Cast: Amy Schumer, Bill Hader, Brie Larson, John Cena, LeBron James, Amar'e Stoudemire, Colin Quinn, Ezra Miller, Randall Park, Vanessa Bayer, Mike Birbiglia, Daniel Radcliffe, Marisa Tomei, Tim Meadows, Method Man, Matthew Broderick
Genere: romcom
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Cast: Andy Garcia, Julianna Margulies, Ezra Miller, Dominik García-Lorido, Steven Strait, Emily Mortimer, Alan Arkin
Genere: indie movie
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Vi chiederete quale sia il mio segreto più nascosto, il più personale, il più segreto dei miei segreti, ma prima mi presento. Mi chiamo Cannibal Kid e abito a City Island.
Non ci credete?
Fate bene. In realtà abito a Casale Monferrato e non nella parte di New York City con gli italoamericani che sembrano usciti da Jersey Shore. Che non è che ci sia poi tutta 'sta differenza, visto che anche la mia città è piena di elementi che potrebbero far parte del reality di Mtv. A dirla tutta è un po' tutto il mondo ormai a somigliare a Jersey Shore. Tamarri senza ritegno sbucano fuori da ovunque. Questo City Island risulta allora un incrocio tra Jersey Shore e un film indie.
Il mio segreto più grande è che mi sono un po' stufato di tutti questi film indie. Ebbene sì. Non è che adesso mi sono convertito al mainstream e comincio a esaltare le pellicole sui supereroi o i “capolavori” di Michael Bay. Resto pur sempre un hipster kid radical-chic. È solo che ci sono troppi film che si somigliano anche in ambito alternativo. L'unico problema di City Island è giusto questo. Mentre lo vedevo, ho avuto una costante sensazione di deja vu, di aver visto qualcosa del genere già troppe volte. Colpa mia che di questo genere di pellicole non me ne perdo una e colpa mia che ho recuperato questo con troppo ritardo e così ha finito per ricordarmi magari anche film che sono usciti dopo.
Ma di cosa parla, City Island?
"Uno strip club...
qualcosa mi dice che tra i clienti ci troverò anche Cannibal Kid."
Il film scritto e diretto in maniera presumibilmente ricca di spunti autobiografici da tale Raymond De Felitta ci racconta la vita di una famigghia di italo americani in quel di... City Island, come avete fatto a indovinare?
Dietro l'apparenza da famiglia media, ognuno dei personaggi nasconde qualcosa, un segreto più o meno inconfessabile. Innanzitutto il padre, Andy Garcia, un secondino con la passione per la recitazione e pure con un figlio tenuto nascosto. Poi la madre Julianna Margulies, che vivrà una specie di relazione all'infuori del matrimonio. Quindi il figlio strambo Ezra Miller, che ha una passione per le BBW (Big Beautiful Women) e infine la figlia Dominik García-Lorido, che nel tempo libero fa la spogliarellista. La classica famiglia post-American Beauty in cui grattando sotto la superficie si vanno a scovare parecchi scheletri nell'armadio e una palata di weirditudine. Il tutto realizzato con uno stile vagamente indie, vagamente Sundance Festival.
Tipicamente indie anche la scelta del cast, con il ripescaggio di una vecchia gloria che ormai non si fila più nessuno, Andy Garcia, una stella del piccolo schermo che cerca di costruirsi una credibilità sul grande schermo come Julianna Margulies di E.R. e The Good Wife, e un gruppetto di giovani emergenti chi più (Ezra Miller) chi meno (la tettuta Dominik García-Lorido e il muscoloso Steven Strait) di belle speranze, con il bonus di un'ottima e sottovalutata attrice britannica come Emily Mortimer e di una vecchia garanzia come Alan Alda, la cui carriera è stata resuscitata proprio da uno dei simboli supremi del cinema indie del nuovo millennio, ovvero Little Miss Sunshine.
Anche la trama procede tra stramberie e situazioni spinte al limite come qualunque indie movie degli ultimi anni che si rispetti. Per il resto, a parte questo senso di già visto che mi ha accompagnato nel corso della visione, non c'è nulla che non vada in City Island, se non il fatto che i due protagonisti Andy Garcia e Julianna Margulies proprio non sono riuscito a farmeli piacere, per quanto le loro interpretazioni siano impeccabili. Sarà che per me un film con protagonista Garcia parte già con l'Andy-cap (pessima battuta, lo so lo so).
"Hey Cannibal, le tue battute sono peggio di quelle di Paolo Ruffini!"
City Island è una pellicola ben scritta e recitata, una visione più che gradevole che scorre tra qualche sorriso e qualche momento riflessivo, il tutto comunque all'insegna della leggerezza e con il pregio di non sfociare mai nel melodrammone gratuito, nonostante alcuni risvolti nella trama lo avrebbero consentito. Una commedia indie media, se vogliamo anche un pochino sopra la media, la cui unica pecca non è da attribuire alla stessa, ma a me.
Ho raggiunto la mia quota limite di film indie. Almeno per il momento mi sa che devo prendere una pausa dal genere, altrimenti la sensazione di deja vu non mi lascerà mai. Che palle, a questo punto mi sa che mi toccherà una robusta dose di filmacci di Michael Bay o di altri pessimi action consigliati dal mio blogger rivale Mr. James Ford per poter ricominciare ad apprezzare i film alternative hipster come si deve.
Caro amico, ti scrivo perché ho visto un film bellissimo. Sarebbe piaciuto molto anche a te. È ambientato nei primissimi anni ‘90 e so quanto a te piacciano le pellicole ambientate in quel periodo. E poi è una storia teen, tratta di tematiche come il suicidio, le difficoltà ma anche i vantaggi di essere un wallflower, uno che fa tappezzeria, un ragazzo da parete, uno che non fa parte dei tipi cool della scuola. Uno come noi. Ricorda vagamente Donnie Darko, ma senza la componente fantascientifica e horror e ricorda anche Il giardino delle vergini suicide, ma con tinte più comedy. Insomma, lo avresti a-do-ra-to.
Così come avresti adorato i tre protagonisti, 3 dreamers meno incasinati sessualmente di quelli di Bertolucci. Siamo pur sempre in America e non nella più libertina Francia. Il protagonista, Logan Lerman, è il classico ragazzino su cui non avresti scommesso due euro nemmeno tu appassionato di robe adolescenziali. Ha fatto Percy Jackson, che poi non era nemmeno tanto terribile come tutti dicono, e lì non è che sembrasse un attore fenomenale. Nemmeno qui sembra fenomenale, eppure è perfetto nella parte del wallflower.
Il meglio arriva comunque con i due comprimari. Emma Watson pure lei proviene dal fantasy, dalla saga di Harry Potter in cui si rivelava come la migliore tra i giovani maghetti. La cosa più magica dell’intera serie era vederla trasformarsi da bimbetta secchiona so-tutto-io a donnina con tutte le cose al posto giusto. L’esame di maturità l’ha però passato solo ora. In questo film illumina la scena, è la “ragazza più carina della stanza”, senza dubbio.
E poi c’è Ezra Miller, il ragazzino disturbato dei raggelanti Afterschool e …E ora parliamo di Kevin, ora alle prese una volta tanto con un personaggio non da ragazzino disturbato, bensì di un tizio originale, sempre sopra le righe, uno che recita la parte del “dolce travestito” del The Rocky Horror Picture Show e che prende per il culo i professori. L’interpretazione di Ezra è qualcosa di fenomenale, mi ha ricordato l’energia anarchica di Heath Ledger ai tempi dei suoi esordi teen in 10 cose che odio di te. Quanto avevi amato quel film, vero? In quel caso, l’ispirazione per il film veniva dal Bardo Shakespeare. In questo film, invece, l’ispirazione è decisamente più recente.
"Sono la regina del mondo! (Col cavolo che ti pago il copyright, maledetto James Cameron)"
The Perks of Being a Wallflower, così si chiama il film di cui ti sto parlando in questa lettera, è sceneggiato e girato da Stephen Chbosky a partire da un suo stesso romanzo epistolare, uscito in italia con il titolo Ragazzo da parete. Chbosky, non chiedermi come si pronuncia, è stato anche il co-creatore della serie tv Jericho che, lo confesso solo a te, non è che fosse un granché. Il suo Ragazzo da parete è stato un romanzo parecchio discusso, negli USA, ed è diventato un piccolo grande cult, negli USA. In Italia invece è passato piuttosto inosservato, ma la cosa certo non ti sorprenderà.
Le parole comunque non credo possano bastare per riportare tutta la poesia di questo film, il suo riuscire a raccontare in maniera perfetta il periodo dell’adolescenza, il periodo all'incirca della nostra adolescenza, sia nel suo lato più merdoso e complicato, sia nello stupore di vedere e fare cose per la prima volta. Perciò insieme alla lettera ti allego una cassetta. Ti ho fatto una musicassetta mixtape, come quelle che ti preparavo una volta. È il modo migliore per “sentire” questo film. Dentro c’ho registrato i pezzi più significativi della colonna sonora. Spero ti piacciano, ce n’è un po’ per tutti i momenti.
Dentro trovi la ninna nanna perfetta che ti accompagnerà nel mondo dei sogni.
Il pezzo con cui scatenarti sulla pista da ballo.
La canzone con cui non sei una storia triste, ma ti senti vivo.
Caro amico, mi sarebbe insomma piaciuto molto vederlo con te, questo Noi siamo infinito, Ragazzo da parete, The Perks of Being a Wallflower o come diavolo preferisci chiamarlo. So che l’avresti adorato.
Sinceramente tuo,
Cannibal Kid
P.S. Ti mando anche una locandina che ho fatto appositamente per te.
Ehm... no, confesso: in realtà l'ha fatta il grafico C(h)erotto de L'OraBlù. Però dicono che è il pensiero che conta, no?
"Hey Hermione, conosci mica una magia per farci apparire meno ridicoli?"
Noi siamo infinito
(USA 2012)
Titolo originale: The Perks of Being a Wallflower
Regia: Stephen Chbosky
Sceneggiatura: Stephen Chbosky
Tratto dal romanzo: Ragazzo da parete di… Stephen Chbosky
Cast: Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller, Nina Dobrev, Nicholas Braun, Mae Whitman, Erin Wilhelmi, Paul Rudd, Dylan McDermott, Kate Walsh, Tom Savini, Julia Garner, Melanie Lynskey, Landon Pigg, Joan Cusack
Genere: adolescenziale
Se ti piace guarda anche: Il giardino delle vergini suicide, Donnie Darko, Breakfast Club, L’attimo fuggente
…e ora parliamo di un film di cui secondo me è meglio non sapere niente.
Perciò, se non l’avete ancora visto, vi consiglio di non proseguire oltre con la lettura, anche se nel dirlo vado contro gli interessi del mio blog, e di recuperare prima il film che è una visione interessante.
Non è l’ideale per una serata di svacco e intrattenimento leggero, piuttosto è un pugno allo stomaco, sappiate solo questo.
…e ora parliamo di Kevin, almeno con chi ha visto il film, tutti gli altri continuino a loro rischio e pericolo…
…e ora parliamo di Kevin
(UK, USA 2011)
Titolo originale: We need to talk about Kevin
Regia: Lynne Ramsay
Cast: Tilda Swinton, Ezra Miller, Jasper Newell, Rock Duer, John C. Reilly, Ashley Gerasimovich, Siobhan Fallon, Alex Manette
Genere: pure evil
Se ti piace guarda anche: Afterschool, Elephant, Bowling a Columbine, Polytechnique
“There is no point.
That’s the point.”
Pazzi che fanno una strage.
Subito il pensiero vola a Columbine, se pensiamo alle scuole, ma di riflesso va anche a Breivik, l’autore del massacro di Utoya, in Norvegia. Cosa anima davvero queste persone resta un mistero cui forse nemmeno migliaia di pellicole potranno mai dare una risposta.
Anche perché, come dice Kurt Vonnegut nel libro che sto leggendo adesso Mattatoio n. 5, "Non c'è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c'è da dire su un massacro, cose come "Puu-tii-uiit?"
Il documentario di Michael Moore Bowling a Columbine cercava di allargare il discorso alla violenza di cui è impregnata la cultura americana e mostrava come possa essere facile negli Usa procurarsi un’arma. Se però pensiamo alla Norvegia e alla sua cultura pacifista, la situazione è del tutto differente. Opposta, direi. In quel caso dietro c’erano delle motivazioni di tipo ideologico. Nazismo, massoneria, nazionalismo, fondamentalismo anti-Islam… Una di queste cose, tutte queste cose combinate insieme, o forse solo pazzia?
Pellicole come Elephant di Gus Van Sant e Polytechnique di Denis Villeneuve (poi autore dello splendido La donna che canta) erano riuscite, ed Elephant era anche qualcosa in più di una semplice pellicola riuscita, perché non cercavano di dare una risposta. Semplicemente, anzi mica tanto semplicemente, provavano a ricreare quell’atmosfera da incubo che si è dovuta respirare in quei tragici momenti. Con un occhio freddo e privo di facili pietismi.
…e ora parliamo di Kevin racconta una storia simile, in cui però ad essere differente è il punto di vista.
Dimentichiamo il titolo italiano: …e ora parliamo di Kevin sembra infatti più appropriato per una caciarona commedia goliardica americana. Invece in We need to talk about Kevin, con il titolo originale le cose vanno già meglio, non c’è davvero niente da ridere.
Fin da subito veniamo scaraventati in un incubo.
Il rosso si sparge dappertutto e non va via. Si tratti di vernice lanciata contro le pareti di casa o di una marmellata alla fragola, il rosso è dappertutto.
La protagonista della pellicola, una Tilda Swinton degna di una nomination agli Oscar molto più di Glenn Close o della solita vincitrice Meryl Streep, se ne va in giro come una zombie e tutti cercano di farle del male, manco fossimo in Resident Evil o in The Walking Dead. Lentamente veniamo a scoprire i motivi per cui viene trattata come un’appestata: suo figlio. Suo figlio e ciò che ha fatto.
Il film alterna momenti onirici, mescolandoli con il passato e il presente soprattutto nella prima parte, per me la più incisiva, mentre nel prosieguo prende una via narrativa più lineare, forse pure troppo. Se l’inizio della pellicola è davvero folgorante, poi via via qualcosa si perde.
Ma anche dopo il film riserva spunti di degnissimo interesse. È nella seconda parte che ci si concentra sulla figura di Kevin, una figura che all’inizio invece viene evocata giusto come uno spirito o, meglio, come un mostro. Una creatura innominabile.
"I figli so' piezz'e core... ma a volta so' solo piezz'e mmerda!"
La domanda cui ci mette di fronte il film non è tanto: “Perché Kevin agisce in questo modo?”, ma piuttosto: “Cosa faremmo noi se ci trovassimo con un figlio così?”.
Ci sono persone che nascono malvagie. L’ambiente in cui si cresce, l’educazione, la cultura, possono formare e cambiare le persone. Ma solo in parte. Per il resto, certe persone nascono malvagie e non c’è niente da fare. È così e basta.
Kevin sembra un personaggio di un film horror, reso in maniera inquietante dai tre attori che gli prestano l’impassibile freddo volto: il piccolissimo Rock Duer, il giovincello Jasper Newell e quindi il teenager Ezra Miller. Soprattutto quest’ultimo è un attore da tenere d’occhio, sebbene rischi di rimanere incasellato all’interno del genere “ragazzo seriamente disturbato”, ruolo che aveva già interpretato nel non meno preoccupante Afterschool.
Merito del film è quello di non scivolare nel thriller horror paradossale con un ragazzino spaventoso stile Orphan o altre robe di questo tipo, ma di rimanere sempre, anche nei passaggi più onirici, dentro i confini di un verosimile che ci mostra come questo orrore non sia qualcosa di soprannaturale, ma di ben presente vicino a noi. Proprio come nelle scuole di Elephant e Polytechnique. Soltanto, visto dal punto di vista della madre e con l’aggiunta di un pizzico di fiabesco, che oggi va tanto di moda, attraverso la figura di Robin Hood.
Che c’entra Robin Hood con un film del genere?
Con il doppio epilogo finale lo veniamo a scoprire, nella più raggelante delle maniere. Se per quanto riguarda la strage all’interno della scuola ce la potevamo aspettare, in fondo il film gira tutto intorno a questo evento, la strage famigliare è qualcosa che lascia davvero di ghiaccio. Un po’ come quando Dexter (ATTENZIONE SPOILER SULLA QUARTA STAGIONE DI DEXTER, SE NON L’AVETE ANCORA VISTA) scopre il cadavere di Rita in bagno.
Se le interpretazioni di madre e (triplice) figlio protagonisti sono spaventosamente notevoli, John C. Reilly nei panni del padre resta un pochino nell’ombra, anche per esigenze di sceneggiatura. A impreziosire un film di raggelante bellezza ci pensano quindi anche l’ottimo tocco della regista Lynne Ramsay, soprattutto nella prima notevolissima parte, e una colonna sonora variegata che mixa le musiche originali di Jonny Greenwood dei Radiohead (già autore delle soundtrack de Il petroliere e Norwegian Wood) con una serie di brani che vanno dalla straniante “Last Christmas” degli Wham! alla ancora più straniante “Everyday” di Buddy Holly. Un pezzo quest’ultimo che invero sta diventando un po’ troppo abusato, considerando come fosse il leitmotiv già di Gummo e Mr. Nobody e si sia sentito anche in Stand by me, Big Fish e pure in un episodio di Lost.
Gli horror di solito mi divertono, più che spaventare. Ma We Need to Talk about Kevin non è un horror e forse è per questo che è ancora più spaventoso. Perché il suo terrificante orrore è reale.
…e pensare che dal titolo italiano sembrava un’innocua commediola con Ben Stiller e Jennifer Aniston…
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