troppo entusiasmante visione del film, abbiamo discusso di questo e altro con l’autore del blog Pensieri Cannibali, Cannibal Kid, che aveva parlato in maniera entusiastica dei precedenti lavori del regista Ti West, The House of the Devil e The Innkeepers.

"E 'sto giornalista qua chi sarebbe?
Manco Bruno Vespa hanno mandato a intervistarmi?"

Buongiorno, signor Cannibal, grazie per la cordialissima ospitalità.
Buongiorno amici di Vice e benvenuti nella mia umile dimora. Fate come se foste a casa vostra, ma non toccate un cazzo che mi incazzo, ok maledetti giornalisti impiccioni?

Tranquillo, Cannibal. Cominciamo con l'argomento del momento: le elezioni europee. Cosa direbbe al trionfatore Matteo Renzi?
Renzi, di' una cosa di sinistra!
Anzi no, che se no col cavolo che in Italia becchi ancora il 40% di voti.

Cosa direbbe invece all'ormai, purtroppo per ora solo politicamente, defunto Silvio Berlusconi?
Silvio, domani ho un impegno. Potresti guardarmi mia nonna per un paio d'ore? Tanto ormai che altro hai da fare?

E al grande sconfitto delle urne, il povero Beppe Grillo?
Voi del Movimento 5 stelle avete ragione quando dite che in Italia il cambiamento è più lento del previsto. Tranne per gli oltre 2 milioni di italiani che vi avevano votato alle precedenti elezioni e ora non più. Loro sì hanno cambiato idea davvero molto in fretta.

Adesso basta con la politica italiana e parliamo del nuovo film politico di Ti West, The Sacrament.
Ma come? E di Salvini non mi chiedete niente?

Allora, Cannibal, cosa diresti a Matteo Salvi...
No, dai. Meglio se su di lui non dico niente, altrimenti mi arrivano delle denunce.

Allora passiamo veramente al film. Come prima cosa vogliamo sapere: questo The Sacrament è una delusione?
Vedo che voi di Vice non perdete tempo. Subito al sodo. Mi piacciono le cose sode. Soprattutto le tette. Quanto a me, preferisco temporeggiare piuttosto che darvi una risposta secca. The Sacrament è sicuramente un lavoro spiazzante per chi ha amato le pellicole precedenti di Ti West. Manca quel sapore di horror retrò che aveva contraddistinto The House of the Devil e The Innkeepers, questo è certo. The Sacrament è un film dell’orrore 2.0 girato in stile mockumentary di quelli che vanno per la maggiore oggi. Al ché uno può pensare che West si è venduto, o se non altro che ha provato ad allinearsi al gusto oggi imperante, magari per via della produzione di Eli Roth, un po' come Renzi si è allineato al berlusconismo per ottenere i voti degli elettori di destra. Questo è vero. I suoi due splendidi film precedenti erano molto più d’atmosfera, erano horror d’altri tempi. The Sacrament può invece essere apprezzato tranquillamente anche da un pubblico di teenager bimbominkia brufolosi. Quelli che sono cresciuti con The Blair Witch Project e Paranormal Activity come sommi esempi di pellicole di paura. Quelli a cui viene il mal di stomaco se non vedono delle riprese amatoriali mosse.

Quindi sta ammettendo che questo The Sacrament rappresenta un affronto a quanto Ti West ha fatto in precedenza?
Calmi, ragazzi. The House of the Devil era un evidente omaggio a certo cinema horror anni ’70 e ’80 e anche The Innkeepers si proponeva come pellicola in netta contrapposizione ai film dell’orrore odierni. Allo stesso tempo, possiamo comunque trovare in The Sacrament alcuni tratti distintivi del suo cinema. Come nei due precedenti, anche in questo abbiamo una prima parte del tutto non-horror. The Sacrament parte come un documentario su una comunità hippie/setta religiosa e gli elementi inquietanti emergono piano piano e soltanto dopo parecchio tempo dall’inizio della visione. Nella costruzione di un ambiente, di un’atmosfera, Ti West si conferma un fenomeno. Prima di regalarci qualche bel brivido di paura, e pure questa volta riesce a regalarceli, ci fa pazientare parecchio, ma in questo modo riesce a far crescere la tensione come pochi, o forse come nessuno dei suoi colleghi. Il suo ultimo film non possiede lo stesso fascino dei due precedenti, questo lo devo ammettere, eppure Ti West resta sempre un maestro horror.

In passato lo ha definito “il nuovo Dio dell’horror”, adesso si limita a parlarne come di un semplice “maestro horror”. Mi pare che l’entusiasmo nei suoi confronti sia scemato parecchio. Al di là del gusto retrò, cosa manca, allora, a questo suo nuovo lavoro per essere davvero memorabile?
Manca lo spunto del fuoriclasse. Con The House of the Devil era riuscito a realizzare un lavoro che non era un semplice omaggio agli horror del passato, era come se fosse proprio un horror ripescato dal passato. Con The Innkeepers riusciva invece a realizzare una riflessione sul cinema di paura efficace e, in parecchi punti, pure estremamente divertente, quasi ai livelli di Scream, seppure con uno stile del tutto differente e tutto suo. Da questo The Sacrament mi sarei allora aspettato una maggiore ironia nei confronti del genere mockumentary, un giocare di più con i meccanismi dei nuovi horror e invece no. Ti West a questo giro si è forse preso troppo sul serio.

Allora, signor Cannibal, sta dicendo che questo nuovo film di Ti West è una cagata pazzesca?
No, hey. Non bestemmiate in casa mia, per favore. Non ho mai detto ciò e che Dio Ti West vi possa perdonare per averlo anche solo pensato. Per quanto non un capolavoro, The Sacrament è comunque un lavoro girato meglio rispetto a qualunque altro mockumentary mi sia capitato di vedere. Pur rispettando le regole del genere, non è una di quelle visioni che ti fanno venire da sboccare, l’effetto traballante è per fortuna limitato e ci sono momenti di Cinema niente male. Come la scena della festa, quando i primi elementi destabilizzanti all’interno dell’apparentemente felice comunità cominciano a venire fuori. Inoltre, anche questa volta, così come per i suoi due film precedenti, Ti West è partito da situazioni già usate e abusate da un sacco di altri horror, oltre che ispirate da una tragica vicenda realmente accaduta (il Jonestown Massacre del 1978), ed è riuscito a offrire una sua visione personale. In questo caso, per quanto la questione della setta non sia certo di primo pelo, la pellicola riesce a farci riflettere sul nostro stile di vita attuale. A suo modo è un film profondo, un film politico in una maniera analoga a The Village di M. Night Shyamalan e, per essere un mockumentary horror, non è certo poco.

Noi di Vice dobbiamo però ammettere che personalmente come film l’abbiamo trovato piuttosto modesto. E forse pure le sue due opere precedenti erano state parecchio sopravvalutate. Tutto questo entusiasmo nei confronti di Ti West insomma proprio non lo comprendiamo.
State dicendo sul serio? Mi spiace per voi, miei cari giornalisti di Vice, ma in questo caso non posso permettere che pubblichiate tali assurdità sul vostro sito. Siete costretti a rimanere imprigionati qui su Pensieri Cannibali a lavorare come miei schiavetti. Per sempre.
Buahahah!

BUAAHAHAHHAHAHAH!!!

BUAAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!!


The Sacrament
(USA 2013)
Regia: Ti West
Sceneggiatura: Ti West
Cast: AJ Bowen, Kentucker Audley, Joe Swanberg, Amy Seimetz, Gene Jones, Derek Roberts, Shaun Clay, Kate Lyn Sheil, Donna Biscoe, Talia Dobbins
Genere: mockumentary
Se ti piace guarda anche: The East, Sound of My Voice, La stirpe del male
(voto di Vice 6-/10
voto di Pensieri Cannibali 7-/10)

venerdì 24 gennaio 2014

YOU’RE NEXT, LA RECENSIONE



You're Next
(USA 2011)
Regia: Adam Wingard
Sceneggiatura: Simon Barrett
Cast: Sharni Vinson, Joe Swanberg, AJ Bowen, Amy Seimetz, Wendy Glenn, Ti West, Rob Moran, Barbara Crampton, Simon Barrett
Genere: family horror
Se ti piace guarda anche: The Strangers



Next movie, please.
(voto 4,5/10)


Tom Hanks, you're next

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARGH
Questo sì che è un horror!!!

domenica 20 ottobre 2013

DRINKING BUDDIES, LA ROMCOM PER CHI AMA LA BIRRA




Drinking Buddies
(USA 2013)
Regia: Joe Swanberg
Sceneggiatura: Joe Swanberg
Cast: Olivia Wilde, Jake Johnson, Anna Kendrick, Ron Livingston, Jason Sudeikis, Mike Brune, Ti West, Joe Swanberg
Genere: alcolico
Se ti piace guarda anche: Smashed, Sideways, Separati innamorati, Something Borrowed

Negli ultimi tempi sto vedendo parecchi film in cui si beve un sacco: La fine del mondo, Grabbers, Smashed, volendo pure Gli amanti passeggeri…
Perché lo faccio? Un po’ per caso e un po’ per autoconvicermi di non essere poi così alcolizzato. Insomma, in queste pellicole c’è gente che beve davvero tanto, molto più di me, quindi io e il mio fegato per il momento possiamo dormire sonni tranquilli. Più o meno.
Se film del genere nel Regno Unito sono piuttosto comuni, negli USA la moda della pellicola alcolica credo sia stata sdoganata da Sideways – In viaggio con Jack, passando poi per qualche altro film indie come il citato Smashed fino ad arrivare a questo Drinking Buddies.
Drinking Buddies è stato inserito da Quentin Tarantino nella sua prestigiosa lista dei migliori 10 film del 2013, lista che negli ultimi giorni ha rettificato, dichiarando che il suo preferito in assoluto dell’anno è il thriller israeliano Big Bad Wolves. Adesso però non è che starò a parlarne bene solo perché è piaciuto all’idolo Tarantino, anche perché se no dovrei parlare bene persino di The Lone Ranger e, sebbene non l’abbia ancora visto, non ho tutta questa intenzione di farlo.
Quindi ne parlerò bene perché sono moralmente obbligato nei confronti di Dio Quentin o ne parlerò male per fargli un dispetto?
Nessuna delle due. Ne parlerò bene semplicemente perché mi è piaciuto.

"Cosa c'è in quella tazza, caffè?"
"Ma va. Birra!"
Drinking Buddies è un film piccolo, tranquillo, normale, in cui non succede un granché. La cosa più figa della pellicola è che i protagonisti bevono. Bevono sempre. In quasi ogni scena c’è almeno un personaggio, preferibilmente tutti, con in mano un bicchiere, preferibilmente di birra, ma nel corso dell’ora e mezza di pellicola che va giù tutta d’un sorso v’è spazio pure per shottini di rum, di tequila e pure per un po’ di vino.
L’altra cosa forse ancora più figa del film è che chi beve non viene trattato come un alcolista. Nei film e nelle serie tv americane, se un personaggio si fa una birra o un bicchiere di vino anche solo una volta ogni tanto, finisce immancabilmente col picchiare la moglie, i figli, o finisce per deludere tutti quelli che lo circondano, o finisce dagli alcolisti anonimi, o finisce per fare un incidente d’auto oppure ancora finisce morto stecchito.
Qui ATTENZIONE SPOILER no. Qui i personaggi bevono, bevono parecchio, ma la parola “alcolista” non viene pronunciata neanche una volta e l’alcol non viene visto come un problema. Semmai è un fattore di aggregazione sociale. FINE SPOILER

In questo film, l’alcool viene preso in considerazione per un’analisi sociologica. C’è una scena molto bella in cui in montaggio alternato ci vengono mostrati da una parte Olivia Wilde e Jake Johnson che bevono birra e si divertono in maniera cazzara, dall’altra Anna Kendrick e Ron Livingston che sorseggiano vino e si struggono in maniera seriosa.



"Problema con l'alcool?
L'unico problema che ho con l'alcool sono le persone che non bevono alcool."
Ecco, Drinking Buddies con questa sequenza ci mette di fronte a una grande verita: nel mondo esistono due tipi di persone. In realtà, esiste anche un’altra categoria, quella di chi non beve proprio. Allora diciamo che tra i bevitori, tra i consumatori di alcool, esistono due categorie principali: quelli che bevono birra e quelli che bevono vino. I primi lo fanno per divertirsi, per lasciarsi andare, meglio se accompagnando il tutto con del cibo spazzatura e della musica rock o ballabile; i secondi invece bevono per gustarsi il sapore del vino, magari accompagnato da un piatto prelibato e da un sottofondo jazzato. I primi sono più sciolti, i secondi più raffinati. Se per attitudine radical-chic dovrei appartenere alla seconda categoria, in realtà per quanto riguarda bevande e cibo faccio invece parte nettamente della prima categoria, quella di chi beve birra e predilige il junkie food.
Per carità, esistono anche gli intenditori di birra, quelli che se la vogliono gustare come se fosse un vino ricercato. Dalle mie parti c’è ad esempio un pub in cui il gestore prima di servirti una ricercatissima birra proveniente da qualche zona sperduta del mondo ti fa aspettare 30 minuti buoni perché deve spillarla per bene, lasciarla meditare, etc. Una cosa giustissima, assolutamente, ma se uno va di fretta e vuole solo bersi una birra e via, non è il posto migliore dove andare.
Cosa voglio dire con questo?
Voglio dire che la mia teoria che esistono due categorie di bevitori è una cazzata. Come sempre quando si cerca di ridurre tutto in categorie, la verità è più complicata di così. Volendo semplificare, comunque, ci sono tipi più da birra e tipi più da vino.

I protagonisti di Drinking Buddies sono tipi più da birra. Olivia Wilde e Jake Johnson lavorano in un birrificio, lei si occupa del marketing, lui della produzione, e la sera escono insieme agli altri colleghi per bere qualcosa. Bere birra, soprattutto. In pratica, tutta la loro vita gira intorno alla birra ed è difficile immaginare un lavoro e una vita più fighi.
Cosa succede, poi?
"Possibile che in tutte le foto del post stiamo bevendo?"
Niente di clamoroso. Drinking Buddies è una pellicola indie, intima, leggermente romantica ma nemmeno troppo, in cui non dovete aspettarvi chissà quali svolte. È tutto giocato sui dialoghi e sulle ottime interpretazioni dei protagonisti. Olivia Wilde finora l’avevo considerata solo un gran bel pezzo di fregna, però qui dimostra inedite capacità recitative e il ruolo da bevitrice accanita (non ho detto alcolista) le calza a pennello, così come Jake Johnson è sempre l’irresistibile cazzone che abbiamo imparato a conoscere e amare nella serie New Girl. Di molto non c’è altro, c’è qualche complicazione sentimentale, quando entrano in gioco anche i rispettivi compagni dei due protagonisti, la sempre brava Anna Kendrick e il sempre lagnoso Ron Livingston, e in una piccola parte da attore c’è pure il regista fenomeno dell’horror Ti West, però per il resto c’è solo una cosa a svettare su tutto e su tutti: la birra.
In Drinking Buddies c’è tanto alcool ingerito, quanto nelle pellicole di Quentin Tarantino ci sono sangue versato e “fuck” pronunciati. Forse è per questo che a lui è piaciuto tanto e forse è per questo che anche a me è piaciuto tanto questo piccolo grande nuovo cult del cinema alcolico.
(voto 7+/10)



mercoledì 28 agosto 2013

FESTIVAL DI VENEZIA 2013, COSA CI ASPETTA?




"Elisabetta Canalis s'è messa con Maccio Capatonda? Ma che davvero?"
Parte oggi il Festival del Cinema di Venezia 2013. Miiiiiinkia!
Per la precisione, parte oggi la Mostra internazionale d’arte cinematografica la biennale di Venezia 2013. Spulciando il programma, devo ammettere che non mi sono entusiasmato tantissimo e mi sembra un’edizione in tono parecchio minore rispetto all’ultimo Festival di Cannes, per dire.
Sulla carta, mi pare ci siano troppi film italiani. 3 in Concorso, di cui manco mezzo mi ispira neanche lontanamente, considerato l’attuale penoso stato in cui versa il nostro cinema, sono davvero troppi. A parte Hayao Miyazaki e Terry Gilliam, non è che ci siano poi tutti questi registoni enormi in gara. Ci sono invece un sacco di quei nomi che all’infuori dei Festival se li filano in 4 gatti, e con 4 gatti sono ancora stato generoso. Ad esempio: chi ha mai visto un film di Amos Gitai? E sì che ne ha girato pure uno con Natalie Portman che persino io mi sono perso.
Considerando che tra le pellicole in gara ce n’è addirittura una, Joe di David Gordon Green, con protagonista Nicolas Cage (what???), le premesse non sono delle più esaltanti in assoluto per questo Venezia 2013. Per lui se non altro è già pronta la Coppa Cani, la variante della Coppa Volpi destinata al peggior attore.
Andando a guardare bene qua e là, qualcosa di interessante dovrebbe comunque venire fuori. Ecco allora i film che attendo di più, tra quelli che passeranno in rassegna al Lido nelle varie sezioni.
Regia, via alla top 10.

10. Gravity
Avventura nello spazio per Alfonso Cuaron, il regista di Y tu mama tambien, de I figli degli uomini e sì vabbè anche di un Harry Potter ma nessuno è perfetto. Passerà soltanto fuori concorso, come pellicola d’apertura, ma di sicuro sarà uno di quelli che attirerà le maggiori attenzioni mediatiche. Il motivo? Un cast capitanato dai divi George Clooney e Sandra Bullock.



La madrina Eva Riccobono in posa
per un servizio matrimoniale per promuovere il Festival.
9. Tom a la ferme
Il giovane fenomeno canadese Xavier Dolan non sta mai fermo e a 24 anni è già al suo quarto film. Il suo primo non mi era piaciuto, il secondo l’ho adorato, il terzo l’ho trovato così così. Che effetto mi farà questo?

8. Child of God
James Franco non è nuovo alla regia. Qualcuno però ha mai visto un suo film da regista?
Non credo.
Questa volta il Franco sembra invece destinato a non passare inosservato, con una pellicola tratta da un romanzo di Cormac McCarthy e la presenza a Venezia nel Concorso principale. Farà il botto?

7. Palo Alto
La 26enne Gia Coppola, nipotina di Sofia (sua zia) e di Francis Ford (suo nonno), al debutto dietro la macchina da presa, alle prese con l’adattamento di un romanzo scritto da James Franco, che si preannuncia uno dei grandi protagonisti di Venezia 2013.
Sarà la solita raccomandata o proporrà un suo stile personale, come la zietta?
Io punto su di lei.
In gara nella sezione Orizzonti.

6. Jigoku De Naze Warui (Why Don’t You Play in Hell)
Nuova pellicola per Sion Sono, folle regista giapponese che qualcosa di interessante la tira fuori sempre. Sarebbe stato troppo coraggioso infilarlo in gara, e così passerà soltanto nella sezione Orizzonti. Non fate i soliti lagnosi e accontentatevi.



"Sono vestita peggio di Aria delle Pretty Little Liars?
Io vengo da un altro pianeta, qual è la sua scusa?"
5. The Sacrament
Il nuovo film del nuovo Dio dell’horror Ti West.
In gara pure questo nella sezione Orizzonti, che a questo punto si preannuncia più interessante del Concorso vero e proprio.

4. Under the Skin
Il regista inglese Jonathan Glazer per ora ha dimostrato il suo valore più con i videoclip (suoi gli splendidi “The Universal” dei Blur e “Karma Police” dei Radiohead) che non al cinema (suoi i non splendidi Sexy Beast e Birth – Io sono Sean). Al suo film numero 3, potrebbe finalmente dimostrare il suo valore anche su grande schermo. La cosa più importante comunque è un’altra. In questa misteriosa e promettente pellicola dai toni sci-fi, Scarlett Johansson interpreta la parte di una aliena. E a me ciò basta per avere una notevole curiosità.

3. Kaze Tachinu (The Wind Rises)
In Giappone sono piovute un sacco di critiche addosso al nuovo film di mastro Hayao Miyazaki. La pellicola animata è incentrata infatti su Jirō Horikoshi, un ingegnere che progettato vari aerei da combattimento usati nella seconda guerra mondiale. Un personaggio controverso, per un cartone controverso. Ma Miyazaki di sicuro saprà regalarci della poesia.



2. The Zero Theorem
Il nuovo film di Terry Gilliam vanta un cast notevole (Christoph Waltz, Matt Damon, Mélanie Thierry, Ben Whishaw, Tilda Swinton) e potrebbe riportare il regista ai fasti de L’esercito delle 12 scimmie, film che nel frattempo sta per diventare una serie tv sul network americano SyFy.
Speriamo bene, sia per il nuovo film di Gilliam che per la versione telefilmica delle scimmie…

1. The Canyons
Sarà quasi certamente il film più spernacchiato dalla critica, anche se verrà presentato solo fuori concorso, ma non importa. Regia di Paul Schrader, sceneggiatura firmata dal mio idolo assoluto Bret Easton Ellis, protagonisti una rediviva ma non ripulita Lindsay Lohan e il pornodivo James Deen. Il mondo lo odierà, ma per me è già un cult movie.

Trailer ufficiale



Trailer remixato da Kanye West!



giovedì 2 febbraio 2012

The Innkeepers e il nuovo Dio dell’horror

Come ben saprete se frequentate questo blog da un pochino di tempo, io non sono uno che tende a fare paragoni esagerati. È vero, ho accostato Terrence Malick, Quentin Tarantino, Kanye West e persino me stesso a Dio, però a parte questo tendo ad andarci piuttosto slow con i confronti importanti.
In ambito horror c’è un nome nuovo che negli ultimi tempi sta diventando sempre più un punto di riferimento, più nel giro dei blog dove è esaltatissimo che nei circuiti ufficiali, dove rimane piuttosto off ed è parecchio sottovalutato. Un nome non da rapper bensì da doppio rapper (T.I. + Kanye West, sì ancora lui).
Sto parlando di Ti West.


Ti West parte 1
Se non lo conoscete meritate una tiratina d’orecchie, ma non troppo forte. Non è nemmeno colpa vostra, ma del solito menomato sistema distributivo italiano, che fa arrivare da noi anche i peggio horror mai realizzati, ma le vere pietre miliari del genere manco sa che esistano. Se i film di Ti West non sono mai arrivati dalle nostre parti nei cinema, grazie a quella rete Internet che l’F.B.I. e il governo degli Stati Uniti stanno cercando di imbrigliare in tutti i modi, dimenticandosi che …oops sono stati loro stessi a crearla, il culto di Ti West si è diffuso sempre più. Dopo i primi film The Roost e Trigger Man, il culto per questo regista tamarro classe 1980 è scoppiato con il fenomenale The House of the Devil, uno degli horror più goduriosi degli ultimi 10 anni almeno, una chicca che non sembra un omaggio al cinema anni ‘70/’80. Sembra proprio uscito dritto da una videoteca di quel periodo.
Ti West (in versione sobria) parte 2
A quel piccolo grande capolavoro è seguito un sequel “alimentare”, Cabin Fever 2: Spring Fever, un film girato più che altro per soldi (almeno credo), non eccezionale ma comunque non privo di un paio di momenti interessanti.
Adesso però è arrivato il momento di tornare a fare sul serio con il suo nuovo progetto tutto suo, scritto, diretto e montato da Ti West in persona. The Innkeepers, una pellicola già parecchio esaltata. Dove? Da chi? Dalla critica ufficiale? Certo che no, ma dalla blogosfera che gli ha dedicato più recensioni entusiasti di un The Artist o di un The Tree of Life.
Per tornare ai paragoni un “attimino” esagerati di cui parlavo in apertura, allora, con questo nuovo film a chi potremmo paregonare l’enfant prodige West?
A John Carpenter?
A George A. Romero?
A Dario Argento?
A Wes Craven?
No, io azzardo: Roman Polanski. Anzi no, deppiù: Alfred Hitchcock.
Ok, l’ho sparata troppo grossa? Allora facciamo il solito, meno impegnativo paragone: Ti West è il nuovo Dio. Della tensione horror, almeno.

The Innkeepers
(USA 2011)
Regia: Ti West
Cast: Sara Paxton, Pat Healy, Kelly McGillis, Alison Bartlett, Jake Ryan, Lena Dunham, George Riddle
Genere: albergo infestato
Se ti piace guarda anche: The House of the Devil, Gli invasati, Shining, The Ward, Drag Me to Hell, American Horror Story, Rosemary’s Baby

Cosa fa di un film un buon horror?
La presenza nel cast di Steven Seagal?
Anche, ma non necessariamente. L’elemento fondamentale è la tensione. Bastardi senza gloria di Tarantino ad esempio ha delle scene di mostruosa tensione tra le più fenomenali degli ultimi anni. Pure la serie tv Breaking Bad, soprattutto nella quarta stagione, presenta delle sequenze di vertiginosa tensione. Ma ciò non basta per renderli degli horror.
E allora qual è, questo elemento imprescindibile?
Sincerità?
No, quella era una canzone di Arisa ed era un elemento imprescindibile per una relazione stabile, che punti all’eternità, che punti all’eternitààààààààà oooooooh yeah

Scusate, mi sono fatto prendere da un momento musical alla Glee. Serie che, non so se avete visto gli ultimi agghiaccianti episodi, ma sta diventando sempre più (involontariamente?) horror.
Arrivando al punto: l’elemento fondamentale per la riuscita di un buon horror è, rullo di tamburi… la paura.
Ma vaaa?
Però come si fa a creare la paura?
The Innkeepers è proprio una splendida riflessione su di questo: sulla paura, sul cinema horror, sui meccanismi che fanno rizzare i peli sulle nostre braccia. Esemplare in tal senso una delle primissime scene, quelle in cui il nerd albergatore mostra alla sua collega fighetta albergatrice una terrorizzante scena presa da Internet. Guardate questa scena da vicino, alzando il volume delle casse del vostro PC…


"Tom, vuoi ancora fare sesso con me? Per sempre... per sempre... per sempre..."
Ecco, questa è la via più facile per ottenere un facile sussulto. È l’equivalente in chiave horror dell’assolo di chitarra nell’ambito della musica rock. Il più semplice degli espedienti per avere il massimo risultato con il minimo sforzo a livello creativo.
Il film di Ti West non è così. Non è quel genere di horror. Se quello è ciò che volete, se quello è ciò che cercate, meglio che cambiate albergo, perché il giovane regista americano gioca su un registro diverso e queste tecniche le usa soltanto in chiave ironica.
The Innkeepers è infatti un film profondamente divertente. Credo sia l’horror (e poi definirlo solo un horror mi sembra molto limitativo) che mi ha divertito di più dai tempi di Scream, pellicola con cui per il resto non ha molti altri punti in comune. Però The Innkeepers mi ha fatto ridere. Spaventare e ridere. Così come l’ottimo film dramedy 50/50 mi ha fatto commuovere e ridere, questo mi ha fatto cacare adosso dalla paura e fatto pisciare addosso dal ridere.
Ti West, grazie a te adesso puzzo da far schifo. Grazie tante!

"Contaci pure, Kelly!"
La trama del film è molto semplice: racconta gli eventi dell’ultimo weekend aperto al pubblico di un hotel ormai sul punto del fallimento a causa della crisi economica. L’hotel è un luogo da horror tipico, sarà che al suo interno si possono incrociare le vite di vari misteriosi personaggi di passaggio e nel poco frequentato Yankee Pedlar Inn in cui è ambientato The Innkeepers lavorano una fighetta bionda e un tizio nerd e appassionato blogger (non sto parlando di me stesso). Un hotel molto Overlook che pare sia infestato dallo spirito di una donna deceduta decenni addietro in circostanze molto misteriose. Come unici clienti vivi incontriamo una tizia sul punto del divorzio insieme al figlioletto e una ex diva del cinema che però è anche una specie di veggente.
Nella parte di quest’ultima troviamo Kelly McGillis. Mentre Tom Cruise sembra aver bevuto il siero dell’eterna giovinezza e 50 anni si arrampica ancora sui grattacieli, Kelly McGillis sembra aver preso alla lettera la canzone “Take my breathe away” e da bionda mozzafiato di Top Gun è talmente invecchiata (malissimo) che il respiro sembrano averglielo davvero tolto.


"Take my breathe awaaaaay..."
In formissima invece la protagonista Sara Paxton. Finora sembrava la solita biondina verginale cui andavano le parti da brava ragazza come nella Sirenetta versione tween di Aquamarine, o quelle sempre da brava ragazza in filmetti horror di basso livello come L’ultima casa a sinistra e Shark Night 3D (una pagliacciata che nulla ha a che fare con il divertissement di un Piranha 3D). La sua performance qui però è davvero sensazionale. Come già fatto nel precedente The House of the Devil con Jocelin Donahue e Greta Gerwig, Ti West sa valorizzare le sue attrici, costruendo dei personaggi complessi e a tutto tondo e non solo dei bei corpi da maciullare, come accade invece in una buona fetta degli horror. Sara Paxton qui a tratti sembra Cucciolo, quello di Biancaneve e i sette nani versione Disney, and that’s creepy, man, mentre in altre scene sa tirare fuori un coraggio inaspettato.
Grandiosa la protagonista, ma non da meno il comprimario nerdoso intepretato da Pat Healy, che da buon comprimario nerdoso è quello che ci fornisce il maggior numero di risate.

"Eh, magari il mio blog fosse figo quanto Pensieri Cannibali..."
Le aspettative enormi create da The House of the Devil sono state dunque ripagate? Evito di addentrarmi in ulteriori analisi del film, un po’ perché voglio lasciarvi tutto il piacere di scoprire una pellicola ricca di fascino e mistero come capita di rado, e un po’ perché in rete ci sono già un sacco di valide recensioni molto approfondite, tra cui segnalo quelle di psichetecne, Frank ed Elvezio Sciallis, ovvero l’uomo che con la sua recensione entusiastica di The House of the Devil mi aveva fatto conoscere questo nuovo fenomenale regista.
Comunque sì, l’attesa è stata ripagata con un film per certi versi simile e per certi versi persino superiore al precedente. Se The House of the Devil nella parte finale si concedeva in maniera persino eccessiva allo splatter, questo The Innkeepers dopo dei titoli di testa già da brividi, procede in maniera elettrizzante e piena di divertimento e prosegue attraverso un crescendo horror - è proprio il caso di dirlo - spaventoso.

Volete farvi un viaggetto? Alloggiate in un posto suggestivo e misterioso allo stesso tempo, si chiama Yankee Pedlar Inn. Ad accogliervi ci saranno un nerd e una fighetta bionda. Ah, e anche qualche spirito qua è là. Vi piscerete addosso dal ridere e, soprattutto, ve la farete sotto per la paura. Perché?
Perché Ti West is the best.
(voto 8,5/10)

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