Visualizzazione post con etichetta vincent cassel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vincent cassel. Mostra tutti i post

martedì 12 aprile 2016

Mon roi - Il mio re: Emanuele Filiberto, non ce l'ho con te





Mon roi - Il mio re
(Francia 2015)
Titolo originale: Mon roi
Regia: Maïwenn
Sceneggiatura: Maïwenn, Etienne Comar
Cast: Emmanuelle Bercot, Vincent Cassel, Louis Garrel, Isild Le Besco, Chrystèle Saint Louis Augustin
Genere: coppie francesi
Se ti piace guarda anche: Un sapore di ruggine e ossa, La guerra è dichiarata, Travolti dalla cicogna

In un'altra vita devo essere stato francese. C'è qualcosa nei film, nella musica, nella cultura francese che mi fa sentire a casa. C'è qualcosa nell'essere dei super cazzari allegri e poi nel farsi improvvisamente seri dei francesi. C'è qualcosa nel loro avere aperture clamorosamente pop e quindi dopo trasformarsi nei peggiori dei radical-chic. C'è qualcosa nel loro avere un'apertura mentale pazzesca per poi chiudersi a riccio. Certe volte più che italiano mi sento francese. Per carità, quelle volte che sono stato in Francia all'inizio mi sentivo a casa, come se fosse la mia vera patria, però dopo un po' mi rendevo conto che in realtà ero, anzi sono, profondamente italiano. È una sensazione simile a quella della protagonista de Il fascino indiscreto dell'amore, con la differenza che lei è una belga che si sente giapponese, mentre io sono un italiano che si sente francese.

sabato 19 marzo 2016

Un momento di follia e la festa al papà (degli altri)





Un momento di follia

(Francia, Belgio 2015)
Titolo originale: Un moment d'égarement
Regia: Jean-François Richet
Cast: Vincent Cassel, François Cluzet, Lola Le Lann, Isaaz, Annelise Hesme, Noémie Merlant
Genere: paterno
Se ti piace guarda anche: Giovane e bella, A mia sorella!, L'ultimo bacio, Lolita, Swimming Pool

Ma voi vi trombereste la figlia del vostro migliore amico?
Dite di no? Dite che è una cosa disgustosa, che proprio non si fa?
E se la figlia del vostro migliore amico fosse così?

domenica 4 ottobre 2015

La noia delle noie - Boredom of Boredoms





Il racconto dei racconti - Tale of Tales
(Italia, Francia, UK 2015)
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Edoardo Albinati, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Ispirato al libro: Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille di Giambattista Basile
Cast: Salma Hayek, Vincent Cassel, John C. Reilly, Toby Jones, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Bebe Cave, Jessie Cave, Stacy Martin, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini
Genere: (poco) da favola
Se ti piace guarda anche: Game of Thrones, Once Upon a Time, Il cacciatore di giganti

C'era una volta un regista dai tratti nordici, bello come un Dio, con i boccoli biondi e gli occhi azzurri.
Ehm, forse non proprio...

martedì 24 giugno 2014

LA BELLA E PALETTA




La bella e la bestia
(Francia, Germania 2014)
Titolo originale: La belle et la bête
Regia: Christophe Gans
Sceneggiatura: Christophe Gans, Sandra Vo-Anh
Cast: Léa Seydoux, Vincent Cassel, André Dussollier, Eduardo Noriega, Myriam Charleins, Audrey Lamy, Sara Giraudeau
Genere: fiaba tradizionale
Se ti piace guarda anche: La bella e la bestia (Disney), Beastly, Il cacciatore di giganti

C’era una volta, tanto tempo fa, ma nemmeno troppo tempo fa, in mezzo alla pampa argentina un campionissimo di calcio. Lionel Messi era il suo nome. Nel corso della sua straordinaria carriera aveva vinto di tutto e di più: Palloni d’Oro a ripetizione, Champions League, campionati spagnoli. Il Mondiale no. Quello ancora gli sfuggiva. Da molti era considerato uno dei giocatori migliori di tutti i tempi. Questo fino al giorno in cui, preso da un momento di esaltazione, nel corso di una conferenza stampa Messi ha dichiarato: “Sono più forte di Maradona!”.
A Napoli non l’hanno presa proprio benissimo…
Genny Savastano di Gomorra – La serie ha così deciso di punire il megalomane Messi e l’ha trasformato in una bestia. Anzi, peggio ancora, l’ha trasformato in Paletta.

Oltre ad aver assunto un aspetto mostruoso, Lionel Messi è così diventato incredibilmente una pippa a giocare a calcio ed è stato rinnegato dai suoi stessi tifosi. Allontanato dagli stadi e persino dagli oratori di tutto il mondo, il povero (in senso figurato) Messi si è rifugiato in un castello acquistato grazie ai soldi presi con le pubblicità Adidas.
Dopo anni di solitudine, Messi un giorno per caso ha incontrato Bella, la lesbo porcona di La vita di Adele, e se n’è subito innamorato perdutamente. Non proprio ricambiato.




Nel suo lungo corteggiamento, Messi/Paletta/La bestia ha continuamente fatto vedere a Bella l’ultima partita della sua carriera, Italia – Inghilterra dei Mondiali di Brasile 2014, in cui ha giocato con la nazionale azzurra dopo essere stato naturalizzato italiano. Stranamente, in questo modo non è riuscito a conquistarla.
Fino a che un giorno, guardando un documentario su Rai Sport con Max Giusti, Bella ha scoperto tutta la storia dello sventurato Lionel Messi e ha provato un'enorme compassione nei suoi confronti. Soprattutto, si è resa conto che era un campionissimo strapieno di soldi.


Avendo saputo che Messi era riuscito a conquistare la Bella lesbo porcona di La vita di Adele nonostante il suo aspetto terrificante, preso da uno slancio di bontà Genny Savastano ha deciso di trasformarlo di nuovo. Non dandogli l’aspetto che aveva prima, bensì quello della Bestia, che comunque rappresentava un miglioramento notevole nei confronti delle sembianze da Paletta. Felice di questo cambiamento estetico e ancor di più del suo conto in banca, Bella decise di sposare Messi e vissero per sempre felici e contenti.
E soprattutto ricchi.


The End



Recensione cannibale
La bella e la bestia è un ritorno al Medioevo. Nel corso del nuovo millennio abbiamo assistito a un vero e proprio Rinascimento per quanto riguarda il modo di raccontare fiabe, favole e storie varie. Dall’approccio ironico e post-moderno di Shrek in poi, passando per le reinvenzioni dei personaggi fiabeschi della serie tv Once Upon a Time, fino alla resa della Disney, che ha realizzato il moderno e femminista Frozen e la versione malvagia de La bella addormentata nel bosco con Maleficent, il mondo delle fiabe è ormai cambiato. Non è più lo stesso. Persino le poco riuscite riletture in chiave kitsch di Tarsem (Biancaneve) e Tim Burton (Alice in Wonderland) provavano un approccio differente alla materia.
Il francese La bella e la bestia invece no. È un film conservatore, anzi restauratore. Qualcuno potrà dire che è una mossa coraggiosa raccontare una fiaba classica in maniera classica al giorno d’oggi, quando ormai più nessuno lo fa. In realtà, di coraggioso nella pellicola firmata da Christophe Gans non v’è davvero nulla. Si limita a raccontare una storia che tutti, anche i meno appassionati al genere come me, conoscevamo già benissimo, senza innovazioni e anche senza personalità. La bella e la bestia appare un lavoro del tutto inutile, anonimo. La scelta per i ruoli principali di Vincent Cassel e Léa Seydoux, attori spesso protagonisti di film coraggiosi ed estremi, mi ha fatto sperare fino all’ultimo di assistere a una versione in qualche modo, anche solo piccolo, originale. Invece niente. Non c’è spazio per il benché minimo tocco di modernità, o per un approfondimento psicologico dei personaggi, o per un pizzico di umorismo in grado di alleggerire la già nota vicenda. Unico momento divertente, ma involontariamente, quando Bella scappa di casa gridando: “Non dimenticatemi!” alla Renato Zero.
Si salvano allora giusto le affascinanti scenografie e i costumi, mentre pure gli effetti speciali appaiono di serie B, Vincent Cassel con il suo fascino animalesco e la bella Léa Seydoux erano perfetti sulla carta per questi personaggi ma in realtà non convincono per niente, la lunga parte finale tra combattimenti e inseguimenti diventa estenuante e insomma persino come prodotto d’intrattenimento la pellicola fallisce il suo obiettivo.
Non c’è niente di peggio che raccontare una storia di fantasia in maniera del tutto priva di fantasia. La bella e la bestia versione 2014 riesce a farlo, portando a termine la sua missione poco bella e molto bestiale.
(voto 4/10)

martedì 3 settembre 2013

ROSARIO DAWSON E’ UN TRANS, VOLEVO DIRE E' IN TRANCE




In Trance
(UK 2013)
Titolo originale: Trance
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Joe Ahearne, John Hodge
Cast: James McAvoy, Rosario Dawson, Vincent Cassel, Danny Sapani, Tuppence Middleton, Wahab Sheikh, Mark Poltimore
Genere: ingarbugliato
Se ti piace guarda anche: La migliore offerta, L’ipnotista, Inception, Stay - Nel labirinto della mente, Se mi lasci ti cancello

Ritmo. Se c’è una cosa che Danny Boyle riesce a fare è dare subito a una pellicola un ritmo incalzante. È come uno di quei deejay producer cool che prende un pezzo tranquillo, lo remixa e lo rende una bomba. Ci sono registi rock, come Cameron Crowe, registi jazz come Clint Eastwood, registi indie pop come Harmony Korine e registi electro. Danny Boyle è un regista electro. Unz unz unz unz unz unz.
Con Trance conferma questa teoria. Almeno nella prima parte. Come spesso accade, i suoi film cominciano a bomba e, proprio come delle bombe, capita che a volte esplodano. Non intendo in senso positivo. Succedeva ad esempio con i comunque sottovalutatissimi Una vita esagerata e The Beach, pellicole che iniziavano alla grande e poi lungo il tragitto si perdevano un po’, rimanendo pur sempre delle visioni più che interessanti, nonostante il primo sia stato largamente ignorato e il secondo sia stato ampiamente sbeffeggiato dalla critica, forse come punizione nei confronti di Leonardo DiCaprio e del suo enorme successo a bordo del Titanic. Accadeva anche con l’invece sopravvalutato 28 giorni dopo, che può vantare una prima parte notevole, soprattutto le scene ambientate in una Londra deserta, ma che nella seconda si trasforma in uno zombie movie piuttosto convenzionale. Discorso analogo si può fare con The Millionaire e 127 ore, film che pure mi sono piaciucchiati abbastanza, ma pure loro discontinui e non fenomenali soprattutto nella seconda parte.
Con Trance le cose procedono alla stesso modo, con la differenza che la qualità del copione del film è inferiore a quella delle sue opere precedenti. In Trance parte allora col piede giusto, tiene un ritmo frenetico, indiavolato, persino troppo, considerando come poi inevitabilmente freni, fino a rallentare in maniera preoccupante.

"Parla pure, Rosario. Hai la mia più completa attenzione... ZZZZZZZ."
All’inizio, Danny Boyle ci scaraventa subito dentro la storia, una trama thriller che vede James McAvoy nei panni di un banditore d’aste. La mente corre subito all’italiano La migliore offerta, l’ultimo acclamato e sopravvalutato di Giuseppe Tornatore. McAvoy ha un ruolo simile a quello di Geoffrey Rush, con la differenza che fisicamente somiglia di più a Jim Sturgess. Non so perché, sarà perché forse si somigliano realmente, ma io James McAvoy e Jim Sturgess li confondo sempre. In più, sembrano seguire lo stesso destino: erano due attori britannici promettenti, che però fino ad ora le promesse di film come Espiazione e Across the Universe non le hanno mantenute. Per niente.
Comunque, lo Sturgess, intendevo dire il McAvoy Royale, si ritrova suo malgrado dentro un complicato intreccio criminale. Durante un’asta da lui condotta, un prestigioso e costosissimo quadro sparisce misteriosamente. L’ha fregato lui? L’ha fregato quel delinquentello di Vincent Cassel? L’ha fregato lui per quel delinquentello di Vincent Cassel?

"Zitto, Cannibal. Macché trans, ormai sono operata e sono una donna al 100%."
Non lo sappiamo. Nemmeno lui lo sa. Dopo il furto, James McAvoy ha avuto un incidente e non ricorda più dove ha messo il quadro. Per ritrovarlo, Vincent Cassel, nonostante il divorzio in forma recitativa più bellucciana del solito, lo costringe allora a farsi ipnotizzare per recuperare la memoria e andare a sgamare il quadro. Qui entra in gioco Rosario Dawson. Ecco, l’unica parte in cui io vedrei bene Rosario Dawson è quella del trans brasiliano. Come ipnotista invece no. Davvero no. Non si può vedere. Dove ha imparato a recitare? All’Angelina Jolie School of Acting?
Per i fan della Rosario Dawson’s Creek, segnalo che qui appare tutta nuda.
Per i non fan della Rosario Dawson’s, dico che la suddetta scena del tutto gratuita (e io che mi lamento di una scena di nudo femminile è un inedito assoluto) fanno solo sbandare il film nei pericolosi sentieri del thrillerino trash soft erotico alla Basic Instinct 2, manco alla Basic Insinct 1.

"Bello questo quadro. Molto... profondo!"
Se la partenza a mille fa ben sperare, lo sviluppo non è quindi dei migliori. Il film si incarta su stesso, annoia fino al punto da far cadere quasi lo spettatore – o almeno me – in trance, e qui va riconosciuto a Boyle se non altro di avergli affibiato un titolo premonitore. Verso la fine, si mette poi a inanellare colponi di scena e rivelazioni una in fila all’altra e cerca soluzioni assurde manco fossimo in una puntata di Pretty Little Liars, solo meno divertente.
Tra viaggi nella mente che si confondono alla realtà, Trance vorrebbe forse essere un lontano parente di Inception, o addirittura di Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind). A voler essere generosi e a considerarlo tale, potremmo definirlo un cugino scemo di decimo grado dei film di Nolan e Gondry. A voler fare degli accostamenti più adatti alla qualità di questo film, invece, siamo dalle parti di Stay – Nel labirinto della mente, però meno affascinante, o dello svedese L’ipnotista, però meno soporifero, o ancora del già citato La migliore offerta. Con la pellicola italiana condivide la vaga tematica artistica di fondo, una buona partenza, un triangolo sentimental-mentale, e una risoluzione finale beffarda quanto poco convincente.

"Che mal di testa m'è venuto!
Chissà perché?"
Un mezzo passo falso allora per il buon Danny Boyle, che comunque anche qui dimostra di possedere una tecnica cinematografica notevole. Un po’ come capitato all’ultimo Park Chan-wook di Stoker, i problemi non sono da attribuire tanto a loro, quanto alla scelta di sceneggiature improbabili, sessualmente vagamente pruriginose e con personaggi abbozzati, che non coinvolgono mai veramente.
Trance si perde tra le sue mille trame, nella sua voglia di stupire a tutti i costi, nelle sue svolte continue che anziché disorientare o sorprendere finiscono per dare sui nervi. Danny Boyle ci prova a tenere su il ritmo, lui che è un maestro nel pompare, ma questa volta nemmeno lui può niente di fronte a un thriller che puzza di già visto e non offre niente di nuovo, né all’interno del genere, né all’interno della filmografia del talentuoso regista inglese. Il classico filmetto di passaggio, in attesa che il qui bollito Boyle sforni finalmente l’atteso, attesissimo Porno, il sequel di Trainspotting. Sono sicuro che allora il ritmo tornerà a salire e non scenderà più, unz unz unz unz unz unz.
(voto 5,5/10)



sabato 14 luglio 2012

Amo l’odio

L’odio
(Francia 1995)
Titolo originale: La haine
Regia: Mathieu Kassovitz
Cast: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Abdel Ahmed Ghili, Benoît Magimel, Cut Killer, Karin Viard, Vincent Lindon, Mathieu Kassovitz
Genere: hip-pulp
Se ti piace guarda anche: Polisse, Il profeta, Trainspotting, American History X, This Is England

“Ci si sente proprio bene dopo una bella cacata.”

Come si fa a non amare un film come L’odio?
L’allora promettente regista Mathieu Kassovitz, all’opera seconda dopo Meticcio, è riuscito a raccontare le banlieue parigine ribollenti di rabbia come mai prima e come mai dopo. Da un punto di vista sociale, un documento importante, okay. Quello che però è riuscito ancor più a creare è un’opera cinematografica che è puro realismo rifuggendo dalle regole del neorealismo.
Il Kassovitz gioca con il mezzo filmico con grande abilità e grande divertimento, kasso! Un numero di prestigio che poi non gli è mai più riuscito. Fino a qui, tutto bene, si poteva dire di lui ai tempi de L’odio. Dopo, non tanto bene. La (forse) più grande promessa del cinema francese anni ’90 è infatti passato dalle sirene del sound of da police de L’odio a quelle più lusinghiere e ben retribuite di Hollywood, con risultati certo meno esaltanti, si veda il pasticciato horror Gothika.

L’odio resta però un piccolo saggio di bravura registica e un cult assoluto dei 90s. Per quanto risulti un ritratto ancora oggi decisamente attuale e insuperato della vita per le strade meticce della Francia, è infatti una pellicola profondamente e simbolicamente figlia di quel decennio. A partire dalla scelta del bianco e nero, tra π - Il teorema del delirio di Darren “Dio” Aronofsky, Clerks di Kevin Smith e Dead Man di Jim Jarmush una scelta soprattutto allora di gran tendenza, per poi passare al citazionismo (la strepitosa cover del monologo di Taxi Driver in versione Vincent Cassel, la roulette russa come ne Il cacciatore), ai momenti quasi videoclippari, ai dialoghi in pieno stile post-tarantiniano infarciti di riferimenti alla pop-culture, parolacce e storielle grottesche, come quella raccontata dal vecchietto in bagno.


Se penso ai film che possono essere letti come simboli precisi del cinema anni Novanta, non necessariamente i migliori, anche se in parte lo sono, di certo L’odio rientra nel gruppo insieme ai vari Trainspotting, Pulp Fiction, l’horror Scream e l’accoppiata fincheriana Seven/Fight Club. L’odio si differenzia però dai suoi “colleghi”, oltre per la sua francesità, comunque non troppo accentuata, per il ritmo: laddove gli altri film citati ballano su note electro/rock’n’roll, quella di Kassovitz è una pellicola che ondeggia la testa a base di hip-hop.
Non è un caso allora che sia diventata una delle pellicole più amate, oltre che da Puffo Brontolone, dalla comunità hip-hoppara, forse la più idolatrata giusto dopo Scarface, e sia citatissima da parecchi rapper nostrani, dai Club Dogo al Piotta, da Amir a Frankie HI-NRG, per arrivare a Marracash che ha perfino intitolato un suo album Fino a qui tutto bene, proprio in riferimento alla celebre frase iniziale (e finale) del film:

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.”

A ciò va aggiunta la scena in cui il dj Cut Killer remixa il classico della musica francese Non, Je ne regrette rien di Édith Piaf con Sound of da police di KRS One, uno dei momenti hip-hop più belli nella storia del cinema.


L’odio yo non è solo una pellicola molto hip-hop, ma anche è un atto d’amore per il cinema tutto. Una pura gioia per gli occhi, così come pure uno sguardo su un mondo, su un realtà dura, riflessa però con ironia. Reality e fiction che fanno all’amore insieme. Alla faccia dell’odio.
(voto 9/10)

Post pubblicato anche sul blog L'orablu.

sabato 11 febbraio 2012

A Dangerous Method? No, A Dangerous Movie

Qui giace Keira Knightley. Un tempo attrice.
Lettera aperta a Keira Knightley
Keira, ti posso chiedere una cosa?
Perché?
Perché hai deciso di fare questo film?
Sei impazzita? Non parlo del tuo personaggio, che al confronto è parecchio sano di mente, ma proprio di te.
Chi te l’ha fatto fare di demolire la tua carriera finora piuttosto impeccabile (a parte quella menata commerciale dei Pirati dei Caraibi) con un’interpretazione di questo tipo? O dovrei dire, del terzo tipo?
Avevo sentito dire in giro che la tua recitazione in A Dangerous Method faceva alquanto pena. Però non volevo crederci. Andavo in giro, vagando come un’anima in pena, chiedendo alla gente: “Ma chi, Keira? State parlando di Keira ridicola in un film? Dai, smettetela di scherzare, per favore. Smettetela che non è divertente.”
La gente mi guardava come fossi pazzo. Forse lo ero. Volevo solo gridare: “AAAAAAAAAAAH”.
Pensavo non potesse essere vero.
E invece non solo lo era, ma ci sono andati giù pure leggeri.
Keira: in questo film fai davvero, davvero, ma davvero pena!
Cosa ti è successo? Hai giocato a Freaky Friday con Manuela Arcuri?

Devo dire, ebbene sì, oggi lo confesso a cuor leggero, che all’inizio della tua carriera non mi facevi impazzire più di tanto.
The Hole, Sognando Beckham, La maledizione della prima Luna, King Arthur…
Keira, ma PEEEEEEEEEEEEERCHE'?
Sì sì, eri caruccia, però mi sembravi una spilungona secca come tante. Pure un pochino smorfiosetta e antipatica, a dirla tutta.
Poi è successo qualcosa e hai cominciato a piacermi. Credo sia stato Espiazione. Sì, con quel film hai espiato le tue colpe passate e mi hai finalmente convinto. Quindi tra Love Actually, La Duchetta Duchessa, Last Night e Non lasciarmi hai cominciato a stregarmi al di là di quelli che potessero essere i tuoi reali meriti, diciamolo pure. Ma le tue prove migliori le hai date in veste di kick-ass girl in Domino e di kick-ass Victorian girl in Orgoglio e pregiudizio. Lì eri davvero perfetta.
E allora, vuoi dirmelo cosa ti è successo?
Confidati con me come se fossi il tuo psicanalista.
Hai avuto dei traumi infantili?
Hai pensato: “Mi ha chiamato David Cronenberg e non posso mica dire no a David Cronenberg. Anche se mi ha dato il ruolo della pazza spastica balbuziente e io una parte del genere non credo di saperla reggere. Chi può dire no a David Cronenberg? Solo un folle!”.
"Keira, per la tua intepretazione ti sei meritata una sculacciata. E non solo quella"
Poi ti sarai pure autoconvinta di poterla sfangare, con una parte del genere: “Massì, non sarà poi così difficile fare la psicopatica e se mi va bene ci scappa pure una bella nomination agli Oscar.”
Peccato che non sia andata bene.
Peccato che non potesse andare così lontano dall’andare bene.
Cioè, Keira, io ancora non voglio crederci. Farò finta che questo terribile film non sia mai esistito e proverò a guardarti ancora come ti guardavo prima. Ci proverò, questo te lo prometto, ma non so se ce la farò.
Credo mi rivolgerò anche a uno strizzacervelli. Farò fare a lui il lavoro sporco. Ma dovrà essere uno davvero bravo per rimuovere il trauma di questa visione dalla mia vita.
In un certo senso, per diversi aspetti, forse è anche un film riuscito, perché questa è la pellicola più inquietante che David Cronenberg abbia mai girato. Altroché mosche, scanners, pasti nudi e zone morte. A Dangerous Method non te lo levi più dalla mente.
"Ho fatto un sogno: ero in un film di Cronenberg con un ottimo cast,
però la pellicola faceva davvero pena: cosa può significare?
Ah, dite che non era un sogno? Ma nemmeno un incubo?"
Keira, in questo film con i tuoi versi e le tue facce agghiaccianti raggiungi livelli talmente tragici di recitazione, che riesci a coinvolgere nel tuo dramma persino Michael Fassbender. Nella parte dello psico-analista Carl Jung riesce a salvare la faccia, a differenza tua, ma è ben al di sotto degli standard recitativi superiori cui ci aveva abituati ad oggi. Viggo Mortensen è un discreto Sigmund Freud, ma certo che gli scambi epistolari tra lui e Jung sono quanto di meno cinematografico e più noioso si possa immaginare.
La messa in scena è davvero troppo teatrale, va bene che il film è tratto da una piece. Però qua ci troviamo di fronte a una vera piece of shit.

Le cose sembrerebbero andare un pochino meglio quando tu Keira ti fai un attimo da parte, e non sai quanto mi costi dire una cattiveria del genere nei tuoi confronti, ma cazzo: levati dalle palle!
Ecco, quando sei meno presente fa il suo ingresso in scena, termine appropriato visto il carettere appunto teatrale dell’operetta, il sempre ottimo Vincent Cassel, nei panni dello psicoanalista con problemi psichiatrici Otto Gross, in grado di liberare la carica sessuale di una pellicola che fino a quel momento si era repressa dopo aver visto il mento deforme di Keira.
Peccato che il suo personaggio sia poco più di una macchietta di breve durata e ci distolga appena per un momento dalla pochezza della restante pellicola, che di pericoloso non ha il metodo, ma solo la sua bruttezza.
Riguardo ai riferimenti alla fase anale della psicoanalisi freudiana, Keira, almeno una battutaccia concedimela, visto che io ti ho dovuto sorbire per un’ora e mezza mentre cercavi di fare la pazza e sembravi solo una che è pazza a credere di aver fatto una bella interpretazione:
Keira, lo sai che in questo film hai davvero recitato con il buco del culo?

Con affetto, ma non troppo, un tempo tuo
Cannibal Kid

A Dangerous Method
(UK, Germania, Canada, Svizzera 2011)
Regia: David Cronenberg (ma ne siamo sicuri?)
Cast: Keira Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon
Genere: psic-anal-itico
Se ti piace: fatti curare da uno bravo, ché nemmeno Freud fosse ancora vivo mi sa che ti potrebbe aiutare
(voto 2/10)


lunedì 18 aprile 2011

Vincent Cassoeula

E che qualcuno non venga poi a lamentarsi che in questo blog si parla sempre e solo di figa. E così dopo Natalie Portman e Keira Knightley, ecco una nuova raffinatissima reclame per un parfum, questa volta con protagonista Vincent Cassel, il marito buono a recitare della Bellucci (non che abbia altri mariti, però quando si parla di Bellucci e di recitare nella stessa frase è sempre meglio specificare). Dirige lo spot per Yves Saint Laurent Darren Aronofsky (e si vede) con musiche di Clint Mansell (e si sente).
E sì, tranquilli comunque: ci stanno delle fighe pure qui...

venerdì 1 aprile 2011

La prossima ballerina che ce l’ha con Natalie Portman la trasformo in un cigno spennato

Termina qui la Darren Aronofsky week, anche perché 5 film ha fatto e non è che possa inventarmene degli altri.
Se proprio ci tenete potete comunque recuperare le altre tappe del trip mentale:

Il cigno nero
(USA 2010)
Titolo originale: Black Swan
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Andres Heinz, Mark Heyman, John McLaughlin
Cast: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Ksenia Solo, Benjamin Millepied, Christopher Gartin, Sebastian Stan, Janet Montgomery, Kristina Anapau, Mark Margolis
Genere: questa è la follia
Se ti piace guarda anche: Mulholland Drive, Suspiria, Donnie Darko, Eyes Wide Shut, The Company

Non si può dire che abbia messo d’accordo proprio tutti. Darren Aronofsky non è uno di quelli che può piacere a chiunque e infatti anche Il cigno nero, come e ancor di più dei suoi predecessori, è passato attraverso esaltazioni e stroncature entrambe nettissime. Però a questo giro, nonostante una produzione che credeva nel progetto tanto quanto io credo che la Juve possa ancora vincere lo scudetto, ha centrato il suo primo grande successo al botteghino ed è stato pure preso in considerazione dall’Academy. Un miracolo in cui ha avuto una mano da una Natalie Portman estrema (e psicopatica) come non mai.

Negli ultimi giorni è uscita una polemica circa il reale impegno a livello danzereccio della protagonista. La ballerina controfigura Sarah Lane ha infatti affermato di aver fatto ben il 95% delle scene di danze che si vedono poi nel montaggio finale del film, mentre Darren Aronofsky, Mila Kunis e il fidanzato ballerino di Natalie Benjamin Millepied hanno affermato che è stata lei a fare l’80% dei numeri in tutù. Qualunque sia la verità, la forza della sua interpretazione sta in ben altro e comunque questa controversia appare più che mai nello spirito del film: una lotta tra ballerine con Natalie impegnata contro il suo doppio. Abbastanza materiale per girarne un sequel.

Quanto al film, ho decantato le gesta della ballerina Nina e del capolavoro supremo Il cigno nero già a tempo della mio post-recensione. In questa sede, inquadrandolo all’interno del percorso personale del regista, posso aggiungere di come questa pellicola riesca a prendere le tendenze migliori del cinema di Aronofsky mostrate finora e a inserirle tutte dentro una storia sola: un viaggio mentale intricato ma non quanto il teorema del delirio o The Fountain, e una fisicità presa dall’esperienza di The Wrestler e Requiem for a Dream trasportata però attraverso la grazia e il passo di danza di un regista trasformatosi ormai in ballerino. E anche in un cigno (rigorosamente nero).
(voto 10)

Accoglienza: un incredibile successo di pubblico dovuto al passaparola più che a strategie di marketing che l’ha fatto diventare il film sulla danza dal maggiore incasso nella storia del cinema americano (senza contare l’inflazione, ha superato persino La febbre del sabato sera, Dirty Dancing, Flashdance e Save the last dance). La pellicola ha consacrato definitivamente Natalie Portman premiata con l’Oscar 2011 di miglior attrice (il film ha avuto anche altre 4 nomination), ma ha diviso la critica tra pro e contro. A Venezia Tarantino presidente di Giuria ha preferito premiare Somewhere, film valido ma il buon Quentin ha confermato quanto i suoi gusti siano spesso discutibili in fatto di film. Quanto a donne invece ne capisce, visto che ha assegnato il premio Mastroianni di miglior giovane alla strepitosa Mila Kunis.
Box-office USA: $ 106 milioni


E adesso? Quale sarà il prossimo progetto di Darren Aronofsky? Ancora non si sa, quello che vi posso dire è cosa NON farà: il regista ha infatti abbandonato il progetto di Wolverine perché le riprese lo avrebbero tenuto lontano troppo a lungo dal figlioletto (che paparino tenero, chi l’avrebbe mai detto?) e io ringrazio il cielo perché non ho mai sopportato né il personaggio né Hugh Jackman, inoltre l’idea di un Aronofsky impegnato in un blockbusterone sui supereroi da buon radical-chic mi disturbava alquanto. Certo, Christopher Nolan ha fatto cose egrege con Batman. Ma con Batman, non con l’X-Man mani di forbice.

lunedì 17 gennaio 2011

Cigno nero - Black Swan: Two cign is megl che one

Cigno nero – Black Swan
(USA 2010)
Regia: Darren Aronofsky
Cast: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder, Ksenia Solo, Christopher Gartin, Sebastian Stan, Janet Montgomery, Kristina Anapau, Benjamin Millepied, Mark Margolis
Genere: balletto horror
Se ti piace guarda anche: Mulholland Drive, The Wrestler, Eyes Wide Shut, π – Il teorema del delirio, Requiem for a Dream, The Fountain
Uscita italiana: 18 febbraio (secondo MYmovies), 11 marzo (secondo IMDb)

Trama semiseria
Nina è una ballerina classica il cui sogno più grande nella vita è diventare la protagonista de Il lago dei cigni, ma una misteriosa rivale si metterà in mezzo ai suoi sogni di gloria. Vi siete già addormentati? Pensate che non possa minimamente interessarvi una pellicola sul balletto? Nonostante io sia di Casale Monferrato come Roberto Bolle, di danza non me n’è mai fregato una cippa, eppure questo è il film più sconvolgente che mi sia mai capitato di vedere. Appena annunciato il mio film re del 2010, ecco allora che già si presenta un titolo totalmente differente come primo autorevole candidato per il 2011.


Recensione cannibale
Black Swan è un film di una carica drammatica, emotiva, sessuale, horror unica. In tutta la storia del Cinema non ho mai visto una pellicola con una pari intensità per la sua intera durata. È un’esperienza viva, che coinvolge e sconvolge fisicamente lo spettatore (o almeno l’ha fatto con me), con una travolgente forza senza pari. Davvero senza pari. Esagero? Può darsi.
La storia come anticipato potrebbe apparentemente far storcere il naso a qualcuno, visto che parla della preparazione di una rappresentazione teatrale de Il lago dei cigni nel più prestigioso teatro di New York City, niente di più, niente di meno. Si può fare un film interessante su un tema del genere? Cazzo, se si può. Protagonista è Nina (Natalie Portman), una ballerina la cui unica passione nella vita sembra essere la danza e ottenere l’agognata parte principale nella prestigiosa opera, ma l’ostacolo principale sarà per lei riuscire a interpretare non solo il cigno bianco, ruolo per cui è assolutamente adatta, ma anche il cigno nero, una parte che richiede di essere sciolti, sensuali e soprattutto lasciarsi andare.
Ecco, lasciarsi andare, lose yourself è la frase chiave per entrare dentro il film. Bisogna lasciarsi rapire dai movimenti vorticosi della regia maestosa di Darren Aronofsky, dalla sua macchina da presa che segue costantemente Natalie Portman, un po’ come faceva con il meno leggiadro Mickey Rourke The Ram in The Wrestler, mentre nelle scene in metropolitana il regista richiama invece il suo film d’esordio, il pazzesco Π – Il teorema del delirio. Ma quella pellicola, per me una delle opere visivamente più interessanti e importanti degli anni Novanta, così come un The Fountain troppo metafisico e ai limiti dell’umana comprensibilità, avevano un tocco diverso. Black Swan è invece molto più fisico, viscerale, ti entra dentro. Come e più di esperienze già parecchio tattili come le altre pellicole del regista The Wrestler e Requiem for a Dream.
Inoltre Black Swan non solo è teso come un thriller o come una corda di violino, ma presenta anche le scene horror più agghiaccianti degli ultimi anni. In più momenti ho avuto paura, come se il mostro che divora dal di dentro Nina/Natalie Portman stesse per sbranare anche me.

Capitolo Natalie Portman, fresca vincitrice di Golden Globe come miglior attrice drammatica per questo film. Vogliamo parlarne? Pensavo che non solo lei, ma nessun attore/attrice del mondo potesse realizzare un’interpretazione più varia e sorprendente della sua sfuggente Alice di Closer. E invece lei stessa è riuscita a superarsi, andando a toccare in Black Swan tutte le corde dello spettro emotivo umano. La sua Nina è una ragazza tanto impeccabile nella danza quanto rigida, anzi frigida come viene definita, nella sfera privata. La sfida per lei sarà quindi lasciarsi andare alla vita, al piacere, al sesso, persino alle droghe. In questo la sceneggiatura le dà ampio spazio con un notevole momento di autoerotismo, con la danza chemical brothers in disco e con la scena lesbo featuring Mila Kunis più incredibile di tutti i tempi (altroché Cruel Intentions). Il lasciarsi andare farà però crollare anche tutte le sue certezze e la farà sprofondare in un vortice di follia, visioni e specchi che riflettono qualcosa di diverso dalla sua immagine. “I gufi non sono quello che sembra,” si diceva in Twin Peaks. In Black Swan nemmeno la tua immagine allo specchio lo è.

Mila Kunis è la perfetta antagonista: uno spirito libero che si lascia andare alla fantasia e ha una irresistibile carica sessuale, in grado di attirare come una calamita persino Nina la frigidina. Quella rompicoglioni di madre che si ritrova la protagonista è invece una straordinaria Barbara Hershey, mentre Winona Ryder ha ruolo piccolo eppure centrale: è il fantasma di una diva, il canto del cigno che non è più né bianco né nero ma è semplicemente tramontato, è l’ombra del ricordo e della vecchiaia che incombono su tutti noi. E in mezzo a un cast femminile di quelli mai tanto impressionanti, emerge anche un Vincent Cassel cattivo e ispirato.

Da sottolineare la magnifica colonna sonora di Clint Mansell, collaboratore abituale di Aronofsky per un sodalizio pari a quello David Lynch-Angelo Badalamenti, con il tema ricorrente che è ovviamente il motivo del lago dei cigni di Čajkovskij risuonato però pure sotto forma di suoneria del cellulare e di carillon. Una musica che mi ha fatto affiorare antichi ricordi, visto che anche mia mamma una volta aveva un carillon pressoché identico. Mi ha sempre affascinato e inquietato parecchio, proprio lo stesso effetto riaffiorato con questo film.

Black Swan è una pellicola incentrata profondamente sul doppio, sul bene e sul male che sono presenti in ognuno di noi e tratta la tematica della ricerca della perfezione in maniera… perfetta, non c’è altra parola che possa descrivere meglio questo (capo)lavoro. Darren Aronofsky orchestra il balletto della sua vita (ma speriamo non sia il suo canto del cigno), volteggia con la videocamera come Christopher Nolan, rimane concreto quanto David Fincher, ha un’agghiacciante occhio visionario alla David Lynch, è accurato e attento al dettaglio, ricordando in questo Stanley Kubrick. Eppure ha uno stile unico e personale e in più l’arma di una fisicità e intensità qui superiore agli illustri nomi citati. Dopo questo grand ballet, a Hollywood Aronofsky può ormai guardare tutti dall’alto in basso e gettarsi in pace nel vuoto. Come il suo cigno bianco.
(voto 10)

Scene cult: l’incontro-scontro lesbo Natalie Portman/Mila Kunis, le scene con gli specchi, la “metamorfosi” di Nina


E come dice Jim Carrey nella sua spassosa parodia del film realizzata per il Saturday Night Live:
Once you go Black Swan, you never come back… Swan

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo marcogoi82@gmail.com