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sabato 22 giugno 2013

JACK E I FAGIOLI GREMLINS


Il cacciatore di giganti
(USA 2013)
Titolo originale: Jack the Giant Slayer
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura: Darren Lemke, Christopher McQuarrie, Dan Studney
Cast: Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson, Ewan McGregor, Ewen Bremner, Eddie Marsan, Stanley Tucci, Ian McShane, Bill Nighy, Christopher Fairbank, Warwick Davis
Genere: fagioloso
Se ti piace guarda anche: King Kong, La storia fantastica, I fratelli Grimm e l'incantevole strega

I Giganti ci sono solo nelle storie, nella realtà non esistono.
Siete sicuri di ciò?
Andate a dirlo a lui.


O andate a dirlo a loro…



I Giganti sono esistiti. Erano una band anni Sessanta. Poi sono spariti nel nulla. Leggenda vuole che siano stati confinati dal re Eric su in cielo, in una terra raggiungibile soltanto da una pianta che arriva fino alle nuvole. Per fare crescere una simile pianta, occorrono dei fagioli speciali. Sembrano fagioli normali e invece se li bagni si trasformano in… Gremlins.
Ho sbagliato film?
In questo, non bisogna mai bagnare i fagioli, altrimenti nasce subito una pianta che va fino al cielo, lassù dove vivono i temibili giganti. I giganti veri, non la band. Ed è proprio quanto capita a Jack, il protagonista de Il cacciatore di giganti. Invece di un tranquillo Gizmo, un giorno si porta a casa ‘sti cacchio di fagiolini magici, questi naturalmente si bagnano e si trasformano in una pianta enorme che gli sfascia la casa. In quel momento insieme a lui c'è la principessa del regno che finisce scaraventata su su, insieme ai giganti che la tengono rapita. [ATTENZIONE! BATTUTA POLITICALLY INCORRECT IN ARRIVO] Vorrebbero anche stuprarla, ma poi si rendono conto che le dimensioni dei loro peni giganti non gli permettono di avere una penetrazione soddisfacente nella piccola vagina della povera umana. [FINE BATTUTA CAZZATA POLITICALLY INCORRECT]

Rimasto a Terra, il nostro Jack si propone per andare a recuperare la principessa. Insieme a lui vanno due ex tossici di Trainspotting ora (apparentemente) ripuliti: Ewan McGregor e Ewen Bremner (beh, lui non sembra molto ripulito), più un cattivone, il primo cattivone del film, Stanley Tucci, promesso sposo alla principessa. Più in là nel corso del film ci sarà un secondo cattivone, anzi no, di più: un cattivone gigante. Anzi no, di più ancora: un cattivone gigante con due teste di cui una parla come il Gollum.

"Aiuto! Qualcuno mi tolga 'sta schifezza dalla spalla!!!
Ah no, scusate, è solo la mia seconda testa..."

Anche se raccontata così può non sembrare, si tratta della solita fiaba, una variante della super hit per l’infanzia, soprattutto nel Regno Unito, Jack e la pianta di fagioli. La cosa che più colpisce di questo film è proprio il suo essere tradizionale. Un controsenso? No, perché negli ultimi anni siamo stati abituati agli stravolgimenti più originali e trasgressivi possibili nei confronti dei racconti classici. Tutto è partito (credo) con Shrek, poi ci ha messo del suo la serie tv Once Upon a Time e negli ultimi tempi ci si è messa una lunga schiera di pellicole a tematica fiabesca che rivisitano le storie in maniera spesso poco da favola. Dal teen fantasy Biancaneve e il cacciatore alla variante action cazzuta (rivelatasi poi più cazzata che cazzuta) di Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, fino alla coloratissima revisione firmata Tarsem di Biancaneve, ancora lei, sta zoccola.

"ARGH! Manco in Trainspotting sembravo così fatto..."
Ne abbiamo viste in pratica di tutti i colori, dal bianco della citatissima Biancaneve fino al cappuccetto rosso sangue. Quello che mancava era allora un film old-fashioned, uno di quelli che sembrano usciti più dagli anni ’80/’90 che da oggi. Le intenzioni, per carità nobili, di questa produzione sono quindi apprezzabili. Il risultato meno. Il cacciatore di giganti non si fa odiare, ma nemmeno amare, finendo per risultare un intrattenimento di livello medio-basso, più basso che medio.
Eppure al suo interno c’è tutto, non manca niente. C’è avventura. Ci sono gli effetti speciali, a dire il vero non un granché. C’è la solita storia d’amore impossibile: lui contadino morto de fame, lei principessa; un po’ come William e Kate ma al contrario. C’è persino un cast più che valido, capitanato dal giovine Nicholas Hoult, quello di About a Boy, Skins, Warm Bodies e noto soprattutto per essersi fatto Jennifer Lawrence. Sulla sua tomba, quando morirà spero il più tardi possibile, sulla lapide scriverenno: “Si è fatto Jennifer Lawrence.” Cosa questa che lo rende credibile nella parte dell’eroe di turno. Oltre al giovine, ci sono anche gli evergreen già citati Stanley Tucci, Ewan McGregor e Ewen Bremner, oltre ai non ancora citati Eddie Marsan e Ian McShane. La fighetta di turno, l’interprete della principessina, tale Eleanor Tomlinson invece bah, non è che convinca granché, nonostante sia una rossa e io ho una passione particolare per le rosse però lei no, chissà?, però è da rivedere in qualche altro film, come Educazione siberiana in cui a quanto pare è presente nel cast.

"Nicholas, tu sei stato con Jennifer Lawrence e io non sarò mai alla sua altezza..."
"Hai ragione, Eleanor, addio! Jennifer, aspettami che arrivo!"
Al di là della drammatica mancanza di figa, pecca non da poco per una produzione commerciale di questo tipo, a non convincere è la regia, davvero insipida.
E chi è il regista?
Bryan Singer???
Siamo sicuri?
Bryan Singer pure lui si merita un bah enorme. Dopo aver fatto il botto con I soliti sospetti e aver firmato un’opera interessante come L’allievo, si è dato alle vaccate commerciali senza ritegno con gli X-Men e Superman Returns e ora con questo Il cacciatore di giganti, che si è pure rivelato un bel flop. Bryan Singer è proprio un regista da bah, bah, e ancora bah. Ha fatto appena intravedere il suo talento e poi la sua carriera ha preso una brutta piega, un po’ come… qualcuno ha nominato per caso M. Night Shyamalan?, ed è così finito per diventare un mestierante anonimo.

Anonimo, proprio come questo film. Non propone un punto di vista nuovo nel raccontare le fiabe, né tanto meno convince nel suo tentativo di revival del vecchio modo di raccontarle. Non fa nemmeno così schifo e quindi non fa manco incazzare troppo, cosa ancora peggiore. Il problema de Il cacciatore di giganti è la sua sostanziale mediocrità e inutilità. È solo un film… un film da bah.
(voto 5,5/10)



venerdì 15 febbraio 2013

KON-TIKI PARTIRO’

"Rifacciamo Laguna Blu?"
Kon-Tiki
(Norvegia, UK, Danimarca, Germania 2012)
Regia: Joachim Rønning, Espen Sandberg
Cast: Pål Sverre Valheim Hagen, Anders Baasmo Christiansen, Gustaf Skarsgård, Odd Magnus Williamson, Tobias Santelmann, Jakob Oftebro, Agnes Kittelsen, Katinka Egres
Genere: avventuroso
Se ti piace guarda anche: The Way Back, La tempesta perfetta, Into the Wild

Non ho mai capito perché la gente definisse Scienze della Comunicazione una facoltà per fancazzisti. Poi ho seguito un corso di Antropologia dell’Oceania e l’ho capito. Cosa c’entra un corso di Antropologia dell’Oceania e cosa mai potrà servire all’interno di un corso di Scienze della Comunicazione?
Poco o niente, ma è proprio in tutto ciò che sta il fascino e l’inutilità di questo corso di studi. Una vera lezione di vita su come diventare dei perfetti fancazzisti. Quindi, considerando che viviamo nell’era del fancazzismo, dei perfetti comunicatori.
Il corso di Antropologia dell’Oceania, seguito più per ottenere dei crediti e proseguire il cammino verso la laurea che non per un interesse nei confronti dell’Antropologia e/o dell’Oceania, era incentrato in particolare sulla figura di James Cook.
James Cook, per chi non avesse seguito dei fondamentali corsi di Antropologia dell’Oceania come me, è stato un navigatore, un esploratore, nonché il primo contatto europeo con le coste dell'Australia e delle Hawaii, oltre ad aver compiuto la prima circumnavigazione ufficiale della Nuova Zelanda.
Ok, queste cose le potevate apprendere tranquillamente anche da Wikipedia, senza stare a frequentare corsi specifici. Comunque, Cook è stato un osservatore attento delle abitudini di vita soprattutto della gente in Nuova Zelanda, popolo illuminato in cui consideravano il Papa come l’Anticristo e che ancora oggi lo deride pubblicamente. L’ormai dimissionario Papa.

Tutta questa intro perché?
Perché a noi fancazzisti scienziati della comunicazione piace perdere tempo. E farlo perdere agli altri. E poi perché guardando Kon-Tiki mi sono ritornati in mente questo corso e James Cook, nonostante racconti tutta un’altra storia.

Kon-Tiki è la vera storia di una grande avventura avvenuta nel 1947, nel post World War II, ovvero la mission: impossible dell’esploratore norvegese Thor Heyerdahl. Secondo lui, la Polinesia era stata colonizzata dalle popolazioni sudamericane prima ancora che da quelle asiatiche come all’epoca si riteneva. Decise così di reclutare un gruppetto di amici norvegesi come lui, costruire una zattera come avrebbero potuto costruire i peruviani nell’antichità e attraversare a bordo di suddetta sgarrupata imbarcazione l’Oceano Pacifico dal Sud America alla Polinesia. Un viaggetto della durata, se Dio vuole, di un centinaio di giorni.

Non vi è chiaro?
GIF, please.


Ho come l'impressione che sulla zattera non saranno altrettanto sorridenti...
Perché questo Thor, anziché unirsi ai The Avengers o provarci con Natalie Portman, decise di imbarcarsi in una missione del genere?
Perché lui, come noi scienziati della comunicazione, fondamentalmente era un fancazzista. Uno che non aveva niente di meglio da fare che cercare di provare le sue balzane (ma nemmeno troppo balzane) teorie. A costo di impegnarsi in una lunga e impegnativa spedizione. Una missione suicida. Thor infatti non sapeva nemmeno nuotare e i suoi amichetti norvegesi non è che fossero proprio dei lupi di mare.
Dei norvegesi su una zattera in mezzo al Pacifico è un po’ come dire dei brasiliani sull’Himalaya. O come dire degli uomini orientali in un film porno. Avete mai visto un porno con degli uomini orientali? No? Sarà per i soliti pregiudizi nei confronti delle loro (mancate) doti naturali?
Un gruppo di norvegesi in mezzo al mare, con conoscenze marittime rudimentali, tutto il giorno sotto il sole e senza manco la protezione della crema Bilboa... Secondo voi ce la faranno a portare a termine la spedizione? Non potevano starsene bell’e tranquilli a casa loro?

Secondo voi uno così sopravviverà davvero 100 giorni in mezzo al mare?
Quella di Thor e di Kon-Tiki, il nome che ha dato alla zattera della traversata, è una splendida storia, documentata da un documentario diretto dallo stesso Thor Heyerdahl premiato con l’Oscar nel 1951. E ora è diventata una pellicola di nuovo in corsa per la statuetta dorata, questa volta nella categoria di miglior film straniero. Devo riconoscere che, nonostante la vergognosa esclusione del candidato francese Quasi amici, la qualità delle pellicole in gara è davvero di buon livello. Tutti e 5 i film sono degni di nota. Il quasi certo vincitore austriaco Amour è un’ottima pellicola, ma allo stesso tempo è anche quella che ho trovato più fastidiosa. Intento voluto dall’autore Michael Haneke, ne sono certo, eppure in questo caso non mi ha conquistato come diabolicamente aveva fatto in passato. Di presa emozionale maggiore sono invece gli altri candidati, dallo splendido e coraggioso canadese Rebelle (per cui farò il tifo, nonostante le possibilità di vittoria vicine allo zero), al revolucionario cileno No, dall’elegante e intenso danese A Royal Affair fino a questo norvegese Kon-Tiki.
Un film diretto con piglio sicuro dall’accoppiata Joachim Rønning e Espen Sandberg che a livello registico non si discosta molto dal modello hollywoodiano, con un paio di momenti persino spielberghiani, come l’attacco degli squali e le solite carrellate sull'infinità dell’Oceano. Anche in quanto a sceneggiatura il racconto è diligente, con giusto qualche flashback vagamente alla Lost. A mancare, e non è un male, sono invece certe ruffianate e sentimentalismi tipici di molto cinema americano, così come non ci sono neanche i personaggi simpa di turno. Quest’ultima forse un po’ una pecca. Senso dell’umorismo norvegese: n.p., non pervenuto.
Kon-Tiki è un film quindi tradizionale, ma rappresenta una variante norvegese rispetto al solito modello cinematografico hollywoodiano. Nella sua classicità funziona, nonostante qualche momento di stanca a metà percorso, perché riesce a catturare e ad emozionare raccontando con semplicità e senza troppi orpelli una storia bella già di suo. Kon-Tiki è una zattera che sa arrivare all’obiettivo, in maniera diretta e senza cedere al fancazzismo. Come noi scienziati della comunicazione invece avremmo fatto, perdendoci per sempre nell’infinità dell’Oceano.
(voto 7/10)


martedì 5 giugno 2012

John Farter

John Carter
(USA 2012)
Regia: Andrew Stanton
Cast: Taylor Kitsch, Lynn Collins, Daryl Sabara, Dominic West, Mark Strong, Bryan Cranston, Samantha Morton, Willem Dafoe, Thomas Haden Church, James Purefoy, Ciaran Hinds, Polly Walker
Genere: avventura poco avventurosa
Se ti piace guarda anche: Stargate, Avatar, La Mummia, Timeline, Prince of Persia - Le sabbie del tempo, Tron: Legacy

Premessa: John Carter è un film tratto dal romanzo Sotto le lune di Marte, scritto da Edgar Rice Burroughs nel 1911, più di cento anni fa. Nel libro, il protagonista finisce su Marte, un pianeta che all’epoca poteva essere immaginato pieno di vita.
Adesso sappiamo che non è così. Su Marte non c’è vita, almeno non in superficie. Sorry, David Bowie. E se anche ci fossero delle vaghe forme di vita, di certo non sarebbero degli insettoni verdi che sembrano una versione dei na’vi dopo essersi accoppiati selvaggiamente con Shrek.
E, di certo, su Marte non c’è figa.


Che poi, a dirla tutta, la Lynn Collins è figa e tutto, assomiglia pure a Evangeline Lilly e a differenza della quasi omonima Lily Collins ha persino delle sopracciglia da essere umano, nonostante sia marziana, però a fare proprio gli schizzinosi possiamo dire che potevano anche prendere di meglio. Chessò, una Jennifer Lawrence o una Amber Heard, per esempio. Anche perché a livello recitativo la Collins è su livelli decisamente bassini. A sua difesa, va detto che l’ottimo cast arruolato per la pellicola si trova di fronte a una sceneggiatura talmente ridicola, che è difficile risultare decente per chiunque.
Persino per Bryan Cranston, il fenomenale protagonista della serie Breaking Bad.

"Riportami sul set di Breaking Bad, te ne prego!"

E, a proposito di Breaking Bad, ecco il poster della stagione 5, che così alziamo - e di brutto - il livello qualitativo di questo post.


Se nella realtà sappiamo che su Marte non c’è vita, o almeno non c’è figa, gli sceneggiatoroni di John Carter potevano allora decidere di spostare l’azione (azione? ma se ‘sto film fa dormire?) su un pianeta fittizio. Giusto per dare al tutto un minimo di credibilità. Perché va bene la sospensione dell’incredulità, però in questo caso andrebbe accompagnata anche a una bella sospensione della patente di sceneggiatori.

"Scorreggiare ti mette le aaali!"
La prima parte del film non è neanche così male. Sul serio. E con prima parte intendo i 15 minuti circa, o forse meno, iniziali ambientati sulla Terra. Il problema è tutta la seconda parte, che fa risultare il film eccessivamente lungo. Giusto di quelle due ore di troppo.
Dopo la prima parte introduttiva, non si sa bene perché, non si sa bene per come, manco ci interessa scoprirlo, John Carter all’improvviso si ritrova fiondato su Marte. Qui scopre di avere un potere particolare: può compiere dei salti pazzeschi. Perché? All’inizio non lo sa, ma poi scoprirà che ogni volta che scoreggia, liberandosi del gas corporeo creato da una dieta a base di pasta & fagioli alla Bud Spencer & Terrence Hill (arriva pur sempre da un periodo vicino a quello del vecchio West), diventa più leggero e riesce a compiere incredibili evoluzioni aeree.
Gli alieni, vedendolo, cominciano così a chiamarlo John Farter ed è con questo nome che entrerà per sempre nella leggenda di Marte.

Che altro succede, in questo film, a parte i salti scorreggioni? Ben poco, o meglio, le solite cose che ci si può aspettare da una pellicola del genere, e con genere intendo “film scoreggione” o anche una sorta di Stargate in tono minore. O un La Mummia di serie B. E già La Mummia era cinema di serie B, senza offesa per i veri B-movies, quindi questo John Carter cos’è? Serie C? Serie D? O serie E-vitar? Gli effetti speciali e tutta la lunga, estenuante parte su Marte ricordano infatti da vicino proprio le atmosfere dello scult cameroniano Avatar. E dalle parti di Pensieri Cannibali non esiste paragone peggiore, ormai dovreste saperlo.

"Hey, cosi verdi, qualcuno di voi mi presta dell'insetticida?"
Tra le cose davvero sorprendenti che succedono, ci sono le solite scenone (ben poco) epiche di guerre e combattimenti insensati vari, i soliti effettoni speciali, tra l’altro particolarmente brutti, a cercare di supplire alle evidenti falle di sceneggiatura, e poi il protagonista terrestre che si innamora della principessa marziana figa che però era già promessa sposa a uno stronzo (Dominic West delle serie The Wire e The Hour) con un matrimonio combinato e insomma è una storia davvero così inedita e fantasiosa che solo per questo la pellicola merita di essere considerata di genere fantasy, nevvero?
E, a proposito di termini desueti, questo film appare arrivare in leggero ritardo sui tempi. Giusto di un secolo. La storia da cui è tratto poteva infatti sembrare originale e magari persino una figata cento anni fa, all’indomani della sua pubblicazione, ma oggi dopo l’arrivo di miliardi di milioni di film/romanzi/serie tv sci-fi simili non è che sia proprio di primo pelo. È una pellicola che, al limite, ci sarebbe potuta stare bene negli anni ’90, visto anche il look da capellone grunge del protagonista Taylor Kitsch, già visto nell’ottima serie Friday Night Lights.

"È inutile che tenti di sedurmi. Siamo in un film Disney, non faremo sesso."
"Ma nemmeno un lavoretto di mano?"
E parliamo di Taylor Kitsch, allora: il giovane promettente (almeno prima di questo film) attore innanzitutto dovrebbe cambiare cognome perché kitsch è davvero di pessimo gusto.
Che battuta! Ahahaha
Taylor Kitsch per seconda cosa dovrebbe smetterla di fare film kitsch.
Che seconda battuta! Ahahah
Tra questo e quell’altra produzione commerciale di Battleship (comunque un capolavoro al confronto di John Carter), la sua carriera cinematografica non sta prendendo una bella piega. Si sta trasformando semmai in una piaga. Anche perché entrambi sono stati due bei flopponi al box-office. Soprattutto questo John Farter, costato 250 milioni di dollari ma si mormora anche di più e in grado di incassarne negli Usa appena una 70ina.
Taylor Kitsch, insomma, smettila con questi flopponi spaziali e passa al cinema indipendente, che almeno in quell'ambito incassare poco significa aver realizzato qualcosa di artisticamente troppo avanti per i tempi.

"John, te lo facciamo noi un lavoretto, non quella zoccoletta.
Guarda quante mani abbiamo!"
Uno dei problemi del film, oltre a essere tremendamente noioso e sorpassato, è che le cose succedono senza una ragione. Si passa da una dimensione all’altra così, alla cazzo di cane. Come nella serie Awake. In Matrix, per quanto assurdi, i passaggi avevano un senso. In Inception ce l’avevano. Qui e in Awake no.
L’altro problema è la produzione edulcorata della solita Disney, con i buoni che sono più che buoni e i cattivi che sono più che cattivoni. Non a caso il regista è Andrew Stanton, comunque decisamente più a suo agio con l’animazione, visto che i suoi Wall-E e Alla ricerca di Nemo sono due tra i migliori film Pixar. Una Disney che poi nega persino mezza scena di sesso ai due protagonisti anche dopo essere convolati a giuste nozze, con lui che invece di ciularsi la neo-mogliettina preferisce star fuori a prendersi una boccata d’aria insieme a questo mostruoso cagnolino marziano…

"Baciami, John Carter. Baciami ora!"

Il film comunque ha dalla sua un paio di note positive. La prima è che il cast raccattato è di buon livello, peccato sia del tutto sprecato. La seconda è che la visione si regge su livelli quasi decenti. Peccato sia solo per i primi 15 minuti, perché quando John Carter parte su Marte, la pellicola diventa una porcheria senza arte né parte.
(voto 3/10)

sabato 12 febbraio 2011

I poco fantastici viaggi di Jack Black

I fantastici viaggi di Gulliver
(USA 2010)
Titolo originale: Gulliver’s Travels
Regia: Rob Letterman
Cast: Jack Black, Jason Segel, Emily Blunt, Amanda Peet, Chris O’Dowd, Billy Connolly, Catherine Tate
Genere: avventura finita male
Se ti piace guarda anche: Una notte al museo, Super Nacho, Anno uno
Attualmente nei cinema italiani

Trama semiseria
I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift in versione Jack Black. Se pensate ci sia da ridere, vi sbagliate di grosso. Se pensate ci sia da piangere, c’avete invece preso in pieno.

Recensione cannibale
L’idea era scarsa già in partenza e dimostrava come a Hollywood siano davvero arrivati alla frutta: prendiamo un classico della narrativa avventurosa come I viaggi di Gulliver e riadattiamolo in chiave moderna con l’umorismo di Jack Black e, massì, mettiamoci pure il 3D che così ci facciamo più soldi. Il risultato va però ben al di là delle più catastrofiche previsioni.
Il film parte con una breve premessa nella New York City dei giorni nostri: Jack Black (nella sua solita parte da cazzone scansafatiche) è un addetto alla posta all’interno di un giornale che un giorno si finge reporter esperto di viaggi per conquistare il cuore della sua amata Amanda Peet (attrice specializzata in film brutti come FBI: Protezione testimoni 1 & 2). Dire le bugie però ti fa finire in un sacco di guai, non lo sapevi Jack? E così ecco che poco sorprendentemente si ritrova in mezzo ai nanetti lillipuziani e da lì in poi è tutta una serie di gag inverosimili, inguardabili ma soprattutto per nulla divertenti.

Jack Black sembra essere diventato la parodia di se stesso. Una volta veniva paragonato a John Belushi, ai tempi del suo (unico) successo School of Rock, quindi aveva tentato pure la via della recitazione drammatica con il discreto King Kong di Peter Jackson. All’interno della categoria dei comici ciccio-fattoni, negli ultimi tempi era però stato superato sia a sinistra che a destra da Zach Galifianakis e da Seth Rogen e questo superflop di proporzioni gulliveriane potrebbe rappresentare una pietra tombale sulla sua breve carriera. Da qui in poi temo infatti che al massimo potrà essere accostato a Jim Belushi.

Costati 112 milioni di dollari, buttati non si sa dove, negli USA questi “fantastici” viaggi di Gulliver ne hanno incassati solo 40 (ed è già tantissimo per codesto schifo). Se gli sceneggiatori navigano spaesati non sapendo davvero che pesci pigliare, per sfruttare malamente Jack Black hanno allora deciso di regalargli (e regalarci) diversi momenti musicali pseudo rock che vorrebbero essere cult e invece si rivelano quanto di più scult si sia visto negli ultimi tempi,  come un’allucinante (e non in senso buono) reinterpretazione di “War” di Edwin Starr (che si sta rivoltando nella tomba): in teoria è un inno alla pace, peccato faccia invece venire solo una gran voglia di dichiarare guerra a chi ha prodotto un’atrocità di film del genere. Ma c'è anche con una penosa dichiarazione d'amore sulle note di "Kiss" di Prince (che non è morto, ma si sta comunque rivoltando nella tomba).

Da segnalare per bruttezza anche e soprattutto la regia di tale Rob Letterman, già autore dei cartoon Shark Tale e Mostri contro alieni. Con le sue riprese vertiginose vorrebbe rendere la grandezza di Gulliver in mezzo ai lillipuziani, peccato che non sia né Steven Spielberg né il già menzionato Peter Jackson e finisca per ottenere l’effetto opposto, realizzando un film piccolo piccolo. Dai, adesso sinceramente: ma come si fa a mettere uno così dietro la macchina da presa di un film da oltre 100 milioni di dollari? Il mondo è sempre più governato da forze irrazionali, c’è poco da fare.
I fantastici viaggi di Gulliver tenta in tutti i modi di far ridere e intrattenere senza mai riuscirci e questo è quanto di più triste si possa immaginare per un film del genere. Se poi vogliamo dare pure una lettura politica a questo ammasso di stronzate, Jack Black con la sua ingombrante presenza cerca di convertire il piccolo mondo di Lilliput a sua completa immagine e somiglianza; parlando di persone dalle dimensioni lillipuziane, non vi ricorda per caso quanto fatto da qualcuno in Italia negli ultimi 30 anni?
(voto 0,5)

martedì 14 settembre 2010

The artist formerly known as Prince (of Persia)

Prince of Persia – Le sabbie del tempo
(USA 2010)
Regia: Mike Newell
Cast: Jake Gyllenhaal, Gemma Arterton, Ben Kingsley, Alfred Molina, Reece Ritchie
Links: imdb, mymovies

I film d’avventura non sono il mio genere. Ho visto la serie di Indiana Jones solo perché se sei un bambino negli anni 80 non potevi non vederlo, ma non mi ha mai appassionato più di tanto, così come le varie Mummie, Pirati dei Caraibi e cazzate varie. Per giunta, questo Prince of Persia è pure tratto da un videogame. E i film tratti da videogame più spesso che no si sa che sono delle gran minzolinate. Se mi sono sforzato di vedere questo film è dunque unicamente per la coppia di protagonisti: Jake Gyllenhaal e Gemma Arterton.

Per quanto riguarda il primo, ci sono degli inaspettati punti di contatto con la pellicola che l’ha lanciato, il mio amato Donnie Darko: la tematica dei viaggi nel tempo, ad esempio, realizzati attraverso delle sabbie magiche contenute in un pugnale (lo so, è una cosa molto realistica!) o Jake Gyllenhaal che a un tratto mette su il cappuccio, altro esempio. Ok fine dei punti di contatto con Donnie Darko. Purtroppo qui non c’è una splendida colonna sonora anni Ottanta, Gyllenhaal ha abbandonato il look pre-emo e sembra ormai vittima di un’indigestione di steroidi. Nemmeno ci sono conigli parlanti...
Per quanto riguarda la seconda, Gemma Arterton è una figa strepitosa. E su di lei ho detto tutto.

La storia è un po’ la solita, o almeno immagino sia la solita visto che come detto non è che segua molto questo genere di film. Fatto sta che Jake Gyllenhaal bambino viene tirato su dalla strada come un cucciolo bastardino da –nientepopodimenoché- il re di Persia. No, non è un nuovo epiteto con cui mi riferisco al Premier, anche perché lui probabilmente il bastardino lo tirerebbe sotto; si tratta proprio del re di Persia in persona (o almeno di persona nella finzione cinematografica).
Da grande (e a forza di steroidi è diventato davvero grande) il “piccolo principe” finisce però vittima di un complotto ordito alle sue grosse spalle e si ritrova a dover scappare, accusato dell’omicidio del patrigno. In fuga con lui ci sarà anche la bella principessa Gemma Arterton, con cui ovviamente all’inizio ha un rapporto conflittuale ma poi altrettanto ovviamente tra i due scatterà del tenero. Se però vi aspettate una qualche scena di sesso, vi ricordo che è pur sempre una Walt Disney Picture Production e quindi fate voi due conti…

Come film d’intrattenimento Prince of Persia funziona anche, soprattutto nella prima parte (la seconda è più da sbadigli) ma, almeno io, rimpiango i tempi in cui Jake-Donnie parlava con i conigli. Va detto però che almeno una fissazione sembra non essergli passata. La figa? No, maliziosi che non siete altro. Mi riferisco più semplicemente ai viaggi nel tempo.
(voto 5,5)

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