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venerdì 21 febbraio 2025

The Girl with the Needle: e l'Oscar per la cattiveria va... alla Danimarca






The Girl with the Needle
(titolo originale: Pigen med nålen)

Già lo sapete. Vermiglio non è riuscito a entrare nella cinquina degli Oscar 2025 per il miglior film internazionale. Apriti cielo. Sono nate le solite polemiche. C'è chi sostiene che non fosse il candidato migliore per rappresentare l'Italia. Tra i papabili dell'ultima annata cinematografica, personalmente ho preferito altri titoli come Gloria!, Parthenope e Il tempo che ci vuole, però non sono mica sicuro che loro sarebbero riusciti ad aggiudicarsi la tanto ambita nomination dell'Academy.

venerdì 14 agosto 2015

Coopenhagen sei tu, chi può darti di più?





Copenhagen
(Canada, USA, Danimarca 2014)
Regia: Mark Raso
Sceneggiatura: Mark Raso
Cast: Gethin Anthony, Frederikke Dahl Hansen, Sebastian Armesto, Olivia Grant, Tamzin Merchant, Gordon Kennedy, Mille Dinesen
Genere: americani in vacanza
Se ti piace guarda anche: Prima dell'alba, Spring

Il film Copenhagen mi ha fatto venire una gran voglia di andare in Danimarca.
Per via della protagonista femminile?
Non oserei mai dire una cosa del genere. La protagonista femminile di questo film è una ragazzina di appena 14 anni. Pure il protagonista maschile di questo film, un americano in trasferta europea, non la toccherebbe mai con un dito. È una cosa che non si fa. Non si può proprio fare. No no.

domenica 4 maggio 2014

L’HOTELL DELLA DEPRESSIONE




"Questo film non uscirà mai in Italia, che depressione."
Hotell
(Svezia, Danimarca 2013)
Regia: Lisa Langseth
Sceneggiatura: Lisa Langseth
Cast: Alicia Vikander, David Dencik, Anna Bjelkerud, Mira Eklund, Henrik Norlén, Simon J. Berger, Lisa Carlehed
Genere: depresso
Se ti piace guarda anche: La guerra è dichiarata, Alabama Monroe, Il grande capo, Ma che colpa abbiamo noi

"In questa camera non c'è il minibar?
Adesso sì che sono ancora più depressa!"
Non vedete l’ora di avere un figlio?
State pensando di diventare mamme o papà a breve?
Volete a tutti i costi avere un bambino strillante in mezzo alle palle scatole?
Contenti voi! In tal caso però vi avverto: non guardate questo film. Hotell si va infatti a infilare all’interno di quel simpaticissimo filone recente di pellicole che hanno come scopo quello di farti passare la voglia di riprodurti. Ci sono stati il notevole La guerra è dichiarata, il simpatico Travolti dalla cicogna e più di recente lo splendido Alabama Monroe.

Hotell rilancia ulteriormente questa tendenza e in particolare è da sconsigliare alle MILF-wannabe. La protagonista del film è Erika, una donna che ha una vita splendida. È ricca, gnocca, ha un bel lavoro, un marito che la ama e sta per avere un bambino. Ed è lì che la sua vita da sogno si trasforma in un incubo. Erika ha un parto traumatico, in seguito al quale il figlio gli nasce con dei problemi ed è costretta a tenerlo in ospedale. A questo punto la sua vita cade a pezzi e niente per lei sembra più avere un senso. Non esattamente il film adatto a chi è in dolce attesa o ha in programma di esserlo, ve l’ho detto. Hotell è un soggiorno nell’albergo della depressione. Una vacanza nel male di vivere. Si annuncia quindi una visione del tutto avvilente?

"Hey, ma dove sono finito? In un film sadomaso di Lars von Trier?"
No. A sorpresa no. Hotell non è una commedia spassosa, ok, questo ve lo concedo. Eppure, considerate le premesse che vi ho appena enunciato, ci si aspetterebbe un invito al suicidio, cosa che il film invece riesce a evitare di essere. Non perché la pellicola si trasformi all’improvviso in un inno alla gioia di vivere, o nella solita robetta buonista. In questo film si affrontano i sentimenti, ma non v’è spazio per i sentimentalismi.
Questo perché per fortuna non siamo dentro a una pellicola americana o italiana. Hotell è un glaciale film co-prodotto da Svezia e Danimarca. La mia nuova fissa è il cinema dei paesi nordici. L’amour per la Francia l’ho messo momentaneamente da parte, dopo le stroncature di Tutto sua madre e Yves Saint Laurent, e ora quando voglio guardarmi un bel film rivolgo lo sguardo più a nord. Alla Danimarca di Lars von Trier, ovviamente, ma anche alla Finlandia dell’interessante Heart of a Lion e alla Svezia che ci regala chicche come il punk-movie We Are the Best! e questo depresso-ma-non-troppo-movie.

"Pronto?
Sì, mi chiamo Vikander con la V di Vagina, non con la F di Fika."
La protagonista del film è Alicia Fikander… ehm, volevo dire Alicia Vikander, una delle attrici più promettenti del panorama cinematografico europeo e mondiale attuale, già vista in Royal Affair, Anna Karenina e Il quinto potere. Ormai la amo incondizionatamente. La sua splendida prova recitativa terrebbe in piedi già da sola l’intero Hotell, che però si avvale in più anche di una serie di personaggi minori niente affatto male. L’idea alla base del film è che la protagonista Erika si prende una vacanza dalla sua vita diventata deprimente alloggiando in un hotel insieme ai suoi amichetti del gruppo di sostegno al dolore di cui fa parte, una specie di alcolisti anonimi per persone con problemi di natura psicologica varia. C’è quindi la tipa bruttina (ma poi nemmeno tanto) e insicura, il manager stressato (ma non è l’amministratore di Trenitalia Mauro Moretti), la sessuomane (ma non è Joe di Nymphomaniac) e un tizio con il complesso di Edipo (ma non è Norman Bates). Uno spunto originale che immagino potrebbe essere presto rubato per un remake americano. Anche se io vedrei bene soprattutto un rifacimento italiano a opera di Carlo Verdone, visto che è proprio il genere di storie da nevrotici complessati in cui lui si solito ci sguazza e la storia della “autoterapia” ricorda da vicino il suo Ma che colpa abbiamo noi.
Questo però non è un film di Verdone e, come detto, non è un film americano. È un film "svedanese" freddo, freddissimo, capace però di regalare emozioni, almeno se siete tra quelli che sognano le vacanze in Scandinavia anziché in Brasile, i drink ve li fate rigorosamente on the rocks e, quando avete 37 di temperatura corporea la considerate già febbre alta. Si astengano invece le persone calorose, gli amanti delle pellicole ruffiane tutte buoni sentimenti pucci pucci pu e, soprattutto, le mamme in tenera attesa.
Adesso andate e moltiplicatevi... il meno possibile.
(voto 7+/10)

martedì 29 aprile 2014

NYMPHOMANIAC – VULVUME 2, SE NON VIENI FRUSTATO GODI SOLO A METÀ




Nymphomaniac – Volume 2
(Danimarca, Belgio, Francia, Germania, UK, 2013)
Titolo originale: Nymphomaniac: Vol. II
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Cast: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Jamie Bell, Christian Slater, Willem Dafoe, Mia Goth, Udo Kier, Jean-Marc Barr, Ananya Berg
Genere: sadomaso
Se ti piace guarda anche: La vita di Adele, Antichrist, Dogville, Kill Bill

Una cosa, una delle tante a dirla tutta, che non condivido degli sport è il fatto che una squadra in casa di solito giochi meglio e abbia risultati migliori rispetto a quando è in trasferta. Capisco che il tifo a favore possa essere un bell’incitamento, ma non lo condivido. A me fa piacere ricevere complimenti, come a tutti, però è dalle critiche che ricevo lo stimolo più forte a fare meglio. Se fossi una squadra sportiva, probabilmente darei il massimo in trasferta. Credo che lo stesso valga per Lars von Trier. È dalle critiche, spesso anche feroci, nei confronti dei suoi ultimi lavori Antichrist e Melancholia, i primi due capitoli della cosiddetta Trilogia della Depressione, così come verso le sue dichiarazioni non grate al Festival di Cannes 2011, che è venuta fuori la rabbia per tirare fuori un film come Nymphomaniac, nuovamente amatissimo e altrettanto odiatissimo e criticatissimo, per le più svariate ragioni.

Nymphomaniac è un film malato, misogino, sessista, satanista, razzista?
Malato, questo è certo. Talmente malato da meritarsi su Pensieri Cannibali non solo un primo post orgasmico, non solo un secondo post più riflessivo, ma anche un terzo post sadomaso e infine oggi un quarto post, che proverà ad addentrarsi attraverso quelle sopra citate e altre spinose questioni. Il mio ruolo? Quello dell’avvocato difensore di Lars von Trier. Esatto, faccio l’avvocato del diavolo. Chiametemi – ma solo per oggi – Niccolò Ghedini.


ATTENZIONE SPOILER
A uno sguardo superficiale, alcune accuse nei confronti del regista danese possono venir fuori in maniera semplice. In Nymphomaniac – Volume 2, la protagonista utilizza la parola “negro”, mentre Lars von Trier usa i personaggi di colore in base unicamente alla loro caratteristica sessualmente più stereotipata: il cazzo grosso. Attraverso un dialogo della pellicola, emerge il punto di vista del regista sulla questione.

Joe/Charlotte Gainsbourg dice: “Ogni volta che una parola diviene proibita, si va a togliere una pietra miliare nelle fondamenta democratiche. La società rivela la sua impotenza di fronte a un problema concreto, rimuovendo termini dal vocabolario.
Il moralista Seligman/Stellan Skarsgård a ciò ribatte: “Penso che la società sottolineerebbe che l'essere politicamente corretto è una forma di democratica preoccupazione per le minoranze.
Joe/Charlotte Gainsbourg, non convinta, ribadisce: “E io dico che la società è codarda tanto quanto le persone che la formano che, secondo la mia opinione, sono troppo stupide per la democrazia.

Nel corso del Vulvume 1 di Nymphomaniac, non era ancora del tutto chiaro da che parte stesse Lars von Trier, se più da quella dell’uomo, Seligman, o della donna, Joe. Con questo Vulvume 2 appare piuttosto evidente che Lars è Joe. Joe è Lars. Lars è una vulva. Alla faccia del regista misogino e maschilista. Se già con Melancholia le figure maschili apparivano parecchio deboli e l’ultima possibilità di una qualche salvezza per l’umanità era rappresentata dalle donne, qui il regista alza ulteriormente il tiro alla sua critica a una società maschiocentrica, identificandosi nella sua protagonista. La ribelle, la depravata, la rinnegata, la “persona non grata”.


Laddove nella società odierna il sesso viene spesso indicato come un peccato, qui la colpa sembra invece essere l’amore. La dittatura dell'amore. Quando Joe pensa di essere innamorata di Jerome e sembra pronta a una vita monogama e dedicata alla famiglia, ecco che perde il suo “superpotere”. Diventa frigida, incapace di provare piacere. A questo punto è l’amore il vero peccato da espiare. Per ritrovare la sua sessualità perduta, Joe si affida alle pratiche sadomaso. Qui Lars von Trier indugia in maniera sadica sulle torture che le sono inflitte, tanto da far apparire le frustate de La passione di Cristo e quelle di 12 anni schiavo come delle carezze al confronto. E qui possono piovere giù di nuovo le critiche di misoginia. Lars ci gode a vedere le donne soffrire e bla bla bla. Attenzione però, perché nel finale c’è la vendetta di Joe e la vendetta di Lars, con un colpo di pistola che uccide queste accuse e fa del regista un autentico femminista. Se von Trier è effettivamente sessista, forse andrebbe considerato anti-uomo piuttosto che anti-donna. La prova più evidente di ciò, ancor più che nel finale, sta nella scena del parcheggio presente nel Volume 1. Donna al volante, pericolo costante? Non per von Trier, visto che Joe fa un parcheggio da manuale che Shia LaBeouf si può solo sognare. E quella automobilistica, signori e signore, è l’umiliazione più grande che può essere inflitta da una donna a un uomo.


Riguardo alle possibili accuse di essere un film satanista o quantomeno blasfemo, alla fine della fiera ci sono giusto un paio di passaggi controversi, come la preghiera cattolica “Mea culpa” storpiata nel divertente “Mea vulva mea maxima vulva”, e l’apparizione mistica non della Vergine Maria, bensì di un paio di figure un po’ meno vergini. Al di là di queste sequenze e della "musica satanica", la musica metal dei Rammstein presenti in colonna sonora a inizio pellicola, Nymphomaniac offre semmai delle riflessioni interessanti sulla religione. Non credo che il pur progressista Papa Francesco Vol. I riuscirebbe a sostenere la visione della pellicola senza rimanerne oltraggiato o schifato, però non è nemmeno un lavoro così irrispettoso da un punto di vista religioso, soprattutto nel capitolo 6, intitolato “La chiesa orientale e la chiesa occidentale (l'anatra muta).”


Torniamo ora alla questione d’apertura: il razzismo. Al di là della discutibile, ma comunque parecchio divertente, scenetta con protagonisti i “negri”, l’accusa principale che viene rivolta a Lars von Trier è quella di essere un nazi. E questo “soltanto” per aver detto durante un’ormai famigerata conferenza stampa nel corso del Festival di Cannes 2011:

Capisco Hitler, capisco l'uomo che è po' pieno di male, certo sono contrario alla seconda guerra mondiale e non sono contro gli ebrei, ma in realtà non troppo perché Israele è un problema, come un dito nel culo, fa cagare.” (da Repubblica)

Alla fine del capitolo 8, il capitolo conclusivo “La pistola”, Joe fa fuori il suo ascoltatore/spettatore, Seligman, che è ebreo, come aveva dichiarato durante il vol. 1, però è un ebreo non praticante, quindi non starei a concentrarmi tanto su questo aspetto. Il proiettile che esce dalla pistola di Joe, ovvero la pistola di Lars, non credo sia rivolta al popolo ebreo. È semmai rivolto contro i critici, i giornalisti che l’hanno accusato, la società che subito l’ha messo in un angolo perché se n’è uscito con delle dichiarazioni del tutto all’infuori dei canoni del politically correct. Alla fine di Nymphomaniac, Lars von Trier fa fuori lo spettatore della storia di Joe, Seligman, e fa fuori lo spettatore del film, lasciandolo solo nel nero della sala cinematografica.


Se le intenzioni iniziali del regista forse erano quelle di realizzare un porno d’Autore, o - chissà? - costruirsi un posto al sole da nuovo Tinto Brass, il risultato finale di Nymphomaniac è qualcosa di molto diverso e molto di più. Il sesso c’è, ce n’è tanto e ci sono un sacco di nudi, eppure Lars non c’è nemmeno andato giù troppo pesante, sarà per il fatto che da noi il film è approdato in versione censurata. Abdellatif Kechiche con La vita di Adele aveva ad esempio proposto delle trombate lesbo ben più lunghe ed esplicite. L’intento provocatorio di un’Opera mastodontica come Nymphomaniac non è allora tanto a livello visivo, quanto come contenuti dei dialoghi. Nymphomaniac è un manifesto esistenziale del Rust Cohle dei registi. Un film politico. Una rivoluzione del cazzo, anzi una rivoluzione della vulva contro la dittatura dell’amore.
Come enunciato nel capitolo 7, “Lo specchio”, attraverso le parole di Joe:

"L'empatia che declami è finta, perché voi tutti lo siete. È la morale religiosa il cui compito è di cancellare la mia oscenità dalla faccia della terra, così che i borghesi si sentano meglio. Non sono come voi. Io sono una ninfomane e amo esserlo. Ma soprattutto amo la mia vagina e la mia sporca, lurida lussuria."

C’è così tanto, dentro Nymphomaniac. È una riflessione a 360° sulla sessualità, non solo sulla dipendenza della ninfomane protagonista, ma c’è spazio anche per l’amore omosessuale, con una versione più soft del citato La vita di Adele, per il sadomaso, e poi, nel passo più estremo dell’intera pellicola, si parla persino di pedofilia, in un modo ovviamente ancora una volta lontano anni luce dal politically correct:

Il pedofilo che riesce a vivere la sua vita con la vergogna del suo desiderio senza mai metterlo in pratica, meriterebbe una fottuta medaglia” dice Joe.

"Aaah, sì, Lars. Tu sì che mi ecciti, altroché i One Direction!"

In passaggi come questo emerge chiaramente la voglia di von Trier di andare oltre le convenzioni, oltre al pensiero unico di una società fascista nel suo ipocrita buonismo di facciata, non tanto per una provocazione fine a se stessa, ma perché lui è fatto così e lo conferma tramite le parole del suo alter ego cinematografico Joe:

Ho capito che la società non ha un posto per me e io non ho un posto per la società.

In Nymphomaniac si possono scorgere i riflessi di tutte le accuse piovute addosso al regista dopo Cannes del 2011. La sua risposta è arrivata con un lavoro rabbioso, incazzato al punto giusto, ma non solo. Nymphomaniac è anche un film profondamente riflessivo, esistenziale, il cui valore è superiore alla semplice somma delle parti. Dietro le scene di sesso, le frustate e i momenti più forti ed estremi, possiamo vedere l’ombra di un uomo, Lars von Trier. Una persona non grata, ma una persona bellissima, un essere bastardo e complesso che in realtà non è malvagio come la società vuole dipingerlo. È la società a essere malvagia. È la società il vero mostro.
(voto 9/10)

lunedì 28 aprile 2014

NYMPHOMANIAC – L'APPUNTAMENTO SADOMASO




Allora, Lars, cominciamo?

Come, hai già iniziato da solo?

Uffa. Te lo concedo, ma solo perché è il secondo capitolo della tua personale sega cinematografica.

Tutto bene, comunque, Lars?
Che ti succede? Mi sembri un pochino diverso rispetto all’altro appuntamento. Rispetto al Volume 1 dei nostri incontri. Lì eri più ironico, brillante, leggero, direi quasi. Adesso mi sembri più riflessivo e cattivo.

Cattivo ragazzo, che ci fai con quella divisa da SS addosso?
Ah, ok, ho capito: oggi ti va di fare giochi di ruolo.

Hey, ma quella frusta è proprio necessaria? Stai cominciando a farmi paura, Lars.

No, fermo, che fai?

Nooooooo.

Non voglio.

NOOOOOOO!


Ahia. Che dolore!


AAAHI, heeey che diavolo combini?


Però… non è così male come pensavo...

A dire il vero è piacevole. Chi l'avrebbe detto?
Sadomaso è bello.
E allora sì, Lars.


Sììì

Sììììì

Sììììììì, Lars!!!


Oh, Lars. Anche questa volta sei riuscito a stupirmi. È un piacere differente rispetto a quello dell’altro volume, però è pur sempre un piacere.
Un piacere notevole.
Dai allora, vai avanti che ormai c'ho preso gusto.


Sììììì.


Ahi.


Sììììììììììììì.


AAAAAAAAAAAAHIAAAAAAAA!


Fai di me il tuo schiavo.
Fai di me il tuo 12 anni schiavo.

Bello violento, porcellone di un Lars, bravo!
Lo sapevo che eri un animale, a letto. L’altra volta sei stato persino troppo romantico e teneroso, adesso sì che ci vai giù pesante.
Non smetti proprio mai di sorprendermi, tu. Sei riuscito persino a far passare Christian Slater per un vero attore. E dico Christian Slater, uno che sono almeno vent’anni che non fa un film decente e negli ultimi tempi ha collezionato solo una lunga serie di serie tv subito cancellate. Come una versione per il piccolo schermo del Jep Gambardella de La grande bellezza, Christian Slater non vuole solo partecipare alle serie televisive. Lui vuole avere il potere di farle fallire.
Ma dimentichiamoci di Slater e pensiamo solo a noi, Lars.
Al nostro rapporto malato.

Vai, non ti fermare!

Aaah, sì, ahia.

Dai, continua a farmi del male, Lars, che mi piace.

Sì, daaai.

Una frustata contro il cinema edificante.
Sììì!

Una frustata contro il buonismo.
Sìììììì, così!

Una frustata contro la dittatura dell’amore.
Aaaaaaah, sììììì Lars, sto
VENENDOOOOOOOOO!!!


Nymphomaniac – Volume 2
(Danimarca, Belgio, Francia, Germania, UK, 2013)
Titolo originale: Nymphomaniac: Vol. II
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Cast: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Jamie Bell, Christian Slater, Willem Dafoe, Mia Goth, Udo Kier, Jean-Marc Barr, Ananya Berg
Genere: sadomaso
Se ti piace guarda anche: La vita di Adele, Antichrist, Dogville, Kill Bill
(voto 9/10)

mercoledì 24 luglio 2013

NICOLAS WINDING REFN, UNA STORIA D’AMORE E ODIO




Ho una relazione complicata con Nicolas Winding Refn. No, non è il mio status sentimentale su Facebook, anche se potrebbe diventarlo, solo una semplice constatazione cinematografica.
Le prime volte che ho sentito parlare del regista danese, era su qualche rivista in cui veniva definito il Tarantino europeo o qualcosa del genere. È scattata un’immediata curiosità nei suoi confronti, ovvio, e anche una naturale diffidenza, considerando come spesso, ogni volta che spuntava fuori un nuovo Tarantino, e negli anni Novanta se ne inventavano uno al mese, si rivelava una ciofeca. Ormai però la voglia di vedermi qualcosa di suo era troppo alta e così ho recuperato Bronson. Bronson mi ha tolto le verginità refnaniana con brutalità, una brutalità che poi avrei capito essere una caratteristica tipica di Winding Refn. La violenza del regista danese è però qualcosa di diverso da quella esagerata e quasi cartoonesca di Tarantino. In Refn c’è più cattiveria e meno divertimento. Meno citazionismo cinematografico e più realismo.
Bronson però, più che Tarantino, mi ha ricordato lo stile di Stanley Kubrick. E sticazzi. Da un paragone impegnativo a un altro ancora più proibitivo. Prima di gridare al nuovo Arancia Meccanica c’è comunque da frenare. Da frenare parecchio. Bronson è un film visivamente notevolissimo, mostra un Refn in stato di grazia dietro la macchina da presa, eppure la pellicola non mi ha coinvolto un granché. La pecca principale è la sceneggiatura, firmata dallo stesso Refn, che non consente di avvicinarsi molto al protagonista, il bruto e psicopatico Michael Gordon Peterson in arte criminale Charles Bronson, e che racconta la storia vera di quello che è stato definito “il più violento prigioniero britannico”, uno che ha passato gran parte della sua vita dietro le sbarre e per giunta in isolamento. D’altra parte è un pazzo pericoloso che al confronto a ritrovarti Hannibal Lecter come compagno di cella ti va ancora di lusso.
In pratica, una pellicola impressionante da un punto di vista cinematografico, ma fredda a livello emotivo e piatta a livello di idee di sceneggiatura. Però cazzo se Refn è bravo a girare! E così sono andato avanti con la visione delle sue pellicole.

Il mio Refn numero due è stato Valhalla Rising. Se Bronson mi aveva preso a pugni in faccia con la sua violenza, questo invece mi ha steso. Ma non con un pugno, magari! Mi ha steso nel senso che mi ha annoiato, mi ha mandato in coma come poche altre visioni. Per qualcuno questo è un film dal notevole fascino, per me è come una razione doppia di Valium.
Le mie quotazioni personali e la mia fiducia in Refn sono così crollate a picco. Va detto che pure qui a livello puramente di riprese il danese non ha realizzato una pellicola brutta, nient’affatto. Peccato si sia dimenticato di accompagnare alle immagini una sceneggiatura. O anche solo un abbozzo di sceneggiatura.


"E staccate 'nattimo, Winding Refn, che sei più
appiccicoso della Eva Mendes..."
Abbandonate con sfiducia le avventure (avventure?) di One Eye, per un po’ ho abbandonato il cinema di Refn, pensando tra me e me: “Nuovo Tarantino ‘na sega!”. Fino a che qualche tempo dopo è arrivato Drive e tutti a parlare di Drive e di quanto fosse figo Drive e di quanto fosse figo Ryan Gosling e di quanto fosse figa la regia di Nicolas Winding Refn. A darmi fiducia dopo quella mazzata di Valhalla Rising c’era il fatto che questa volta il danese si era concentrato unicamente a stare dietro la macchina da presa, affidando la sceneggiatura, ispirata al romanzo omonimo di James Sallis, a un esterno, tale Hossein Amini.
Risultato? Drive è davvero un film figo. Un film emozionante. Se vogliamo trovare proprio un difetto, c’è da dire che anche in questo caso la sceneggiatura è la parte più debole. Riprese stellari, attori perfetti, colonna sonora super cult, storia che invece ha qualche difettuccio. Ma non importa, perché per una volta tutto funziona in maniera perfetta e soprattutto c’è il coinvolgimento emotivo. Finalmente, scoppia l’amore tra me e Refn. Scoppia più per Carey Mulligan, a dire la verità, ma scoppia anche per Refn. Come ci trovassimo in una tipica commedia romantica americana dove, dopo qualche battibecco iniziale, scatta la scintilla.

Entusiasta di Drive, per un po’ ho preferito lasciare le cose così. Nell’idillio amoroso per quella pellicola. Fino ad adesso. In occasione dell’uscita del suo nuovo film, il nono della sua carriera, Solo Dio perdona - Only God Forgives, ho deciso di recuperare anche tutti i suoi precedenti lavori che ancora mi mancavano. E ne ha fatti. È persino troppo prolifico, per i miei gusti. Forse dovrebbe rallentare un po’, il Driver danese, e dedicare più tempo a sviluppare i suoi progetti e le sue sceneggiature, che rimangono sempre il suo tallone d’Achille. Anche se, in parte, mi sono dovuto ricredere rispetto alle sue capacità di scrittura. La trilogia di Pusher, di cui ho parlato in due post a parte, uno dedicato al primo film, un secondo agli altri due, segna infatti un Refn in discreta forma persino come sceneggiatore. Sebbene il suo talento, la sua skill principale è sempre la regia, poco da fare.
E veniamo così ai suoi due film meno noti, quelli che ancora mancavano alla mia Refn-cinerassegna, realizzati a livello temporale a cavallo tra il primo e il secondo capitolo della serie di Pusher. Che poi, a dirla tutta, il danese ha in curriculum anche la regia del film per la tv Miss Marple - Nemesi, tratto da un romanzo di Agatha Christie, ma questo lo lascio ai fan hardcore di Refn.

"Ce l'hai l'ultimo consigliato da Cannibal Kid?"
"No, qui non teniamo le raccolte di Peppa Pig..."
Bleeder
(Danimarca 1999)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Liv Corfixen, Rikke Louise Andersson, Levino Jensen
Genere: cazzaro
Se ti piace guarda anche: la trilogia di Pusher

Bleeder è un gioiellino. Un film sul niente, fatto di niente, eppure un gioiellino prezioso.
Refn adotta lo stesso stile registico di Pusher e utilizza lo stesso trio di attori: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen e Zlatko Buric, togliendo dall’addizione giusto l'elemento droga. Il suo posto è qui preso dalla passione dei protagonisti, e in particolare del personaggio interpretato da Mads Mikkelsen, per i film. Un’ossessione quasi maniacale, con cui il suo Lenny si va ad aggiungere alla schiera di (anti)eroi silenziosi del cinema di Refn. Lenny infatti non parla, se non di cinema. Il suo lavoro? Ovviamente in una videoteca. D’altra parte siamo pur sempre a fine anni ’90 e all’epoca, pensate un po’, le videoteche esistevano ancora. Vivevamo in un mondo senza banda larga in cui i film li vedevamo ancora su VHS, pensate un po’ che popolo primitivo eravamo.
Lenny non combina un granché nella sua vita, a parte guardare un sacco di film e quindi, chissà perché?, mi ci sono immedesimato parecchio nel suo personaggio…
Il suo migliore amico, il protagonista del primo Pusher Kim Bodnia, è un cliente della videoteca. Lui è meno fissato con i film e più con la violenza. Dopo aver saputo che la sua tipa è incinta, non la prenderà proprio bene…

"Hey, un momento... Ecco qua l'ultima stagione completa di Peppa!"
Variante di questa pellicola rispetto alla formula refniana collaudata nel primo Pusher e ripresa poi nei due successivi capitoli della trilogia, è la presenza di una donna tra i protagonisti. Nel cinema molto al maschile (non ho detto maschilista) di Refn, è un vero evento, bissato in parte con la Kristin Scott Thomas dell'ultimo Solo Dio perdona. In Bleeder, la femmina presente è Lea, una ragazza che lavora in una tavola calda e, a parte essere corteggiata maldestramente da Mads Mikkelsen, pure lei non è che combini un granché. A interpretarla troviamo Liv Corfixen, nella vita reale diventata moglie di Refn.
In pratica, i protagonisti non fanno niente di che, non vanno da nessuna parte e in questo film non capitano grandi cose. Qualche scena di violenza c’è, se no non sarebbe un vero lavoro di Refn, è un film più parlato rispetto alle sua altre opere, con dialoghi talmente cinefili da risultare quasi tarantiniani, e la cosa che colpisce di più sono i personaggi. Sempre dei disperati, però più umani rispetto ad altri ritratti dalle pellicole del danese.
Se per quanto riguarda Bronson e Valhalla Rising ho criticato le doti di Refn come sceneggiatore, con la trilogia di Pusher e ancora di più con questo Bleeder mi devo in parte ricredere. Facendo un film basato sul nulla o quasi, è riuscito a tenere in piedi un’ora e mezzo di cinema crudo, realista, costruito su dei personaggi enigmatici e intriganti. E poi ci ha regalato un finale inaspettatamente romantico, quasi un’anticipazione di Drive. Perché anche i danesi, dietro quei modi di fare algidi e autoritari (qualcuno ha menzionato Lars Von Trier?), nascondono un cuoricino. Chi l’avrebbe detto?
(voto 7,5/10)


Fear X
(Danimarca, Canada, UK, Brasile 2003)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Hubert Selby Jr., Nicolas Winding Refn
Cast: John Turturro, Deborah Kara Unger, James Remar, Stephen Eric McIntyre, William Allen Young, Gene Davis, Nadia Litz, Liv Corfixen
Genere: thrilla

Con Refn ho una relazione complicata, ve l’ho detto subito. Non si sta quindi qui a celebrarlo sempre e comunque. Lo si applaude, quando c’è da applaudirlo, e lo si fischia quando c’è da fischiarlo. Fear X non è un film da fischi, però è qualcosa di forse peggiore. È un film anonimo. Tra le pellicole di Refn, è la meno refniana e affascinante. Qualche lampo del suo talento registico lo si intravede, ma è poca cosa. Fear X appare come un thrillerino medio poco riuscito e dimenticabile. Il classico incidente di percorso.

Refn con Pusher era diventato il nuovo fenomeno del cinema danese e con Bleeder aveva confermato di possedere una sua precisa cifra stilistica. Dopodiché ha fatto il tipico passo più lungo della gamba. Ha girato il suo primo film in America quando non era ancora pronto. Fear X è stato il suo debutto sul suolo degli Stati Uniti e si rivelerà un discreto flop. Giusto così. È una doccia fredda che ha fatto bene al freddo danese, che avrà modo di fare il suo trionfale ritorno a Hollywood qualche anno più tardi, con il progetto giusto, ovvero Drive. Per quanto nemmeno malaccio come film, ciò che sconcerta di Fear X è la sua mediocrità. Una mediocrità da cui Refn in tutte le sue pellicole, persino nel da me tanto detestato Valhalla Rising, si è sempre tenuto lontano.

"Dexter, figliolo, vieni fuori!"
Di cosa parla, questo film?
Presto detto. Il protagonista è l’addetto alla sorveglianza in un centro commerciale ed è ossessionato dalla morte della moglie, uccisa in circostanze misteriose da un assassino rimasto a piede libero. Ogni suo pensiero va a questa tragedia e ogni cosa che fa è tesa alla ricerca del killer. Se già state pregustando un thriller tesissimo, non è questo il caso. Refn punta a costruire la tensione in maniera lenta e avvolgente. Cosa che per la prima parte della visione riesce anche a coinvolgere, ma dopo un po’ il giochino stufa. Per movimentare la vicenda, Refn fa allora muovere il suo personaggio. Lo fa passare all’azione, mano a mano che si avvicina all’assassino.
Tutto il film, e soprattutto la prima parte, è costruita sull’interpretazione di John Turturro. Un’interpretazione anche valida, non sto a discuterne, però il Turturro è uno di quegli attori che a me non hanno mai detto nulla. Troppo coeniano, chissà? Nonostante in genere mi piacciano gli interpreti fissati con le parti da pazzoidi o tipi strambi, in cui Turturro è specializzato, lui è un pazzoide che non mi piace. Qui più che pazzoide, è un uomo ossessionato dal conoscere la verità. Sapere il perché la moglie è stata uccisa. C’è chi guarda The Voice, c’è chi guarda Masterchef, lui invece nel tempo libero si guarda i nastri di videosorveglianza, per trovare qualche indizio sul killer. Ognuno si diverte come preferisce…

"Sì, sono un pazzo stalker psycopatico, ma no, non sono Dexter..."
La vicenda nella seconda parte si allarga poi ad altri personaggi, coinvolge anche un poliziotto interpretato dal papà di Dexter James Remar, acquista un maggiore respiro, ma via via che ci si avvicina alla risposta, più la storia perde fascino, come accade in molti thriller. Come accade in molti thriller medi. Un peccato in cui scivola anche un Refn lontano dal suo solito cinema. Un Refn pure bravo a far crescere la tensione in alcuni tratti, ma non supportato da una sceneggiatura all’altezza, che si risolve in un nulla di fatto. Di molto refniano c’è comunque soprattutto una scena verso il finale ambientata in un’ascensore.
So già cosa state pensando: Refn + ascensore = magia.
In Drive sì, è così. Qui la scena è invece decisamente meno indimenticabile. Così come il resto del film, che pure si lascia vedere, ma senza lasciare traccia. Non come sanno fare gli altri lavori del regista danese, sia nel bene che nel male. E se la cosa più tesa dell'intera pellicola sono i titoli di coda, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona, caro Refn.
(voto 5,5/10)

martedì 23 luglio 2013

NON POSSO PIU’ FARE A MENO DEL MIO PUSHER




Pusher II
(Danimarca, UK 2004)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Leif Sylvester, Anne Sørensen, Øyvind Hagen-Traberg, Kurt Nielsen
Genere: sfacciato
Se ti piace guarda anche: Pusher, Pusher 3

“Qualcuno dice che ho problemi nel ricordarmi le cose.”
Chi l'ha detto?
“Non me lo ricordo.”

Pusher è figo. Uno di quei film che ti trascina dentro. Ma Pusher II è ancora più figo. Uno di quei rari casi in cui il sequel è migliore del primo. Parlare di sequel nel caso di Pusher II appare comunque un po’ improprio. Più che un sequel, è uno spinoff. O come un episodio di una serie tv che si concentra su un personaggio differente, come capitava in Lost e come capita in Skins. In Pusher II possiamo infatti dimenticarci del pusher Frank, che non compare manco in un cameo ma viene giusto menzionato in un’occasione. Questa volta il protagonista è Tonny, ovvero Mads Mikkelsen, un personaggio che avevamo già visto nel primo episodio e che appariva come un cazzaro di prima categoria. Una cosa ribadita anche in questo nuovo capitolo, dove c’è però una costruzione migliore e decisamente più approfondita del personaggio. Se lo stile registico rimane pressappoco immutato, sebbene ci sia una migliore cura nella fotografia, Refn fa un salto di qualità soprattutto nella sceneggiatura. La vicenda non è particolarmente elaborata, ma questa volta il personaggio di Tonny “arriva” di più allo spettatore.

"Guarda qua, c'è un articolo di Cannibal Kid. E' la nuova rivista per cui scrive."
Uscito di gattabuia, Tonny va a lavorare con il padre, ‘sto raccomandato, con cui ha un rapporto conflittuale.
Naturalmente, la galera non è che gli sia servita un granché e lui resta sempre un cazzone assoluto, un cazzone che si barcamena tra furti, bordelli e spacci di droga insieme al suo compare, che questa volta non è Franky bensì un tizio che in maniera molto milanese viene chiamato Il Figa. Un’altra piccola storia su un piccolo criminale, indagato con una maggiore profondità a livello personale e famigliare. Resta un film freddo, tipicamente danese, ma qui Refn getta ancora più le basi per l’esplosione totale del suo stile che avverrà con Drive, si veda e soprattutto si senta anche l’uso delle musiche qui realizzato in maniera più efficace rispetto al numero 1.
Bello Pusher, ma per una volta il sequel batte l’originale. Forse perché non è un sequel sequel vero e proprio?
(voto 8/10)


Il divertimento sul set secondo quel simpaticone di Refn.
Pusher 3
(Danimarca 2005)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Zlatko Buric, Marinela Dekic, Slavko Labovic, Ramadan Huseini, Ilyas Agac
Genere: spiaccicato

Altro giro, altra corsa. Se il primo capitolo ci raccontava una settimana nella vita del pusher Frank e il secondo il periodo successivo al rilascio di prigione del mezzo criminale Tonny, il terzo episodio di Pusher si concentra sull’unico personaggio apparso in tutti e tre i film della saga, ovvero il re della droga, il serbo Milo interpretato da Zlatko Buric. Questa volta l’azione è concentrata in appena un paio di giorni e in particolare nella notte in cui si celebra la festa del 25esimo compleanno di sua figlia Milena.
Dei tre protagonisti incontrati finora, Milo è quello meno appealing. Fisicamente perde il confronto con Kim Bodnia e Mads Mikkelsen, sorry Zlatko non uccidermi, e anche a livello caratteriale, essendo un personaggio più chiuso ed ermetico. Nonostante questo, ci troviamo di fronte a un (quasi) tutto in una notte serrato e avvincente, giusto un filo sotto ai primi due capitoli. Refn gira con il suo solito stile stiloso, in grado di portare in maniera naturale dentro la vita dei suoi personaggi, anche se a questo turno sembra girare il tutto un po’ più col pilota automatico.

Con Pusher 1 c’era l’eccitazione della prima volta, l’emozione di vedere al debutto un fenomeno della regia. Con Pusher II si andava oltre, spingendo su una storia e su un personaggio ancora più coinvolgenti. Con Pusher 3 Refn gioca invece la carta di una maggiore riflessività, aumentando progressivamente il ritmo solo nel finale. Non facendo un centro pieno come con gli altri due capitoli, ma riuscendo in ogni caso a chiudere il cerchio della trilogia in una maniera a suo modo perfetta.
La chiusura è raggelante, oltre che violenta e splatter al punto da far apparire i primi due episodi come roba per educande. Se in Frank e Tonny, benché tutto fuorché modelli di virtù, si intravedeva ancora un lampo di speranza, questo capitolo ci offre il ritratto di un uomo che, nonostante l’amore per la figlia, è desolato, prosciugato, senza più possibilità di redenzione. Ci offre il ritratto di un’umanità che, come la piscina dell’ultima inquadratura, ha ormai perso anche la sua ultima goccia di umanità.
(voto 7/10)

Post pubblicato anche su The Movie Shelter.

lunedì 22 luglio 2013

PUSHER TO THE LIMIT


Pusher
(Danimarca 1996)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Jens Dahl, Nicolas Winding Refn
Cast: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Laura Drasbæk, Peter Andersson, Slavko Labovic, Nicolas Winding Refn
Genere: spacciato
Se ti piace guarda anche: Pusher 2, Pusher 3, Bleeder, Drive

Una settimana nella vita di un pusher. Non è un nuovo reality di Cielo, non è il sostituto di Teen Mom su Mtv, bensì è il film d’esordio di Nicolas Winding Refn. Il danese che tutti amiamo per Drive e che qualcuno, come me, allo stesso tempo odia anche per il comatoso Valhalla Rising. Prima dell’esplosione mondiale, prima del suo ingresso nella Hollywood che conta, prima della sua venerazione a livelli quasi religiosi e terrencemalickiani, tutto ha avuto inizio con Pusher.
Come anticipato, Pusher parla di un pusher, uno spacciatore, uno che si guadagna da vivere vendendo la roba. Che vi aspettavate, d’altra parte, con un titolo del genere? Un film su un chierichetto? Nel mostrarci una “tranquilla” settimana del suo protagonista, Refn non si risparmia certo. Da una materia tanto pulp, il regista ha tirato fuori un film tanto pulp con sesso (più parlato che fatto), droga e rock’n’roll, così come scatti di violenza improvvisi, qualche rissa e scene leggermente splatterose. Da una materia così pulp, volendo il Refn avrebbe potuto esagerare ancora di più, d’altra parte eravamo proprio nel mezzo dei pulpissimi anni ’90, ma il suo intento non sembra quello di voler stupire a tutti i costi per gli eccessi di quanto filma. Il danese sembra voler stupire più per la messa in scena, che per cosa mette in scena. E ci riesce alla grande.

"Cos'è, stai cercando di fare la tua versione di Blurred Lines?"
In quanto opera d’esordio, ci troviamo di fronte a un film ancora acerbo, eppure lo stile del regista emerge già con prepotenza. La primissima scena, i titoli di testa che ci introducono i personaggi con il loro nome scritto in sovrimpressione, ci riportano nel mezzo di una scelta stilistica tipicamente anni ’90. Considerata la tematica tossica, l’impressione iniziale è allora quella di potersi trovare di fronte a una copia danese di Trainspotting o poco altro. Bastano pochi minuti e l’impressione si rivela subito sbagliata. Sbagliatissima. Refn non sembra avere l’intenzione di copiare nessuno, semmai è alla ricerca di uno stile proprio. Uno stile che in apparenza può sembrare di stampo documentaristico, ma non è così. Il regista non adotta quello stile mockumentary che nel nuovo millennio avrebbe conosciuto grande fortuna. Refn segue i personaggi con macchina da presa a mano, segue da vicino il suo pusher protagonista, per fortuna evitando quell’effetto tremolante da mockumentary, appunto. Pur girando con un budget ridotto, Refn fin dal suo esordio vuole fare Cinema, grande Cinema, non robette dal sapore amatoriale. Pusher passa così dall’essere un potenziale clone pulp dei successi in auge negli anni Novanta, o dall’essere un potenziale documentario pseudo realistico sulla vita di uno spacciatore, all’essere un piccolo e prezioso saggio cinematografico su come seguire un personaggio e gettarci all’interno della sua vita. Una lezione da cui sembra aver tratto insegnamento anche il Darren Aronofsky di The Wrestler e Il cigno nero, pellicole in cui si instaura un rapporto quasi fisico tra macchina da presa e personaggio in una maniera molto vicina a quanto visto in questo Pusher.

Naturalmente questo folgorante esordio getta anche le basi per il Refn-style successivo, quello che sviluppato a dovere e con alcuni accorgimenti lo porterà a realizzare il suo capolavoro, Drive. Un elemento fondamentale nella riuscita di quest’ultimo è la scelta delle musiche. L’atmosfera electro-pop tanto anni ’80 e contemporaneamente attuale getta la pellicola in una dimensione fuori dal tempo molto originale. In Pusher invece la selezione musicale è più scontata e tipicamente anni ‘90. A tratti la soundtrack del film spacca parecchio, però non colpisce fino in fondo. Per la scena dell’inseguimento del pusher con i poliziotti, viene ad esempio usato un pezzo punk-rock; una scelta efficace, quanto prevedibile, laddove quella di Drive risulta parecchio più imprevedibile.

"Smettila Mads, non te lo do' il pugnetto!"
Altro elemento che non convince del tutto è la costruzione del personaggio protagonista, il pusher Frank, interpretato da un ottimo  Kim Bodnia, che tornerà anche nel successivo film di Refn, Bleeder. Seguiamo questo personaggio per un’intera settimana, eppure non scatta mai nei suoi confronti una vera empatia. La freddezza emotiva credo sia una scelta precisa del regista, qui anche sceneggiatore a quattro mani con Jens Dahl, però a coinvolgere maggiormente sono i personaggi secondari. Sono loro a regalare i momenti più “umani” alla pellicola: il picchiatore che confessa il suo sogno di aprire un ristorante, o la prostituta innamorata del pusher Frank, così come la madre dello spacciatore che cerca di aiutarlo finanziariamente, e una maggiore umanità la si ritrova persino nella sbruffonaggine del suo amico Tonny, interpretato dal sorprendente esordiente Mads Mikkelsen, che ritroveremo protagonista assoluto di Pusher II. Una freddezza emotiva che verrà risolta in Drive in maniera non ruffiana o cuoriciosa, solo regalando al protagonista Driver un maggiore sentimentalismo. Rendendolo più umano, “a real human being, and a real hero”.

Il finale di Pusher è sospeso, proprio come quello di Drive. Laddove quest’ultimo lascia però con la sensazione di aver assistito a qualcosa di pienamente riuscito e con un gusto buono, Pusher lascia un po’ l’amaro in bocca. Un esordio folgorante, un talento registico genuino da tenere d’occhio, ma anche l’impressione che manchi qualcosa. Col senno di poi, possiamo comunque dire che Refn con Drive riuscirà a portare a completo compimento quanto di buono mostrato con un esordio che, sempre col senno di poi, non si è rivelato un fuoco di paglia, ma una fiamma pronta a divampare.
(voto 8-/10)

A domani, con nuove recensioni refniane che fanno parte della Refn Week.


Post pubblicato anche su L'OraBlù, corredato dal minimal poster creato per l'occasione da C[h]erotto, e postato, tanto per esagerare, pure su The Movie Shelter.


mercoledì 13 marzo 2013

L'INSOLITO SOSPETTO

Il sospetto
(Danimarca 2012)
Titolo originale: Jagten
Regia: Thomas Vinterberg
Sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Cast: Mads Mikkelsen, Annika Wedderkopp, Thomas Bo Larsen, Lasse Fogelstrøm, Susse Wold, Alexandra Rapaport
Genere: chi lo sa?
Se ti piace guarda anche: Il dubbio, In un mondo migliore, Polisse

Avevo il sospetto che questo film potesse essere un capolavoro o una boiata pazzesca.
I pareri di critica e blogger e di blogger critici e di critici di blogger sono stati senza vie di mezzo nei confronti de Il sospetto, anche se per lo più positivi. Mi aveva colpito in particolare il 10 assegnato da Il buio in sala, mentre secondo altri è stato il vincitore morale del Festival di Cannes 2012, dove si è dovuto “accontentare” del premio al miglior interprete maschile, Mads Mikkelsen.
Ma com’è, questo Il sospetto?
Bello? Brutto?
Intrigante? Noioso?
Thriller? Drammatico?

"No, non sto piangendo. E' solo che ho la congiuntivite."
Il film inizia a sorpresa con i toni della commedia spumeggiante. E qui mi viene il sospetto di aver cliccato play sulla pellicola sbagliata. Ci sono dei danesi nudi e ubriachi che si gettano in un laghetto. Ho scaricato un porno gay? Sono finito su Porky’s in versione dogma? Può davvero un film del re del drama Thomas Vinterberg cominciare in una maniera del genere? Thomas Vinterberg, quel Thomas Vinterberg. Quello che di solito al suo confronto fa apparire persino il suo amichetto Lars Von Trier come un king of comedy.
Ma questo, come si suol dire, è solo l’inizio. Il film poi vira verso il drammatico. Non un drammatico pesante pesante. Un drammatico che si concede qualche momento di leggerezza, a tratti. Considerata la tematica trattata, poteva andare peggio. Si rischiava il mattonazzo. Non è così.
Il tema affrontato è quello della pedofilia. O meglio, dell’accusa di pedofilia. Della presunta pedofilia. Un tema difficile per chiunque che Thomas Vinterberg affronta di petto, senza indugiare in stereotipi o pietismi. Senza scadere nel morboso. La caratteristica principale del film, il suo pregio che qualcuno potrebbe anche prendere come un difetto, è il suo non schierarsi, non prendere posizione. Il sospetto ci presenta la vicenda di un insegnante di un asilo accusato di aver molestato una bambina. Una vicenda di cui non ci fa vedere niente, eppure ci fa vedere tutto.

"Tutto 'sto casino solo perché ho detto che Emma Watson
nella saga di Harry Potter cresceva bene...
Adesso però tutti a darmi del buongustaio."
Chiamato a interpretare il controverso, misterioso ed enigmatico personaggio principale c’è Mads Mikkelsen. Tutti baciano Mads Mikkelsen. Donne, uomini, bambine… Tutti pazzi per Mads. Io invece non lo so. Il mio rapporto con lui è iniziato in maniera burrascosa, con la noia assoluta di Valhalla Rising. Poi le cose sono cambiate, come nelle classiche romcom dove i protagonisti all’inizio si odiano e alla fine si amano. L'amore non è bello se non è litigarello. Io non credo di amare Mads Mikkelsen, questo no, però sto cominciando ad apprezzarlo. Nel candidato all’Oscar A Royal Affair è parecchio convincente e qui è persino sublime. Un personaggio del genere nelle mani dell’attore sbagliato avrebbe potuto compromettere l’intera riuscita del film. E avrebbe potuto compromettere pure un’intera carriera. Per fortuna, Mads la sfanga alla grande e ora è chiamato a una nuova proibitiva sfida, con un nuovo ancora più complesso personaggio: Hannibal the Cannibal Lecter, nell’imminente nuova serie tv americana Hannibal. Mikkelsen va a raccogliere il testimone dalle mani insanguinate di Brian Cox e soprattutto di Anthony Hopkins, ma riuscirà ad essere all’altezza? Sarà un buon cannibale o farà una pessima cannibalata? Il sospetto è che possa superare la prova.

Tornando a Il sospetto il film, siamo dalle parti de Il dubbio, altra pellicola che affrontava in maniera analoga il tema della pedofilia, però all’interno dell’ambito della Chiesa. A proposito: com’è che il Conclave è appena iniziato e i casi di pedofilia nel mondo sono già diminuiti? Sospetto che non si tratti di una coincidenza.
Il dubbio però era un film che aveva un’impostazione più teatrale. Il sospetto è più cinema, cinema vero. Thomas Vinterberg si concede qualche momento di poesia pura, ad esempio quando scendono i primi fiocchi di neve, eppure il suo intento è quello di rimanere sempre concentrato sulla storia. Come una donna che sa flirtare in maniera non volgare, il suo è tutto un giocare con il vedo e il non vedo. Suggerisce qualcosa, soprattutto attraverso le scene di caccia, stimola il punto interrogativo, non dà risposte, non dà giudizi. L’unica certezza è che non ci sono certezze.
(il mio voto non ve lo dico, lo potete solo sospettare)



sabato 16 febbraio 2013

A Mc ROYAL AFFAIR DELUXE

A Royal Affair
(Danimarca, Svezia, Repubblica Ceca 2012)
Titolo originale: En kongelig affære
Regia: Nikolaj Arcel
Cast: Alicia Vikander, Mikkel Boe Følsgaard, Mads Mikkelsen, Trine Dyrholm, David Dencik, Cyron Melville, Laura Bro, Harriet Walter
Genere: storico
Se ti piace guarda anche: Anna Karenina, La duchessa, Marie Antoinette
Uscita italiana: ?

C’è del marcio in Danimarca.
“E chissenefrega?” sbotterà qualche solito contestatore, irato.
Invece oggi ce ne frega, ok? Perché l’ha detto Shakespeare. E perché l’ha detto pure Alessia Carmicino sul suo blog. E poi perché è l’argomento di oggi su Pensieri Cannibali, giusto per spezzare la mononota monotonia sanremese.

Il vincitore di Sanremo Giovani Antonio Maggio
A Royal Affair è un film storico danese su una pagina importante nella storia della Danimarca, nel passaggio dal Medioevo all’Illuminismo.
“E chissenefrega?” continuerà a ripetere il solito contestatore, più qualcun altro che passava di lì e si è aggiunto nel frattempo al coro di proteste.
Avete ragione. Avete tutte le ragioni del mondo. Però c’è qualcosa in Danimarca di interessante. Altrimenti perché il Bardo in persona avrebbe ambientato lì una delle sue opere più celebri?
“Per caso?” ribatterà sempre il gruppo di manifestanti qui sopra.
Forse sì, o forse oltre a esserci del marcio, in Danimarca c’è qualcosa di inspiegabilmente fascinoso. Come il cinema di Lars Von Trier, Thomas Vinterberg e Nicolas Winding Refn. Come questo bel film in costume candidato ai prossimi Oscar tra le migliori pellicole straniere. Nomination meritata? Sì, ci può stare. Anche se l’assenza del candidato francese Quasi amici resta inspiegabile quasi quanto i testi di Kekko dei Modà.

"Ma perché pure io mi sono ridotto a stare sul divano a guardare Sanremo?"
A Royal Affair è una pellicola più storica che in costume. Oddio, i fan delle pellicole in costume credo lo adoreranno, ci andranno in brodo di giuggiole, perché comunque non mancano gli ingredienti delle pellicole in costume classiche, su tutti un amore un po’ tormentato e qualche conflitto in alta società. A regalare ulteriore spessore al film è però appunto la sua dimensione storica, oltre che politica e sociale.
A Royal Affair è ambientato a fine ‘700, in un’epoca in cui l’Europa era pronta a fare il grande salto dall’età buia del Medioevo alla luce dell’Illuminismo. Un passaggio cui l’Italia sta lavorando ancora oggi, anno 2013. Un contesto storico ben costruito, che forse avrebbe meritato ulteriore approfondimento e che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti. Fondamentalmente un triangolo.
Umana, vampiro e licantropo?
No. Questa volta no. Qui si tratta del re di Danimarca, della sua affascinante sposa e del braccio destro del re, un illuminato illuminista tedesco.
Piccolo dettaglio: il re di Danimarca (interpretato da un ottimo Mikkel Boe Følsgaard) è uno un po’ fuori di testa, uno sciroccato, uno sbroccato, uno che va in giro a spassarsela alla grande e mette dei gran cornoni in testa alla moglie. E così lei che deve fare? Si trova un amante, che è Mads Mikkelsen, il One Eye del da me dormito alla grande Valhalla Rising e di recente protagonista pure de Il sospetto. A quanto pare in Danimarca non si gira un film senza il Mads Man Mikkelsen, che qui non è Mad ma è anzi quello che conduce quel pazzo di re sulla retta via. Quella dell’Illuminismo e del governo a favore dei contadini e del popolo. Quello che porta il re a cacciare via il governo dei parrucconi. Quello che avremmo bisogno noi come premier. Ma è chiedere troppo. Da noi siamo ancora in pieno Medioevo, altroché illuminismo.

Annalisa si prepara alla finale di Sanremo.
I pregi maggiori del film stanno nel raccontare bene una vicenda che potrebbe risultare interessante anche per quelli che a inizio post gridavano: “E chissenefrega?”. Da un punto di vista cinematografico, la pellicola è inoltre molto ben fatta. Il regista Nikolaj Arcel ci regala qualche lampo di accecante bellezza, ma più che altro dirige con la diligenza del buon padre di famiglia, quindi al momento non è ancora possibile avvicinarlo alla sacra triade danese Von Trier - Vinterberg - Refn. Chissà, magari in futuro…
Nel cast, oltre al Mads Mikkelsen e al mad Mikkel Boe Følsgaard, si segnala la protagonista femminile, la svedese Alicia Vikander, vista pure in Anna Karenina. Una che è bella, una che è bona, una che è brava, una specializzata in film in costume ma che un domani potrebbe diventare una star del cinema tutto.

Non splendido come Rebelle, non urtante quanto Amour, non avventuroso quanto Kon-Tiki, non coinvolgente quanto No, eppure un buon film, assolutamente degno della nomination agli Oscar. Perché?
Perché c’è del marcio in Danimarca. Ma, finché è così gustoso, ce lo assaporiamo volentieri.
(voto 7/10)


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