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mercoledì 20 marzo 2013

LA FRODE BAGGINS

La frode
(USA 2012)
Titolo originale: Arbitrage
Regia: Nicholas Jarecki
Sceneggiatura: Nicholas Jarecki
Cast: Richard Gere, Tim Roth, Susan Sarandon, Laetitia Casta, Brit Marling, Nate Parker, Monica Raymund
Genere: finanziario
Se ti piace guarda anche: Wall Street, Wall Street 2, Margin Call

C’è crisi dappertutto, dappertutto c’è crisi. Lo cantava Bugo già nel 2008 e da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Quando c’è crisi però, c’è anche qualcuno che riesce ad approfittarne. Le compagnie di volo, di abiti o di qualunque cosa low-cost, ad esempio. Negli ultimi tempi, pure il cinema sta cercando di sfruttare la crisi a suo vantaggio. Opera di sciacallaggio?
Potete chiamarla così, se volete, altrimenti potete anche definirlo cinema d’attualità. Cinema che cerca di riflettere sul mondo di oggi e sulla delicata condizione economica del presente. In questo filone si sono inserite pellicole troppo tecniche e noiose, il documentario premio Oscar Inside Job, così come opere di grande cinema vero e proprio, come il notevole Margin Call, in grado di spiegare i reali motivi della crisi economica come se parlasse a un bambino o a un golden retriever, attraverso un affascinante e thriller tutto in una notte.

"Grazie per questo premio di merda.
Io in ogni caso avrei preferito un Oscar o almeno un Golden Globe..."
La frode (titolo originale Arbitrage) prosegue per fortuna nella direzione di Margin Call, preferendo concentrarsi sulle vicende umane e avvicinandosi a territori thriller, piuttosto che andarsi a impelagare in questioni troppo economiche. Per sua sfortuna invece non riesce a raggiungere i livelli di Margin Call, ma d’altra parte quella sarebbe risultata un’impresa ardua per chiunque.
Pur senza la capacità di analizzare e indagare il presente come il sopracitato sopraesaltato Margin Call, La frode non si rivela nemmeno una frode di pellicola e qualche bella cartuccia da sparare ce l’ha.
Per prima cosa, a sorpresa Richard Gere sfodera una delle sue migliori interpretazioni da anni, forse decenni a questa parte. Niente per cui gridare al miracolo, o forse sì, perso com’era negli ultimi tempi tra filmetti di basso livello. Fatto sta che quello dei “vecchietti alla riscossa” sembra essere il nuovo trend del momento. Potrebbe anche diventare un trend topic su Twitter: #vecchiettiallariscossa, se solo i vecchietti sapessero usare Twitter, anzi se solo sapessero cos’è Twitter.
David Bowie, Robert De Niro, Richard Gere… Tutti di recente ritornati in splendida forma. Che i 60 siano i nuovi 20?

"Grazie per avermi chiamato per una consulenza, Richard."
"Sono stato costretto. Ghedini era già troppo impegnato."
Richard Gere è un 60enne a capo di un impero finanziario, è sulla copertina di Forbes, ha per figlia e partner d’affari Brit Marling (l’attrice/sceneggiatrice degli ottimi Another Earth e Sound of My Voice), è sposato con Susan Sarandon e come amante si bomba Laetitia Casta. Non ho mica detto Veronica Lario e Antonia Ruggiero. Insomma, se la passa proprio bene. Nella vita reale probabilmente se la passa bene pure Richard Gere il vero Richard Gere, comunque in questa sede mi riferisco al suo personaggio nel film, Robert Miller. Come si suol dire, però, non è tutto oro quel che luccica. Il Gere è infatti indagato per frode fiscale e poi finisce invischiato anche in un’altra brutta vicenda giudiziaria…
Vi ricordano per caso le disavventure di un famigerato imprenditore italiano?
A me fa pensare anche a una sorta di Patrick Bateman, un American Psycho che è invecchiato, ha messo su famiglia, ha smesso con gli omicidi e si è dedicato ad altri crimini, nell’ambito dell’alta finanza. Non a caso, il regista e sceneggiatore del film è l’esordiente Nicholas Jarecki, che già aveva lavorato allo script di The Informers - Vite oltre il limite, pellicola tratta dalla raccolta di racconti Acqua dal sole. Anche in questo film, è presente qualcosa di Bret Easton Ellis. Uno sguardo simile, solo meno ironico e cattivo, cosa che impedisce a La frode di fare il vero salto di qualità.
Come altro diffettuccio, la pellicola gioca sul campo del thriller finanziario, ma con ritmi troppo rilassati per essere considerabile un thriller davvero teso. La frode è in compenso un film impreziosito da una gradevole e variegata colonna sonora (con Grimes, Bjork, You Say Party e Billie Holiday) e che ci presenta attraverso il suo protagonista una serie di riflessioni magari non del tutto sorprendenti eppure interessanti sulla persistente crisi economica degli ultimi anni.

"Ma perché stai insieme a Stefano Accorsi, Laetitia?"
"Non lo so Richard, ueeè. Non lo so."
ATTENZIONE SPOILER
Robert Miller/Richard Gere ha un incidente stradale mentre si trova in auto con l’amante Laetitia Casta. No, non gli stava facendo un soffocone, ha avuto un semplice colpo di sonno. Dopo tutto è pur sempre un sessantenne e la poco casta Casta l’aveva già strapazzato per benino prima. Nell’incidente, la Casta muore e Robert/Richard scappa via, chiamando per farsi aiutare un tizio di colore che era in debito con lui, per via dello stretto legame che aveva con suo padre.
In questa scena possiamo intravedere le cause della crisi economica: gli uomini ricchi e potenti fanno un danno, se ne lavano le mani, e lasciano i più poveri e deboli nella merda. La cosa importante è che loro ne escano puliti. Proprio quanto succede in questo film, così come in maniera analoga vanno le cose anche in Wall Street 2 con quell'altro yuppie invecchiato di Michael Douglas/Gordon Gekko. Entrambe le pellicole si risolvono con degli happy ending. Sicuri sicuri si trattino di happy ending?
Per i protagonisti sicuramente, ma nel farla franca dei soliti ricchi e potenti possiamo più che altro avere uno sguardo cinico e disilluso sul crudele mondo in cui viviamo. Il mondo dei Robert Miller, dei Gordon Gekko, dei Silvio Berlusconi e degli altri furbetti di turno. Gli happy ending esistono nella vita? Sì, ma forse solo per loro.
(voto 6,5/10)

Post pubblicato anche su The Movie Shelter.



venerdì 30 marzo 2012

Tower Heist: colpo a sorpresa

Tower Heist: Colpo ad alto livello
(USA 2011)
Regia: Brett Ratner
Cast: Ben Stiller, Eddie Murphy, Casey Affleck, Alan Alda, Téa Leoni, Matthew Broderick, Michael Peña, Judd Hirsch, Gabourey Sidibe, Stephen Henderson, Nina Arianda
Genere: rapina
Se ti piace guarda anche: Ocean’s Eleven, Misson Impossible - Protocollo fantasma, The Town, I poliziotti di riserva

Per la serie: persino da un filmetto possono arrivare delle soddisfazioni inaspettate.
Riguardo a Tower Heist infatti m’aspettavo di peggio. Di molto peggio. Mi aspettavo: IL peggio.
Non che sia nemmeno un capolavoro. Sebbene la storia racconti di quello che potrebbe essere il colpo del secolo, questo di certo non sarà il film del secolo. Alla fine trattasi di una visione a mala pena decente, però le mie aspettative erano così basse da potermi considerare piacevolmente sorpreso. Roba che mi aspettavo di affibbiargli al massimo un 3, nel caso mi fossi sentito generoso, e invece è arrivato ad arrampicarsi persino fino a un'insperata sufficienza.
Alla fine è sempre tutta una questione di aspettative…

"Deheheh, era da un po' che non facevo un film decente!"
"Eddie, veramente erano passati quasi 30 anni..."
"D'oh!"
Cosa mi fa gridare al (piccolo) miracolo riguardo a questo Tower Heist?
È la solita storiella di un gruppo di improvvisati ladri che cercano di mettere a segno una mega rapina che neanche Danny Ocean e compari si sognerebbero…
E a proposito del film con Clooney, Pitt, Roberts e tutti quegli altri super divi dai super cognomi, questo Tower Heist è come un Ocean’s Eleven, solo meno glamour e cool e più scemour e cul.
Chiedo scusa per il pessimo gioco di parole.
Se la trama è già saputa e risaputa e strasaputa, il bello arriva allora dall’attualità della tematica. Per quanto con i toni della commedia action, la pellicola affronta di petto la situazione economica di oggi. È un film che sta dalla parte del 99% contro l’1% dei ricconi di Wall Street. È un film comunista, così come alla fine lo era anche il non molto riuscito In Time, ed è curioso notare come negli USA di questi tempi vengano sfornate diverse pellicole anticapitaliste camuffate da blockbusteroni.
Perché pur sempre di questo trattasi: di un prodotto realizzato con mestiere e con tutti i trucchetti classici per ammiccare al grande pubblico. Però Ben Stiller è meno cazzaro e macchietta rispetto alle sue ultime robette per famiglie tipo Mi presenti sto cazzo e Una notte al museo degli orrori, ed è più “eroe” nel senso caparezziano del termine. Quasi un Robin Hood moderno ai tempi della crisi.

Alla squadra, al dream (o meglio nightmare) team che mette insieme per cercare di fare il super colpo a spese del riccone stonzo di turno (uno stronzissimo e quindi bravissimo Alan Alda), si unisce anche Eddie Murphy, con un personaggio da ladruncolo di periferia che strappa più di un sorriso, senza esagerare come al solito con la sua caratteristica risata, quella che nella versione italiana ricorda Homer Simpson per via del doppiatore Tonino Accolla. Deh eh eh.


(mi scuso umilmente con tutti i lettori, però l’unico video decente con Tonino Accolla che ho trovato è stato questo da Amici…)

Gabourey Sidibe: "Beh, perché guardate tutti me se è finito il cibo?"
Poi nel team ci sono il sempre bravo Casey Affleck, l’enorme talento di Gabourey Sidibe, quella di Precious, e un resuscitato Matthew Broderick. Nei panni dell’agente dell’FBI c’è invece un anch’essa resuscitata Téa Leoni. Che fine avevano fatto ambedue? Uno di quei misteri cui non avremo mai una risposta. Probabilmente comunque se ne stavano nelle loro ville di L.A. sorseggiando Martini (Téa del te', ahahah!)  in attesa, magari un po’ svogliata, che il telefono suonasse e il loro agente gli proponesse una nuova parte. Solo che il telefono mai suonava. Fino ad ora.
Vecchie glorie ben rispolverate in questa commedia action che mischia atmosfere anni ’90 a una tematica molto attuale. Un prodotto d’intrattenimento che funziona a dovere e riesce anche a muovere dei sentimenti di empatia nei confronti dei protagonisti, degli “sfigati” fottuti dal sistema che a loro volta cercheranno di fottere.
I momenti davvero esilranti sono davvero pochi, purtroppo, è questo è un discreto difettuccio per una commedia. Però ciò che manca sul piatto comico viene bilanciato dalla controparte socio-economica della pellicola.
Niente di eccezionale, or dunque, ma quando si hanno aspettative così basse è più facile rimanere sorpresi in positivo. Cosa comunque nemmeno così scontata, visto che per parecchi film parto senza speranza e poi la visione mi conferma essere effettivamente delle ciofeche. Tanto di cappello quindi a questa banda di scapestrati ladri, che è riuscita nel colpo del secolo: farmi piacere, o quanto meno piaciucchiare, un film con Eddie Murphy. Deh eh eh
(voto 6/10)

domenica 25 marzo 2012

ATM - Il Banco(mat) vince sempre

ATM - Trappola mortale
(USA, Canada 2012)
Regia: David Brooks
Cast: Brian Geraghty, Alice Eve, Josh Peck, Aaron Hughes
Genere: 1 location
Se ti piace guarda anche: Buried - Sepolto, Phone Booth - In linea con l’assassino, Margin Call

Hanno girato un film tutto in una cabina telefonica, l’adrenalinico Phone Booth - In linea con l’assassino con Colin Farrell. Hanno realizzato persino un film interamente dentro una bara, il bruttarello Buried - Sepolto con Ryan Reynolds. Ne hanno fatti persino uno su una funivia e uno su un tizio in mezzo al canyon, volevate per caso che qualcuno non pensasse di ambientarne uno pure dentro un Bancomat?
Eddai, che se no questo si offende.
Se Phone Booth poteva giocare con la tematica delle comunicazioni nell’era della Comunicazione e Buried aveva in mano la carta della claustrofobia portata al più estremo livello, ATM - Trappola mortale ha dalla sua una possibilità (potenzialmente) ancora più interessante: il Bancomat rappresenta l’economia, i soldi che girano, il cash, il capitalismo. In periodo di recessione economica, quale occasione migliore per costruire un thriller-horror ad alta tensione su queste tematiche più che mai attuali?
A ciò aggiungiamo un altro spunto (sempre potenzialmente) interessante: i protagonisti sono 3 tizi che lavorano in una società finanziaria. Dei brokers, dei novelli yuppie, dei perfetti simboli (ancora una volta potenzialmente) di quello che non va nell’economia americana e mondiale degli ultimi anni.

"Bella raga, siamo ripresi come al Grande Fratello! Ché c'ho i capelli a posto?"
La partenza lascia quindi ben sperare e al (potenzialmente) forte tema economico si aggiunge una parte sentimentale. Uno dei protagonisti (l’anti-espressivo Brian Geraghty) trova finalmente il coraggio di farsi avanti con la biondina precaria che sta per lasciare l’ufficio, interpretata da Alice Eve, già vista in Il quiz dell'amore - Starter for 10, carina ma priva di quel “non so che” alla Jennifer Lawrence, per dirne una. La storia romantica, per quanto scontata, ci può stare e aiuta a coinvolgere emotivamente lo spettatore. Tutto bene, quindi. Fino a qui.
Aggiungiamo poi la presenza del terzo protagonista, Josh Peck, il più convincente dei tre a livello recitativo. E se uno che arriva dalla serie Nickelodeon Josh & Nick è il più convincente, figuratevi l’impegno messo dagli altri due. Il suo è il tipico personaggio cazzone, in grado di innestare una componente umoristica. Ancora meglio.

Le premesse per una pellicola di buon livello ci sono. Per un attimo si può immaginare persino di trovarsi di fronte a una versione più virata sull’horror di quel gran filmone sulla finanza di oggi che è Margin Call.
Per un attimo. Nel giro di pochi minuti, però, tutto va rapidamente a farsi fottere. Come in una seduta di borsa in cui le tue azioni vanno alla grande e a un certo punto cominciano a precipitare. Senza ragione apparente. Finita l’euforia del “compra compra!” inizia la depressione del “vendi vendì!”.
Così va con questo ATM, perfetto simbolo della depressione non solo economica, ma pure di idee.
I primi 15 minuti creano delle buone premesse che via via vengono mandate letteralmente in fumo da una sceneggiatura con il fisico da centometrista, che rimane subito a corto di fiato.

"Cari figlioli, io non ho mica intenzione di farvi del male. Volevo solo
consigliarvi di incappucciarvi per bene, che qua fuori fa un freddo porco!"
Lo sviluppo della storia, in breve?
I tre protagonisti rimangono chiusi tutta la notte dentro un Bancomat, perché fuori c’è un tizio incappucciato molto minaccioso. Per evitare di finire vittime di questo psicopatico, stanno lì dentro pensando di essere (potenzialmente) al sicuro. Ma la situazione, è ovvio, si farà ancora più complicata…
Da un possibile film sull’inspiegabilità del male, come il Duel di Spielberg quando Spielberg era ancora un grande regista, presto si scivolerà però nelle solite situazioni da thrillerino horrorino di bassa lega. Poco thriller e per nulla horror, se proprio vogliamo dirla tutta.

La cosa non sorprende quando scopriamo che la sceneggiatura porta la firma di Chris Sparling, stesso autore dello script del sopra citato Buried - Sepolto. Pure quello partiva con buone prospettive e si arenava di fronte all’evidenza: Sparling dovrebbe firmare sceneggiature per cortometraggi, in quello se la caverebbe pure bene. Però al momento non sembra avere le capacità per tenere desta l’attenzione per un intero lungometraggio. Per quanto breve come questo. Dopo pochi minuti, i suoi film infatti sembrano chiedersi e chiedere allo spettatore: “E mo’ adesso che faccio succedere?”. Domanda cui lo stesso Sparling non sa trovare una risposta adeguata e così si affanna in qualunque modo pur di allungare il minutaggio della pellicola. Con l’uso di qualche stratagemma vario che invece di far salire la tensione, fa scendere le palle.

Questo per il film sarebbe stato un finale migliore...
ATTENZIONE SPOILER
La pecca più evidente del film, che per la prima mezz’oretta si lascia anche guardare tranquillamente, è comunque non solo nello sviluppo (modesto), ma soprattutto nella (pessima) risoluzione. Già mi immagino lo Sparling mentre scrive il finale della pellicola pensare: “Sono un genio!”. E invece no, Sparling, non sei per niente un genio. Ti saresti potuto giocare la carta economica. Uno dei personaggi stessi della pellicola ipotizza che possano essere finiti in quella situazione da incubo proprio a causa del loro lavoro. Potrebbe essere un uomo che ha perso tutti i suoi soldi per colpa di qualche investimento finito male per colpa degli avidi yuppie 2.0.
E invece no. A finire male, nel peggiore dei modi, è il film. Non che accadano cose assurde tipo un atterraggio alieno (che a pensarci bene sarebbe stato almeno un modo originale per terminare il film), però è semplicemente una cagata. Con un atroce e didascalico spiegone conclusivo che sa molto di insulto nei confronti dell'intelligenza dello spettatore.
Lo so, uno spettatore intelligente sarebbe stato alla larga da un film del genere, così come una persona intelligente se ne sta alla larga da un bancomat sperso nel mezzo del nulla in piena notte, ma io non ce l'ho fatta a non vederlo...
Peccato, perché questa trappola mortale poteva essere orchestrata molto meglio. Invece di essere mortale per lo spettatore.

E poi adesso basta con tutti questi film girati in un luogo unico giusto per risparmiare i soldi nelle location. Non so, la prossima volta vogliamo ambientare un’intera pellicola all’interno di un cesso pubblico?
Hey, un momento: quest’idea è buona. Questa idea potrebbe essere vincente. Quasi quasi sviluppo la sceneggiatura, la intitolo “Il cesso che uccide”, specifico che il cesso in questione NON è Sarah Jessica Parker e poi vado a Hollywood a venderla.
Sento già l’odore dei soldi. O forse è un altro odore, sempre proveniente dal cesso?
(voto 4,5/10)

P.S. Evvai, sono riuscito a scrivere tutta la recensione evitando di fare qualche battutaccia sulla sigla ATM - Azienda Trasporti Milanesi!

venerdì 16 marzo 2012

House of Lies: Con questa faccia da... bugiardo

House of Lies
(serie tv, stagione 1, episodi 1-6)
Rete americana: Showtime
Rete italiana: non ancora arrivata
Creata da: Matthew Carnahan
Cast: Don Cheadle, Kristen Bell, Josh Lawson, Ben Schwartz, Dawn Olivieri, Glynn Turman, Donis Leonard Jr., Greg Germann, Megalyn Echikunwoke, Griffin Dunne
Genere: yuppies 2.0
Se ti piace guarda anche: Dirt, Californication, Nip/Tuck, Margin Call

House of Lies non vi piacerà.
È una serie stronza piena di personaggi stronzi che sono stronzi pieni di soldi che lavorano per degli altri stronzi pieni di soldi per farli diventare ancora più stronzi e ancora più pieni di soldi.
House of Lies non vi piacerà, almeno se cercate modelli di vita positivi. Eroi esistenziali. Qui dentro non ne troverete. Ciò che troverete sarà invece un branco di yuppie 2.0 che fanno un lavoro non semplice da spiegare a parole. Nemmeno loro saprebbero spiegarvelo in maniera chiara. In pratica sono un gruppo di consulenza per le aziende. Quando una compagnia sta per finire in bancarotta, oppure ha un qualche problema, o ancora vorrebbe ampliare il proprio giro di affari ma non sa come fare, allora chiama loro. I consulenti esterni. Delle sanguisughe che cercheranno non tanto di risolvere i problemi aziendali, quanto crearne di nuovi in modo da trarre il maggiore profitto personale possibile. Non proprio eroi esistenziali. Soprattutto in epoca di recessione.

Il protagonista di House of Lies non vi piacerà.
Avete presente Dirt? La serie tv con protagonista Courteney Cox, la mora di Friends e di Scream? La serie in cui lei era Lucy Spiller, direttora del giornale scandalistico più senza scrupoli e più senza peli sulla lingua del mondo telefilmico? Quella super bitch di Lucy Pinder?
Comprende?
No comprende?
In ogni caso, il creatore di House of Lies è lo stesso di Dirt: Matthew Carnahan. House of Lies è il suo nuovo show ed è in perfetto stile Showtime, il network americano che trasmette anche Californication, Dexter, Homeland, Shameless e Weeds. Cosa che significa: sesso, tanto sesso, tante scene di sesso e di nudo, turpiloquio abbondante e situazioni esplicite da vietato ai minori e da mettere in subbuglio l’America puritana. E pure l’Italia puritana.

"Ahahah, sei più divertente di Cannibal!
Cioè comunque molto poco divertente..."
Matthew Carnahan non vi piacerà.
È una mente malata e perversa, incapace di creare personaggi buoni. Cosa che non significa che non sia capace di creare personaggi interessanti. Tutt’altro.
Come il protagonista di questa serie.
Il protagonista di questa serie non vi piacerà.
Marty Kaan, interpretato da un Don Cheadle più gigione e faccia da schiaffi che mai, è un uomo sicuro di sé al 100%, è ricco, è affascinante, ha successo con le donne e nel suo lavoro, qualunque lavoro sia, è un fenomeno. Sì, il classico tipo che sembra avere una risposta a tutto e a cui tutto sembra andare bene.
Naturalmente, le cose sono più complesse di così. La sua ex moglie è infatti una supa dupa bitch, roba che al confronto Lucy Spiller era Madre Teresa di Calcutta. Suo figlio è un tween dalla sessualità confusa che si veste e si comporta come una ragazza. Suo padre, che vive insieme a lui, è un vecchio erotomane. Il suo nuovo boss al lavoro fa di tutto per mettergli il bastone tra le ruote. In più, sembra avere delle questioni irrisolte per via della madre morta. Suicida.
Nonostante quest’ultima parte potrebbe farvelo apparire più simpatico e umano, la cosa non funziona un granché. Marty Kaan continuerà a non piacervi. Anche perché fa quella cosa.
Quale cosa?
Fa quella cosa di parlare ogni tanto alla telecamera, rivolto direttamente a noi spettatori che lo stiamo a guardà. Marty Kaan, con il suo atteggiamento da sapientino, ogni tanto infatti stoppa la messa in scena per spiegarci meglio alcune cose, come i dettagli specifici sul suo lavoro o altre menate del genere. È questa la particolarità della serie. Il giocare faccia a faccia con lo spettatore.
Considerando però come il titolo sia House of Lies, non è che ci sarà qualcosa che Marty il so tutto io, Marty la poker face ci nasconde? Qualche bugia?

"Ciao, bella bambina... Ah, sei un bambino? Ehm, mi sa che mi parte l'aereo!"
Un po’ più di simpatia la potreste provare per gli altri personaggi. Però pure loro andandoli a osservare meglio non è che siano dei gran simpaticoni. Pure loro hanno più ombre che luci. Ritroviamo l’ex Veronica Mars Kristen Bell e all’inizio sembra l’unica in grado di contrapporsi a Marty. Sembra l’unica dotata di una morale. Sembra voler gestire le cose in maniera differente, ma presto scopriremo che pure lei non è così differente da Marty e pure lei a forza di stare con un team di uomini si comporterà da perfetto uomo. Da perfetto uomo yuppie stronzo, intendo.
Gli altri due membri del team sono un’accoppiata di cazzari: uno più piacione che vorrebbe raccogliere l’eredità di Marty, l’altro invece più nerd e goffo. È forse lui l’unico personaggio, insieme al figlioletto di Marty, per cui poter simpatizzare apertamente senza apparire per stronzi. Perché House of Lies, tra l’altro già confermato per una seconda stagione, è in realtà una house of assholes.
E quindi, come già vi ho detto: House of Lies non vi piacerà.
Bugia.
(voto 7+/10)

mercoledì 1 febbraio 2012

L’arte di vincere, it’s all about the money money Moneyball

"'Mmazza, Brad, quanto sei figo. Voglio dimagrire per diventare come te."
"Se, te piacerebbe..."
L'arte di vincere - Moneyball
(USA 2011)
Regia: Bennett Miller
Cast: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Chris Pratt, Kerris Dorsey, Kathryn Morris, Stephen Bishop, Brent Jennings
Genere: economico
Se ti piace guarda anche: La ricerca della felicità, Truman Capote: A sangue freddo, The Social Network

Moneyball è il classico film che viene pensato con in testa gli Oscar. O meglio, se non esistessero gli Oscar, film come Moneyball probabilmente nemmeno verrebbero mai realizzati. Invece, dietro a una pellicola come Moneyball si nasconde qualche oscuro signore che cerca di infilarci dentro tutti gli ingredienti capaci di far breccia nel cuore dei giurati dell'Academy Awards. Non stiamo parlando di una ruffianata quanto Il discorso del re, questo glielo concediamo, però nemmeno ci andiamo poi così lontani.
Ogni scena, anche la più insignificante, è pregna di enfasi e retorica manco ci trovassimo dentro un film che parla di bambini col cancro. Qui invece si parla solo di baseball e la storia non è poi nemmeno 'sto granché.
Ma qual è questa così grande e importante storiona che il film ci racconta?

"Vedrai, Brad. Ancora qualche kilo in meno e Angelina Jolie sarà mia!"
"Se ne perdi parecchi quella ti adotta come bambino cambogiano, ahah"
Fondamentalmente, quella di Brad Pitt versione top manager di una squadra di baseball che ingaggia un tizio buffo (ma no, non fa ridere), Jonah Hill, che ha un punto di vista differente da tutti gli altri su come condurre una campagna acquisti. Baseball-mercato, è di questo che stiamo parlando. Siete già annoiati?
Jonah Hill utilizza un ragionamento di tipo molto matematico ed economico, perché proviene da Yale, e in pratica per lui il valore di mercato di un giocatore vale unicamente per i punti che riesce a fare sul campo. Per lui non contano il carattere o la personalità di un giocatore. Per lui contano solo i numeri.
Rivolgendo lo sguardo al calcio, tanto per parlare di uno sport a me, così come credo a diversi lettori, più vicino, giocatori come George Best o Maradona non avrebbero un così grosso valore, sorpassati dai Gattuso scarponari di turno.
In pratica, quest'uomo toglie allo sport tutta la magia e lo rende semplice matematica. Numeri. Statistiche.
Questa è la storiona del film. Complimenti. E cercano anche di spacciarcela in tutti i modi come una cosa giusta, necessaria. Il futuro che avanza. Una rivoluzione.
La rivoluzione sarebbe lo sport gestito come la Borsa? 'Nnamo bene, 'nnamo.
"Secondo me Jonah ce la può fare. Io però col cavolo che dimagrisco!"
Se il tentativo del film è quello di passare come una possibile risposta alla crisi economica, ovvero un manager che con pochi soldi (stiamo pur sempre parlando di decine di milioni di dollari) riesce a mettere su una (fanta)squadra competitiva, la verità è che la sua mentalità è quella che predilige i numeri alle persone. Esattamente la mentalità degli yuppies brokers rottinculo che hanno mandato a puttane l’economia mondiale. Oh, sì. E che qui provano a fare lo stesso con il baseball, trasformato per l’appunto in moneyball.
Su questo film ho letto parecchie critiche positive, ma anche alcune negative che si concentravano però soprattutto sul fatto che questa fosse la solita pellicola sul baseball. Secondo me non è così. Questo è il classico film da Oscar ma non è il classico film sullo sport, che si vede e soprattutto si "sente" davvero poco, quanto una pellicola sull’economia. Laddove film con protagonisti palesemente yuppie come Wall Street 1 e 2, Margin Call o American Psycho non presentano però per forza di cose un punto di vista yuppie, pellicole come questo Moneyball o il mucciniano La ricerca della felicità ci propongono invece personaggi in apparenza outsider al sistema, ma che in realtà ne sono del tutto complici e anzi si rivelano i peggio squali. La cosa negativa non sta nel presentarci questi personaggi, cosa assolutamente legittima, bensì nel cercare di proporceli come gli eroi di turno. È questo che a me non sta bene.

Il vero Billy Beane. Più Mr. Bean che Brad Pitt...
La morale del film è quindi, almeno dal mio punto di vista, parecchio discutibile. Ma il problema sta principalmente nel come ci viene presentata. Tratta da un libro di Michael Lewis, la sceneggiatura fila liscia dall’inizio alla fine e i dialoghi sono di livello notevole. Non a caso è firmata a quattro mani da due super professionisti presi apposta per conquistare i cuoricini dell’Academy Awards come Steven Zaillian (Schindler’s List) e Aaron Sorkin, premio Oscar lo scorso anno per lo script fenomenale di The Social Network. Con quest’ultimo film c’è qualche assonanza per lo scambio fittissimo e continuo di dialoghi, caratteristica costante del lavoro di Sorkin, gran guru anche delle serie tv (Sports Night, West Wing, Studio 60 on the Sunset Strip). Peccato che argomenti simili vengano trattati in maniera molto diversa.
Anche in The Social Network incrociavamo un protagonista piuttosto stronzo, che agiva con i suoi metodi per raggiungere i suoi obiettivi, convinto al 100% di essere nel giusto. Un certo Mark Zuckerberg, lo conoscete? Però il film disseminava dei dubbi, ci presentava anche gli altri punti di vista della controversa nascita di Facebook. La vicenda era vista a 360 gradi. Qui Moneyball, pardon L’arte di vincere, cerca invece di metterci a 90, di gradi, imponendoci il punto di vista unico ed esclusivo del protagonista Billy Beane interpretato da Brad Pitt. E il Billy Beane della realtà tra l’altro non è proprio simile all’attore, quindi affidando la sua parte a Brad Pitt sono stati paaarecchio generosi e fantasiosi. Un po’ come se in un ipotetico film su Calciopoli la parte di Galliani fosse data a Vin Diesel e quella di Luciano Moggi a Michael Fassbender, che tra l’altro il ghigno da bastardo ce l’ha tutto…

Se Billy “Brad” Beane è il gran mattatore, tutti gli altri sono figurine di contorno che stanno ad assistere al suo show personale. E a proposito di show, la nota migliore della pellicola, sempre secondo il mio punto di vista che, al contrario di quello del protagonista del film, è liberamente discutibile, arriva da un pezzo della colonna sonora. In uno dei rari momenti umani di una pellicola glaciale tutta giocata non tanto sul baseball ma su statistiche di tipo economico, a colpire nel segno è la scena in cui la figlioletta di Brad Pitt canta una canzoncina con la chitarra, e cerca tra l’altro da brava Zucchera di turno prova a spacciarla come una sua composizione originale. In realtà si tratta di un motivetto che già conoscevo e che poi, andando a spulciare tra i cassetti della memoria ma soprattutto tra i titoli di coda, ho sgamato: è The Show della cantante australiana Lenka. Beccatevi il video!


Un singolo momento che mi ha ricordato il rapporto di Hank Moody (David Duchovny) della serie Californication con la figlia Becca. Ma è giusto un lampo, pure questo ruffianissimo, ad illuminare una pellicola tanto impeccabilmente realizzata, o meglio “fabbricata”, quanto algida di emozioni.

"Un sito italiano c'ha stroncati: non capisce un cazzo, quel Cannibal Kid!"
Brad Pitt recita in ogni momento come se stesse guardando in camera e dicesse: “Visto quanto sono bravo, giurati dell’Academy? Non potete non darmi la nomination e magari pure la statuetta”. Un’interpretazione notevole in tal senso, ma il suo personaggio non vive.
Con Terrence Malick non c’era spazio per queste stronzate. Brad Pitt in The Tree of Life diventava semplicemente il suo personaggio e poche balle. Qui invece è un divo hollywoodiano che fa un personaggio. Lo fa molto bene, ma non diventa mai davvero quel personaggio. Non so se sono stato spiegato.
Philip Seymour Hoffman nella parte dell’allenatore senza poteri è invece decisamente sotto tono.
P.S. Mai visto P.S. Hoffman così spento.
E Jonah "che visse nella pancia della balena e poi se la mangiò e quindi dimagrì" Hill, che rimane a guardare la partita personale di Brad Pitt per tutto il tempo con in faccia la stessa espressione imbambolata? Per l’ex Superbad, oggi anche autore dell’atroce serie a cartoni animati Allen Gregory (per fortuna già cancellata dalla Fox perché era davvero orribile, provate a guardarla se non ci credete) è arrivata addirittura la nomination all’Oscar come non protagonista. Nel caso dovesse vincere la statuetta, vorrebbe dire che l’arte di vincere l’ha imparata davvero, anche se sarebbe più proprio parlare dell’arte del furto, visto che a me è sembrata una performance anonima e che non riesce mai a togliere le redini del comando al Pitt sovrano di questa pellicola costruita intorno a lui e solo a lui. Però l’Academy Awards ci gode a dare premi del tutto a caso, come l'Oscar a Cuba Gooding Jr… Ebbene sì, è successo pure questo!
"Te l'ho detto che anche se dimagrivi non diventavi come me..."

Ci sono dei film che riconosco essere poco riusciti, magari non sono perfetti, però hanno anima, hanno carattere e pur con i loro difetti riescono a conquistarmi. Moneyball è in teoria un buon film. Impeccabilmente realizzato. Interpretato in maniera ottima quanto fredda. Con un Brad Pitt che se in ogni momento non recitasse con il pensiero: “Cazzo se sto recitando da Oscar” sarebbe anche bravo. Con tutte le inquadrature al posto giusto ma nessuna che ti faccia dire “To’, che bella inquadratura”. Con una sceneggiatura senza sbavature a parte la quasi totale mancanza di un cuore. Moneyball insomma è un film impeccabile, di quelli precisini da Oscar. Sarà forse per questo che non m’è piaciuto manco pù cazz? O forse perché trovo difficile emozionarmi per l’uomo che ha trasformato il baseball, sport già di suo parecchio noiosetto, in una mostruosità chiamata moneyball?
(voto 5,5/10)

martedì 6 dicembre 2011

Crisi economica? Ora saprete chi ringraziare

Oddio. Ci becchiamo le notizie economiche già su giornali e telegiornali (a parte Studio Aperto che parla solo di omicidi brutali alternati a immagini di cani, gatti & topa), e adesso dobbiamo sorbirci pure quell’esaltato del Cannibal Kid?
Quasi quasi lo preferiamo quando parla di Justin Bieber

E invece oggi vi tocca. Lezione di economia. In cattedra non 3monti, bensì una persona che (forse) ne capisce ancora meno: il prof. Cannibal “The Economist” Kid.

Margin Call
(USA 2011)
Regia: J.C. Chandor
Cast: Kevin Spacey, Paul Bettany, Zachary Quinto, Penn Badgley, Stanley Tucci, Simon Baker, Jeremy Irons, Demi Moore, Mary McDonnell, Aasif Mandvi
Genere: new economy, new cinema
Se ti piace guarda anche: Wall Street, Wall Street 2, Too big to fail, Inside Job, Tra le nuvole, In Good Company, Collateral

Margin Call è il film di oggi. Perché oggi per una volta non parleremo di teen, di lupi mannari o vampiri.
Hey, un momento. Forse di teen sì, visto che tra i protagonisti c’è Penn Badgley finalmente fuoriuscito da Gossip Girl. Ed hey, forse anche di vampiri. Di vampiri che invece del sangue ci succhiano i soldi. E forse pure di lupi.
Tra le prime scene, ce n’è infatti una cruciale in cui un giovane broker si infila le cuffie nelle orecchie e si ascolta una canzone chiamata “Wolves” dei Phosphorescent, il cui testo è decisamente simbolico e la musica diventa parte della narrazione filmica, in maniera analoga a quanto avviene alle canzoni di Aimee Mann in Magnolia.

mama there's wolves in the house
mama they won't let me out
mama they're mating at night
mama they wont make nice


trad.
mamma, ci sono i lupi alla porta
mamma, non mi faranno uscire
mamma, si accoppiano di notte
mamma, non sarà una cosa piacevole


Torniamo al film. Anzi, torniamo all’economia.
Per prima cosa: cos’è il “margin call”?
Certo che siete ignoranti come le capre, direbbe un certo Vittorio Sgarbi. Anch’io devo ammettere che prima di vedere questo film non lo sapevo. Adesso che ho visto il film non credo che le mie finanze ne beneficeranno più di tanto, però almeno mi sono fatto una mezza cultura in materia e la prossima volta non impedirò che qualche broker o banchiere me lo ficchi in culo, ma almeno saprò in che modo me lo ficca in culo.
La definizione economica di Margin Call comunque è la seguente:
"È la richiesta fatta all'investitore, da parte dell'intermediario in titoli, di integrare il quantitativo di contante o titoli di Stato depositato in garanzia presso lo stesso intermediario. Questa richiesta viene avanzata quando il variare delle condizioni di mercato rende insufficiente il margine disponibile a tutelare l'intermediario dalle perdite."

Ok. Anch’io non c’ho capito niente. Però il film in qualche modo rende la questione economica molto più semplice e immediata. Ce la racconta come se dovesse spiegarla “a un bambino o a un golden retriever”, così come fa il genietto Zachary Quinto (Sylar di Heroes, Spock dell’ultimo Star Trek e recente guest-star di American Horror Story) con Jeremy Irons, il mega direttore galattico della sua azienda che in realtà pure lui di economia non ne capisce una mazza.

Il film sembra avere un cast della madonna. Dico sembra perché se andiamo a rifletterci bene, i nomi altisonanti che spiccano negli ultimi tempi non hanno certo fatto tutti ‘sti filmoni e anzi stavano annaspando ai margini di Hollywood.
Kevin Spacey? Per lui i bei tempi di 7even, I soliti sospetti e American Beauty erano lontani da un bel pezzo.
Jeremy Irons? Finito a fare il Papa nella serie dei Borgias.
Demi Moore? In grado di far parlare di sé solo per il suo divorzio da Ashton Kutcher più che per i suoi (inguardabili) film recenti.
Paul Bettany? Oh my God, lui era quello passato nel giro di un paio di stagioni dall’essere una delle grandi promesse di Hollywood a robacce come Legion, Priest e The Tourist. Sì, ho detto proprio The Tourist!
Tutti i ruoli di merda da loro interpretati in questi ultimi anni? Cancellati come per magia e tutti sono tornati in forma strepitosa e con dei grandi personaggi, a parte forse giusto quello di Demi Moore che poteva essere approfondito meglio.

Insieme a loro ci sono anche un ottimo Stanley Tucci e qualche volto noto del piccolo schermo, come Simon “The Mentalist” Baker e le due nuova leve già citate: Zachary Quinto e Penn Badgley. Sono loro i due veri protagonisti di questa sorta di Odissea, un viaggio tutto in una notte alla Collateral dentro il più grande collasso della storia economica recente. Loro che sono due pesci piccoli, due poco più che stagisti di cui i pesci grossi, gli squali lupo, non sanno manco il nome, si ritrovano a dover fronteggiare la crisi della loro società che potrebbe portare a una crisi ben più di scala mondiale.

Sono loro i nuovi yuppie. Qualcuno di loro lotta per rimanere umano. Come Kevin Spacey che piange per la morte del suo cane, o uno Zachary Quinto che cerca nella musica un rifugio. Mentre Penn Badgley rappresenta bene lo yuppie zombie di oggi, svuotato del divertimento e del sogno della bella vita che animava i suoi “colleghi” anni ’80 come quelli interpretati da Michael J. Fox e Charlie Sheen per non parlare della variante milanese/berlusconiana/vanziniani degli Yuppies Boldi/Calà/De Sica/Greggio. Del loro edonismo non è che rimasta una pallida ombra e tutto ciò che si chiede il personaggio di Badgley è quanto una persona guadagni in un anno. Solo questo.

Questo film non è un documentario, eppure riesce a spiegare il perché la crisi economica mondiale è iniziata. Quasi come se fosse semplice farlo e lo fa proponendoci un tutto in una notte mozzafiato quanto raggelante, in grado di riportare alla mente lo splendido Collateral di Michael Mann. A firmare la notevole regia, in pieno stile new-american, e la ancora più notevole sceneggiatura, ricca di dialoghi di una profondità pazzesca e scene molto simboliche, è l’esordiente J.C. Chavez, uno che se non si brucia ci riserverà ancora un sacco di belle sorprese. Oh, se ce le riserverà!

C’è crisi dappertutto. Dappertutto c’è crisi. Che poi c’è sempre qualcosa per cui essere preoccupati. Ricordate per caso un periodo in cui potevamo dire: “Oh, adesso il mondo sta andando bene. Possiamo stare tranquilli.”
No, c’è sempre qualcosa. L’11 settembre. Bush. Berlusconi. L’Iraq. L’Afghanistan. Adesso c’è la crisi economica. Monti. La manovra. I sacr...
bueeeeeeeeeeeeh ueeeeeeeeeeh sigh sob
sob sigh

Non si può mai stare tranquilli. Quand’è che vanno bene le cose, nel mondo? Mai.
Guardiamo al passato come il protagonista della Midnight in Paris di Woody Allen e pensiamo che fosse meglio. Era sempre meglio. Magari è davvero così. Magari il mondo continua davvero a peggiorare. È questa la vera recessione. Peggioriamo sempre. Diventiamo esseri umani un pochino peggiori di chi ci ha preceduto. Siamo sempre più disposti a scendere. Scendere di livello, abbassarci ai compromessi, rinunciare a ciò che crediamo giusto perché in un periodo di crisi non si può stare ad ascoltare la propria coscienza e pensare troppo a cosa è giusto e cosa no. Ci dicono che dobbiamo fare in fretta. Bisogna sbrigarsi, correre. Dobbiamo lavorare, produrre, essere “responsabili”. Viviamo in un fottuto mondo di pazzi che si muovono alla velocità della luce, anzi no oggi bisogna dire dei neutrini, e in realtà sono tutti fermi.

I film e le serie tv in circolazione oggi possiamo dividerli in due grandi categorie: quelle che ci mostrano la realtà nuda e cruda e quelle che cercano di farci evadere da essa. Se Margin Call è la punta di diamante della prima categoria, delle seconde abbiamo un sacco di esempi, soprattutto seriali, con le varie saghe cinematografiche che raggranellano milioni su milioni di dollari ai botteghini e con le varie serie a tematica più o meno fantasy. A sorpresa, la definizione più azzeccata per la crisi l’ho trovata proprio in una di queste ultime, in una frase del nuovo telefilm favolistico Once upon a time:

“Noi li derubiamo, e loro derubano qualcun altro. Si chiama economia.”

Questa è la spiegazione breve. Se volete quella un po’ più lunga, guardate questo spettacolare film. Non vi smaronerà con noiosi dettagli economici. Non sarà come un discorso di Draghi o Monti. Vi dirà perché oggi c’è la crisi economica e perché una volta finita questa ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora.
No, non insistete: non ve lo dirò io il perché. Ci penserà Margin Call. Il film da vedere oggi per capire lo ieri e conoscere il domani.
(voto 8,5/10)

lunedì 25 ottobre 2010

Il denaro non dorme mai. Gordon Gekko nemmeno

Wall Street – Il denaro non dorme mai
(USA 2010)
Titolo originale: Wall Street: Money Never Sleeps
Regia: Oliver Stone
Cast: Shia LaBeouf, Michael Douglas, Carey Mulligan, Josh Brolin, Frank Langella, Vanessa Ferlito, Susan Sarandon, Eli Wallach, Oliver Stone, Charlie Sheen
Genere: alta finanza
Links: imdb, mymovies
Se ti piace guarda anche: Wall Street, W., American Psycho, L’inventore di favole, Thank You For Smoking

Siete nella cacca. Ancora non ve ne rendete conto, ma siete la generazione dei 3 niente: niente lavoro, niente stipendio, niente risorse. Davvero un gran bel futuro.

Money never sleeps. Il denaro non dorme mai. Parte con uno slogan in stile horror alla The Ring (anche Samara non dorme mai!) il sequel di Wall Street. Se quel film riusciva a rendere una fotografia vivida gli scintillanti superficiali anni 80 in tutte le loro contraddizioni, questo ritorno al futuro prova a fare lo stesso con la crisi economica attuale.

Gordon Gekko is back. Dopo 8 anni di galera è un uomo libero. Lo so che in Italia può sembrare una cosa fantascientifica, ma Gekko per le sue porcate da broker finanziario disonesto e per le sue frodi fiscali è finito sotto processo e persino in galera. Da noi sarebbe un film sci-fi.
Quando esce di gattabuia con ciò che aveva lasciato all’ingresso, telefonino preistorico compreso, ad attenderlo all’uscita non c’è nessuno, mentre una limousine arriva a prendere un gangsta-rapper rilasciato. Fin dalle prime inquadrature capiamo quindi che i tempi sono cambiati, il mondo è cambiato da quegli anni 80 che dominava. Ma Gordon Gekko e quelli come lui sono davvero cambiati? Dalla recente crisi finanziaria potete dedurre facilmente che la risposta è no. Anzi, sono proprio questi squali dell’economia la principale (seppure non unica) causa scatenante di tutta la merda che dobbiamo subire oggi.
Gekko per molti aspetti sembra Berlusconi: egocentrico, ambizioso, avido. Disonesto. Con la differenza che Gekko non è sceso in campo in politica per evitare il carcere. E il carcere l’ha cambiato, almeno in parte. Almeno un po’. Forse.

Questa volta Gekko fa team con il novello Charlie Sheen Shia LaBeouf, un broker che sta per sposare la figlia proprio di Gordon che ha le splendide fattezze di Carey Mulligan, dopo l’educazione sentimentale di An Education ormai pronta per il grande passo.
Tra i difetti della pellicola possiamo annovererare una leggera verbosità, qualche minuto di lunghezza di troppo (come in qualunque film di Oliver Stone che si rispetti) e un finale un po’ così, non del tutto convincente. Però Wall Street – Il denaro non dorme mai è un film di una grandezza esagerata, rappresentato con una classe d’altri tempi eppure in grado di raccontare alla perfezione la società e l’economia di oggi; un raro caso di sequel necessario, giunto con la sceneggiatura giusta al momento giusto che non fa assolutamente rimpiangere l'originale.

La regia di Stone si concede varie finezze, con un montaggio superlativo, un’ottima colonna sonora firmata soprattutto David Byrne & Brian Eno e un cast eccellente (forse il migliore quest'anno dopo Inception). Shia LaBeouf non sarà un attore fenomenale, però è un mio idolo personale e con il look leccato da broker sembra perfettamente a suo agio. Su Carey Mulligan non posso essere imparziale perché penso di amarla, lei e quel suo faccino triste anche quando ride. Josh Brolin è un gigante come al solito e c’è una particina per Vanessa Ferlito, la bomba sexy del tarantiniano Grindhouse – A prova di morte (quella che ballava la lap-dance, per intenderci). Immancabile e simpatico poi un piccolo cameo per Charlie Sheen e comparsata davanti alla cinepresa pure per Oliver Stone.
È ancora lui l’uomo che, con film come Natural Born Killers o il sottovalutato W. su George W. Bush, sa raccontare la società americana (e non solo quella) meglio di chiunque altro. Che anche lui non dorma mai?
(voto 8)

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