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mercoledì 26 marzo 2014

SNOWPIRLA




Snowpiercer
(Corea del Sud, USA, Francia, Repubblica Ceca 2013)
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Kelly Masterson
Ispirato alla serie a fumetti: La Transperceneige di Jacques Lob, Benjamin Legrand e Jean-Marc Rochette
Cast: Chris Evans, Jamie Bell, John Hurt, Tilda Swinton, Song Kang-ho, Ko Ah-sung, Octavia Spencer, Ewen Bremner, Alison Pill, Luke Pasqualino, Tómas Lemarquis, Steve Park, Ed Harris
Genere: arca di Noè 2.0
Se ti piace guarda anche: 2013 – La fortezza, Atto di forza, Brazil

Snowpiercer è il nuovo Blade Runner?
Il nuovo Matrix?
Il nuovo Brazil?
Il nuovo Strange Days?

A essere ancora generosi, a me Snowpiercer è sembrato piuttosto il nuovo 2013 – La fortezza, film dei primi anni ’90 con Christopher Lambert impegnato a lottare contro un sistema oppressivo. O anche una pellicola un po’ alla Paul Verhoeven, tra Atto di forza e Starship Troopers. Ma il nuovo Blade Runner?
ARE YOU FUCKING SERIOUS?

Certo che quelli del marketing sanno come vendere un film, dobbiamo ammetterlo. Quella che l’astuta strategia promozionale ha cercato di spacciare come la migliore pellicola di fantascienza degli ultimi 100 miliardi di anni, o qualcosa del genere, altro non è che l’ennesima banalità sci-fi degli ultimi tempi. Non ai livelli irraggiungibili di Cloud Atlas, però insomma, tra i film dei Wachowski di sicuro siamo più vicini a quelle parti che non a quelle di Matrix.

"Oh, andiamo. Sono l'unico qui dentro con un biglietto
e volete farmi la multa solo perché non l'ho obliterato?"
Il film parte dal solito spunto apocalittico. È arrivata una nuova era glaciale, ma questa volta Scrat non è stato chiamato a far parte del cast, poverino, e gli unici esseri umani sopravvissuti stanno su un treno che gira tutto intorno alla Terra. Contenti loro…
Il treno è una specie di moderna Arca di Noè, anche se a me la storia della sua realizzazione ha più che altro fatto venire in mente l’episodio dei Simpson “Marge contro la monorotaia”. Un’idea strampalata ma se non altro piuttosto originale, sebbene i meriti di ciò vadano assegnati alla serie a fumetti francese Le Transperceneige da cui è tratta, più che alla pellicola di per sé.

La singolare variante trenistica di un film a caso di Roland Emmerich si scontra però contro due problemi principali. Il primo è la sua struttura narrativa da videogioco, ovvero completare un livello per passare a quello successivo, solo con le carrozze al posto dei livelli. La sceneggiatura del film si limita quindi a spostare i protagonisti ribelli, i poveri delle ultime carrozze, in quelle davanti, dove incontreranno avventure incredibili… si fa per dire. Detto in parole povere: cinema-videogame alla Zack Snyder spacciato per cinema d’autore.
Carrozza dopo carrozza, diventa chiaro sia ai protagonisti che allo spettatore il funzionamento del treno. Il superamento dei livelli avviene attraverso vari combattimenti, scazzottate o sparatorie, in cui il regista sudcoreano Bong Joon-ho si diverte un mondo. Peccato che, tra momenti concitati alternati a rallenty, appaiano come l’ennesima scopiazzatura fuori tempo massimo delle sequenze action del menzionato Matrix. L’unica scena impressionante è la battaglia con le fiaccole, il solo momento davvero notevole a livello visivo.

"Charlotte Gainsbourg, preparati che sto arrivando!"
Per il resto, il film è una successione di scenette a metà tra il grottesco e il risibile, con ottimi attori come Tilda Swinton, Alison Pill, John Hurt, Octavia Spencer e Ewen Bremner (il mitico Spud di Trainspotting) ridotti a interpretare dei personaggi macchietta che sembrano usciti dalla parodia di un film di Terry Gilliam. Per non parlare dell’attore feticcio del regista, Song Kang-ho, cui è affidata la parte del tossico patito di Kronol che poteva essere il personaggio simpa di turno e invece no, è una lagna pure lui. In un cast sulla carta di buon livello in cui si segnala pure Jamie Bell che ormai vedo ovunque, da Il lercio all'imminente Nymphomaniac e presto pure Cosa nei nuovi Fantastici 4, il protagonista principale – sempre a proposito di Fantastici 4 – è Chris Evans. Ecco, io non ho niente contro Chris Evans, mi sta simpatico fin dai tempi dell’esilarante Non è un’altra stupida commedia americana, ma, se anche in Snowpiercer tutto il resto avesse funzionato a dovere, un film con Chris Evans protagonista NON può essere un cult. Mi si viene a dire che Channing Tatum è inespressivo, ed è vero, ma allora che dire di Chris Evans?

"Vi prego, sparatemi ma risparmiatemi il finale di questo film!"
Oltre a essere un film-videogame, il secondo grande problema della pellicola, anzi il terzo visto che il secondo è Chris Evans, è la sua ambizione di contenere chissà quale altissimo messaggio. Solo che Snowpiercer ha lo spessore politico di un discorso di Matteo Renzi. Hunger Games viene tanto criticato perché propone una visione socio-politica semplicistica, come fosse un 1984 per teenager, cosa che infatti è, ma al confronto di Snowpiercer appare come una saga ultra impegnata.
Nel film di Bong Joon-ho tutto è troppo spiegato. Sul fatto che il treno sia una metafora della società umana, con le classi più agiate nelle carrozze di prima classe davanti e i morti de fame in quelle in fondo, ci potevamo arrivare anche da soli. Invece no. Il film deve esplicitare pure quello, attraverso una serie di dialoghi ridicoli che raggiungono il top nella parte finale. L’apparizione del creatore, del Dio del treno, tale Wilford interpretato da Ed Harris, fa andare giù le mutande quanto quella dell’Architetto in Matrix Reloaded. E allora si torna lì, al cinema dei Wachowski, ma non certo al loro film migliore, il primo Matrix, quanto ai suoi penosi seguiti. Che fantasia poi prendere per questa parte Ed Harris, già uomo dietro le quinte del The Truman Show. Morgan Freeman, che di solito in questi ruoli ci sguazza, era per caso troppo impegnato?
La claustrofobia provocata da Snowpiercer non è allora causata tanto dall’ambientazione interamente all’interno di un treno, quanto dalla presenza di questi soffocanti spiegoni, che non lasciano spazio a molte interpretazioni. Il film concede una carrozza a chiunque, tranne al libero pensiero dello spettatore.

"No, sparate prima a me!"
Dopo 2 ore di corsa in cui si è stati per lo più in piedi e giusto per una manciata di minuti seduti, neanche tanto comodamente, si arriva al termine stremati e si rimpiange addirittura di non aver viaggiato con Trenitalia. Perché?
Perché come film d’intrattenimento Snowpiercer è a malapena mediocre, da un punto di vista del messaggio politico è scontato e ci regala un finale penoso che, alla faccia della fonte di ispirazione francese e del regista orientale, sa tanto di solita americanata buonista, con tanto di ATTENZIONE SPOILER sacrificio supereroistico di Chris Evans. Ciliegina sulla torta: un’ultimissima inquadratura dedicata a un tenero orsetto bianco, che vorrebbe rappresentare come sulla Terra all'infuori del treno ci sia ancora spazio per la vita. Peccato che il tenero orsetto sia pronto a cenare con gli ultimi umani rimasti.
E questa roba qua sarebbe il nuovo Blade Runner?
Gente, prendete meno Kronol, per favore!
(voto 5/10)

"Che finale imbarazzante!"

mercoledì 10 luglio 2013

PORNO SUBITO




Irvine Welsh “Porno”
(libro, 2002)
Casa editrice: Guanda
Pagine: 540

Sono un ritardato.
Con i libri, sono un ritardato.
Se per quanto riguarda cinema, musica e serie tv cerco sempre di stare dietro alle ultime novità, persino in maniera maniacale, in campo letterario non riesco a essere altrettanto attento. E così ho recuperato soltanto adesso il sequel di uno dei miei cult letterari adolescenziali, Trainspotting. Porno riprende a una decina d’anni di distanza le avventure dei tossici che avevamo lasciato “scegliere la vita” e io ho deciso finalmente di aggiornarmi sui loro “nuovi” sviluppi, nonostante il libro fosse uscito già nel lontano 2002.
No, non c’ho messo 11 anni per leggerlo tutto. Non sono così ritardato. L’ho recuperato soltanto nelle ultime settimane e ho infine deciso di sapere che cosa succede a questi disperati scozzesi. E cosa succede?

Succede che l’eroina è stata sostituita da altre dipendenze, soprattutto quella per la cocaina. Pensavate che i nostri (anti)eroi si fossero ripuliti? Andiamo, siete davvero così ingenui? I trainspotters continuano a bere e a farsi alla grande, anche a 30 anni suonati, solo non vanno più di pere. Come cantavano quegli altri drugà dei Dandy Warhols in “Not If You Were the Last Junkie on Earth”, ormai “Heroin is so passe”.
Come si può intuire dal titolo di questo nuovo lavoro di Irvine Welsh, il filo conduttore è però un altro. Non la droga, il porno. E Sick Boy, un po' a sorpresa, è diventato il vero protagonista principale di questo libro, comunque pur sempre corale.


Tornato a Edimburgo dopo la sua non troppo fortunata parentesi londinese, Simon "Sick Boy" Williamson gestisce un bar e si ritrova pure a fare il regista. Il regista non come Malick, Tarantino e manco come Michael Bay, ma il regista di una pellicola per adulti amatoriale, però con ambizioni professionali. Poco a poco, oltre a lui entreranno in gioco in qualche modo anche tutti gli altri protagonisti di Trainspotting.

Il più fattone di tutti, Spud?


Presente.
Credete si sia ripulito? Andiamo, continuate a essere così ingenui?

Il pazzo criminale Begbie, o meglio Franco Frank Francois Begbie?


Presente pure lui. Ancora più pazzo, violento e pericoloso di un tempo. Appena uscito di galera e assetato di vendetta.
Nei confronti di chi cercherà la vendetta Begbie, così come pure Sick Boy?
Verso di lui, naturalmente: Mark Renton. Quello che li ha fottuti alla fine di Trainspotting, ricordate?


Rents è finito in quel di Amsterdam, fa il proprietario di un disco locale fighetto e sembra ormai lontano miglia, se non anni luce, dalla vita dei suoi ex amichetti tossici. Fino a che Edimburgo non lo richiamerà a sé e a un inevitabile confronto/scontro con Sick Boy e Begbie…

Porno è un libro divertente, ma anche molto amaro. Tornare a seguire le vicende di questi disperati, più qualche nuovo personaggio aggiunto come la disinibita zoccoletta Nikkie, è come ritrovare delle vecchie conoscenze. Non degli amici simpatici di cui non potevi fare a meno, piuttosto come dei tizi che conoscevi e che pensavi avessero fatto una brutta fine e invece sono ancora lì, vivi e (più o meno) vegeti, e la curiosità di sapere che stanno a combinare è troppo forte. Nonostante la lunghezza oltre le 500 pagine, Porno si legge con grande velocità e impressionante facilità, una più che piacevole lettura per ingannare l’attesa di vedere cosa ne uscirà dal sequel cinematografico di Trainspotting, diretto ancora da Danny Boyle. Il cast della nuova pellicola vedrà il ritorno dei vari Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner, così come anche Kelly MacDonald, l’interprete di Diane che pure nel romanzo fa di nuovo capolino. A quanto pare, la versione cinematografica sarà un adattamento molto libero del libro e in ogni caso ci sarà da aspettare ancora parecchio, visto che l’uscita nelle sale è prevista tipo per il 2016. Evidentemente a Danny Boyle e soci piace prenderla con calma, persino più di me.

Poster fan-made trovato in rete, non troppo indicativo di come sarà davvero il film.

Si potrebbe pensare a Porno come a un libro fuori tempo massimo, a un revival degli anni Novanta, e invece no, sbagliato. Così non è. Non è neanche un nuovo cult assoluto, intendiamoci, Trainspotting resta irreplicabile, eppure la scrittura di Irvine Welsh ha mantenuto la freschezza e l’ironia di un tempo e allo stesso tempo ha aggiunto una ulteriore punta di cattiveria e, sì, di amarezza. I protagonisti non hanno più la sfrontatezza dei ventenni. Sono ancora dei disperati affamati di vita, tossicodipendenti magari non più tanto tossici (beh, Spud sì) ma ancora dipendenti. Dipendenti della coca, dell’alcol, della figa, del successo, soprattutto della voglia di dimostrarsi superiori l’uno all’altro e di fottersi a vicenda. History repeating, la storia si ripete e Irvine Welsh ce li ripropone cresciuti, un pochino maturati, ma alla fine fondamentalmente sono sempre gli stessi stronzi di un tempo.
E cazzo se mi erano mancati.
(voto 7,5/10)

sabato 22 giugno 2013

JACK E I FAGIOLI GREMLINS


Il cacciatore di giganti
(USA 2013)
Titolo originale: Jack the Giant Slayer
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura: Darren Lemke, Christopher McQuarrie, Dan Studney
Cast: Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson, Ewan McGregor, Ewen Bremner, Eddie Marsan, Stanley Tucci, Ian McShane, Bill Nighy, Christopher Fairbank, Warwick Davis
Genere: fagioloso
Se ti piace guarda anche: King Kong, La storia fantastica, I fratelli Grimm e l'incantevole strega

I Giganti ci sono solo nelle storie, nella realtà non esistono.
Siete sicuri di ciò?
Andate a dirlo a lui.


O andate a dirlo a loro…



I Giganti sono esistiti. Erano una band anni Sessanta. Poi sono spariti nel nulla. Leggenda vuole che siano stati confinati dal re Eric su in cielo, in una terra raggiungibile soltanto da una pianta che arriva fino alle nuvole. Per fare crescere una simile pianta, occorrono dei fagioli speciali. Sembrano fagioli normali e invece se li bagni si trasformano in… Gremlins.
Ho sbagliato film?
In questo, non bisogna mai bagnare i fagioli, altrimenti nasce subito una pianta che va fino al cielo, lassù dove vivono i temibili giganti. I giganti veri, non la band. Ed è proprio quanto capita a Jack, il protagonista de Il cacciatore di giganti. Invece di un tranquillo Gizmo, un giorno si porta a casa ‘sti cacchio di fagiolini magici, questi naturalmente si bagnano e si trasformano in una pianta enorme che gli sfascia la casa. In quel momento insieme a lui c'è la principessa del regno che finisce scaraventata su su, insieme ai giganti che la tengono rapita. [ATTENZIONE! BATTUTA POLITICALLY INCORRECT IN ARRIVO] Vorrebbero anche stuprarla, ma poi si rendono conto che le dimensioni dei loro peni giganti non gli permettono di avere una penetrazione soddisfacente nella piccola vagina della povera umana. [FINE BATTUTA CAZZATA POLITICALLY INCORRECT]

Rimasto a Terra, il nostro Jack si propone per andare a recuperare la principessa. Insieme a lui vanno due ex tossici di Trainspotting ora (apparentemente) ripuliti: Ewan McGregor e Ewen Bremner (beh, lui non sembra molto ripulito), più un cattivone, il primo cattivone del film, Stanley Tucci, promesso sposo alla principessa. Più in là nel corso del film ci sarà un secondo cattivone, anzi no, di più: un cattivone gigante. Anzi no, di più ancora: un cattivone gigante con due teste di cui una parla come il Gollum.

"Aiuto! Qualcuno mi tolga 'sta schifezza dalla spalla!!!
Ah no, scusate, è solo la mia seconda testa..."

Anche se raccontata così può non sembrare, si tratta della solita fiaba, una variante della super hit per l’infanzia, soprattutto nel Regno Unito, Jack e la pianta di fagioli. La cosa che più colpisce di questo film è proprio il suo essere tradizionale. Un controsenso? No, perché negli ultimi anni siamo stati abituati agli stravolgimenti più originali e trasgressivi possibili nei confronti dei racconti classici. Tutto è partito (credo) con Shrek, poi ci ha messo del suo la serie tv Once Upon a Time e negli ultimi tempi ci si è messa una lunga schiera di pellicole a tematica fiabesca che rivisitano le storie in maniera spesso poco da favola. Dal teen fantasy Biancaneve e il cacciatore alla variante action cazzuta (rivelatasi poi più cazzata che cazzuta) di Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, fino alla coloratissima revisione firmata Tarsem di Biancaneve, ancora lei, sta zoccola.

"ARGH! Manco in Trainspotting sembravo così fatto..."
Ne abbiamo viste in pratica di tutti i colori, dal bianco della citatissima Biancaneve fino al cappuccetto rosso sangue. Quello che mancava era allora un film old-fashioned, uno di quelli che sembrano usciti più dagli anni ’80/’90 che da oggi. Le intenzioni, per carità nobili, di questa produzione sono quindi apprezzabili. Il risultato meno. Il cacciatore di giganti non si fa odiare, ma nemmeno amare, finendo per risultare un intrattenimento di livello medio-basso, più basso che medio.
Eppure al suo interno c’è tutto, non manca niente. C’è avventura. Ci sono gli effetti speciali, a dire il vero non un granché. C’è la solita storia d’amore impossibile: lui contadino morto de fame, lei principessa; un po’ come William e Kate ma al contrario. C’è persino un cast più che valido, capitanato dal giovine Nicholas Hoult, quello di About a Boy, Skins, Warm Bodies e noto soprattutto per essersi fatto Jennifer Lawrence. Sulla sua tomba, quando morirà spero il più tardi possibile, sulla lapide scriverenno: “Si è fatto Jennifer Lawrence.” Cosa questa che lo rende credibile nella parte dell’eroe di turno. Oltre al giovine, ci sono anche gli evergreen già citati Stanley Tucci, Ewan McGregor e Ewen Bremner, oltre ai non ancora citati Eddie Marsan e Ian McShane. La fighetta di turno, l’interprete della principessina, tale Eleanor Tomlinson invece bah, non è che convinca granché, nonostante sia una rossa e io ho una passione particolare per le rosse però lei no, chissà?, però è da rivedere in qualche altro film, come Educazione siberiana in cui a quanto pare è presente nel cast.

"Nicholas, tu sei stato con Jennifer Lawrence e io non sarò mai alla sua altezza..."
"Hai ragione, Eleanor, addio! Jennifer, aspettami che arrivo!"
Al di là della drammatica mancanza di figa, pecca non da poco per una produzione commerciale di questo tipo, a non convincere è la regia, davvero insipida.
E chi è il regista?
Bryan Singer???
Siamo sicuri?
Bryan Singer pure lui si merita un bah enorme. Dopo aver fatto il botto con I soliti sospetti e aver firmato un’opera interessante come L’allievo, si è dato alle vaccate commerciali senza ritegno con gli X-Men e Superman Returns e ora con questo Il cacciatore di giganti, che si è pure rivelato un bel flop. Bryan Singer è proprio un regista da bah, bah, e ancora bah. Ha fatto appena intravedere il suo talento e poi la sua carriera ha preso una brutta piega, un po’ come… qualcuno ha nominato per caso M. Night Shyamalan?, ed è così finito per diventare un mestierante anonimo.

Anonimo, proprio come questo film. Non propone un punto di vista nuovo nel raccontare le fiabe, né tanto meno convince nel suo tentativo di revival del vecchio modo di raccontarle. Non fa nemmeno così schifo e quindi non fa manco incazzare troppo, cosa ancora peggiore. Il problema de Il cacciatore di giganti è la sua sostanziale mediocrità e inutilità. È solo un film… un film da bah.
(voto 5,5/10)



venerdì 31 agosto 2012

Blackout is the new black

Blackout
(mini-serie UK in 3 puntate)
Rete britannica: BBC1
Rete italiana: non ancora arrivata
Creata da: Bill Gallagher
Regia: Tom Green
Cast: Christopher Eccleston, Ewen Bremner, Lyndsey Marshal, MyAnna Buring, Rebecca Callard, Branka Katic, Dervla Kirwan, Olivia Cooke, Andrew Scott
Genere: politically
Se ti piace guarda anche: Boss, Damages, Political Animals

Ho guardato la puntata pilota di Blackout. Com’era? Non me lo ricordo.
Il giorno dopo me ne ero dimenticato. Ho avuto un blackout.
Dunque, è una serie noiosa, di quelle per niente memorabili?
Nient’affatto, è solo che la sera in cui l’ho visto ero davvero stanchissimo e quindi sono crollato. Ma non è colpa della serie, promesso.
Dopo aver avuto questo blackout, ho fatto un secondo tentativo, più che meritato: Blackout è infatti una visione di quelle da non lasciarsi sfuggire. Non fate come me. Non addormentatevi. Seguitela con grande attenzione. Dopo tutto, sono appena tre puntate tre da un’oretta ciascuna, che vanno a formare una sorta di film lungo o di mini-serie molto mini. Ste cose gli inglesi le fanno spesso. Sono specialisti nelle mini-serie.

L’inizio di Blackout è molto ma molto noir. Il protagonista è un consigliere comunale con qualche problemino di alcool. E con qualche problemino, intendo che è un alcolista allo stato (quasi) terminale. Raramente ho visto qualcuno bere così tanto nel giro di così pochi minuti, sia in un film, in un telefilm o nella vita reale. Davvero dura tracannare più di quanto fa lui a inizio episodio. Ste cose gli inglesi le fanno spesso. Sono specialisti nel bere.
In una notte di assoluto delirio, oltre a sbronzarsi in una maniera colossale, principe Harry style, riesce anche a partecipare al balletto della figlia, a farsi una prostituta o quella che sembra essere una prostituta e a rimanere coinvolto in un omicidio. O a quello che sembra essere un omicidio.
Il giorno dopo, un uomo viene ritrovato in fin di vita. Chi l’avrà ridotto in quello stato? Lui?
Intorno a questo misterioso mistero si gioca una parte della misteriosa serie. Ma solo una parte, perché questo altro non è che appena l’inizio. Il bello, come si suol dire, o come dicono quelli bravi, deve ancora venire.
Il giorno dopo, rientrato da un hangover assurdo post-alcolico e post-coinvolgimento in un omicidio, il nostro sobrio protagonista va a fare visita a sua sorella, un noto avvocato cittadino. Quand’ecco che dei tizi armati sbucano fuori e cercano di farla fuori. Lui li nota e, da eroe quale non è mai stato in vita sua, frappone il suo corpo tra i proiettili e sua sorella. Il tutto ripreso dalle telecamere dei vari TG. Credo pure l’immancabile Studio Aperto.
Ed è così che il protagonista passa dall’essere un semplice consigliere comunale alcolista all’essere un eroe nazionale. Miracolosamente ancora in vita. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono, e c’è già chi lo vede come potenziale candidato a sindaco cittadino.

Succedono davvero un sacco di cose, nella puntata pilota di Blackout, e quindi vi confermo che se alla prima visione mi sono addormentato è solo perché gli occhietti mi si chiudevano da soli. E nelle sue successive puntate ci sono nuovi notevoli sviluppi, per una serie British che per la tematica politica affrontata in maniera nuda e cruda si offre come una sorta di Boss d’Oltremanica, con un protagonista/sindaco dai lati parecchio oscuri, ma allo stesso tempo con un’identità tutta sua e un tocco britannico inconfondibile.
Bella la fotografia, misteriose e molto dark le atmosfere, di livello cinematografico la regia e, ciliegina sulla torta, il piatto forte della gran parte delle produzioni inglesi: una recitazione di sballoso livello. Il protagonista Christopher Eccleston (Piccoli omicidi tra amici, The Others e Dottor Who tra le tante cose nel suo CV) è davvero calato nella parte, mentre nei panni della bionda zoccola c’è MyAnna Buring, attrice sexy ma dal volto leggermente inquietante che ultimamente tra il film Kill List e la mini-serie White Heat mi sto ritrovando dappertutto. E la cosa non mi dispiace. C’è poi anche Ewan Bremner, lo Spud di Trainspotting.
Quello che si presentava così…



E faceva cose così…



Se il protagonista di Blackout è quello alcolizzato, lui invece, sorpresa sorpresa, appare in panni per lui parecchio sobri e seri. E adesso si presenta così...


L’unica pecca della serie, se pecca può essere considerata, è che tutto sembra avvenire troppo in fretta e che con ciò che succede gli americani ci avrebbero fatto su almeno una stagione da 24 puntate. Qui al termine dei tre episodi ne vorresti ancora di più e invece, in attesa di sapere se questa mini mini-serie avrà mai un seguito, bisogna accontentarsi così.
In chiusura, volete un consiglio? Evitate i blackout mentali, come me, e cercate di ricordarvi di dare un’occhiata a Blackout.
(voto 7/10)


martedì 14 febbraio 2012

Perfect Sense: chi vivrà, vedrà

So che starete pensando: oggi è San Valentino e Cannibal Kid per fare l’alternativo, l’anticonvenzionale dei miei coglioni di turno, ci propone un film catastrofico che non c’entra una mazza.
E invece no. Invece faccio il convenzionale con un film che, a suo modo, è tra le pellicole più sentimentali e più belle, e più sentimentalbelle, viste negli ultimi tempi.
Non un film perfect, ma un Perfect Sense.
(in Italia naturalmente non è ancora uscito, né è al momento previsto)

Perfect Sense
(UK, Svezia, Danimarca, Irlanda 2011)
Regia: David Mackenzie
Cast: Ewan McGregor, Eva Green, Ewen Bremner, Connie Nielsen, Stephen Dillane
Genere: apocalypse love
Se ti piace guarda anche: Le forze del destino, Another Earth, Beginners, Contagion

Un film su un’epidemia? Il ricordo viaggia veloce verso il recente Contagion.
Oddio, infettatemi con un virus letale piuttosto, ma non fatemi rivivere un’altra visione di quel tipo…
E invece per fortuna questa è un’altra storia. E invece Perfect Sense non è il solito film catastrofico girato con lo scopo di farci prendere strizza e basta, di farci ricordare che il 21 dicembre 2012 è sempre più vicino, che portrebbe essere it’s the end of the world as we know it. E invece Perfect Sense non è un film di questo tipo, bensì un film con un  perfetto senso. A un livello cinematografico, intendo.
Roland Emmerich, prendi appunti per favore invece di stare a chiacchierare tutto il tempo a fondo aula con il tuo compagno di banco, quel perditempo di Michael Bay, ché quello nella vita non combinerà mai niente di buono. Sempre a un livello cinematografico, intendo.

Perfect Sense è un film disperato, sul male di vivere. Pregno di una disperazione che però a differenza di un Lars Von Trier l'Ottimista lascia intravedere un minimo di speranza, grazie all’amore. Questo è infatti anche, e forse soprattutto, un film d’amore. Per questo che Cannibal Kid il romanticone (ma dooove?) ve ne parla proprio oggi. E i protagonisti della vicenda sono quei due bei personaggini di Ewan McGregor ed Eva Green.
Ewan McGregor tra Beginners e questo ormai possiamo dire di averlo recuperato. È tornato. Yes, he’s back. Ha vagato per qualche tempo tra le acque torbide di film tutt’altro che memorabili, roba che se la passava di gran lunga meglio quando nuotava nel cesso di Trainspotting. E a proposito: in Perfect Sense c’è spazio per una clamorosa Trainspotting reunion.
Yeah!

"Oh, cazzo, di nuovo lui! Speriamo almeno stavolta non caghi nel letto..."
Ewan interpreta la parte di uno chef, il Gordon Ramsey della situazione (e un pochino gli assomiglia pure), e al suo fianco in cucina rincontriamo quella sagoma di Ewen Bremner, proprio Spud in persona!
Non so voi, ma io in un ristorante con Mark Renton e Spud al servizio non ci andrei a mangiare molto volentieri… Fatto sta che i tempi sono cambiati, eppure i due hanno sempre e comunque i loro bei problemi personali.
Ewan McGregor è infatti un cuoco che non riesce ad avere una relazione stabile per una questione legata al passato, mentre Ewen è sempre un tossico e si fa di gas esilarante per cucina… Ok, avete ragione: era meglio quando si faceva di eroina!
In mezzo a questo vuoto esistenziale della sua vita, Ewan, da non confondere con Ewen, incontra una bella figliola, la “dreamer” Eva Green.
Vi state chiedendo se pure qui mostrerà generosamente le sue grazie? Sì, per tutti voi amanti delle nudità cinematografiche, ci sono le tette grosse di Eva Green e sì, si vede pure un mezzo pene di Ewan McGregor. Non nel senso che gliel’abbiano tagliato a metà per girare il film…

Nudi a parte, storia d’amore a parte, il mondo sta andando a puttane. Lo sapevate già? Ok, ma il mondo del film è messo persino peggio del mondo in cui viviamo adesso. Alcune persone cominciano infatti a diventare depresse e poi perdono prima il senso dell’olfatto e quindi pure il senso del gusto.
Chi abita in Italia è abituato a vivere in mezzo a gente priva di gusto, ma questa è un’altra storia…
L’epidemia che si diffonde all'interno della pellicola sembra spargersi in maniera completamente random e sembrano non esserci cure. Nella disperazione di una situazione che si fa sempre più grave, quale mai potrà essere l’unica salvezza per l’umanità?
La risposta è semplice, ma non ve la dico anche se sopra qualche indizio ve l’ho dato. Per scoprirla, comunque, guardatevi il film che merita ampiamente, e non solo per le ignudità messe in mostra dai due protagonisti.

"Mi spiace, Ewan. Questo S. Valentino lo passo già con Cannibal..."
Ambientato in una Scozia come sempre splendida, ottimamente girato dal promettente David Mackenzie, nominato per questa regia ai BAFTA Awards 2011, Perfect Sense è avvincente dall’inizio alla fine e con la sua “europeosità” (ma perché mi devo inventare ‘ste cagate di parole?) evita le facilonerie da film catastrofico americano. In qualche modo mi ha ricordato Le forze del destino, sottovalutatissimo film del 2003 di Thomas Vinterberg con Claire Danes, Joaquin Phoenix e Sean Penn che, per quanto imperfetto un po' come questo, anticipava quella fantascienza intimista che oggi, e per fortuna, sta prendendo sempre più piede in film come Another Earth, Melancholia, Monsters, Take Shelter, etc…
Perfect Sense si va ad aggiungere a quel bel gruppetto di pellicole, ma con dalla sua parte una peculiarità: ci offre infatti una di quelle storie romantiche incentrate sul rapporto tra due personaggi un po’ alla Prima dell’alba, Blue Valentine, Last Night, etc…
Catastrofe + storia sentimentale = ne vedrete delle belle.
E adesso la rece è finita ed è tempo di saluti.
Ciao marinai (chi vivrà vedrà e chi vedrà il film, capirà).
(voto 7+/10)

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