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mercoledì 14 gennaio 2026

Sirât: (s)balliamo sul mondo





Sirât

Un uomo spagnolo di mezza età va a un rave in mezzo al deserto del Marocco insieme al figlioletto. No, non lo fa per iniziarlo ai piaceri della musica dance o per fargli conoscere Gigi D'Ag, né per introdurlo al magico mondo delle droghe chimiche.

"Papà, ma non potevi portarmi a Gardaland?"

sabato 14 giugno 2014

GUIDA GALATTICA ALLA DANCE TAMARRA





L’estate sta per iniziare e cosa c’è di meglio allora di una bella Guida galattica dedicata alla musica dance, ma la musica dance rigorosamente più tamarra o, come si diceva ‘na vorta, truzza?
Beh, a dirla tutta mi vengono in mente un sacco di cose migliori, però mi sa che per il momento dovete accontentarvi di quello che passa il convento. O meglio, di quello che passa Pensieri Cannibali. E allora, giù i finestrini delle auto e pompate nelle casse ‘sta musicaccia!


Cominciamo con una breve intro per i babbani, ovvero per coloro ai quali della musica dance non è mai fregato un cappero e probabilmente continuerà a non fregarne niente manco dopo la lettura di questa pseudo guida musicale. Il genere dance getta le sue radici nella Disco music anni ’70, che però è tutta un’altra cosa e in futuro probabilmente si meriterà un capitolo di queste guide tutto suo. In questa sede ci occupiamo invece della dance partita a fine anni ’80 e che ha poi vissuto la sua Golden Age negli anni ’90 e primi anni zero, tra house, techno, rave, hardcore, italodance, eurodance e altre vaccate di generi del genere. In pratica, il ramo più trash, più tabbozzo, più zarro, più ignorante della musica elettronica.

I pionieri del genere sono stati i crucchi Kraftwerk e il nostro genio nazionale Giorgio Moroder, con la sua produzione, tanto per dirne una, di “I Feel Love” di Donna Summer che resta ancora oggi avanti anni luce. È però solo con la seconda metà degli anni ’80 che nascono i generi house e techno e dopo il 1986 il mondo non sarà mai più lo stesso. Almeno il mondo dei tamarri.
Gli anni ’90 vedranno poi l’esplosione vera e propria del genere anche a livello commerciale. La club culture entra nelle nostre case di prepotenza e l’Italia, una volta tanto, non se ne sta a guardare. Ci sono infatti un sacco di artistoni nostrani come Gigi D’Agostino, Robert Miles, gli Eiffel 65 e successivamente Benny Benassi che conquisteranno le classifiche mondiali, laddove tanti cantanti melodici hanno sempre fallito, eccezion fatta per Domenico Modugno con la sua “Nel blu dipinto di blu” e pochi altri.

A metà anni ’90, la tamarraggine raggiunge il suo picco assoluto con artisti come Haddaway, Corona, La Bouche, Ice MC, Alexia, Scooter e un sacco di altri che a ripensarci oggi vien voglia di mettersi le mani sulle orecchie, considerata la qualità non proprio altissima delle loro proposte musicali, ma che allo stesso tempo fa anche scendere una mezza lacrimuccia di nostalgia. Senza dimenticare, sebbene forse sarebbe meglio farlo, le mitiche compilation del Dj Albertino del Deejay Time, o quelle ancor più truzze di Tony H e Lady Helena, per non parlare dell’intera programmazione di Disco Radio.

A inizio Anni Duemila il genere vive il suo sussulto finale e raccoglie i suoi ultimi successi. Poi le mode cambiano, il genere house-techno tamarro via via lascia prima le radio e poi pure i club e la musica elettronica prende altre strade. Il truzzo però è un animale duro a morire e negli ultimi tempi il genere ha ritrovato una sua vitalità, con popstar come Lady Gaga, Katy Perry e Rihanna che hanno tirato fuori influenze eurodance all'interno delle loro canzoni e con deejay e produttori come Calvin Harris, David Guetta e Avicii che, rivitalizzando il Gigi Dag sound, stanno spopolando in tutto il mondo, persino negli Stati Uniti spesso allergici alla musica elettronica. Se pensavate che il genere fosse morto e sepolto negli anni Novanta quindi vi sbagliavate, perché il tamarro non muore mai. Soprattutto d’estate.

Lasciando per scelta voluta fuori da questa lista gruppi e artisti elettronici di qualità da me adorati come i vari Chemical Brothers, Prodigy, Daft Punk, Fatboy Slim, Underworld ecc., ecco qui la Top 10 dei pezzi di musica dance maranza preferiti da Pensieri Cannibali, e a fondo post trovate pure una ricchissima playlist Spotify con un sacco di tamarraggine aggiuntiva tutta per le vostre orecchie.


Top 10 – Le canzoni di dance tamarra preferite da Pensieri Cannibali

10. Snap “Rhythm is a Dancer”



9. Rednex “Cotton Eye Joe”



8. Vengaboys “We Like to Party! (The Vengabus)”



7. Double You “Please Don’t Go”



6. Alexia “The Summer Is Crazy”



5. Gigi D’Agostino “L’Amour Toujours”



4. Ace of Base “Beautiful Life”



3. Haddaway “What Is Love”



2. Corona “The Rhythm of the Night”



1. Robert Miles “Children”



Ed ecco la tamarrissima playlist dance di Pensieri Cannibali su Spotify


mercoledì 5 febbraio 2014

DISCHI VERGOGNA



Dopo aver annunciato al mondo i miei Film Vergogna, ed essere stato pubblicamente deriso, oggi bisso con i miei Dischi Vergogna. Di che si tratta?
Sono quei dischi che amo, o più che altro che ho amato in passato, segretamente. Quei dischi commerciali, o fatti da band e artisti discutibili o scandalosi, o tutte queste cose messe insieme. Gli album “guilty pleasure” che ascolto, ma soprattutto che ho ascoltato, e di cui più mi vergogno. E attenzione perché la settimana prossima ci sarà spazio pure per le mie 10 Canzoni Vergogna preferite, giusto per raddoppiare la dose di shame on me!


Ecco la blacklist dei miei dischi vergogna.

10. Duran Duran “Rio”
Partenza soft con un gruppo che la Storia ha ormai ampiamente riabilitato. Eppure, per i puristi della musica alternative anni ’80, i Duran Duran saranno sempre il suono degli yuppie, dei wild boys, dei paninari, per qualcuno anche i precursori delle boy band. Come sia o come non sia, il gruppo del bel Simon le Bon, che all’epoca faceva urlare le teenagers come oggi i One Direction, ha rappresentato il lato più pop e glamour  e godereccio della anni ’80. Dopo tutto non di soli Joy Division si può vivere. E poi Rio è un Signor Album.



9. t.A.T.u. “200 km/h in the Wrong Lane”
Una delle operazioni di marketing più geniali nella Storia. Della musica pop e non solo. Prendi due ragazzine russe dal fascino lolitesco (Nabokov d’altra parte di che paese era?), le metti a limonare e poi, se avanza del tempo, le metti anche a cantare qualche canzoncina, come “All the Things She Said” che spaccava e spacca ancora di brutto!



8. Robbie Williams “Life thru a Lens”
Tra le mie vergogne musicali non ci sono boy band, che non ho mai amato particolarmente manco per sbaglio. Preferisco quando un cantante esce dal gruppo, come Justin Timberlake dagli 'N SYNC, o come Robbie Williams che, dopo essere stato il cicciobombo cannoniere dei Take That, si è costruito una carriera di tutto rispetto. Tra i suoi dischi, il mio preferito è l’esordio solista, britpop nella sua veste più commerciale allo stato puro. Sì, è quello con “Angels”.
7. Lady Gaga “The Fame Monster”
L’esordio di Lady Gaga nel mondo del pop con “The Fame”, riuscito poi in versione deluxe più goduriosa come “The Fame Monster”, è stato una bomba, boom! Peccato che al terzo album abbia già fatto un bell’artflop. In attesa di capire se il suo periodo d’oro sia terminato o meno, io canto “po-po-poker face po-po-poker face” come se non ci fosse un domani.



6. Avril Lavigne “Let Go”/“Under the Grip”
La mia cantante bimbominkiosa preferita. Ultimamente la Avril non se pò più sentì, ma per i suoi primi due dischi, “Let Go” bello pop-punk e “Under the Grip” bello darkone, ci metto ancora oggi un sacco di ♥ ♥ ♥ ♥ ♥
Cotta adolescenziale ad honorem 4ever!



5. Articolo 31 “Così com’è”
Questa è stata la prima musicassettina tarocca che ho comprato da un vucumprà. Si sentiva malissimo e così più tardi mi sarei rifatto acquistando addirittura il CD originale. Insomma, c’ho smenato un sacco di soldi per questo disco di J-Ax e DJ Jad, ma alla fine ne è valsa la pena. A livello musicale suona come una versione spaghetti funk dell'hip-hop commerciale americano anni '90 e alcune canzoni non è che fossero proprio il massimo, però i testi erano e rimangono spettacolari, delle vere e proprie lezioni di vita.



4. Cristina D’Avena “Un Fivelandia a caso”
Cristina D’Avena è stata la nave scuola, a livello musicale intendo, per generazioni e generazioni e generazioni di italiani. Una vergogna collettiva e socialmente accettata, però pur sempre una vergogna.
Al di là dell’inevitabile effetto nostalgia, alcuni pezzi comunque restano niente male, come la mia canzone daveniana preferita, “Nanà Supergirl”. Ogni volta che la sento, mi viene da piangere.



3. Britney Spears “In the Zone”
Di Britney Spears dovrei citare l’opera omnia. Il video di “…Baby One More Time” mi ha bloccato la crescita, brani come “Sometimes”, “Lucky” e “I’m a Slave 4 U” per me sono stupendi, con l’album “Blackout” ha praticamente inventato il puttanpop (tra i generi musicali vergognosi il mio preferito!) e insomma io Britney la lovvo totalmente. Tra i suoi dischi il mio preferito è “In the Zone” del 2003, quello in cui hanno cominciato a intravedersi i segnali della follia che l’avrebbero portata a drogarsi pesantemente e a radersi i capelli a zero. Quello in cui ci sono “Toxic” e il sommo Capolavoro pop “Everytime” cantato anche in Spring Breakers. Britney Spears forever, bitches!



2. Gigi D’Agostino “L’amour toujours”
Su le mani. Su ‘ste cazzo di mani!
Il re del suono più tamarro degli anni ’90, e probabilmente dell’intera Storia della Musica, è lui e solo lui.
Arriva da Torino, è Gigi D’Agostino!



1. Spice Girls “Spice”
Nel periodo 1996/1997 i gruppi per cui andavo fuori di testa erano i Radiohead, gli Smashing Pumpkins, i Nirvana, i Blur, i Sonic Youth e… le Spice Girls.
Non mi sono mai piaciute le vie di mezzo. O ascoltavo le chitarre violentate dai Sonic Youth, oppure mi lasciavo andare al suono ultracommerciale delle ragazze speziate.
La mia preferita?
Andavo a periodi, ma in generale direi lei, la più vaccona: Geri Halliwell.



"Evvai, abbiamo vinto il Cannibal Vergogna Award!"

Vi invito a partecipare a questa pubblica gogna con i vostri personali Dischi Vergogna, qui sotto tra i commenti, oppure pubblicando le vostre liste su Facebook o sui vostri blog o dove preferite. Se lo fate, magari segnalate che la vergognosa iniziativa è partita da questo post, please:
http://pensiericannibali.blogspot.it/2014/02/dischi-vergogna.html

mercoledì 22 maggio 2013

BALLROOM, IL BALLO DEL DEBUTTANTE BAZ LUHRMANN




"Ma che c'hanno DiCaprio e la Mulligan più di noi?"
Ballroom - Gara di ballo
(Australia 1992)
Titolo originale: Strictly Ballroom
Regia: Baz Luhrmann
Sceneggiatura: Baz Luhrmann, Craig Pearce
Cast: Paul Mercurio, Tara Morice, Pat Thomson, Barry Otto, Bill Hunter, Gia Carides
Genere: ballerino
Se ti piace guarda anche: Dirty Dancing, Footloose, Moulin Rouge!

La carriera del regista ballerino Baz Luhrmann muove i suoi primi passi su di un valzer, un valzer kubrickiano. Danza Sul bel Danubio blu. Sono le note di Strauss a introdurci dentro il mondo del regista australiano. Un mondo colorato, sfavillante, in cui si balla sul pericoloso confine tra eleganza e kitsch. Una sottile linea rossa su cui solo i fuoriclasse possono rischiare di agire, senza sputtanarsi.
Nel suo film d’esordio Ballroom possiamo già intravedere tutta la poetica dell’australiano. La tendenza a presentarci dei personaggi grotteschi, eccessivi, sopra le righe, vestiti come Lady Gaga e più lampadati dei tamarri di Jersey Shore. Il caleidoscopio di suoni e stili da epoche differenti, muovendo i piedini liberi tra il citato valzer e la rumba latino americana, passando dalla Doris Day di “Perhaps Perhaps Perhaps” ai temi d’amore “Time After Time” e “Love Is in the Air”. Quella di usare le musiche non solo come un sottofondo, ma come un vero e proprio personaggio aggiunto, attraverso leitmotiv che risuonano nelle orecchie dello spettatore per tutta la durata della pellicola, è una caratteristica costante del suo cinema, come ben testimonia ad esempio la “Somewhere Over the Rainbow” riciclata da Il mago di Oz nel suo Australia.

"Kitsch a ki???"
In Ballroom non manca anche una storia d’amore tormentato, contrastato, ostacolato. Niente ai livelli del successivo successo Romeo + Giulietta, ovviamente, qui al confronto è più un amorino tormentatino. La vicenda narrata è parecchio classica. Lui è un ballerino bravo ma un po’ ribelle per gli standard del ballo tradizionale da camera, lei invece è una nerd bruttina che si trasforma in tipa cool con una semplice mossa: togliendosi gli occhiali. Nei film è sempre così, una si toglie gli occhiali e improvvisamente passa da essere l’ultima delle sfigate alla figa più contesa dei dintorni. In questo caso non è proprio così, anche perché l’attrice Tara Morice (chiiiiiii?) non è ‘sto granché, è una specie di versione cessa della Jennifer Beals di Flashdance (che già non è che mi facesse impazzire). Così come non è un granché nemmeno il protagonista maschile, Paul Mercurio (chiiiiiiiiiiii?).

Il problema principale del film sta proprio nei due protagonisti. Passando a Hollywood, Luhrmann potrà rimorchiare coppie d’attori di ben altro alto livello: Leo DiCaprio + Claire Danes, Nicole Kidman + Ewan McGregor, Nicole Kidman again + Hugh Jackman (oddio, Hugh Jackman io l’avrei anche evitato, e infatti la prima scelta per Australia era Heath Ledger) e quindi Leo again + Carey Mulligan. Capite che dalla coppia Paul Mercurio + Tara Morice farà un bel salto… Non solo a un livello di glamourosità, componente fondamentale del suo cinema, ma anche a livello di recitazione (sempre Hugh Jackman escluso).

"Se condividete il post su Facebook, potreste portarvi a casa questo splendido DVD!"
L’altro elemento che manca rispetto ai suoi film successivi sono un brand e una storiona davvero trascinanti. In futuro potrà fregiarsi del marchio Shakespeare con Romeo + Giulietta, del franchise di uno dei locali più famosi del mondo con Moulin Rouge!, di un’intera nazione con Australia e di uno dei classici per eccellenza della letteratura americana con Il grande Gatsby. In Ballroom, più umilmente, Luhrmann tratta la storia di un ballerino mezzo amatoriale che vuole vincere il Pan-Pacific Grand Prix (coooooosa?), una competizione danzereccia diciamo prestigiosa, almeno in Australia e almeno all’interno del contesto fiction del film. Per farlo, dovrà trovarsi una nuova partner di ballo, visto che quella che aveva lo scarica. Qui entra in ballo la nerdina di cui parlavamo sopra, una tipa che una volta tolti gli occhiali dal volto si rivelerà una caliente ballerina latino-americana, o qualcosa del genere, peccato che la madre di lui voglia un'altra partner per il figlio...

Rispetto ai suoi successivi ben più celebri film, non ci sono quindi una storia e dei personaggi davvero incisivi e memorabili, sebbene quelli di Australia lo fossero più nelle intenzioni che nei risultati. Ciò non toglie che Baz Luhrmann dietro la macchina da presa sa già il fatto suo e la pellicola intrattiene a dovere, grazie anche a un buon humour. Le scene di ballo invece, ben coreografate e tutto, non è che siano così appassionanti, a meno che non siate proprio patiti del genere danzereccio.
Tra valzer e rumba, fin dalla prima il Baz nostro appare un ballerino per nulla goffo, ma anzi sicuro di sé e delle sue capacità. Per il momento le tiene ancora a freno, per poi farle esplodere alla grande nei film successivi. Niente di troppo memorabile, però Luhrmann si muoveva già bene, al ballo delle debuttanti di Ballroom. O, se non altro, si muoveva di sicuro meglio di Bobo Vieri a Ballando con le stelle.
(voto 6,5/10)



lunedì 22 aprile 2013

LUCKY STRIKE


I Daft Punk sono tornati.
Più (radical) Chic che mai con la compagnia di Nile Rodgers e Pharrell Williams.
E non ce n’è più per NESSUNO.


venerdì 18 maggio 2012

sabato 5 maggio 2012

Che Flash(dance)!

Oggi L’ora cult (rubrica che potete leggere anche sul consigliatissimo sito L'ora blu) si occuperà di un film che è un cult per molti. Per chi? Per Nanni Moretti, ad esempio, che in Caro Diario confessa:

“In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Flashdance si chiamava quel film che mi ha cambiato definitivamente la vita. Era un film solo sul ballo. Saper ballare... e invece alla fine mi riduco sempre a guardare, che è anche bello, però... è tutta un'altra cosa.”


"Qualcuno ha visto Natalie Portman? Nessuno?
E il Cannibale in tutù?"
Flashdance
(USA 1983)
Regia: Adrian Lyne
Cast: Jennifer Beals, Michael Nouri, Lilia Skala, Sunny Johnson, Kyle T. Heffner, Belinda Bauer
Genere: danzereccio
Se ti piace guarda anche: Footloose, La febbre del sabato sera, Dirty Dancing, Save the Last Dance

Flashdance vanta dietro la macchina da presa Adrian Lyne. Che vantarsi di avere Adrian Lyne dietro la macchina da presa è come se Antonio Conte si vantasse di avere un parrucchino in testa.
Perché?
Ma perché Adrian Lyne è uno dei più paraculi registoni di Hollywood, uno che di solito sceglie i film in base ai titoli che questi possono fargli collezionare sulle riviste o nei servizi ai TG. Come Proposta indecente, uno di quei casi che partono da una domanda interessante: “Cosa fareste se a vostra moglie offrissero un milioni di dollari per una notte con lei?” e poi la trasformano in un film di merda. Solito grande Woody Harrelson a parte.
Ah, Adrian Lyne ha poi osato anche fare un remake (naturalmente mediocre) di Lolita di Kubrick, più altri successoni 80s come 9 settimane e ½ e Attrazione fatale. Quest’ultimo probabilmente il suo film migliore. Merito più che altro di Glenn “Psycho” Close.
Qui in Flashdance, l’Adrian dà il suo meglio (o il suo peggio?) realizzando un lungo videoclip di un’ora e mezza che a livello visivo nel suo essere spudoratamente ottanta-trash risulta anche niente male. Peccato che la storiella faccia acqua da tutte le parti e sia interessante quanto una puntata di Amici di Maria de Filippi. Forse anche meno. Ultimamente, con tutta la storia di Belen che si fa inchiappettare da quel ballerino che somiglia a Shevchenko alla faccia di Scarface Corona, Amici è molto meglio di Flashdance. Sorry, Nanni.

"Sex symbol? Io???"
Flashdance, interno trama.
Alex Owens di giorno fa la saldatrice tamarra, di notte la ballerina. Tamarra, of course. O almeno, crede di fare la ballerina quando in realtà è una spogliarellista. Chiamiamo le cose con il loro nome. Dopo averla vista durante uno spettacolino erotico, il suo capo che non l’aveva mai cagata prima le rivolge finalmente la parola e la fa diventare la sua schiava d’amore. Mica scemo: lui divorziato pseudo imprenditore rampante molto Berluska anni Ottanta, lei 18 anni aspirante Ruby e con una notevole capacità nella danza che la rende mooolto snodata.
Un bel giorno la nostra (anzi, la vostra) Alex decide di andare a iscriversi a una prestigiosa scuola di danza vestita come se fosse appena tornata da un concerto dei Def Leppard. Quasi inutile aggiungere che tutte le altre ballerine (più competitive della Nina di Black Swan) la deridono e lei fugge via in una scena strappalacrime. Oddio, io in realtà mi sono fatto una sana grossa grassa bastarda risata. Alla facciazza sua.
E mentre Jennifer Beals piange e poi si allena, sudando come una maniac, maaaniac sul dancefloor, ogni scena trasuda di epicità trash anni Ottanta. Che poi Jennifer Beals nei panni della bomba sexy non è che mi convinca molta, sarà che anche in seguito sta donna non mi è mai piaciuta. Per dire, era l’unica L della serie tv The L Word che non mi sarei fatto. Con quegli scaldamuscoli anti sesso addosso poi…
Il tizio divorziato molto Berluska che se la vuole inchiumare (e al primo appuntamento se la inchiuma, visto che lei fa tanto la schizzinosa ma in realtà es una gran puta) è invece interpretato da Michael Nouri, un tizio giustamente finito presto nel dimenticatoio, lui e la sua faccia da schiaffi, rivisto di recente giusto in qualche serie tv come Damages. Dove c’è ancora Glenn “Psycho” Close. Tutto torna.
Una cosa non torna: Nanni, com’è che hai adorato un film in cui la figura maschile principale è un simil-caimano?

"Sfotti pure, Cannibal, ma tu questo lo sai fare?"
Al di là della lettura politico-sessuale-berluskoniana, la storiella narrata è talmente poca roba che il filmone è in pratica una sequela di sequenze tutte più o meno ridicole unite in maniera sconnessa tra di loro. Tra i momenti più risibili ci sono le scene erotico-sentimentali, i siparietti comici dell’amico comico (ma alla prova dei fatti ben poco comico), e anche i diversi balletti non sono da meno, con lo sgambettare così furibondo di Jennifer Beals che ha rischiato in più punti di farmi venire un attacco epilettico. Roba da competere con il balletto folle di Kevin Bacon in Footloose: quale dei due è più ridicolo? Davvero difficile scegliere…

Flashdance è un videoclip musicale formato maxi in cui spicca una soundtrack tra le più tamarre di tutti i tempi. E nonostante questo, o forse proprio per questo, la musica è l’elemento più riuscito del film, grazie a Giorgio Moroder, Michael Sembello, Donna Summer, Joan Jett… Insieme alla scena, questa sì memorabile, del provino finale sulle note naturalmente dell’inno “Flashdance… What a Feeling” di Irene Cara.
Sarebbe stato un bel videoclip e difatti diverse popstars, da Geri Halliwell a Jennifer Lopez, l’hanno plagiato omaggiato. Peccato abbiano voluto farne un film.
Alla fine dello sgambettare folle di Jennifer Beals, qual è or dunque il mio verdetto?
Come direbbe il giudice di un talent-show: per me è un NO!
Anzi, caro Nanni: per me è uno SCULT!
(voto 5,5/10)


lunedì 26 marzo 2012

Prendete l’MDMA dal pusher in disco piuttosto che l’MDNA da Madonna

L-U-V Madonna
Y-O-U You wanna?

N-O-O Madonna
T-X-S I don’t wanna

No dai, Madonna, dove stai andando?
Madonna M.I.A. quanto sei suscettibile.
Stavo scherzando. Torna qui. La tua nuova canzone è davvero bambinesca ed è una discreta anzi colossale cagata, però almeno ci sono la mia M.I.A. e la Nicki “Pokemon” Minaj a tenere in piedi la baracca.
Non fare la bambina, che non lo sei più da un peeezzo. Smettila di piagnucolare e frignare, Madonna. Hai vinto tu: facciamo sentire la canzone con tanto di video.
Certo che è proprio vero che più si invecchia e più ci si comporta come bambini…


Madonna “MDNA”
Genere: GILF pop
Provenienza: Bay City, Michigan, USA
Se ti piace ascolta anche: Selena Gomez, Benny Benassi, Lady Gaga, Rihanna, Britney Spears, Black Eyed Peas, Martin Solveig, LMFAO

MaDoNnA vuole fare la ggiovane. Questa non è una novità. Solo che se fino a qualche anno fa riusciva ancora a risultare credibile, adesso forse sarebbe ora di – non so – darsi una regolata? Un minimo, almeno. Non dico che si dovrebbe registrare un album di ballate country riflessive sugli anni che passano e la schiena che comincia a far male a forza di ballare come una girl gone wild. Però, qualcosa di un po’ più consono alla sua età. Lo so che l’età di una (ma)donna non si svela, ma sono 53 anni.
E a proposito di girls gone wild, se le premesse del primo bambinesco singolo “Give me all your luvin’” non è che fossero delle più esaltanti, con il secondo singolo le cose non vanno meglio. Anzi, si regredisce dallo stile Avril Lavigne a quello del puro tween-pop.
“Girl Gone Wild” è una tamarrata provided by Benni Benassi. L’italiano Benny Benassi. La gloria italiana Benny Benassi. Quello di “Satisfaction” (con tanto di video GENIALE), il brano di un italiano più popolare nel mondo. Altroché Nel blu dipinto di blu. Altroché Pavarotti. Altroché Bocelli.


Questo però anni fa. Adesso Benassi si limita a produrre una basetta che pompa pompa ma ti spompa per la Madonna che pur di suonare sempre gggiovane e fresca le prova tutte. Andare a Lourdes, no?
Non da Lourdes, sua figlia. Proprio a Lourdes, Francia.
Risultato? Tralasciando il video, un incrocio andato a male tra “Vogue”, “Justify my love” e qualunque altro video in b/n m/d/n/a abbia girato in passato, “Girl Gone Wild” suona come la brutta copia (e pure fosse la bella copia non ci sarebbe da vantarsi) di un dance-pop bimbominkioso stile Selena Gomez, la fidanzatina di Justin Bieber. Non esattamente quello che si preannuncia il disco della maturità, per la signora Ciccone.


E come prosegue il disco? E, come prosegue, come prosegue, come prosegue?
State calmi e ve lo dico, anche se potete scoprirlo da soli visto che ormai è leakkato in rete e da oggi lo potete pure comprare. Anche se direi che non ne vale proprio la pena.

Traccia due: “Gang Bang”.
Cosa intendevano quelli de Il Genio quando cantavano “Pop Porno”? Credo si riferissero a un pezzo del genere. Una canzone dance che vorrebbe suonare underground, con Mika tra gli autori e a cui la produzione del mitico William Orbit (producer anche dei Blur) regala carattere e qualche vaga inflessione dubstep. Complice l’interpretazione vocale a essere generosi definibile come anonima della Madama Madonna, l’insieme appare però più inconcludente che seducente.

“I’m addicted” va di ipnosi, un pezzo molto “i Daft Punk suonavano così almeno 10 anni fa e almeno 10mila volte più fighi” e con la convinzione di diventare un pezzo molto “addictive”. Al primo ascolto però ha già stufato.

“Turn up the radio”. Alzate il volume della radio, ché magari su un’altra stazione stanno passando un pezzo più interessante di questo.
Qui M’dona gioca a cantare i Black Eyed Peas al karaoke, con una sua rilettura personale di “I gotta feeling” ma con davvero poco feeling. Si sente forte lo zampino di Martin Solveig alla produzione e si sente forte come Solveig altri non sia altro che la copia sbiadita di David Guetta.

“Some Girls” va di tamarrata ignorante, con un suono non lontano dal vecchio Fatboy Slim, però in versione 2.0. Ennesimo tentativo poco riuscito di Lady Madonna di suonare moderna. Sorry (tanto per citare un suo vecchio pezzo), ma Lady Gaga sta su altro pianeta. E pure il Gigi D’Agostino degli anni ’90.

“Superstar” sembra avere un respiro più pop, ma è davvero una canzoncina da talent-show che persino Hilary Duff (che ormai ha 24 anni ed è pure appena diventata mamma) si vergognerebbe a cantare. Forse persino il neo maggiorenne Justin Bieber rifiuterebbe un pezzo con un testo del genere:
Ooh la la, you’re my superstar / Ooh la la, that’s what you are”.
Al confronto i Venga Boys e gli Aqua sono Shakespeare.
Questa canzone è forse il punto più basso di sempre in una carriera che per il resto è stata davvero della Madonna.

“I don’t give A” è il pezzo ribelle della raccolta, grazie a un testo molto Desperate Housewives che si dice sia rivolto all’ex marito Guy Ritchie. Anzi, sicuramente è rivolto a lui…

I tried to be the perfect wife
I diminished myself
it swallowed me
if I was a failure
then I don't give a

Madonna che prova a essere la “perfect wife” non me la vedo proprio…
Chiusa la parentesi da casalinga desperate che non le si addice proprio, con “I’m a Sinner” sembra ritornare su territori a lei più consoni. Quelli del peccato, della provocazione religiosa. Sì, buona notte. Il massimo che tira fuori è: “I’m a sinner I like it, I’m a sinner I like it that way”, roba che oggi con una porca in circolazione come Rihanna non può mica competere. Na na na, come on!

Velo pietoso pure su “Love spent”, pezzo riempitivo (ma non lo sono forse tutte le canzoni qui presenti?) vagamente alla “Don’t tell me” che sconcerta per la sua pochezza. La voce tutt’altro che della Madonna è così artefatta da far rimpiangere “Believe” di Cher. No vabbè, adesso non esageriamo.

Con “Masterpiece” i ritmi rallentano. Si va di ballatona con giro di chitarra quasi alla “Street Spirit (Fade Out)” dei Radiohead, ma nonostante il titolo non è certo un capolavoro. Siamo dalle parti di una “Take a bow” però più brutta. Molto più brutta. E quando il pezzo (probabilmente) migliore dell’intero album è una canzone che non sarebbe finita manco a pulire il cesso delle “Bedtime Stories”, ci si chiede se era davvero necessario pubblicare un disco tanto inutile.
La conclusiva “Falling Free” è una lagna invereconda. Non c’entra una Madonna con il resto della tracklist e rallenta talmente tanto che ci si addormenta.

E invece non è ancora finita!
Vogliamo proprio spendere due parole pure sulle bonus tracks contenute nella deluxe edition? Le vogliamo spendere? Abbiamo fatto 30, facciamo 31 (perché si dica così, io non l’ho mai capito, però andando a googlearlo ho trovato il motivo). E poi si rivelano paradossalmente (sebbene non ci andasse molto) più interessanti del resto della pessima tracklist ufficiale.
“Beautiful Killer” è una canzoncina pop quasi carina. Suona pur sempre come una Britney Spears di serie B, però è già qualcosa.
“I Fucked Up” va di multi-language come “Sorry” e presenta in più qualche vaga tentazione dubstep-op: non male il suono, pessima la monotona interpretazione vocale di Madonna.
“B-Day Song” con la preziosa collaborazione di M.I.A. va di pop 60s yeah yeah stile Pipettes o Chordettes o qualunque altro gruppo che fa rima con –tettes, solo in versione Martin Solveig remix. Niente di eccezionale, su un disco della M.I.A. non ci entrerebbe mai, però è già meglio di gran parte del resto.
In “Best Friend” torna a farsi sentire il suono del Benassi o meglio dei Benassi Bros. (dietro alla produzione oltre al Benny c’è infatti anche il cugino - e non fratello - Alle). Non sarebbe neanche male, come pezzo, se solo sopra non ci fosse la voce plasticosa di una signora Ciccone sempre meno Ma-Donna e sempre più Ma-Robot.
Il Party Rock remix di “Give me all your luvin’” conclusivo con tanto di quei capi dei truzzi degli LMFAO è del tutto inutile, quindi si intona perfettamente con il resto dell’album, il cui filo conduttore, più che la componente dance è proprio questa: l’inutilità.

Raga, se usate le foto del post per farvi le pippe, occhio che potreste avere
qualche problema: come si chiama l'esatto opposto di pedopornografia?
Bilancio. Dopo tante parole, è l'ora del bilancio.
Bilancio impietoso: che tristezza di disco.
Una raccolta differenziata di rifiuti, di scarti delle altre popstar, più che una raccolta di canzoni. I testi sono di una banalità sconcertante. Sarebbero banali per una prostituta cantante minorenne sotto contratto con la Disney, figuriamoci per una signora classe 1958 con alle spalle dei pezzi di tutto rispetto che hanno scritto pagine e pagine di cultura pop recente. Le produzioni, per quanto realizzate con grande mestiere, sono prive di idee e suonano vecchie di mesi. Che nel mondo della musica dance equivalgono ad anni luce.
Oltre che con il glorioso passato degli anni ’80, con i raggi di luce dei ’90 e con le Confessions on a Dance Floor, la nuova MaDoNnA perde il confronto persino con i suoi dischi recenti meno riusciti come Music, American Life e Hard Candy. Per quanto modesti, presentavano tutti al loro interno almeno un paio di canzoni decenti. Qui cosa c’è da salvare?

Mmm.
Fatemi pensare un attimo.
Ancora un attimino…
Ecco: niente.
Non si salva niente.

Se Like a Virgin, come Tarantino ha spiegato in maniera illuminata, era una metafora della fava grossa, adesso Madonna è passata a canzoni che non valgono una fava. Nemmeno grossa.

L-U-V Madonna
F-U-K You wanna?
(voto 4/10)

venerdì 3 febbraio 2012

Bob Sinclar? Ma va a cagher!

Bob Sinclar “Disco Crash”
Genere: aus
Provenienza: Douarnenez, Francia
Se ti piace ascolta anche: Martin Solveig, Pitbull, Black Eyed Peas, Sean Paul

Bob Sinclar è il miglior dj del mondo. Sì, una stronzata del genere la può pensare giusto Studio Aperto che sulla musica fa circa 3 servizi all’anno: uno sugli abiti di Lady Gaga, ed è di brutto il più interessante, un pezzo marketta su Vasco in concerto a San Siro, ché quello capita puntuale tutti gli anni, e l’altro proprio su Bob Sinclar.

Bob Sinclar è chiaramente la versione tamarra di Bob di Twin Peaks. Solo che la sua musica, se possibile, è ancora più inquietante del personaggio uscito dalla mente malvagia di David Lynch. E adesso il dj francese, tra una serata in discoteca e l’altra, si è scomodato persino di pubblicare un nouvel album, che cerca di mixare al suo interno le varie tendenze della musica dance più fighetta del momento.
Niente dubstep, niente garage, niente grime. Quelle sono cose troppo fighe (non fighette) che la versione sfigata di David Guetta lascia oltremanica a chi le sa fare. Almeno di questo gliene siamo grati. Bob Sinclar si limita così a proporre la sua sbobba house commerciale che fa passare tutto il genere per merda. Ma la vera house non è Bob Sinclar, così come il vero pop non è Justin Bieber, la vera musica emo non ha un cazzo a che fare con i Tokio Hotel e lo sgrillettatore folle Skrillex non rappresenta certo l'intera scena dubstep.

Bob & Bob
Questo Disco Crash ha un titolo davvero efficace perché ti fa voglia di prendere il suddetto Disco e fargli fare il più fragoroso dei Crash fracassandolo contro la testa dello stesso dj Bob.
Più che un disco, comunque, è una compilation truzzo trash che fa rimpiangere, e di brutto brutto brutto, quelle anni Novanta del Deejay Time targate Albertino. E a proposito, buon compleanno Radio Deejay: 30 anni portati bene quasi quanto me!
Il Disco Crash si risolve tutto in una parata di ospiti prestigiosi, o prestigiosi almeno nelle intenzioni. C’è Pitbull che se non abbaia nei dischi di cani e porci non è contento, c’è Snoop Dogg che una volta aveva la reputazione di grande rapper, adesso ha solo la reputazione di avere un enorme conto in banca, c’è la gattina Sophie Ellis Bextor che prova a miagolare sexy “I wanna fuck with you”, ma sembra solo un porno soft di quelli che si vedono male.
Il peggio del peggio è Far l’amore, il remix della Raffaellona Carrà che riesce nell’impresa di far cagare ancora più della versione originale. Il peggio del peggio, o almeno credevo: sugli stessi livelli si staglia infatti anche una Not Gangsta che pare un pezzo concepito da e per dei ritardati mentali. Questa estate probabilmente la sentiremo suonata a ripetizione nello spot di qualche compagnia telefonica concepito da e per dei ritardati mentali.
Mi scuso con tutti i ritardati mentali per l’uso del termine ritardati mentali. Quindi scusa, Bob.

"Tranqui raga, adesso vi sparo un pezzo bomba: Vecchio scarpone remix!"
Put your handz up (sì, un titolo intellettualoide) riprende/plagia per la miliardesima volta Tainted Love, che colpo di fantasia! Anche Tik Tok con il solito odioso Sean Paul, anzi Scionna Poooooll, è una gran stronzata. Ve lo di(s)co giusto se avevate quel mezzo dubbio che vi girava in testa, e vi specifico pure che il coro finale di questa “canzone” è una roba criminale, persino peggio di quanto possiate immaginare.
Con Around the World, Bob Sinclar si conferma lo Zucchero dei dj francesi, andando a plagiare direttamente il “rivale” David Guetta nei suoni e addirittura i Daft Punk nel titolo e nella voce geneticamente modificata. Il risultato - imbarazzante - non c’entra un cazzo con nessuno dei due.
Con Rainbow of Love, già strasentita nei soliti spot credo di un’auto e credo pure del cinepanettone, Sinclar arriva persino a plagiare se stesso e le sue hit (?) passate tipo World hold on e merdate del genere.
I pezzi migliori dell’album sono quelli in cui non desideri di spararti subito un colpo in testa. Possiamo già considerarli dei successi. Peccato che questi pezzi migliori in questo momento non mi vengano in mente…

La cosa più incredibile è che di solito anche nei dischi più modesti, un dj almeno un pezzo decente riesce a tirarlo fuori, magari più per merito di un ospite che non per sue capacità personali. E invece qui niente. Neanche una mezza canzone si salva, una di quelle che potresti dire: "Sì vabbè, carina." o "Si vabbè, ascoltabile". Qua dentro è solo una fiera dello schifo.
Disco Crash lasciatelo quindi pure chiuso dentro la sua house. La vera musica dance e la vera musica elettronica abitano da altre parti. Studio Aperto la penserà all’opposto, ma per me Bob Sinclar più che il migliore sembra il peggiore dj del mondo.
E se già il cinepanettone ormai è straavariato, figuriamoci ‘sto discopanettone…
(voto 1/10)


domenica 21 agosto 2011

Aqua & sapone

In pieno clima estivo, ecco che l'appuntamento con il pezzo retrò del mio Jukebox DeLorean si butta tra le onde del Capolavoro per eccellenza delle summer hit estive.
Una canzone scema? Probabile.
Una ironica parodia delle Barbie girls? Forse.
Una canzone geniale? Di sicuro.

Aqua "Barbie Girl"
Anno: 1997
Genere: bubblegum pop
Provenienza: Danimarca-Norvegia
Album: Aquarium
Canzone sentita anche in: 3ciento, I Griffin
Nel mio jukebox perché: quando la sento, so che è davvero Estate

Testo liberamente tradotto
Sono una ragazza Barbie, in un mondo Barbie
la vita di plastica è fantastica
puoi spazzolarmi i capelli, spogliarmi tutta
fa parte dell'immaginazione, la vita è una tua creazione
forza Barbie, andiamo a festeggiare!

lunedì 18 luglio 2011

Jenny from the c*ck

"Non importa quanto so' ricca e famosa,
so' sempre Jenny from the cock!"
Non è un momento particolarmente positivo per Jennifer Lopez. L’attrice (ma dove???), cantante (eeeeeeeeeeeh?), ballerina (con quella portaerei al posto del didietro?) ha infatti appena annunciato il divorzio dal suo terzo marito Marc Anthony, il Gigi D'Alessio della musica latino americana. E così io da buon bastardo ne approfitto per mettere il dito nella piaga e scrivere una recensione spietata del suo ultimo (nel senso che mi auguro sia davvero l’ultimo) album musicale.

Jennifer Lopez “Love?”
Genere: porcata latina
Provenienza: New York, Portorico
Se ti piace ascolta anche: la musica del tuo vicino di ombrellone tamarro

Jennifer Lopez da brava romanticona ha intitolato il suo disco “Love?”. Peccato che con quel punto interrogativo hai portato autosfiga al tuo matrimonio eh, chiappona?
Il primo singolo “On the floor” l’avete sentito tutti, volenti o nolenti, ed è la canzone più fastidiosa di questi mesi caldi. Sì, più di “Danza kuduro”: molto ma molto di più. E se a me La lambada faceva cagare già quand’ero bambino, questa versione aggiornata ai tempi di J.Lo mi fa venire voglia di lasciare in libertà un Pitbull per far mordere il culo all’artista (?!?) pseudo portoricana.

Se concepire una canzone peggiore di questa è un’impresa impossibile, a meno che non ti chiami Vasco, il resto del programma riesce nell’impresa di non salire nemmeno un po’ di livello. Incredibile ma vero!
A dominare su tutto sono le voci robotiche, che provano a mascherare le mostruose lacune vocali della Lo.J, ma finiscono per suonare come una parodia intristita dei Black Eyed Peas, sentire per credere “Good hit”, una hit davvero terribile altroché good. Jennifer, ma non ti vergogni neanche un po’? Quando poi cerca di scimmiottare pure Lady Gaga ecco che fa la figura giusto della scimmia… poveri noi.
Non basta, perché ci sono anche melodie che sembrano uscite dritte da un laboratorio di lobotomizzati o (ma è la stessa cosa) da una puntata di Tamarreide, e una canzone che può essere dedicata giusto a un certo noto personaggio: “Papi” (pezzo, vi assicuro, orripilante almeno quanto il titolo). Suona tutto così male e finto che si finisce per rimpiangere i suoi unici brani (più o meno) decenti del passato come “If you had my love” o “Waiting for tonight”.
Alla fine devo dire che mi è piaciuto.
Cosa?
Il disco di J.Lo?
No, quello manco un po’. Massacrarlo però è stato un divertente e rilassante passatempo estivo. Meglio del sudoku.
(voto 1)


OkNotizie

lunedì 4 luglio 2011

Kevin McBacon

Dopo aver visto il trailer del remake di Footloose ho pensato: cazzo, ma non ho mai visto Footloose originale. E così, nonostante il trailer della nuova versione sia tutt’altro che eccezionale e nonostante il fatto che qualunque altra persona normale a un pensiero del genere sarebbe comunque andata tranquillamente avanti con la sua vita, ho deciso di riscoprirmi la pellicola mitica degli anni ’80. Scoprendo che non è poi così mitica. Ma sono sicuro che il remake riuscirà a fare di peggio…



Da notare le narici dilatate: poteva girare questo film non strafatto?
Footloose
(USA 1984)
Regia: Herbert Ross
Cast: Kevin Bacon, Lori Singer, John Lithgow, Dianne Wiest, Chris Penn, Sarah Jessica Parker
Genere: danzereccio
Se ti piace guarda anche: Dirty Dancing, Flashdance, Save the last dance, La febbre del sabato sera


Da dove è partito il filone dei film sul mondo della danza? Tutto ha origine, almeno credo, con la nascita del fenomeno della Disco music e con la pellicola, quella sì davvero mitica, La febbre del sabato sera con uno scatenato John Travolta. Poi è stata la volta degli anni Ottanta con il successo di Fame (il vero padrino di Amici di Maria de Filippi, grazie davvero tante!), Flashdance, Footloose e Dirty Dancing e dopo un periodo (per fortuna?) senza grossi film di questo genere, il ballo bello sballo è tornato a a conquistare i botteghini, questa volta declinato in salsa hip-hop con il carino Save the last dance, che ha però il grosso difetto di aver generato tutta una serie di “mostri” come Step Up, Stomp the yard, Honey (di cui è in arrivo il sequel e pure senza Jessica Alba!), etcetera etcetera.
Naturalmente Il cigno nero, per quanto sempre ambientato nel mondo della danza, lo considero tutta un’altra musica…

Si sono drogati tutti durante le riprese? Certo che sì!
Ma adesso concentriamoci su questo Footloose, una pellicola guardabile, girata con divertente stile very 80s, quanto allo stesso tempo a tratti inevitabilmente e involontariamente ridicola quando non addirittura trash.
La storia è quella di un ragazzo fico (almeno fino a che non perde ogni dignità ballando come un cretino) interpretato da Kevin Bacon che si trasferisce da Chicago in una piccola merdosissima cittadina nel cuore degli Stati Uniti, un posto dimenticato da Dio ma purtroppo non dimenticato dai fanatici di Dio; a seguito di un incidente d’auto in cui due ragazzi hanno perso la vita per colpa dell’accoppiata micidiale alcool + sesso, il reverendo locale ha deciso di bandire qualsiasi cosa possa incoraggiare i giovani a bere e fornicare, in primis musica e ballo. Insomma: niente radio e bandita persino Radio Maria!

A casa mia questo si chiama karate, non ballare...
Il povero Kevin McBacon si trova quindi catapultato così dallo sballo di una grande città a un luogo di timorati bacchettoni. Dite che gli va bene così? No, certo che non ci sta e così viene posseduto dallo spiritello porcello della danza e balla, balla come un tarantolato, in una scena cult del film che è davvero ridicola. Mai visto danzare uno in maniera così fuori di testa, nemmeno la tipa di Kynodontas! Balla che ti passa… sì, la dignità.


(anzi no, mi correggo: sabato sera alla notte bianca della mia città ho visto uno che ballava ancora più spiritato!)

Grazie alle sue doti da grande ballerino (?!?), Kevin Bacon alias Kenny Loggins riesce a conquistare la ragazza zoccola della scuola, che non a caso è anche la figlia rebel rebel del reverendo.
Se il film si pone quindi l’obiettivo di raccontare la sana ribellione contro uno stupido divieto musicale, in realtà il bigottismo viene in parte giustificato, visto che uno dei due ragazzi morti nell’incidente stradale era il figlio dello stesso reverendo che a causa della sua perdita ha iniziato la lotta contro le streghe danzerecce. Nella parte del reverendo stile Settimo Cielo troviamo un grande e come sempre inquietante John Lithgow, qui in un ruolo più spaventoso persino del Trinity di Dexter! E in un ruolo (per fortuna) minore c’è pure una giovane ma già inguardabile Sarah Cessica Parker, futura Carrie naso di Satana in Sex and the City.
Ma questo è un horror, altroché film sulla danza!
Cosa è dovuto allora il successo di un film che affronta una tematica sulla carta forte e sempre interessante, come la lotta tra generazioni e contro i pregiudizi, ma che alla fine annacqua tutte le buone intenzioni in un cattivo buonismo?
Credo che il motivo principale sia il pezzo che dà il titolo al film: uno dei più paraculi e allo stesso tempo irresistibili motivetti mai composti da mente umana, una canzone dalla forza quasi satanica e in cui quindi il reverendo forse non fa poi così male a vederci dentro il Male assoluto…
(voto 5/6)

sabato 21 maggio 2011

Lady Gaga was Born in the USgAy

Yes, è la copertina più tamarra che abbiate mai visto!
È arrivato il nuovo spasmodicamente atteso (magari non da tutti) album di Lady Gaga e dopo aver sentito i primi singoli ispirati a Madonna, Cher e alla stessa Lady Gaga, le premesse sembravano quelle giuste per:
a) Realizzare il più grande omaggio agli anni ‘80 di sempre.
b) Realizzare il disco gay più gay di sempre.

Qual è il risultato finale?
Born This Way è il più grande disco gay 80s di sempre, roba da far arrossire dalla vergogna persino Village People, Scissor Sisters e Boy George.
Non vi piace il genere disco gay anni Ottanta? Allora è un album semplicemente così così.
Comunque, cazzate a parte (anche se senza cazzate questo blog sarebbe destinato alla chiusura), parte ora l’analisi cannibale pezzo-per-pezzo di uno dei lavori che, vi piaccia o meno, segneranno l’annata.

Lady Gaga “Born this way”
Genere: electro pop
Provenienza: New York City, USA
Se ti piace ascolta anche: Madonna, Daft Punk, Scissor Sisters, Mika, Crystal Castles

L’iniziale “Marry the night” mette subito le cose in chiaro: Lady Gaga, per chi ancora avesse dubbi, è eccessiva, kitsch, spudoratamente spudorata. E questo è un inno alla notte grandioso. Forse pure troppo. Comunque gloriosamente e fieramente anni Ottanta.
(voto 7+)

Il singolo che dà anche il titolo all’album "Born this way" lo conosciamo ormai bene tutti. Sì, anche voi che fate tanto gli anti-Gaga e poi quando ve lo beccate sull’autoradio se siete in compagnia fate gli snob e cambiate stazione dicendo “Puah Gaga!”, ma se invece vi trovate da soli vi mettete a cantarla e a ballarla nel modo più scomposto e liberatorio possibile. Perché alla fine questo è: un inno alla libertà e ad essere se stessi. Sì, Madonna l’aveva già fatto tempo addietro con “Express Yourself”, ma qui il pezzo è stato ricalcato in una maniera molto personale e attuale, seppure sempre con un piacevole retrogusto 80s che rimane in bocca. A differenza di molta della pop music usa e getta in giro oggi, un pezzo che cresce con gli ascolti. È questa la differenza tra la Gaga e gli artisti cacca.
(voto 8)


Government hooker”: la puttana del Governo. C’è chi ha ipotizzato un possibile collagamento tra questo pezzo e i bunga bunga party di Berlusconi, visto che la Germanotta canta “Mi papito”. Si riferirà proprio a lui?
Ma chissenefrega, l’unica cosa interessante al momento è che è un pezzo electro pretty amazing e pretty devastante! Un pezzo tra Gwen Stefani e gli Aqua (!): geniale, insomma.
(voto 8,5)


Judas” è l’altro pezzo ormai ben noto. Una figatonza electro da panico paura. Qui il modello di riferimento cui si è ispirata è… se stessa, in particolare la canzone suona come un update di “Bad Romance”. Riuscito particolarmente bene. E se piazzate il volume del subwoofer bello alto potreste riuscire a far venire giù le finestre di casa, o almeno rischiare di essere giudicati “persona non grata” all’interno del vostro condominio.
(voto 8,5)


Americano” è una tarantella (?!) dance. Un delirio latino con un ritmo da disco italiana anni ’90, sì: alla Gigi D’Agostino. Una nuova “Alejandro” poco riuscita che quest’estate suonerà anche alla grande però per adesso bah…
(voto 6-)

Hair” parte lenta, ma poi sale sale e non fa male. Un’autentica celebrazione degli anni ’80 più kitsch (con tanto di presenza di sax!!) e dei capelli: praticamente “vivo sempre insieme ai miei capelli” di Niccolò Fabi solo remixata dai Chemical Brothers e resa quindi una danza memorabile.
(voto 8,5)


Scheiße” va di tedesco, in un mantra di quelli che era dai tempi di “Eins zwei polizei” che non ne sentivamo. Un pezzo techno-trance da night club di Berlino, di quelli in cui in un angolo puoi incontrare una prostituta, in un altro un trans, in un altro uno spacciatore, in un altro uno che vuole accoltellarti. Pericoloso, ma anche uno sballo totale.
(voto 8+)

Bloody Mary” è una ballata electro alcolica al rallentatore. Alcuni dettagli di produzione rendono il tutto altamente figoso e le tastierine fanno molto Europe.
(voto 7,5)

Con una copertina trash del genere poteva mancare la tamarrata vagamente rockettara? Certo che no e allora la partenza di “Bad Kids” ci presenta una chitarrona pesante, salvo poi virare subito verso territori dance più Gaga consueti, in un numero alla Daft Punk con ritornello accattivante e quasi malinconico. Cannibal Kid dà quindi l'ok ai bad kids!
(voto 7,5)

Highway Unicorn (Road 2 Love)” piacerebbe a Mika per il ritornello epico, quanto ancora ai Daft Punk per il ritmo di stampo electro. Pasticciata, esagerata, insomma: Gaga-figata.
(voto 7/8)

Heavy Metal Lover” nonostante il titolo non è per nulla heavy metal ma piuttosto heavy electro. Sull'album di qualche altro cantante sarebbe la luce assoluta, qui dentro questo ben di Dio non brilla particolarmente.
(voto 6,5)

Una chitarra tamarra alla "I was made for loving you" dei Kiss fa capolino all’inizio di “Electric chapel”, ma anche qui lo spazio è regalato presto a una roba electro ad alto tasso di unz-unz. Il pezzo però non lascia un grosso segno.
(voto 6)

You & I”: spazio per la ballata. Luci giù. Accendini su. Pezzo da finale di un concertone anni ’80. Esageratamente kitsch? Oh yes.
(voto 6+)

La vera chiusura è però per “The edge of glory”, il nuovo singolo (almeno negli Stati Uniti, in Europa dovrebbe essere "Hair"), che qualcuno ha già accusato di assomigliare a un pezzo di Cher. Le similitudini in effetti ci sono, ma tanto quel pezzo non se l’era filato nessuno e poi la voce di Cher non se pò sentì! Un pezzaccio anni ’80 mica male, comunque, mezza ballata e mezza tamarrata. La possiamo definire tamarro-ballad?
(voto 8)


Finita qui? Ma no, ci sono pure le bonus tracks:
Black Jesus - Amen Fashion
Jesus is the new black! E i Daft Punk sono i new Beatles come riferimento per la pop music di oggi.
(voto 7+)
Fashion of his love
Pezzo madonniano, anzi madonnaro. Valido, valido.
(voto 7)
The Queen
Tamarrata riempitiva con tanto di assolo di chitarra nel finale. Non particolarmente necessaria.
(voto 6)

Giudizio finale, ma non definitivo visto che l’album è appena nato e può quindi crescere con gli ascolti successivi: Lady Gaga non ha realizzato il più grande disco in assoluto del decennio come da lei enfaticamente promesso alla vigilia, ha messo dentro un po’ troppa carne al fuoco e non tutto è cotto a puntino. La seconda parte del lavoro in particolare è un po’ più pesante e affaticata rispetto all’ottima serie di pezzi killer posta in apertura, però la Stefani Joanne Angelina Germanotta ha fatto comunque un album di pop-electro ben al di sopra della media di quanto il resto della scena mainstream di oggi offra e con una produzione da panic! at the disco. Ci sono 4/5 canzoni spettacolari che rischiano seriamente di raggiungere (forse superare?) i vertici di “Poker Face”, “Telephone” e “Bad romance”, anche se tra i pezzi lenti manca una “Paparazzi”.
Per una volta non facciamo comunque gli incontentabili rompicoglioni, vediamo il bicchiere mezzo pieno, anche perché è quasi straboccante, e suoniamo questo cazzo di disco all summer long.
(voto 8)

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