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martedì 13 ottobre 2015

Black Depp - L'ultimo gang-star





Black Mass - L'ultimo gangster
(USA 2015)
Titolo originale: Black Mass
Regia: Scott Cooper
Sceneggiatura: Mark Mallouk, Jez Butterworth
Tratto dal libro: Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob di Dick Lehr e Gerard O'Neill
Cast: Johnny Depp, Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Dakota Johnson, Jesse Plemons, Peter Sarsgaard, Corey Stoll, Rory Cochrane, David Harbour, Adam Scott, Julianne Nicholson, Juno Temple, W. Earl Brown, Luke Ryan
Genere: gangsta
Se ti piace guarda anche: The Iceman, Mystic River, Nemico pubblico, Chi è senza colpa

C'è una cosa che tutti sanno: i brutti sognano di essere belli.
C'è però anche un'altra cosa che non tutti conoscono: i belli sognano di essere brutti. Neanche troppo segretamente. Il caso più evidente è quello di Charlize Theron. Pur di dimostrare di essere un'attrice valida e non solo un bel pezzo di manza, si è letteralmente trasformata in un monster.
Tra gli altri che si sono sempre divertiti a imbruttirsi c'è Johnny Depp. Una buona parte della sua carriera l'ha giocata sul trasformismo e sul fare il freak, meglio se per Tim Burton, però negli ultimi tempi si è davvero superato. Se in Mortdecai si è mortificato con dei baffetti che lo hanno reso inchiavabile anche agli occhi delle più accanite tra le sue fan, con Black Mass - L'ultimo gangster ha cercato di fare ancora di meglio. O meglio, diciamo di peggio. In Black Mass è un pelatone con degli occhi chiari inquietanti. Il risultato è un incrocio tra Pippo Baudo per la (non) capigliatura e il suo Cappellaio Matto di Alice in Wonderland per lo sguardo da pazzo.
Bello, vero?

"Non avrò molti capelli, però in compenso posso puntare su un gran bel sorriso!"

lunedì 5 maggio 2014

THE FOLLOWING, LA SERIE COMEDY PIÙ SPASSOSA IN CIRCOLAZIONE




The Following
(stagione 2)

Io adoro The Following. Non ci posso fare niente. Un sacco di gente la considera una serie pessima, unammerda, ma secondo me sbagliano il modo di vederla. Gente, non guardate The Following come un thriller serio. Guardatelo come una serie comedy. Mentre lo vedo, io sento persino il suono delle risate registrate in sottofondo ad accompagnare le scene più divertenti, e sento gli applausi e le grida quando entra in scena un personaggio a sorpresa. Come Emma (Valorie Curry), la groupie numero 1 del social serial killer Joe Carroll. Una che, anziché seguire i One Direction o i 5 Seconds of Summer come le sue coetanee, si diverte ad ammazzare le persone per far contenta il suo beniamino. Nonché una che, dopo i drammatici eventi della prima stagione, è ricercata dalla polizia di tutto il mondo più di quanto capitato nelle scorse settimane a Dell’Utri e, per passare inosservata, ha scelto questo look poco appariscente.
Vai Emma, così non ti nota nessuno!


ATTENZIONE SPOILER
Sul fatto che Emma tornasse in scena non avevamo molti dubbi. Chi invece forse non ci aspettavamo di rivedere era un altro: Joe Carroll (James Purefoy).

"Io non sono cattivo, è che mi disegnano così."

Ma non era morto, Joe Carroll?
Ah, beata innocenza. Secondo voi lo facevano davvero morire? Siamo mica in Game of Thrones. Qui col cavolo che la morte è reale.
E la bella del paese Claire (Natalie Zea), morta anche lei tragicamente al termine della prima stagione?
Ah, beata innocenza – Volume 2. Pure lei è più viva e figa che mai.


E a proposito di figa – che una serie trash senza figa se no chi la vede? – in questa seconda stagione c’è anche Jessica Stroup, in arrivo da 90210, la versione trash del mitico Beverly Hills degli anni ’90, nei panni della nipotina di Ryan Hardy (Kevin Crispy McBacon).


Non è finita qui, perché quel genio sadico di Kevin Williamson, già creatore di Dawson’s Creek e Scream e ora al timone di The Following, per questa seconda stagione c’ha regalato tanti nuovi personaggi, più malati di mente che mai, come la MILF Connie Nielsen e i suoi figli, due gemelli psicopatici che sembrano usciti da Dexter e infatti a interpretarli c’è Sam Underwood, il volto da pazzo rivelazione dell’ultima teribbile stagione proprio di Dexter.


La MILF e gli Psycho Twins fanno parte della nouvelle vague di seguaci di Joe Carroll, uno che ormai su Twitter ha più seguaci di Katy Perry, Lady Gaga e Barack Obama messi insieme, i suoi post sono più ritwittati di quelli di Beppe Grillo, e i suoi Selfie su Facebook ottengono più like delle foto dei gattini.


Non pago di avere così tanti followers, in questa seconda stagione il nostro cattivissimo Joe Carroll entra persino nel magico mondo delle sette religiose. È qui che il trash di The Following raggiunge nuove sublimi vette, grazie a un ridicolo cattivone interpretato da Jake Weber (attore visto nelle serie Medium e American Gothic), uno che sembra la parodia di un santone parodiato in una parodia di South Park. Come si fa a non amare una serie del genere, come si fa?


Il colpo di scena più grande non è rappresentato però dalla risurrezione di un qualche personaggio a caso. Il colpo di scena più inaspettato è stato l’episodio finale. Tanto la prima stagione si era chiusa in maniera pessima e inverosimile, quanto il season finale della seconda si è rivelato del tutto a sorpresa sensato e logico, una perfetta conclusione per i due protagonisti Ryan Hardy e Joe Carroll, che è stato un piacere vedere per una volta insieme, a lottare dalla stessa parte della barricata per amore di Claire. Dopo un’intera stagione all’insegna del trash e dell’assurdo, chi si attendeva una fine del genere?
La fine, per ora. Perché The Following tornerà il prossimo anno con una terza stagione che ci regalarà un’altra sana dose di risate, più che di brividi thriller. Ma va bene così. Non sarà una serie di qualità, non sarà una serie bella nel senso classico del termine, però è un guilty pleasure irresistibile, a tratti ridicolo, in ogni caso spassoso. E chissà chi ritornerà in vita la prossima stagione?
Io punto tutto su Emma.
(voto alla seconda stagione 6+/10)

SCOOP DI PENSIERI CANNIBALI
Ecco la prima immagine dalla terza stagione di The Following

domenica 22 settembre 2013

R.I.P.D. – UN FILM DALL’ALDILA’




R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà
(USA 2013)
Titolo originale: R.I.P.D.
Regia: Robert Schwentke
Sceneggiatura: Phil Hay, Matt Manfredi
Ispirato alla graphic novel: Rest in Peace Department di Peter M. Lenkov
Cast: Ryan Reynolds, Jeff Bridges, Kevin Bacon, Mary-Louise Parker, Stephanie Szostak, James Hong, Marisa Miller, Robert Knepper, Mike O’Malley, Piper Mackenzie Harris
Genere: allegri ragazzi morti
Se ti piace guarda anche: Ghostbusters, Sospesi nel tempo, Ghost, Men in Black
e per altri consigli cinematografici scaricate gratuitamente Muze, la app che vi suggerisce i film che vi potrebbero piacere!

"Bello il tuo costume da Carnevale, Jeff."
"Stavo per dirti la stessa cosa, bamboccio!"

Ci sono dei film che nascono morti. Non hanno nemmeno bisogno che qualcuno gli spari. Vengono al mondo già spacciati. È il caso di R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà, film che sembra venuto dall’aldilà. L’idea di partenza pare infatti uno scarto uscito da qualche cassetto polveroso di qualche compagnia di produzione hollywoodiana fallita. Un residuato bellico dagli anni ‘80/’90 lasciato non a decantare, solo a marcire in attesa che qualcuno, sciagurato, lo ritirasse fuori.
Lo spunto ormai superatissimo ci presenta un poliziotto (Ryan Reynolds) ucciso in servizio. Nell’aldilà, viene assegnato al R.I.P.D. (Rest In Peace Department), la sezione poliziesca dei morti che si occupa di scovare ed eliminare per sempre gli spiriti criminali che sono rimasti sulla terra sotto sembianze umane. Come collega gli viene assegnato Jeff Bridges, un burbero sceriffo vissuto (e morto) ai tempi del vecchio West e che quindi avrà un comportamento d’altri tempi.
Gli spiriti di Ryan Reynolds e Jeff Bridges sono però rispediti nel mondo dei vivi non con il loro aspetto d’un tempo, bensì sotto mentite spoglie, in modo che nessuno possa riconoscerli. E così, con una trovata che vorrebbe essere la trovatona spassosa del film, Ryan Reynolds assume le sembianze di un innocuo vecchietto cinese, mentre Jeff Bridges per il mondo dei viventi è un’agente di polizia con l’aspetto mostruosamente sexy di Marisa Miller, super biondazza super bonazza super modella attrice super cagna.


Una topona del genere che si comporta come un vecchio sceriffo del West avrebbe potuto generare delle situazioni parecchio spassose e invece… Invece niente. Il film non fa ridere. Il suo problema principale è questo. Avessero speso qualche soldino in più per dei battutisti migliori, invece di sprecarli per degli effetti speciali da schifo, sarebbe potuta uscire una pellicola di buon intrattenimento. Così invece non va oltre la soglia minima del guardabile. Cosa che è già qualcosa.

"Ancora vestito così? Guarda che la moda western è passata di moda ai tempi del... vecchio West!"

La storia raccontata da R.I.P.D. come accennato è di quelle old-style, va a riportare in vita film come Ghostbusters o anche Sospesi nel tempo di Peter Jackson, con qualche riferimento più che esplicito pure a Ghost, si veda il rapporto di Ryan Reynolds con la moglie e il fatto che sia stato ucciso dal suo collega e migliore amico. Quest’ultimo non è uno spoiler, si scopre subito, in R.I.P.D. almeno. In Ghost no. Ma se non avete ancora visto Ghost che è del 1990 non è colpa mia e per i film vecchi più di 20 anni l’allarme spoiler non esiste più, ok?
R.I.P.D. è una commedia action paranormale che finisce dalle parti di Men in Black e un pochino pure da quelle di Wild Wild West. Stupisce allora, e sono le uniche due cose a stupire di un film per il resto prevedibilissimo, di non trovare come protagonista Will Smith, bensì un ugualmente inespressivo Ryan Reynolds, e con le chiappe sulla sedia di regista non Barry Sonnenfeld, bensì tale Robert Schwentke. Se avete sentito del bagnato addosso, sono io che ho sputacchiato pronunciando il suo cognome. Schwentke ke è il regista del primo Red e che qui esagera parecchio con zoom, riprese concitate e finisce per sembrare un Michael Bay ancor più fatto di ecstasy.

Jeff Bridges: "Sono troppo vecchio per queste stronzate."
Ryan Reynolds: "Pure io."

Nonostante le riprese diano il mal di mare nei momenti più action, nonostante il tono più videogammaro e fumettoso – il film non a caso è tratto da una graphic novel – che cinematografico, il resto della pellicola procede scorrevole. R.I.P.D. è stato massacrato dalla critica americana e largamente ignorato dal grande pubblico mondiale ed entrambi i fatti non stupiscono. Troppo fuori tempo massimo, troppo già visto, troppo prevedibile. L’idea del R.I.P.D., il distretto di polizia dell’aldilà, sarebbe stata magari carina una trentina d’anni fa. Dopo, molto tempo dopo i Ghostbusters e altri film giocati sul tema dei fantasmi, appare superata più di tutte quelle serie crime che usano delle sigle nel titolo, come N.C.I.S. o C.S.I..
C.S.I. quest’anno è arrivato alla 14esima stagione, ma ci pensate? Quando era iniziato, le serie tv bisognava ancora seguirle secondo i voleri di Italia 1, perché Internet c’era già, ma c’era l’Internet a 56kbit che ti permetteva di downloadare una canzone dei Limp Bizkit da Napster nel tempo che adesso ci va per scaricare un film in HD. Che ci volete fare, in quegli strani tempi i Limp Bizkit erano cool.
R.I.P.D. oggi appare come un film più sorpassato di C.S.I. e dei Limp Bizkit e proprio per questo non infastidisce nemmeno troppo. Perché se non altro non ha la pretesa di voler essere qualcosa di nuovo. Si lascia guardare con un certo gusto retrò e non offre manco così tanti momenti trash o ridicoli. C’è qualche scena un sacco kitsch, come le trasformazioni degli spiriti o Mary-Louise Parker che morde il pizzetto di Jeff Bridges (era proprio necessario?), ma c’è anche un Kevin Bacon che come cattivone stereotipatissimo si trova nel suo elemento naturale e una storiella che, benché si sappia già fin dal primo momento come andrà a finire, si fa seguire senza annoiare. Senza annoiare troppo, almeno.
Da un film giunto dall’aldilà come questo, mi aspettavo di ben peggio. Avrei scommesso sarebbe stato uno dei peggiori dell’anno e invece non è poi così terribile. Non so se esserne più soddisfatto o più deluso.
(voto 5+/10)



sabato 26 gennaio 2013

THE FOLLOWING, ANCHE I SERIAL KILLER HANNO LE GROUPIE

The Following
(stagione 1, episodio pilota)
Rete americana: Fox
Rete italiana: dal 4 febbraio su Premium Crime e Sky Uno
Creata da: Kevin Williamson
Cast: Kevin Bacon, James Purefoy, Natalie Zea, Shawn Ashmore, Nico Tortorella, Annie Parisse, Kyle Catlett, Maggie Grace
Genere: serial thrilla
Se ti piace guarda anche: Il silenzio degli innocenti, Seven, Criminal Minds

Non ci sono solo i film d’autore. Ci sono anche le serie d’autore e The Following è una di queste.
Perché? Chi è che la firma?
Kevin Williamson.
Kevin Williamson in ambito televisivo è noto soprattutto per le sue amate (anche da me, naturalmente) bimbominkiate teen Dawson’s Creek, The Vampire Diaries e The Secret Circle. Chi è cresciuto negli anni ’90 ricorda però bene di come il genere thriller horror non gli sia materia affatto estranea, poiché la firma sulle sceneggiature di So cosa hai fatto e dei primi 2 (e pure del recente quarto) Scream è la sua. La sua specialità è quella di prendere le regole tradizionali del genere e stravolgerle, ironizzandoci su. Con questa sua nuova creatura televisiva Kevin Williamson cerca di dare prova di maturità, abbandonando al loro destino gli amichetti teen che finora tanta fortuna gli avevano portando e facendosi molto serio. Se vogliamo trovare un difetto a questo altrimenti impeccabile pilot di The Following è proprio la mancanza di umorismo, che si intravede appena giusto in un paio di momenti. Un tratto distintivo dello stile di Williamson qui poco presente. Probabilmente una scelta voluta per rendere il tutto più teso possibile.

La trama di The Following, appena partita negli USA e in arrivo dal 4 febbraio pure in Italia, segue la più classica tradizione del thriller sui serial killer. Kevin Bacon, ben calato nella parte, più vicina a Mystic River che a Footloose, è un detective ormai non più operativo. Sarà però richiamato al suo dovere quando il pazzo serial killer che aveva catturato qualche anno prima è fuggito di prigione. Un classico, ve l’ho detto. Così come è da tradizione il serial killer cattivone, Joe Carroll (James Purefoy): un professore di letteratura affascinante, colto e… psicopatico, of course, e che inoltre ha una fissazione maniacale per le opere di Edgar Allan Poe. Un vero personaggio, che in prigione ha un seguito di groupie maggiore di quello che attende Fabrizio Corona.
Niente che non si sia mai visto prima, ma ciò che colpisce è la grande cura nella costruzione non solo nei personaggi principali (quelli secondari sono invece ancora tutti da verificare con i prossimi episodi), ma anche nelle atmosfere, molto da thriller anni ’90, e nei dettagli.

La serie si apre sulle note inquiete di Sweet Dreams versione Marilyn Manson. Non una scelta proprio originale, si tratta infatti di un pezzo già usato parecchio in passato, ma io voglio vederlo come un omaggio di Kevin Williamson a se stesso. In un episodio dalle tinte vagamente horror di Dawson’s Creek era la canzone che risuonava mentre Jen (Michelle Williams), in versione speaker radiofonica, veniva minacciata da uno stalker o qualcosa del genere. Inoltre, subito dopo viene utilizzato il vecchio pezzo dallo stesso titolo “Sweet Dreams” di Patsy Cline, pure questo un brano molto utilizzato, ad esempio in Buffy e Lost, giusto per nominare due serie poco conosciute. Dalla cura in cui sono collegati i pezzi della colonna sonora, si nota subito che il prodotto è ben studiato e niente sembra lasciato al caso.
"Avevo finito i fogli e mi sono scritta sul corpo. E allora?"
E questa è l’analisi soltanto del primo minuto della nuova serie. Forse è meglio se da adesso in poi faccio un’analisi meno specifica, altrimenti viene un post che ci vogliono 3 ore per leggerlo e parla di un pilot della durata di appena 40 minuti. Sto ancora perdendo tempo, il vostro prezioso tempo.
“Cannibal, ti dai una mossa, che c’abbiamo l’acqua sul fuoco e dobbiamo andare a magnà?”
Va bene.

Facciamola breve, o almeno proviamoci: The Following è una serie che i groupie e le groupie dei thriller e dei crime non si possono, non si devono perdere, ma anche i fan più occasionali del genere si possono godere un prodotto davvero ben fatto, perfettamente orchestrato. Se vogliamo proprio fare i pignoli, rispetto a Scream e al Williamson del passato come detto manca il senso dell’umorismo, mentre non manca il gusto di citare e giocare con i generi e con i suoi cliché.

"Oh, ma scrivere sulla carta non va davvero più di moda?"
ATTENZIONE SPOILER
Come in Scream, anche in The Following Kevin Williamson si diverte a prendere i cliché e a ribaltarli: ad esempio pure qui fa fuori la bella dolce fanciulla che pensavamo fosse destinata a essere la protagonista femminile della vicenda. Là era Drew Barrymore, durata appena una manciata di minuti, qua è Maggie Grace di Lost, cui dobbiamo fare ciao ciao prima della fine della puntata pilota.
FINE SPOILER

Se non ci troviamo di fronte quindi a un qualcosa di totalmente nuovo, Kevin Williamson sa però usare al meglio tutti gli elementi del crime e delle storie di serial killer tradizionali, per proporci una serie dagli sviluppi potenzialmente infiniti. Tutto funziona ottimamente, però voglio limitare l’entusiasmo iniziale in attesa di vedere i prossimi episodi. Non vorrei infatti che le ottime premesse fin qui mostrate si smontassero e il serial da visione killer si trasformasse nel solito crime con puntate autoconclusive come già troppi ne circolano in giro. Staremo a vedere.
Certo è che la parte finale dell’episodio pilota, che non sto a svelarvi, presenta un crescendo pauroso, di quelli che ti portano a voler vedere assolutamente cosa capita nella puntata successiva. Così si cattura lo spettatore. Così si fanno le serie. Così si costruisce un notevole seguito di groupie. Bravo Kevin Williamson, vecchio volpone.
(voto 7+/10)


lunedì 9 aprile 2012

Di bugie vere e di false verità

Eravamo sulla mia Giulietta decapottabile quando lei mi sussurrò in un orecchio.
“Dimmi qualcosa di False verità. Ti preeego, sono curiosa…”
E io le raccontai di come fosse un film d’altri tempi, sia per ambientazione temporale, che per atmosfere e per ritmi. Ripetei anche più volte la parola “Affascinante,” sì, adesso lo ricordo bene. Era proprio quella la parola che dicevo più spesso per cercare di portarmi a letto una fanciulla. Non sempre funzionava, ma con quelle più facilmente impressionabili era un trucchetto che dava i suoi gustosi frutti.
“A-affascinante?” chiedeva lei a-affascinata. E sapevo già di averla in pugno.
“Sì, è una di quelle pellicole che non è che ti raccontino qualcosa di nuovo o di mai visto o di mai sentito prima. È piuttosto uno di quei film che ti sembra di aver già visto parecchie volte, eppure in qualche strano perverso modo riesce a rapirti e a portarti nel suo mondo.”
A-ammaliata, la ragazza non ne aveva ancora abbastanza. Bramava di conoscenza come io bramavo di sfilarle le mutandine. “E chi sono i protagonisti?” chiedeva.

“C’è Kevin Bacon, quello che ballava come un indemoniato in Footloose e che negli ultimi anni fa sempre la parte del cattivone. Non sempre è convincente, ma qui se la cava bene. Ha la parte di una star della tv americana anni ‘50, una specie di Mike Bongiorno o Corrado d’Oltreoceano, che conduce in coppia fissa con il fido partner Colin Firth, sì il premio Oscar de Il discorso del re. Quella vaccata de Il discorso del re, parere puramente personale. Fatto sta che i due rappresentano una specie di coppia alla Ric & Gian, alla Raimondo & Sandra, alla Gigi & Andrea, alla Cannibal Kid & Mr. James Ford, con Kevin Bacon che è quello spericolato e spregiudicato, mentre Colin Firth è l’anima quieta della coppia. O almeno così sembra, perché questa è una storia noir e quindi le apparenze sono ingannevoli e le verità, lo dice il titolo stesso, possono rivelarsi bugie.”
“Noir?” mi interruppe lei. “Quindi mi devo aspettare anche dei brividi?”
Sapevo di aver colto nel segno e di averla ormai decisamente impressionata.
“Beh, non c’è da rimanere terrorizzati, visto che i ritmi sono molto blandi, però qualche brividino sulla tua bella pelle color pesca può arrivare. I due conduttori-star televisivi infatti nascondono un inquietante scheletro nell’armadio: prima di uno show-telethon una ragazza è morta all’interno della loro suite. A una ventina d’anni di distanza, una giornalista interpretata da Alison Lohman (la biondina di Big Fish e Delirious) indaga sul misterioso cold case per un libro che sta scrivendo, scoprendo che dietro ci sono questioni sessuali e personali che coinvolgono direttamente i due insospettabili mattatori televisivi…”

“Non mi hai ancora convinta del tutto a vederlo,” disse lei sorridendo. Pur sapendo che la sua era una falsa verità, aggiunsi: “C’è anche uno splendido tema musicale, uno di quelli in grado di risuonarti a lungo nelle orecchie, c’è spazio per una citazione di Alice nel paese delle meraviglie, con una rappresentazione teatrale sulle note di White Rabbit, più una scena lesbo-erotico-lynchiana con Alison Lohman insieme ad Alice stessa! E so che tu adori Alice…”
“Chi non adora Alice nel paese delle meraviglie?” e sapevo che ormai l’avevo convinta. A guardare il film, e forse pure a sfilarle le mutandine. La Giulietta intanto procedeva veloce verso la mia villa tra le colline. Riguardo a ciò che successe dopo i ricordi precisi sono svaniti insieme al gusto dolce del vino e della sua ancor più dolce pelle color pesca. E poi chi può dire cosa è accaduto per davvero e cosa è stato solo una falsa verità?

False verità
(Canada, UK 2005)
Titolo originale: Where the Truth Lies
Regia: Atom Egoyan
Cast: Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman, Rachel Blanchard, Sonja Bennett
Genere: retrò
Se ti piace guarda anche: The Black Dahlia, L.A. Confidential, Strade perdute, Exotica
(voto 7+/10)


sabato 26 novembre 2011

Questo piccolo grande (ma pure pazzo e stupido) amore

Crazy, stupid, love
(USA 2011)
Regia: Glenn Ficarra, John Requa
Cast: Steve Carell, Ryan Gosling, Emma Stone, Julianne Moore, Analeigh Tipton, Jonah Bobo, Marisa Tomei, Liza Lapira, Kevin Bacon, Josh Groban, Julianna Guill, Beth Littleford
Genere: intrecciato
Se ti piace guarda anche: Magnolia, Love Actually, Le amiche della sposa

Crazy stupid love dice il titolo. Se il love glielo concediamo, visto che Love is all around e tutta la commedia gira intorno a quello, tanto crazy questo film (purtroppo) non è. Ma (per fortuna) non è nemmeno stupid.
Eh va beh, allora mettiamo titoli a caso.
Hey, un attimino… anche io lo faccio sempre, quindi siete perdonati, cari i miei due registi autori della pellicola.
"Davvero ho bisogno di cambiare look???"
Crazy stupid love ha quindi il pregio di non essere un’altra stupida commedia americana, visto che l’ispirazione sembra trovarla, sarà anche per via della rossa presenza di Julianne Moore, più che altro in Magnolia, un riferimento anche per quel vero splendore di comedy recente che è Le amiche della sposa. Se pensare che un melodrammone come Magnolia possa essere diventato un punto di riferimento per la nuova commedia a stelle e strisce fa un po’ strano, il risultato che ne è venuto fuori in questo caso è piuttosto di buon livello, sebbene siamo molto lontani dal capolavoro andersoniano.

L’intreccio dei personaggi è costruito in maniera interessante, con due storie che sembrano viaggiere in parallelo senza sfiorarsi mai. Fino a che, inevitabilmente finiranno per incrociarsi e sbattere quasi una contro l’altra.
Da una parte c’è la situazione ormai tipica da American Beauty in poi della crisi famigliare: Julianne Moore vuole divorziare dal marito Steve Carell e lui finisce per doversi reinventare. Lui che nella vita è stato con una sola donna, adesso deve ritornare sulla piazza e per farlo troverà l’inaspettato aiuto dell’uomo più figo del momento:
Ryan Gosling.

E poi non dite che su questo sito ci sono solo donnine ignude...
Ero molto curioso di vedere come se la sarebbe cavata il buon Ryan, uno dei miei attori preferiti fin da tempi insospettabili, alle prese per una volta con la commedia. Il suo volto da bravo ragazzo ma venato di un’ombra oscura e inquietante gli aveva infatti portato fino ad ora più che altro parti in ruoli parecchio ambigui. Se escludiamo gli esordi nella serie del Giovane Hercules (aaaaaaRGH!), è stato infatti l’ebreo antisemita in The Believer, l’insospettabile killer di All good things, il marito con qualche sclero di Blue Valentine, l’autista (quasi) autistico che quando gli attaccano i 5 minuti son cazzi di Drive e varie altre parti sempre in qualche modo da “spostato” (Lars e una ragazza tutta sua, Formula per un delitto, Stay…).
Anche questa volta il supercool Ryan interpreta un personaggio che ha il suo doppio lato, seppure entrambi i lati risultino molto più palestrati del solito: da una parte l’insensibile e superficialone playboy un po’ alla Christian Troy di Nip/Tuck che se ne fa una diversa ogni sera, dall’altra il sensibile e profondo cucciolone che cadrà innamorato come una pera cotta per Emma “easy girl” Stone, a formare una delle coppie cinematografiche più belle degli ultimi tempi.
I due tra l’altro sono protagonisti di un “Dirty Dancing moment”, che ormai e chissà perché sembra diventato immancabile in ogni buona commedia che si rispetti, visto che è il cult movie di Zooey Deschanel nella sitcom New Girl e gioca un ruolo importante anche nella gradevole commedia francese Il truffacuori.
Altra fissazione delle commedie, questa volta tutta all’insegna di Emma Stone, è la mania di citare La lettera scarlatta, cui il film Easy Girl (molto) vagamente si ispirava e che pure qui viene menzionato. Strane coincidenze che denotano pure come questa pellicola per quanto ben orchestrata non sia esattamente il massimo dell’originalità.

Oltre alla coppia d’oro Stone/Gosling, funziona un po’ meno il resto del cast: Julianne Moore e Marisa Tomei la sfangano con professionalità ma a me sembrano più a loro agio con il drama, Kevin Bacon è sprecato in un piccolo ruolo che poteva essere molto più bastardo, poi ci sono anche la giovane promettente Analeigh Tipton e il meno promettente Josh Groban, cantante tenore pop, una sorta di Bocelli americano e vedente, nei panni dell’insopportabile fidanzato di Emma Stone. Parte che, chissà perché, gli riesce assolutamente naturale. Quella del tipo insopportabile, non del boyfriend della Stone più sexy dai tempi di Sharon in Basic Instinct.
Il protagonista principale è invece uno Steve Carell più convincente del solito che però limita il suo apporto umoristico. Che poi il limite principale di questo Crazy, Stupid, Love è proprio quello di funzionare più su un versante riflessivo, ma poco dal punto di vista comico. Insomma, in questa comedy si ride un po’ pochino. Però la parte drama non è niente male.

Altri difetti? Ritmi lenti che portano a una durata un filo eccessiva e soprattutto un finale come al solito troppo, troppo happy per i miei gusti, con la consueta scenona del discorso pubblico finale di quelle che capitano solo nei film ammericani.
Cosa devo fare per evitare che le commedie finiscano necessariamente con un discorso pubblico?
Dite che l’unico modo è fare un discorso pubblico?
Ma allora questo è un circolo vizioso che non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine
(voto 6,5/10)
no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha una fine no non ha

domenica 30 ottobre 2011

Super ca**ola prematurata come se fosse antani


Super
(USA 2010)
Regia: James Gunn
Cast: Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker, Andre Royo, Sean Gunn, Linda Cardellini, Gregg Henry, Nathan Fillion
Genere: eroe senza poteri
Se ti piace guarda anche: Kick-Ass, Defendor, Paper Man, Superheroes, Slither, Red State

Il titolo è importante. Per tutte le cose.
Ad esempio i titoli dei miei post puntano ad essere i più stupidi possibili, così poi uno si legge il post e magari pensa: “Beh, mi aspettavo una roba del tutto idiota, e invece per quanto molto idiota è solo parzialmente idiota.”
O, altro esempio, c’è una nuova serie tv che si chiama Unforgettable ed è un po’ il solito crime, anzi è persino un filo superiore alla media del genere dei vari CSI e cloni vari, però non è certo Unforgettable come preannuncia il titolo.
Misfits, salvatemi voi!
Un film come Super addirittura va oltre. Sarò anche un credulone, sarò anche un ingenuo che ogni volta che sente parlare di una crisi di Governo spera sempre in cuor suo che il Governo cada per davvero e invece poi corcazzo, ma da una pellicola intitolata Super io ho delle aspettative. Piuttosto alte, anche.
Stupido me.

Inutile girarci intorno: nell’ultimo periodo sono uscite un sacco di pellicole (e anche serie tv), sulla gente più improbabile che all’improvviso diventa un supereroe. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, in fondo già il Peter Parker super nerd che diventa lo Spider-Man super figo è un’idea già degli anni ’60. Poi è arrivata la serie Heroes a rendere le vicende degli eroi sempre più umane, quindi negli ultimi tempi si sono aggiunti i mitici Misfits, che se sono diventati eroi loro, lo può davvero diventare chiunque…
(e occhio che stasera parte in UK la nuova attesissima terza stagione, oh yeah!)


Più di recente però si è sviluppato un altro filone ancora: quello dei tizi che si mettono a fare i supereroi senza avere nemmeno un mezzo super potere. Questo Super parte già quindi faccia a faccia con il confronto inevitabile con altre pellicole simili come l’interessante Defendor con Woody Harrelson e Kat Dennings, il più psicologico Paper Man con Jeff Daniels, Emma Stone e Ryan Reynolds e soprattutto con Kick-Ass.
Super e Kick-Ass partono esattamente dallo stesso identico presupposto: ma perché nessuno nella vita reale ha mai pensato di fare il supereroe?
Domanda in teoria interessante ma, con ormai tutti ‘sti cazzo di supereroi che girano dappertutto e ti sbucano fuori da ogniddove, è già alquanto super-ata.
Comunque nonostante Kick-Ass sia uscito prima, la lavorazione di questo Super sembra fosse iniziata tempo fa quindi il problema non è se abbia copiato o meno Kick-Ass. Il problema è come l’idea è stata sviluppata. Il problema, fondamentalmente, è che Kick-Ass è una figata, questo è una merdata.

Un altro problemuccio mica da poco è che è super-noioso. I classici film di supereroi tutti azione e avventura a me stracciano subito i maroni e per fortuna questo non è quel genere di film. Però non c’è nemmeno nient’altro. L’analisi psicologica dei personaggi rimane su un piano bidimensionale (o monodimensionale?) come nei peggio fumetti e l’unica interpretazione che si può dare per i loro comportamenti è: ma questi sono pazzi! Pazzi non divertenti. Pazzi da rinchiudere subito. Pazzi BRRRRUMMMM furiosi!

Dopo essere stato mollato dalla moglie Liv Tyler (che non si sa bene perché fosse sposata con lui, e la spiegazione data nei flashback non regge), il ben poco super protagonista interpretato da un per nulla super Rainn Wilson (già pessimo protagonista del comunque decente - per merito credo di Emma Stone - The Rocker - Il batterista nudo) decide di diventare un eroe. Questo grazie a un’illuminazione pseudo religiosa venutagli in sogno in una scena da WTF (What The Fuck). E così si mette su una inguardabile tutina rossa che al confronto Kick-Ass faceva la figura della top-model dei supereroi e se ne va in giro armato di una chiave inglese. Alcuni lo chiamano Crimson Bolt. Altri, come me, lo chiamano Pazzo.
Ma cosa va in giro a fare, questo Crimson Bolt? A servire e proteggere la popolazione indifesa? Nient’affatto. Come una sorta di Dexter sfigato e senza un minimo di logica o introspezione psicologica, se ne va in giro a fare il matto totale per far rispettare le sue leggi. Ad esempio a chi non rispetta una fila conficca la sua chiave inglese dritta in mezzo alla testa. Roba che detta così sembra ci sia da scompisciarsi dalle risate, ma in realtà il film rimane sempre in bilico tra un lato ironico/grottesco e un altro serioso.
Per farla breve: ridere, questo film non fa ridere. Ma non è nemmeno che faccia riflettere, commuovere o emozionare o altro. O almeno personalmente non mi ha suscitato grosse emozioni se non un filo di sgomento per il comportamento del protagonista.
Anche la presenza di Ellen Page, la piccola grande Juno, di solito interprete di film parecchio interessanti (The Tracey Fragments, Hard Candy, Whip It, un certo Inception) mi è sembrata una versione caricaturale del suo solito ruolo da indie girl stralunata, qui persino troppo stralunata. Questa è la prima volta che non mi piace un film con Ellen Page. E questo la dice molto lunga sulla qualità di questo Kick-Ass di serie Z con le sue idee talmente scadute da essere finite in malora.

Il regista del film è James Gunn, che aveva già diretto Slither, un film horror sci-fi che come questo ha il suo numero di estimatori ma che come questo non mi ha convinto davvero per nulla. Sarà la storia di Super sa molto di già visto (ma molto mooolto già visto), un’estetica che va bene il low-budget ma il buon gusto è qualcosa che non ha prezzo, un protagonista che mi ha convinto meno di zero, un Kevin Bacon per l’ennesima milionesima volta in versione cattivo ma qui del tutto sprecato, o semplicemente una follia per nulla simpatica che sconfina in una schizofrenia odiosa.
Poteva essere un film super. Invece è solo un super scult. Poteva essere un top. Invece è un flop. Poteva essere nichilista. Invece è annichilente. Poteva essere una pellicola da clap clap. Invece è una roba da gridare fuck fuck!
(voto 4/10)

giovedì 21 luglio 2011

Gli ometti speciali con l’X-Factor

X-Men - L’inizio
(USA 2011)
Titolo originale: X-Men: First Class
Regia: Matthew Vaughn
Cast: James McAvoy, Michael Fassbender, Kevin Bacon, Rose Byrne, January Jones, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult, Zoë Kravitz, Lucas Till, Edi Gathegi, Oliver Platt, James Remar, Ray Wise, Sasha Pieterse, Brendan Fehr, Michael Ironside, Hugh Jackman, Rebecca Romijn
Genere: supereroi contro la municipale
Se ti piace guarda anche: Watchmen, gli altri X-Men


Mi piacevano gli X-Men, da ragazzino. Che chiamandomi Cannibal Kid ragazzino lo sono ancora, però non così tanto, non come una volta. Allora leggevo i loro fumetti e seguivo i cartoni, così quando è arrivato finalmente il film live-action avevo aspettative piuttosto alte. E invece X-Men di Bryan Singer è stato una cocente delusione. Non un film terribile, solo uno mediocre e con un Hugh Jackman che ho trovato insopportabile nei panni di Wolverine. Quanto al secondo episodio, questo sì è stato davvero terribile e così mi sono risparmiato il terzo film della serie e puro lo spinoff tutto dedicato al mio tanto odiato Jackman/Wolverine. E ringrazio il cielo che il genio Darren Aronofsky abbia abbandonato il progetto di una nuova pellicola dedicata al personaggio…
A parte questi dettagli personali piuttosto irrilevanti, eccoci arrivati ad oggi, a X-Men - L’inizio. O meglio il nuovo inizio che inizia esattamente come il primo film di Singer, in un campo di concentramento. Stessa spiaggia (si fa per dire), stesso mare? Non proprio. Nella scena successiva sembra infatti soffiare un’aria nuova, sulla saga degli ometti speciali (come li definirebbe Marge Simpson) o con l’X-Factor (come li definirebbe Mara Maionchi), grazie a una scena notevole con un giovane Magneto che degenera alla grande e spacca tutto. Ci troviamo così finalmente di fronte alla prima trasposizione cinematografica decente degli X-Men? Andiamoci piano, perché il film non si rivelerà poi niente di così eclatante.

L’ambientazione anni Sessanta chiama in causa direttamente degli altri Men, quelli di Mad Men, e risulta una variante piacevole ai soliti comic movies odierni. Allo stesso tempo però non è sfruttata a dovere, né attraverso le musiche, né attraverso le atmosfere, e quindi a parte qualche sporadica scena e qualche riferimento politico, non è poi così cruciale. Il fascino dei Sixties insomma poteva regalare molto di più.
Il regista Matthew Vaughn (tra l’altro marito di Claudia Schiffer che mica fa schifo) dopo l’ottimo Kick-Ass qui si limita a svolgere il compitino, confezionando un blockbusterone efficace ma allo stesso tempo non troppo divertente, visto che soprattutto nella parte finale la pellicola eccede in logorrea, esagerando in combattimenti che fino a quel momento erano stati tenuti bene a bada.
La storia ci fa scoprire le origini di Professor X e Magneto, così come di diversi altri loro x-compari. Con mia somma gioia c’è invece solo un cameo per Wolverine, peraltro in una scenetta ridicola degna di uno spot di qualche compagnia telefonica nostrana che potevano anche risparmiarsi per gli extra del DVD o, meglio, risparmiarsela proprio e basta.

Ma veniamo all’abbondante capitolo attori, la parte sicuramente più riuscita e in grado di alzare il livello complessivo oltre la media di altre ammericanate del genere. James McAvoy sembra più a suo agio in film intimisti come Espiazione, però qui nei panni di un Professor X ancora in grado di camminare e con tutti i capelli in testa se la cava e riesce a far dimenticare quella porcata di Wanted al fianco dell’Angelina “credo di essere l’attrice migliore del mondo invece sono una scarpa” Jolie. Grandissimo poi Michael Fassbender, attore crucco ormai diventato una garanzia a livello mondiale e un nome sicuro su cui puntare i propri risparmi anche per i prossimi anni, e Kevin Bacon nei panni del cattivone finalmente torna convincente come non lo si vedeva da tempo.
Spettacolare la parte femminile del cast, che non punta solo sulla bellezza (peraltro di livello straordinario) delle interpreti, come invece capita spesso nelle altre produzionone supereroiche, e tira fuori un tris di regine da applausi: Rose Byrne non so quando finirò di esaltarla, credo mai, ma è una delle attrici più versatili in circolazione, in grado di svettare sia che si trovi nei panni di avvocato come nella serie Damages, alle prese con l’horror come in Insidious o con la commedia come In viaggio con una rock star. January Jones conferma come gli autori di questo X-Men abbiano guardato con grande apprezzamento Mad Men, conferma come in costumini anni Sessanta si trovi davvero a suo agio e conferma l’esistenza di Dio. La più giovine è invece Jennifer Lawrence, rivelazione di Un gelido inverno - Winter’s Bone e a sorpresa ottima anche qui in panni del tutto differenti; la sua storiella d’amore con Nicholas Hoult (l’idolo delle prime 2 stagioni di Skins) aggiunge poi un tocco romantico alla storia, seppure sia un elemento accantonato quando Hoult diventa… Bestia (letteralmente).

Ci troviamo allora di fronte alla prima versione cinematografica con l’X-Factor degli X-Men?
È un blockbusterone con un’anima che tenta senza troppo successo di instaurare anche un discorso politico, gli attori sono azzeccati e c’è del potenziale su cui lavorare, però per ora: “Per me è NO.”
(voto 6+)

lunedì 4 luglio 2011

Kevin McBacon

Dopo aver visto il trailer del remake di Footloose ho pensato: cazzo, ma non ho mai visto Footloose originale. E così, nonostante il trailer della nuova versione sia tutt’altro che eccezionale e nonostante il fatto che qualunque altra persona normale a un pensiero del genere sarebbe comunque andata tranquillamente avanti con la sua vita, ho deciso di riscoprirmi la pellicola mitica degli anni ’80. Scoprendo che non è poi così mitica. Ma sono sicuro che il remake riuscirà a fare di peggio…



Da notare le narici dilatate: poteva girare questo film non strafatto?
Footloose
(USA 1984)
Regia: Herbert Ross
Cast: Kevin Bacon, Lori Singer, John Lithgow, Dianne Wiest, Chris Penn, Sarah Jessica Parker
Genere: danzereccio
Se ti piace guarda anche: Dirty Dancing, Flashdance, Save the last dance, La febbre del sabato sera


Da dove è partito il filone dei film sul mondo della danza? Tutto ha origine, almeno credo, con la nascita del fenomeno della Disco music e con la pellicola, quella sì davvero mitica, La febbre del sabato sera con uno scatenato John Travolta. Poi è stata la volta degli anni Ottanta con il successo di Fame (il vero padrino di Amici di Maria de Filippi, grazie davvero tante!), Flashdance, Footloose e Dirty Dancing e dopo un periodo (per fortuna?) senza grossi film di questo genere, il ballo bello sballo è tornato a a conquistare i botteghini, questa volta declinato in salsa hip-hop con il carino Save the last dance, che ha però il grosso difetto di aver generato tutta una serie di “mostri” come Step Up, Stomp the yard, Honey (di cui è in arrivo il sequel e pure senza Jessica Alba!), etcetera etcetera.
Naturalmente Il cigno nero, per quanto sempre ambientato nel mondo della danza, lo considero tutta un’altra musica…

Si sono drogati tutti durante le riprese? Certo che sì!
Ma adesso concentriamoci su questo Footloose, una pellicola guardabile, girata con divertente stile very 80s, quanto allo stesso tempo a tratti inevitabilmente e involontariamente ridicola quando non addirittura trash.
La storia è quella di un ragazzo fico (almeno fino a che non perde ogni dignità ballando come un cretino) interpretato da Kevin Bacon che si trasferisce da Chicago in una piccola merdosissima cittadina nel cuore degli Stati Uniti, un posto dimenticato da Dio ma purtroppo non dimenticato dai fanatici di Dio; a seguito di un incidente d’auto in cui due ragazzi hanno perso la vita per colpa dell’accoppiata micidiale alcool + sesso, il reverendo locale ha deciso di bandire qualsiasi cosa possa incoraggiare i giovani a bere e fornicare, in primis musica e ballo. Insomma: niente radio e bandita persino Radio Maria!

A casa mia questo si chiama karate, non ballare...
Il povero Kevin McBacon si trova quindi catapultato così dallo sballo di una grande città a un luogo di timorati bacchettoni. Dite che gli va bene così? No, certo che non ci sta e così viene posseduto dallo spiritello porcello della danza e balla, balla come un tarantolato, in una scena cult del film che è davvero ridicola. Mai visto danzare uno in maniera così fuori di testa, nemmeno la tipa di Kynodontas! Balla che ti passa… sì, la dignità.


(anzi no, mi correggo: sabato sera alla notte bianca della mia città ho visto uno che ballava ancora più spiritato!)

Grazie alle sue doti da grande ballerino (?!?), Kevin Bacon alias Kenny Loggins riesce a conquistare la ragazza zoccola della scuola, che non a caso è anche la figlia rebel rebel del reverendo.
Se il film si pone quindi l’obiettivo di raccontare la sana ribellione contro uno stupido divieto musicale, in realtà il bigottismo viene in parte giustificato, visto che uno dei due ragazzi morti nell’incidente stradale era il figlio dello stesso reverendo che a causa della sua perdita ha iniziato la lotta contro le streghe danzerecce. Nella parte del reverendo stile Settimo Cielo troviamo un grande e come sempre inquietante John Lithgow, qui in un ruolo più spaventoso persino del Trinity di Dexter! E in un ruolo (per fortuna) minore c’è pure una giovane ma già inguardabile Sarah Cessica Parker, futura Carrie naso di Satana in Sex and the City.
Ma questo è un horror, altroché film sulla danza!
Cosa è dovuto allora il successo di un film che affronta una tematica sulla carta forte e sempre interessante, come la lotta tra generazioni e contro i pregiudizi, ma che alla fine annacqua tutte le buone intenzioni in un cattivo buonismo?
Credo che il motivo principale sia il pezzo che dà il titolo al film: uno dei più paraculi e allo stesso tempo irresistibili motivetti mai composti da mente umana, una canzone dalla forza quasi satanica e in cui quindi il reverendo forse non fa poi così male a vederci dentro il Male assoluto…
(voto 5/6)

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