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venerdì 3 giugno 2016

Codice 999, la recensione che dà i numeri





Codice 999
(USA 2015)
Titolo originale: Triple 9
Regia: John Hillcoat
Sceneggiatura: Matt Cook
Cast: Casey Affleck, Chiwetel Ejiofor, Anthony Mackie, Woody Harrelson, Aaron Paul, Clifton Collins Jr., Norman Reedus, Kate Winslet, Gal Gadot, Teresa Palmer, Michael Kenneth Williams
Genere: heist movie
Se ti piace guarda anche: The Town, Inside Man, Point Break, Killing Zoe, Training Day

Oggi per la recensione di Codice 999 do i numeri.
Più del solito, intendo.


0
I segni particolari di questa pellicola rispetto ad altre dello stesso genere. Quale genere?
L'heist movie, il cosiddetto film di rapine, quello in stile The Town o Killing Zoe, ben più riusciti di questo. Con l'aggiunta di echi da qualunque pellicola criminal/poliziesca in generale.

venerdì 11 aprile 2014

IL QUINTO SEDERE




Il quinto potere
(USA, Belgio 2013)
Titolo originale: The Fifth Estate
Regia: Bill Condon
Sceneggiatura: Josh Singer
Ispirato ai libri: Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo di Daniel Domscheit-Berg e Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato di Luke Harding e David Leigh
Cast: Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, Alicia Vikander, Moritz Bleibtreu, Peter Capaldi, David Thewlis, Laura Linney, Anthony Mackie, Stanley Tucci, Carice van Houten, Jenny Spark
Genere: cospirazionista
Se ti piace guarda anche: The Social Network, S.Y.N.A.P.S.E. – Pericolo in rete, The Net – Intrappolata nella rete

Il quinto potere è uno dei film che più avevo paura di guardare. Non avevo mai temuto tanto nessun horror e manco alcuna pellicola (pseudo)autoriale consigliata dal mio blogger nemico MrJamesFord. Il motivo è presto detto: Julian Assange è un mio eroe personale. C’è chi ha la maglietta del Che, c’è chi in auto ha il santino di Hitler (Lars von Trier ce l’ho con te uahahah), c’è chi prega Dio, io invece la notte prima di addormentarmi rivolgo una preghiera a Julian Assange. Un mito, un modello esistenziale, un esempio da seguire, un paladino della libertà di espressione nell’era di Internet. Nonostante sia una infinita rottura di palle da leggere, WikiLeaks può tranquillamente essere considerata una delle cose più belle mai successe alla rete, insieme a Napster, eMule, YouPorn e… Pensieri Cannibali. Modestamente, si intende.
Potete quindi immaginare il mio stato d’animo nell’approcciarmi a una pellicola come Il quinto potere, boiocottata dallo stesso Assange. È stato un po’ come quando Giulio Andreotti è andato a vedere Il divo, o quando Silvio Berlusconi ha visto Il caimano, anche se quest’ultima cosa non credo sia mai successa.

"Questo sito fa schifo, dovrebbero chiamare
il grafico di Pensieri Cannibali, Cherotto de L'OraBlù!"
Dico subito che Il quinto potere non mi ha schifato o fatto indignare come immaginavo. Non si tratta di un film di ottimo livello, non è per niente imparziale, il suo obiettivo di essere una pellicola anti-Assange piuttosto che pro-Assange a un certo punto diventa chiaro, però sinceramente mi aspettavo di peggio.
La prima parte in particolare non è troppo male. Merito del regista Bill Condon, anche noto agli scopamici come Bill Condom e ai nemici come Bill Condoglianze, quello che ha firmato gli episodi più agghiaccianti della già di suo poco esaltante sega di Twilight?
No. Bill Condon dirige con quello stile da docu-inchiesta finto giornalistica, un po’ alla Lucignolo di Italia 1 e un po’ alla thrillerino sempre di Italia 1 degli anni ’90. Non proprio una regia d’alta scuola autoriale, insomma. Il merito sta piuttosto nel fascino della figura di Julian Assange, portato sullo schermo da un Benedict Cumberbatch fisicamente somigliante, anche se non del tutto convincente nel ruolo. Sarà perché la produzione gli ha imposto di far sembrare il suo personaggio il più viscido e losco possibile?

La cosa migliore del film è lui. L’hacker dai capelli bianchi, il vagabondo che vaga di città in città seminando il panico tra i poteri forti, l’impavido blogger che fa quello che i giornalisti si sono dimenticati di fare: raccontare la verità. Non la verità filtrata dal politico, dal direttore di testata, dall’ufficio marketing di turno. La verità e basta. Il problema di fruibilità di un sito come WikiLeaks è che, se pubblica 90mila documenti riservati contemporaneamente, chi diavolo ha tempo di stare a leggerseli tutti? E, soprattutto, chi ha voglia di farlo?

Nonostante nessuno legga effettivamente WikiLeaks, tutti temono WikiLeaks, anche la DreamWorks e la Walt Disney che hanno prodotto questo film con l’intenzione di massacrare Assange. Ma perché lo odiano?
Alla DreamWorks non è andata giù che WikiLeaks ha svelato la vera provenienza di E.T.: non è un extra-terrestre, bensì un messicano clandestino.
Ecco in esclusiva il momento in cui E.T. ha superato illegalmente il confine americano.


Quanto alla Disney, non sopporta che il sito di Assange abbia svelato i segreti riguardanti alcuni suoi personaggi, nell’inchiesta passata alla Storia come DisneyLeaks.







Paradossalmente, il film prodotto dalla DreamWorks e distribuito dai Walt Disney Studios ha quindi il suo punto di forza principale nel personaggio che cerca, in maniera più o meno velata, di denigrare. Julian Assange è l’anima e core de Il quinto potere, nonostante il vero protagonista, nonché gli “occhi” attraverso i quali riviviamo la clamorosa epopea di WikiLeaks e dei danni – danni? a me sembrano solo benefici – provocati al mondo da questo sito sia un altro. Il vero protagonista del film è il personaggio interpretato da Daniel Brühl, ovvero Daniel Domscheit-Berg.
Chi ca**o è Daniel Domscheit-Berg?

"Julian Assange deve smetterla di scrivere sul suo blogghetto che non legge
nessuno che Daniel Bruhl è troppo bello per interpretare la mia parte.

Daniel Domscheit-Berg è stato a lungo il braccio destro di Julian Assange, un elemento fondamentale per la diffusione di WikiLeaks. Detto ciò, WikiLeaks è e resta sempre tutto frutto della mente di Assange, il quale più tardi volterà le spalle all’amico, con una mossa molto alla Mark Zuckerberg. Domscheit-Berg, incazzato, per sfogarsi ha poi scritto il libro “Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo” che è la fonte di ispirazione principale di questa pellicola insieme a un’altra pubblicazione piuttosto anti-Assange, “Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato”, scritto dai giornalisti del britannico Guardian Luke Harding e David Leigh.
Io mi chiedo: se volevano fare un film obiettivo, come hanno dichiarato autori e produttori de Il quinto potere, non potevano prendere ispirazione da un libro anti-Assange e da un libro pro-Assange?
No, perché a Hollywood evidentemente interessava di più mettere in moto quella “macchina del fango” di cui si parla all’interno dello stesso film e di cui la pellicola finisce per essere parte integrante.

Come detto, Assange è però talmente forte da imporsi per una buona parte del film su questi tentativi di screditare la sua figura. Assange allora ha sconfitto Hollywood?
Eh, insomma, non del tutto. La prima parte della visione, costruita sull’affiatata accoppiata Assange + Domscheit-Berg soli contro il mondo together forever ❤ riesce ad affascinare, o se non altro a conquistare l’attenzione. Solo che, via via che il tempo passa, i ritmi si dilatano, il minutaggio diventa eccessivo e due cose emergono chiare:

"Le rivelazioni su DisneyLeaks sono troppo scottanti persino per noi!
Non possiamo permettere che Pensieri Cannibali le pubblichi."
1) Bill Condon non è David Fincher. Vorrebbe esserlo, ma non lo è. Allo stesso tempo, il suo Il quinto potere vorrebbe essere il nuovo The Social Network e ok, dalla sua parte ha una buona colonna sonora electro, delle belle location europee e una sempre più splendida Alicia Vikander, ma non è lo è manco da lontano.

2) I tentativi di mostrare Julian Assange come uno stronzo manipolatore pazzo autistico egocentrico si fanno sempre più evidenti soprattutto nella seconda parte del film. Nonostante le intenzioni perfide degli autori, ciò non fa però che accrescere il fascino del personaggio. E cercare di paragonare la “menzogna” di Assange sul suo colore di capelli alle bugie del governo degli Stati Uniti sui crimini insabbiati nelle guerra in Iraq e Afghanistan non fa altro che contribuire a rendere ridicolo il punto di vista del film, non certo del creatore di WikiLeaks.

Per certi versi, questo Il quinto potere mi ha ricordato Saving Mr. Banks, un’altra produzione Disney/DreamWorks che in quel caso cercava di lodare la figura di Walt Disney, finendo per quanto mi riguarda per avere l’effetto opposto. Qui Julian Assange invece si cerca di screditarlo, ma l’obiettivo finale è ugualmente opposto. Da questa pellicola esce fuori un personaggio controverso e pieno di lati oscuri, nessuno dei quali riesce comunque a screditarlo o a diminuire anche solo di un briciolo l’importanza che ha avuto nella Storia recente. In attesa che magari su di lui venga realizzata una pellicola un minimo più impaziale, è per questo che io, a differenza di Assange, non mi sento di boicottare la visione de Il quinto potere. Se questo è il massimo che gli Stati Uniti e Hollywood sono riusciti a ideare per cercare di farlo passare come un terrorista cattivone, il loro obiettivo si può dire miseramente fallito.
(voto 5,5/10)

venerdì 13 settembre 2013

PAIN & BAY – MUSCOLI E DE ROCK




Pain & Gain – Muscoli e denaro
(USA 2013)
Titolo originale: Pain & Gain
Regia: Michael Bay
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Ispirato a: una serie di articoli di Pete Collins pubblicati sul Miami New Times
Cast: Mark Wahlberg, Anthony Mackie, Dwayne Johnson, Tony Shalhoub, Bar Paly, Rob Corddry, Ed Harris, Rebel Wilson, Ken Jeong, Michael Rispoli, Keili Lefkovitz, Peter Stormare, Nikki Benz, Mindy Robinson
Genere: pompato
Se ti piace guarda anche: Le belve, Domino, Crank, Small Apartments

Quest’estate ho visto una puntata in replica de Il testimone, il docu programma di Mtv con l’ex iena Pif. L’episodio di turno, “Il culturista”, risalente al lontano 2008, era incentrato su Daniele Seccarecci, un campione di body-building dal fisico davvero impressionante. Forse persino più di quello di The Rock.


Per avere un corpo del genere e per poterlo sfoggiare alle più importanti competizioni del mondo, Daniele si allenava praticamente tutto il giorno. Sempre. Dalla mattina all’alba, fino all’ultimo allenamento (relativamente) defaticante a tarda notte, prima di andare a dormire. Dura la vita del culturista. Per una volta non lo dico in maniera ironica. Davvero dura vivere così, passando in palestra, anzi in 2 palestre, tutta la giornata, contando ogni caloria ingerita e mangiando 5 volte al giorno cibi non proprio goduriosissimi.
La scorsa settimana è arrivata la notizia raggelante che Daniele è morto di infarto. Aveva 33 anni. Dopo aver visto la puntata de Il testimone, la cosa che mi stupisce di più è che ci sia arrivato, a 33 anni. Una vita del genere è più faticosa che una in miniera e se a ciò aggiungiamo gli steroidi, di cui lo stesso Seccarecci aveva ammesso l’uso, la sorpresa è ancora minore.
Come spiega Marcello Chironi, il medico legale che ha eseguito l’autopsia sul suo cadavere:

“L'infarto con molta probabilità è legato a una condizione di stress fisico a cui il soggetto aveva sottoposto tutto l'organismo per l'attività che svolgeva.”

Ironico che un uomo che ha curato in maniera così maniacale i suoi muscoli sia stato tradito proprio dal muscolo più fragile, il cuore.
Cosa ha a che fare questa triste storia di una vita tirata all'estremo con Pain & Gain – Muscoli e denaro?
Forse niente, forse tutto, però guardando il film mi è venuto in mente lui. Daniele sarebbe tranquillamente potuto essere uno dei protagonisti della pellicola, ispirata a fatti realmente accaduti, anch’essi fissati quanto lui con il pomparsi i muscoli e anch’essi con il credo del fitness elevato non solo a passione, ma a vero e proprio stile di vita.

"The Rock, ho paura. L'ultima volta che ti ho stretto la mano
sono finito all'ospedale..."
Avere un fisico pazzesco, da superuomini, non basta però a Daniel Lugo alias Mark Wahlberg. Per fare la bella vita servono anche i soldi e come farli, nella maniera più veloce? In maniera legale non gli sembra possibile e così coinvolge nella realizzazione di un colpo criminale un paio di amichetti. Amichetti? Diciamo amiconi, pompatissimi come sono pure loro. Anthony Mackie, attore solitamente talentuoso che qui soffre del ruolo più stereotipato, quello da palestrato idiota persino più degli altri tutto muscoli e niente cervello e niente nemmeno d’altro (manco gli funziona il pene), e poi Dwayne “The Rock” Johnson. Il wrestler offre la performance recitativa migliore della sua carriera insieme a quella in Southland Tales, più che altro perché le sue altre interpretazioni fanno davvero pena, però se la cava soprattutto quando fa il palestrato timorato di Dio. E vedere The Rock con la t-shirt Team Jesus è una trovata piuttosto divertente, bisogna ammetterlo. Come palestrato cocainomane, invece, The Rock conferma tutti i suoi limiti recitativi ma vabbé, da lui fuori da un ring mica si può pretendere di più.

"Hey Cannibal, entra a far parte anche tu del Team Jesus.
Non è una richiesta, è un ordine!"

"Che tette!"
"Uh, come sei sfacciato..."
"Tipa, veramente mi riferivo a quelle di The Rock, mica alle tue!"
I tre palestrati organizzano allora la truffa perfetta: rapire un riccone e fargli girare a loro tutti i suoi averi. Peccato che siano tre decerebrati e quindi tutto quello che può andare storto, va ancora più storto. D’altra parte, non hanno una grossa esperienza criminale alle spalle e il loro sapere si basa solo sul cinema:
Ho visto un sacco di film, Paul. So quello che faccio” dice sicuro di sé Mark Wahlberg a The Rock.
La vicenda parte a razzo e nella prima parte il film sembra avere davvero qualcosa da dire, sia sui palestrati che sull’American Dream. Solo che tutto quello che aveva da dire, lo esaurisce nei primi minuti, e poi si va a finire nella solita vicenda criminale raccontata con toni ironici che finisce per annoiare. Sembra di assistere a un Le belve di serie B, con in cabina di regia Michael Bay che non è proprio Oliver Stone. Per niente. O ancora, pare un tentativo di eBay di fare la sua versione di Domino, non un capolavoro ma comunque una delle pellicole migliori del compianto Tony Scott. Stessa fotografia con colori iper-saturi e anche in questo caso alle spalle c’è una vicenda criminale ispirata a fatti realmente accaduti. Risultato purtroppo inferiore.

La pecca principale del film è proprio il suo regista. Da una storia del genere, ben altre soddisfazioni ci avrebbe potuto regalare un Harmony Korine, si veda il suo parecchio più profondo affresco pop su una generazione superficiale come quella di Spring Breakers, o uno Steven Soderbergh, che in Magic Mike ci ha raccontato dei personaggi non troppo dissimili da questi tre energumeni con maggiore cognizione di causa. E pure maggiore divertimento.

Non fatevi ingannare: se non c'è un esplosione, non è un vero film di Michael Bay.
Lo stile registico di Michael Bay, già lo sapevamo ma è sempre brutto averne conferma, è ridondante ed eccessivo, a breve dà noia con tutti suoi ralenty enfatici piazzati in momenti che non lo sono poi molto, un uso maldestro della colonna sonora, con “Gangsta’s Paradise” di Coolio e “Blaze of Glory” di Bon Jovi messe lì come sottofondo e non sfruttate a dovere, un utilizzo eccessivo di riprese roteanti e altri espedienti registici, con cui sembra gridare come un bambino: “Guardate quanto sono bravo! Guardate quanto sono bravo!”. Il problema è che, dopo una buona partenza, il suo maldestro tentativo di fare un film d'autore, o qualcosa che gli somigli, faccia acqua da tutte le parti.

La filosofia di Michael Bay sembra allora la stessa del protagonista del suo film, Daniel Lugo: Pain & Gain. Soffri, suda, allenati all’estremo e i risultati arriveranno. I due non avrebbero nemmeno tutti i torti e va dato atto ad entrambi di essersi impegnati, di averci provato. Peccato solo che dimentichino una cosa. Nella vita, per ottenere dei risultati duraturi e reali, serve anche un’altra cosa: il talento. Quello non c’è nessuna serie di esercizi per i muscoli o di effettacci di regia che possa sostituirlo.
(voto 6-/10)



venerdì 1 marzo 2013

OPPAN GANGNAM SQUAD

Hey yo followers what up?
fuori le tette se siete delle pin-up
oggi ho visto un film per soli duri
un film che spacca i culi
lo Scarface della nostra generation
ascoltate qui non one nation one station
prendetemi pure per i fondelli
ché io vi mando Balotelli
del nuovo cinema criminale è lo status quo
ve lo presento, bro, questo è Gangster Squad

BOOM

Hey, un momento… cos’è questo rumore?
Oddio, stanno sparando. Stanno sparando alla mia casa. Tutti giù. Tutta la mia crew, tutti i miei fra, state giù! Sono quelli della gang rivale, quelli di Pensieri Cannibali. Sì, devono essere loro che vogliono vendicarsi perché su Facebook ho lanciato delle accuse pesanti sulla loro pagina. Roba tipo: “Noi siamo troppo i meglio e voi fate pena. E poi lo dico: di cinema non ne capite proprio un acciderbolina di niente!”.
Ora mi sa che vogliono vendetta. Vogliono sangue. Maledetti cannibali, continuano a sparare. O forse è una bomba?

BOOM

Ehm… come non detto. Mi sono sbagliato. Non erano spari. Erano solo dei ragazzini fuori che facevano saltare dei mini ciccioli. Che strizza!
Comunque come dicevo nel mio freestyle, secondo me Gangster Squad è un capolavoro, è troppo il meglio, voto 100 su 10, però adesso per par condicio beccatevi la recensione della mia crew rivale. Quella dei Pensieri Cannibali. Secondo loro il film non è così fenomenale. Però che ne capiscono loro?
Proprio un acciderbolina di niente!

"Che minchia guaddi?"
Gangster Squad
(USA 2013)
Regia: Ruben Fleischer
Sceneggiatura: Will Beall
Tratto dal romanzo: Tales From the Gangster Squad di Paul Lieberman
Cast: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Mireille Enos, Nick Nolte, Anthony Mackie, Michael Pena, Robert Patrick, Giovanni Ribisi, Ambyr Childers, Michael Bacall, Evan Jones, Troy Garity
Genere: gangsta
Se ti piace guarda anche: L.A. Confidential, Scarface, Gli intoccabili, American Gangster, Dick Tracy, Sin City

1949, Los Angeles, la città è controllata dal boss Mickey Cohen. Per fermarlo il sindaco mette su una speciale e segreta task force, una squad che agisce con ogni mezzo lecito e soprattutto non lecito per fermare il delinquente. Diventando a sua volta una Gangster Squad.

Uh, bello! Un noir in piena regola. Un romanzo criminale di quelli old style, con un cast di prim’ordine, due giovani divi come Ryan Gosling ed Emma Stone, garanzie come Josh Brolin e Sean Penn, un regista lanciato, e una vicenda ispirata alla figura di un criminale esistito per davvero e che di nome fa proprio Mickey Cohen. Eppure in giro non se ne parla bene. Negli USA è uscito in sordina ed è stato parecchio snobbato dal pubblico e preso poco in considerazione dalla critica. Com’è possibile?

"Ahahah, Sean così conciato sei più divertente del Nongio."
Presto detto. Gangster Squad non è un film brutto, bensì rientra in una categoria peggiore, più infima ancora: quella delle pellicole inutili. Gangster Squad è un film gangsta molto tradizionale, senza alcun tratto distintivo in grado di farlo emergere tra le altre numerosissime pellicole analoghe già prodotte in passato. L’unica particolarità sta nel fatto che qui il Bene agisce con gli stessi mezzi del Male, ma alla fine non è che sia poi tutta ‘sta grossa novità. Soprattutto considerando come i Buoni rimangano comunque sempre distinti in maniera netta dai Cattivi. O meglio dal Cattivo, il cattivone Sean Penn. Per renderlo più somigliante al vero Mickey Cohen, hanno applicato sulla faccia del povero Penn un trucco che fa spavento, ma non nel senso che fa paura. Non fa brutto, è brutto e basta, ai livelli di quelli di J. Edgar o quasi. Sean Penn così truccato sembra il Nongiovane quando fa il mafioso nei Soliti Idioti. Rendetevi conto che prendere sul serio un personaggio del genere non è quindi visivamente facile. Se a ciò aggiungiamo che questo Mickey Cohen/Sean Penn ancor più che proiettili spara una serie di battute assurde, di cui alcune per carità pure divertenti, il risultato è quello di cadere presto nel ridicolo. Sean Penn è un cattivo di una cattiveria talmente eccessiva da risultare cartoonesca. Anche la sua violenza appare parecchio inverosimile e fumettosa. Al confronto di altri film del genere o anche di una serie come Boardwalk Empire, ad esempio, Gangster Squad sembra quindi la versione Rai Yoyo di una storia criminale.

"Ma chettibevi, Josh? Un appletini? Tu sì che sei un duro!"
Possiamo allora cercare di vedere la pellicola come una specie di revisione in chiave fumettistica ma più che altro videogammara del noir tradizionale, però la componente più giocosa e divertente è troppo limitata. Il film si lascia vedere, perché Ryan Gosling ed Emma Stone sono sempre un bello spettacolo per gli occhi, sebbene la loro intesa sia lontana da quella sfoggiata in Crazy, Stupid, Love., e perché a livello visivo le ambientazioni sono ben realizzate e c’è una buona cura tecnica dietro. Anche i livelli di ritmo, per quanto mai trascinanti, risultano piuttosto elevati e la pellicola ha il pregio se non altro di non annoiare. Da qui ad avvicinarsi alle pietre miliare del genere, di strada però ne passa parecchia.

L.A. Confidential era un esercizio di stile, ma che stile. Giocava con gli stereotipi del noir, ma lo faceva con classe. Gangster Squad invece con gli stereotipi non ci gioca, li subisce e finisce per risultare un film senza una grossa personalità. Il regista Ruben Fleischer evidentemente ha fatto il passo più lungo della gamba, tanto per parlare attraverso stereotipi come fa la pellicola. Dopo due commedie frizzanti come Benvenuti a Zombieland e 30 Minutes or Less, il giovane e comunque ancora promettente regista 34enne ha tentato di realizzare un film più serio. Obiettivo non centrato e a questo punto spero che per i suoi prossimi lavori ritorni a sfoggiare la sua anima più cazzona e torni a tinte più leggere, giacché il noir non gli si addice..

"Pensi ancora che sia ridicolo, Cannibal?"
Quanto agli attori, è raro vedere un cast del genere così sprecato. Ryan Gosling in questo film è troppo ciaciarun, parla troppo. Lui sarebbe più efficace come attore muto. Dovrebbero fargli fare una pellicola alla The Artist. Vincerebbe l’Oscar.
Emma Stone, o anche per dirla con un francesismo usato da Sean Penn: “quella splendida passera rossa”, è una belle femme ma è poco fatale. I panni di moderna Easy Girl le si addicono, mentre per un ruolo in noir pure lei non mi sembra del tutto a suo agio. Più a suo agio appaiono allora Josh Brolin, comunque pure lui piuttosto spento, e Mireille Enos presa in prestito dalla serie The Killing, mentre Nick Nolte non è mai apparso tanto vecchio, Giovanni Ribisi non è mai apparso così poco psicopatico e Sean Penn come anticipato offre ahinoi la sua interpretazione più ridicola di sempre. Tutta colpa del trucco?

Il difetto maggiore del film però è probabilmente un altro ancora: non ha un vero fascino retrò. Degli anni ’50 (o per essere precisi della fine degli anni ’40) ci sono gli abiti, le pettinature, le Cadillac. A mancare è il profumo. Non c’è l’odore, degli anni ’50. O di fine anni ’40, Signori Precisetti. La cosa migliore, e più 40s/50s di tutto il film, sono allora i bei titoli di coda disegnati. Troppo poco, troppo tardi.
Gangster Squad, un film per finti duri
un film che non spacca i culi.
(voto 5,5/10)



sabato 28 aprile 2012

40 cariati

"Ehm, qualcuno ha una scala? No, eh?"
40 carati
(USA 2012)
Titolo originale: Man on a Ledge
Regia: Asger Leth
Cast: Sam Worthington, Elizabeth Banks, Jamie Bell, Genesis Rodriguez, Edward Burns, Titus Welliver, Kyra Sedgwick, Anthony Mackie, Ed Harris
Genere: (finto) suicida
Se ti piace guarda anche: Phone Booth, ATM - Trappola mortale, Buried - Sepolto

Lo dicevo già a proposito di Hugo Cabret di Martin Scorsese. Certi film non dovrebbero essere fatti. Per prima cosa, perché non ce n’è bisogno. Per seconda cosa, perché esistono già dei videoclip che in una manciata di minuti appena danno loro merda. Succedeva con “Tonight Tonight” degli Smashing Pumpkins, omaggio parecchio più riuscito a Méliès e alla magia del suo cinema delle due ore del capretto scorsesiano.
Vale ancora di più per questo 40 carati, titolo originale Man on a ledge, ovvero uomo su un cornicione.
E sulla situazione “uomo su un cornicione”, il video di “Pure Morning” dei Placebo aveva già detto tutto e in maniera molto più affascinante e misteriosa.


"Cannibal è armato? Allora me ne rimango qui sopra!"
Il film comunque l’hanno voluto fare lo stesso, e com’è?
Come volete che sia?
40 carati è il solito ennessimo thriller (thriller?) prevedibile dalla prima all’ultima scena. Fin da subito capiamo infatti che il tizio non è un suicida sul cornicione qualunque, ma ha in testa un piano ben preciso. E questo la pellicola ce lo racconta immediatamente, facendoci rivivere in flashback i suoi trascorsi come carcerato.
Il mistero? Questo film manco sa cos’è. Tutto ci viene rivelato senza sorprese, non c’è manco mezzo colpo di scena imprevedibile che di solito si vede anche nel peggiore tra questi thrillerini americani prodotti in serie.
Prodotti da zero carati, tra l'altro. Il solito fantasioso titolo italiano chi vuole ingannare?

Se a salvare alcuni di questi prodotti, perché non sono film sono prodotti, a volte è il cast. Ma non è questo il caso. Assolutamente no. Il protagonista Sam Worthington è l’uomo meno espressivo del mondo. Che si trovi sopra il cornicione di un grattacielo, su Pandora in mezzo ai cazzo di Na’vi o al fianco di Jessica Chastain, la sua faccia non cambia mai.
MAI
Se in Texas Killing Fields notavo nella sua recitazione qualche vago segno di miglioramento, VAGO, qui devo fare un secco dietrofront. L’unico motivo di interesse nel vederlo stare tutto il tempo sul cornicione è aspettare solo che decida di saltare giù e spiaccicarsi brutalmente. Voglio vedere se dopo l'impatto col suolo la sua espressione non cambia... Secondo voi però capiterà?
Ricordo che si tratta di un film prevedibile, MOLTO prevedibile.

"Cannibal è disposto a trattare, Sam. Se prometti che non girerete Avatar 2,
ti lascia rientrare in casa."
Chi altri c’è? C’è anche Elizabeth Banks. Attrice che pure lei non mi ha mai convinto molto. Mi ricorda Elisabeth Shue, altra attrice pure lei, guarda caso, che mai mi ha esaltato. Sì, è comparsa in Ritorno al futuro, però quello era una figata a prescindere. Le due si assomigliano talmente tanto, ma talmente tanto, che forse Elizabeth Banks è in realtà Elisabeth Shue da giovane ritornata al futuro con la Delorean.
Attenzione però, Elizabeth, che a recitare con Sam Worthington si può invecchiare in fretta. E lì poi nemmeno la Delorean ti può venire in soccorso. In almeno un paio di scene insieme a lui, mi è sembrato di vederti spuntare qualche capello bianco per la paura, Elizabeth o dovrei dire Elisabeth? Paura - specifico - provocata dall’inespressività del Worthington, non dalla situazione sul cornicione.

Per il resto si segnalano (per modo di dire) Jamie Bell, anche conosciuto come l’ex bimbo ballerino Billy Elliott Jamie Bell, e la gnoccolona latinoamericana Genesis Rodriguez, non so se sia parente di Belen, però che nome ha? Genesis? La perdono solo per il fisichetto che sfoggia.
Ma comunque si può andare DAVVERO vestiti così a compiere una rapina?


Se sei la figa di turno in un film americano sì, si può.
In caso contrario, è più consigliabile un passamontagna.

"Va bene, Cannibal, mi arrendo: non sono capace a recitare, contento?"
E poi ancora ci sono Titus Welliver, l’uomo in nero di Lost, e il sempre più sprecato Anthony Mackie ed Ed Harris che ogni tanto ricompare in qualche pellicola a caso e c’è pure una svogliatissima Kyra Sedgwick che a parte la serie tv The Closer dove ha trovato il ruolo della sua vita nei film raramente è convincente ma di certo non qui e comunque sono tutti attori che fanno delle particine in un thrillerino in cui il protagonista assoluto Sam Worthington si butta o non si butta giù dal cornicione?
Incrociando le dita e sperando che la faccia finita al più presto, il film procede senza il minimo brivido.
L’ennesima variante del thriller ambientato nei posti più improbabili possibili. Dopo la cabina telefonica di Phone Booth, dopo la bara di Buried - Sepolto, dopo il bancomat di ATM, dopo l’auto di Renzo Bossi, cosa si inventeranno ora i sempre meno fantasiosi sceneggiatori hollywoodiani?
Non voglio scoprirlo.
Ridateci Brian Molko. Ridateci Pure Morning. Ve lo chiedo come si chiede un favore a un amico, perché a friend in need’s a friend indeed.
(voto 4/10)

domenica 22 aprile 2012

Real Steel: Robotsessuale

Real Steel
(USA, India 2011)
Regia: Shawn Levy
Cast: Hugh Jackman, Dakota Goyo, Evangeline Lilly, Hope Davis, Anthony Mackie, Kevin Durand, Olga Fonda
Genere: Disney robot
Se ti piace guarda anche: Transformers, Robot Wars, Io, robot, Corto circuito

Non mi piace Hugh “Wolverine” Jackman.
Voi direte: «Se ha lavorato con due dei più grandi registi della contemporaneità, ovvero Christo-pher Nolan e Darren Aronof-sky, un motivo pur ci sarà». E ve lo dico io qual è il motivo, ve lo dico: «Anche i geni prendono della cantonate». Al proposito ricordo sempre di come Quentin Tarantino consideri le commedie pecorecce e pure pecorine con Lino Banfi ed Edwige Fenech dei cult personali. E se anche il più Grande si prende delle cantonate, vuol dire che tutti le prendono. No exception per Mr. Inception e per il compare cigno.

"Mi spiace figliolo, ma voglio bene solo ai robot!"
Real Steel, comunque, e che vuol dire? Vuol dire “Vero acciaio”. Uh, che titolo da omaccioni duri! Peccato che più che Real Steel, io l’avrei intitolato Fake Steel, finto acciaio. Se infatti pensate di trovarvi di fronte a un action tosto, vi sbagliate di grosso. Questa è una produzione Disney di quelle per tutta la famiglia, con un po’ di robottoni alla Transformers e qualche scazzottata del tutto innocua. Tanto se qualcuno si fa male, si tratta pur sempre di macchine, mentre le persone stanno in disparte.
Una cosa che va detta dei combattimenti di questo film è infatti che assomigliano a quelli dei Pokemon, di Yu-gi-oh o di tutte quelle giapponesate bimbominkiate dove i protagonisti lanciano dei mostri e delle carte, o forse dei mostri che escono dalle carte o forse delle carte che escono dai mostri (non so, è troppo complicato da capire), ma non combattono loro in prima persona. Facile, così. Lo stesso succede in Real Steel. Scultissima in proposito è la scena dello scontro finale, con Hugh Jackman che tira pugni nel vuoto e il figlio lo guarda commosso…
"Evvai, in tv danno Robot Wars con Andrea Lucchetta!"
Eh sì che gli incontri di pugilato sono qualcosa di tradizionalmente favorevole alla rappresentazione cinematografica, nel senso che un bell’incontro di boxe ha in sé qualcosa di intrinsecamente filmico, vedi la lunga tradizione di pellicole dedicate all’argomento, da Toro scatenato a Million Dollar Baby. Gli scontri sul ring tra robot sono invece quanto di più anticinematografico, oltre che antiestetico, si possa immaginare. Sarà anche che Shawn Levy non è certo un toro scatenato, alla regia. Shawn Levy che ricordo essere il regista di robe hard-troci come La pantera rosa e Una notte al museo. 1 e pure 2, per la serie “continuiamo a farci del male”.
Andando a vedere tra i produttori, figura poi il nome di Steven Spielberg: un tempo garanzia di figata, o quasi, oggi garanzia di schifezza, vedi le sue ultime produzioni tv Terra Nova, The River e Falling Skies, per non menzionare la regia di War Horse. Con la differenza che lì veniva celebrato l'amore uomo-cavallo, qui l'amore uomo-robot.

Un’altra roba oltre ai Pokemon e ai Transformers che questo film mi ha fatto venire in mente, e sarei vissuto benissimo anche senza doverlo ricordare è… Com’è che si chiamava quel programma ridicolo che davano su Italia 1 e poi pure su La7?
Ah, sì: Robot Wars!
C’era proprio bisogno di farne una specie di versione cinematografica?


"Ti sfido a guardarmi negli occhi, robot, e a dirmi che non mi ami,
se ne hai il coraggio!"
Lo spunto della trama parte però non da Robot Wars, bensì nientepopodimenoche da un racconto di Richard Matheson. Quasi inutile aggiungere che l’ispirazione originale naufraghi subito in una serie di disneyanate assortite, con un rapporto padre-figlio sviluppato nella solita prevedibile maniera.
All’inizio, Hugh Jackman vende l’affidamento del figlio alla sorella dell’ex moglie deceduta per 50.000 dollari. E a cosa gli serve questa bella cifra? Per comprarsi un… robot. Complimentoni, Hugh, hai vinto il premio di papà dell’anno!
Quando viene però introdotto il personaggio del figlio, capiamo benissimo le intenzioni di Jackman, visto che ‘sto bimbettominkietto è decisamente uno dei bimbominkiettini più insopportabili nella storia del cinema. E sì che di bambini odiosi nei film se ne vedono sempre parecchi. In questo momento non c’ho voglia di fare un elenco, ma se ci pensate ce ne sono eccome.
Fatto sta che non hai fatto così male a vendere tuo figlio, Hugh. Però per un robot… bah. Con 50.000 dollari potevi comprarti una bella auto, o magari un lacché personale.
Per quanto quindi Hugh Jackman in genere non mi piaccia, in questo film mi sta quasi simpatico, visto che deve avere a che fare con un figlio de-genere del genere. Figlio che tra l’altro si rende protagonista dell’altra scena scultissima del film: la danza insieme robot, roba che siamo sotto il livello dei video su YouTube con i gatti che suonano la pianola.


In effetti questo video del gatto è fantastico, altroché Real Steel!

"Vuoi che ti faccia l'accavallamento delle gambe alla Sharon Stone?
Eh no, che mi ti si blocca la crescita e resti un bimbo odioso forever!"
Tra le poche cose positive da segnalare della pellicola c’è un buon cast di contorno, con Hope Davis nei panni dell’ex moglie di Jackman, nonché madre della piccola bestia di Satana, e il solito sottoutilizzato Anthony Mackie che mi auguro possa diventare, una volta evitati filmetti come questo, il nuovo Denzel Washington. E poi nota di merito per la presenza non di una, ma di due tope notevoli. Visto che si tratta di un film Disney, chiarisco che non sto parlando di Topolina, bensì di Evangeline Lilly, che per il suo primo ruolo post-Lost poteva trovarsi certo di meglio, e della perfida russa Olga Fonda. Sarà lei a mettere i bastoni tra le ruote a Hugh Jackman e al suo odioso figlio. Inutile aggiungere che io ho fatto il tifo per lei!

Melancholia, Non lasciarmi, Another Earth, L’ultimo terrestre… questa è la fantascienza originale che voglio vedere più spesso.
Transformers, Transformers 2, Transformers 3, Transformers Mille, L’ora nera, Skyline, Real Steel… questa è la fantascienza banale e vuota di idee che non voglio più vedere.
E voi, volete vedere un film per tamarri?
Evitate Reel Steel.
Volete la versione Disney di un film per tamarri?
In tal caso Real Steel è la visione perfetta.
(voto 5-/10)

martedì 28 giugno 2011

Che min**ia guaddi?

I guardiani del destino
(USA 2011)
Titolo originale: The Adjustment Bureau
Regia: George Nolfi
Cast: Matt Damon, Emily Blunt, John Slattery, Anthony Mackie, Terence Stamp, Michael Kelly, Anthony Ruivivar, Shohreh Aghdashloo, Jon Stewart
Genere: fantaromantico
Se ti piace guarda anche: Non lasciarmi, Gattaca, Matrix, The Manchurian Candidate

Non avete il libero arbitrio,
avete l’impressione del libero arbitrio

Quando ti imbatti in adattamento cinematografico da un racconto di Philip K. Dick ti aspetti di vedere un film di fantascienza più o meno tradizionale, magari venato da qualche sottotrama thriller per renderlo più ammiccante al grande pubblico. E invece no. I guardiani del destino è una storia romantica. A renderlo fantascientifico ci pensa il fatto che il protagonista sia un politico simpatico (o quasi), un tipo a posto, uno che ispira fiducia e non disprezzo. Sì, avete capito bene: davvero una cosa dell’altro mondo. L’avete mai visto un politico che è anche una brava persona? Ma non è finita qui, perché il suddetto protagonista è uno che antepone l’amore alla carriera. Siamo abituati agli scandali sessuali dei Berlusconi, dei Marrazzo, degli Strauss-Kahn e invece qui ci troviamo di fronte a un politico romantico, uno che incontra una tipa sull’autobus e poi per ribeccarla prende lo stesso autobus per tre anni di seguito.
Ed è qui che capisci che si tratta di pura fantascienza.

Giusto in un film di fantascienza può capitare di incontrare
la donna della vita in un cesso per uomini...
Questa volta i distributori italiani ce l’avevano dura con il titolo originale, impronunciabile anche per un inglese madre lingua: The Adjustment Bureau. E allora hanno deciso per un I guardiani del destino e possiamo ringraziare il cielo che non l’abbiano chiamato I guardoni del destino. Che poi forse a guardare bene sarebbe anche stata la scelta più azzeccata.
La storia è infatti quella di un politico candidato al senato degli Stati Uniti che però proprio nella serata in cui perde le elezioni incontra la donna della sua vita, una tipa stralunata interpretata da una Emily Blunt valida, anche se io per un personaggio del genere avrei visto molto meglio una Zooey Deschanel. Così come per la parte del protagonista avrei visto meglio qualcun altro.

Matt Damon l’ho sempre considerato un Leonardo DiCaprio di serie B: quando una parte la rifiuta lui, ecco che ai produttori di solito viene in mente di chiamare il Damon. Ché poi ha diversi buoni e anche ottimi film in curriculum, però faccio fatica a ricordare una sua prova recitativa che mi abbia davvero convinto: forse solo in The Departed, paradossalmente proprio accanto a DiCaprio. Dopo aver intepretato in maniera poco credibile l’uomo che sussurrava ai morti in Hereafter, il per nulla indemoniato Damon si trova qui più a suo agio nella parte dell’uomo politico giovane e rassicurante, una specie di Matteo Renzi in salsa yankee. Però a me resta sempre in testa il pensiero che con un altro attore il film ne avrebbe solo guadagnato…

Un momento Black Swan...
Lasciati da parte comunque i presupposti per trovarci di fronte a un fanta-thriller politico alla The Manchurian Candidate, il film segue la strada inaspettata e riuscita di una fantascienza sentimentale ed è qui che i guardiani/guardoni del destino entrano in gioco. Sono infatti loro che cercheranno di ostacolare la storia d’amore tra Matt Damon ed Emily Blunt. Perché? A voi scoprirlo, però un po’ li capisco: anch’io avrei ostacolato la scelta di questi due attori in favore di altri. Con Leo DiCaprio e quel peperino di Zooey Deschanel la storia sì che avrebbe fatto scintille. Così ci dobbiamo accontentare di una pellicola ottima, godibile e ben sopra la media.
A convincermi in pieno è invece il cast di contorno, con i cosiddetti guardiani del titolo interpretati da Anthony Mackie, per me il nuovo Denzel Washington (ho esagerato? E allora dico che potrebbe anche diventare meglio di Denzel Washington) e il grandioso John Slattery, il bianco di capelli di Mad Men. E su questo blog ogni volta che si cita Mad Men si fa un inchino di riverenza.
Se i guardiani del destino agiscono in una maniera che ricorda l’agente Smith di Matrix e la storia è una fantascienza intrisa di romanticismo tra Non lasciarmi e Gattaca, quello che manca è però un tocco d’autore forte. George Nelfi dirige con mano sicura (ho sempre voluto scrivere questa frase!), ma senza troppa personalità. Però può migliorare e per intanto ha realizzato un’opera d’esordio ben al di sopra della media e ben più interessante di quanto fatto da molti altri più blasonati colleghi.
E adesso cosa fai ancora su questo blog?
Che minchia guaddi?
Smettila di fare il guardone del destino e vai a vedere I guardiani del destino.
(voto 7+)


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