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sabato 16 marzo 2013

DI NUOVO IN GIOCO CON CLINT TIMBERLAKE

Di nuovo in gioco
(USA 2012)
Titolo originale: Trouble with the Curve
Regia: Robert Lorenz
Sceneggiatura: Randy Brown
Cast: Clint Eastwood, Amy Adams, Justin Timberlake, John Goodman, Matthew Lillard, Scott Eastwood, Robert Patrick, Bob Gunton, Matt Bush, Jay Galloway
Genere: vecchini alla riscossa!
Se ti piace guarda anche: Promised Land, Gran Torino, Space Cowboys, Moneyball

Diciamolo subito: Di nuovo in gioco non è la pellicola celebrativa del ritorno in campo di Silvio Berlusconi alle ultime elezioni. Di nuovo in gioco è una celebrazione della terza età. E pure in questo caso non una celebrazione della terza età di Berlusconi. Si tratta di una pellicola vecchio stile che trasuda spirito classico da vecchia America da tutti i pori. Niente di più, niente di meno. Se si parte con la giusta predisposizione mentale e con la mano sul petto mentre passano le note dello Star-Spangled Banner, allora ci si può anche godere a sufficienza la visione. In molti invece sono rimasti alquanto delusi, aspettandosi di vedere qualcosa ai livelli delle migliori pellicole girate da Clint Eastwood. Il fatto è che questa, per quanto pellicola al 100% intrisa di eastwoodismo, non è una pellicola girata da Clint Eastwood, ma porta la firma dell’esordiente Robert Lorenz. Per quanto Lorenz sia stato assistente alla regia e collaboratore del texano dagli occhi di ghiaccio già da lunga data, non è il texano dagli occhi di ghiaccio.

"Questa sera dovevo andare a fare sesso con Justin Timberlake.
Ma ho preferito rimanere al computer a leggere Pensieri Cannibali.
Non riesco più a farne a meno!"
Il vecchio Clint qui si limita (si fa per dire) a essere il protagonista assoluto del film, tornando davanti alla macchina da presa per la prima volta dal suo Gran Torino del 2008. Con un personaggio, nel caso ve lo stiate chiedendo, praticamente uguale. Clint Eastwood fa la solita parte del tipo vecchio stile che non riesce a stare al passo coi tempi. Un talent scout che ignora l’uso (e forse l’esistenza) dei computer, e anziché alle statistiche e ai software come quelli del Jonah Hill di Moneyball, preferisce affidarsi all’esperienza diretta. Alla prova sul campo. A ciò che gli dicono i suoi occhi malconci (pure lui con la congiuntivite?) o le sue già più affidabili orecchie.
Clint è Clint e a fare il Clint se la cava sempre. Però, e lo diceva anche Sergio Leone mica io, non è che sia l’attore più espressivo del mondo. È un po’ l’antenato di Ben Affleck: attori dalle due espressioni (con o senza il cappello Clint, con o senza Matt Damon Ben), che il loro meglio lo danno dietro la macchina da presa piuttosto che davanti.

"Allora, com'è 'sto nuovo disco di Justin?"
"Mi secca dirlo, ma quel giovinastro ha del talento, li mortacci sua!"
Di nuovo in gioco gioca tutte le carte della pellicolona commerciale americana. Non solo la tematica sportiva, ben presente e nemmeno troppo noiosa anche per coloro ai quali, come me, a sentire parlare del baseball si fanno due balls grosse così. C’è infatti anche l’immancabile storiona romantica, ed è qui che scendono in campo i due top players: Amy Adams e Justin Timberlake.
Così come quello del vecchio Clint, anche i loro più giovani personaggi sono parecchio stereotipati: lei è un’avvocatessa di città super concentrata sul lavoro e super impegnata che nella vita di provincia, nelle uscite al bar del paese a giocare a biliardo e nelle partite di baseball locale riscoprirà i piccoli piaceri della vita. Che poi sono i migliori.

"Ragazzo, il tuo disco mi è anche piaciuto ma non provare a toccare mia figlia,
altrimenti il tuo prossimo album te lo faccio cantare tutto in falsetto..."
Justino invece ha la tipica parte dell’ex giocatore a cui le cose non sono andate per il verso giusto sul campo e allora prova a reinventarsi talent scout. Imparando, of course, dal Maestro Clint. Se però il rapporto tra Clint e Justin non è caratterizzato più di tanto, a convincere maggiormente è la relazione tra Amy e Justin. Grazie alle loro brillanti interpretazioni, i loro due personaggi sulla carta stereotipati prendono vita. Ormai entrambi sono una conferma: Amy Adams è sempre impeccabile, non ha ancora girato un film che mi abbia trascinato completamente, però è sempre… impeccabile, sì è la parola più giusta per descriverla.
Il Timberlake pure lui ormai si sta costuendo una solida carriera cinematografica, a parte giusto il poco riuscito In Time, in cui in versione action-hero alla Will Smith non sembrava del tutto a suo agio. Per il resto se la cava più che bene in tutto: nella commedia romantica (Amici di letto), nel drammatico con brio (il sommo The Social Network), come comico (vedi la sua recente comparsata al Saturday Night Live), è pure un grande ballerino e il suo nuovo album è parecchio fico. Alla faccia di chi lo considera solo un cantantucolo mainstream, ha tirato fuori un disco con ben poche concessioni al pop che va per la maggiore oggi e c’ha infilato dentro delle suite R&B da 7-8 minuti l’una che non sono proprio il massimo del commerciale.



Tornando al film: sport, rapporto padre-figlia, rapporto mentore-allievo, un pizzico di storiella d’amore… c’è davvero tutto, forse perfino troppo, ma in fin dei conti Di nuovo in gioco va accettato per quello che è: classicità americana allo stato puro, scontato quanto gradevole, lieto finalone compreso. Una palla non curva da prendere (ovviamente con il guantone da baseball) o lasciare.
(voto 6,5/10)


mercoledì 1 febbraio 2012

L’arte di vincere, it’s all about the money money Moneyball

"'Mmazza, Brad, quanto sei figo. Voglio dimagrire per diventare come te."
"Se, te piacerebbe..."
L'arte di vincere - Moneyball
(USA 2011)
Regia: Bennett Miller
Cast: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Chris Pratt, Kerris Dorsey, Kathryn Morris, Stephen Bishop, Brent Jennings
Genere: economico
Se ti piace guarda anche: La ricerca della felicità, Truman Capote: A sangue freddo, The Social Network

Moneyball è il classico film che viene pensato con in testa gli Oscar. O meglio, se non esistessero gli Oscar, film come Moneyball probabilmente nemmeno verrebbero mai realizzati. Invece, dietro a una pellicola come Moneyball si nasconde qualche oscuro signore che cerca di infilarci dentro tutti gli ingredienti capaci di far breccia nel cuore dei giurati dell'Academy Awards. Non stiamo parlando di una ruffianata quanto Il discorso del re, questo glielo concediamo, però nemmeno ci andiamo poi così lontani.
Ogni scena, anche la più insignificante, è pregna di enfasi e retorica manco ci trovassimo dentro un film che parla di bambini col cancro. Qui invece si parla solo di baseball e la storia non è poi nemmeno 'sto granché.
Ma qual è questa così grande e importante storiona che il film ci racconta?

"Vedrai, Brad. Ancora qualche kilo in meno e Angelina Jolie sarà mia!"
"Se ne perdi parecchi quella ti adotta come bambino cambogiano, ahah"
Fondamentalmente, quella di Brad Pitt versione top manager di una squadra di baseball che ingaggia un tizio buffo (ma no, non fa ridere), Jonah Hill, che ha un punto di vista differente da tutti gli altri su come condurre una campagna acquisti. Baseball-mercato, è di questo che stiamo parlando. Siete già annoiati?
Jonah Hill utilizza un ragionamento di tipo molto matematico ed economico, perché proviene da Yale, e in pratica per lui il valore di mercato di un giocatore vale unicamente per i punti che riesce a fare sul campo. Per lui non contano il carattere o la personalità di un giocatore. Per lui contano solo i numeri.
Rivolgendo lo sguardo al calcio, tanto per parlare di uno sport a me, così come credo a diversi lettori, più vicino, giocatori come George Best o Maradona non avrebbero un così grosso valore, sorpassati dai Gattuso scarponari di turno.
In pratica, quest'uomo toglie allo sport tutta la magia e lo rende semplice matematica. Numeri. Statistiche.
Questa è la storiona del film. Complimenti. E cercano anche di spacciarcela in tutti i modi come una cosa giusta, necessaria. Il futuro che avanza. Una rivoluzione.
La rivoluzione sarebbe lo sport gestito come la Borsa? 'Nnamo bene, 'nnamo.
"Secondo me Jonah ce la può fare. Io però col cavolo che dimagrisco!"
Se il tentativo del film è quello di passare come una possibile risposta alla crisi economica, ovvero un manager che con pochi soldi (stiamo pur sempre parlando di decine di milioni di dollari) riesce a mettere su una (fanta)squadra competitiva, la verità è che la sua mentalità è quella che predilige i numeri alle persone. Esattamente la mentalità degli yuppies brokers rottinculo che hanno mandato a puttane l’economia mondiale. Oh, sì. E che qui provano a fare lo stesso con il baseball, trasformato per l’appunto in moneyball.
Su questo film ho letto parecchie critiche positive, ma anche alcune negative che si concentravano però soprattutto sul fatto che questa fosse la solita pellicola sul baseball. Secondo me non è così. Questo è il classico film da Oscar ma non è il classico film sullo sport, che si vede e soprattutto si "sente" davvero poco, quanto una pellicola sull’economia. Laddove film con protagonisti palesemente yuppie come Wall Street 1 e 2, Margin Call o American Psycho non presentano però per forza di cose un punto di vista yuppie, pellicole come questo Moneyball o il mucciniano La ricerca della felicità ci propongono invece personaggi in apparenza outsider al sistema, ma che in realtà ne sono del tutto complici e anzi si rivelano i peggio squali. La cosa negativa non sta nel presentarci questi personaggi, cosa assolutamente legittima, bensì nel cercare di proporceli come gli eroi di turno. È questo che a me non sta bene.

Il vero Billy Beane. Più Mr. Bean che Brad Pitt...
La morale del film è quindi, almeno dal mio punto di vista, parecchio discutibile. Ma il problema sta principalmente nel come ci viene presentata. Tratta da un libro di Michael Lewis, la sceneggiatura fila liscia dall’inizio alla fine e i dialoghi sono di livello notevole. Non a caso è firmata a quattro mani da due super professionisti presi apposta per conquistare i cuoricini dell’Academy Awards come Steven Zaillian (Schindler’s List) e Aaron Sorkin, premio Oscar lo scorso anno per lo script fenomenale di The Social Network. Con quest’ultimo film c’è qualche assonanza per lo scambio fittissimo e continuo di dialoghi, caratteristica costante del lavoro di Sorkin, gran guru anche delle serie tv (Sports Night, West Wing, Studio 60 on the Sunset Strip). Peccato che argomenti simili vengano trattati in maniera molto diversa.
Anche in The Social Network incrociavamo un protagonista piuttosto stronzo, che agiva con i suoi metodi per raggiungere i suoi obiettivi, convinto al 100% di essere nel giusto. Un certo Mark Zuckerberg, lo conoscete? Però il film disseminava dei dubbi, ci presentava anche gli altri punti di vista della controversa nascita di Facebook. La vicenda era vista a 360 gradi. Qui Moneyball, pardon L’arte di vincere, cerca invece di metterci a 90, di gradi, imponendoci il punto di vista unico ed esclusivo del protagonista Billy Beane interpretato da Brad Pitt. E il Billy Beane della realtà tra l’altro non è proprio simile all’attore, quindi affidando la sua parte a Brad Pitt sono stati paaarecchio generosi e fantasiosi. Un po’ come se in un ipotetico film su Calciopoli la parte di Galliani fosse data a Vin Diesel e quella di Luciano Moggi a Michael Fassbender, che tra l’altro il ghigno da bastardo ce l’ha tutto…

Se Billy “Brad” Beane è il gran mattatore, tutti gli altri sono figurine di contorno che stanno ad assistere al suo show personale. E a proposito di show, la nota migliore della pellicola, sempre secondo il mio punto di vista che, al contrario di quello del protagonista del film, è liberamente discutibile, arriva da un pezzo della colonna sonora. In uno dei rari momenti umani di una pellicola glaciale tutta giocata non tanto sul baseball ma su statistiche di tipo economico, a colpire nel segno è la scena in cui la figlioletta di Brad Pitt canta una canzoncina con la chitarra, e cerca tra l’altro da brava Zucchera di turno prova a spacciarla come una sua composizione originale. In realtà si tratta di un motivetto che già conoscevo e che poi, andando a spulciare tra i cassetti della memoria ma soprattutto tra i titoli di coda, ho sgamato: è The Show della cantante australiana Lenka. Beccatevi il video!


Un singolo momento che mi ha ricordato il rapporto di Hank Moody (David Duchovny) della serie Californication con la figlia Becca. Ma è giusto un lampo, pure questo ruffianissimo, ad illuminare una pellicola tanto impeccabilmente realizzata, o meglio “fabbricata”, quanto algida di emozioni.

"Un sito italiano c'ha stroncati: non capisce un cazzo, quel Cannibal Kid!"
Brad Pitt recita in ogni momento come se stesse guardando in camera e dicesse: “Visto quanto sono bravo, giurati dell’Academy? Non potete non darmi la nomination e magari pure la statuetta”. Un’interpretazione notevole in tal senso, ma il suo personaggio non vive.
Con Terrence Malick non c’era spazio per queste stronzate. Brad Pitt in The Tree of Life diventava semplicemente il suo personaggio e poche balle. Qui invece è un divo hollywoodiano che fa un personaggio. Lo fa molto bene, ma non diventa mai davvero quel personaggio. Non so se sono stato spiegato.
Philip Seymour Hoffman nella parte dell’allenatore senza poteri è invece decisamente sotto tono.
P.S. Mai visto P.S. Hoffman così spento.
E Jonah "che visse nella pancia della balena e poi se la mangiò e quindi dimagrì" Hill, che rimane a guardare la partita personale di Brad Pitt per tutto il tempo con in faccia la stessa espressione imbambolata? Per l’ex Superbad, oggi anche autore dell’atroce serie a cartoni animati Allen Gregory (per fortuna già cancellata dalla Fox perché era davvero orribile, provate a guardarla se non ci credete) è arrivata addirittura la nomination all’Oscar come non protagonista. Nel caso dovesse vincere la statuetta, vorrebbe dire che l’arte di vincere l’ha imparata davvero, anche se sarebbe più proprio parlare dell’arte del furto, visto che a me è sembrata una performance anonima e che non riesce mai a togliere le redini del comando al Pitt sovrano di questa pellicola costruita intorno a lui e solo a lui. Però l’Academy Awards ci gode a dare premi del tutto a caso, come l'Oscar a Cuba Gooding Jr… Ebbene sì, è successo pure questo!
"Te l'ho detto che anche se dimagrivi non diventavi come me..."

Ci sono dei film che riconosco essere poco riusciti, magari non sono perfetti, però hanno anima, hanno carattere e pur con i loro difetti riescono a conquistarmi. Moneyball è in teoria un buon film. Impeccabilmente realizzato. Interpretato in maniera ottima quanto fredda. Con un Brad Pitt che se in ogni momento non recitasse con il pensiero: “Cazzo se sto recitando da Oscar” sarebbe anche bravo. Con tutte le inquadrature al posto giusto ma nessuna che ti faccia dire “To’, che bella inquadratura”. Con una sceneggiatura senza sbavature a parte la quasi totale mancanza di un cuore. Moneyball insomma è un film impeccabile, di quelli precisini da Oscar. Sarà forse per questo che non m’è piaciuto manco pù cazz? O forse perché trovo difficile emozionarmi per l’uomo che ha trasformato il baseball, sport già di suo parecchio noiosetto, in una mostruosità chiamata moneyball?
(voto 5,5/10)

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