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martedì 14 gennaio 2014

DISCONNECT, CHATTA CHE TI PASSA




Cannibal Kid
Ciao Max. Sono Cannibal Kid del noto blog italiano Pensieri Cannibali. Volevo sapere se potevamo chiacchierare un po’ del tuo ultimo film.
Spero in una tua risposta ASAP ;=)


pensieri cannibali
pensiericannibali.blogspot.com
Blog su cinema, musica, serie tv e telefilm.

Max Thieriot
Pensieri Cannibali?
Che è? Una roba horror?
Mai sentito nominare però va bene per l’intervista. Con la mia splendida presenza mi piace dare visibilità a dei blogghettini sfigati come il tuo.


Cannibal Kid
Grazie Max… o almeno credo di doverti dire grazie.
Per prima cosa volevo dirti che mi sei piaciuto molto, nel tuo ultimo film.


Max Thieriot
Piaciuto molto?
Sei gay?

Cannibal Kid
No Max, non sono gay. È solo che ho apprezzato particolarmente la caratterizzazione che hai dato al tuo personaggio, quello di un ragazzo superficiale che si guadagna da vivere facendo video chat erotiche. Ti ho trovato davvero perfetto per la parte. Insomma, mi è piaciuta molto la tua recitazione.

Max Thieriot
A nessuno piace mai come recito. Tutti parlano male dei miei film. Come My Soul to Take. Era stato stroncato da tutti, tranne da un unico blog...
Hey, era il tuo!
Sei sicuramente gay!

Cannibal Kid
No, Max. Non sono gay, smettila di dirlo ahahah













Max Thieriot
Sarà… comunque, di quale film stai parlando? Sai com’è, dopo la serie Bates Motel e l'horror Hates - House at the End of the Street con quella patatona di Jennifer Lawrence la mia carriera ormai è lanciatissima e sto girando un sacco di cose…

Cannibal Kid
Se lo dici tu… Comunque mi riferisco a quel film in cui ci sono anche quella gnocca di Paula Patton, nella vita reale mogliettina del cantante Robin Thicke e che qui invece è un po’ imbruttolita ed è sposata con il vampiro Eric di True Blood. Poi ci sono l’ottimo Frank Grillo che no, non è parente di Beppe, più un inedito Jason Bateman per una volta in vesti drammatiche. Non è che se la cavi alla grandissima, con quella faccia da pirla che si ritrova, però se la cavicchia. È un film in cui ci sono 3 storie intrecciate tra loro, tutte legate dal tema della comunicazione su Internet, della solitudine che accompagna le web chat e dei pericoli della rete.

Max Thieriot
Ah sì, Disconnect. E che te n’è parso?

Cannibal Kid
Mah, è una pellicola molto attuale e riesce a suo modo a essere avvincente e guardabile dall’inizio alla fine. Però non tutte e 3 le storie sono ugualmente riuscite. Quella di Eric Northman, pardon Alexander Skarsgård e della mogliettina Paula Patton che si trovano vittime di una truffa informatica ad esempio è piuttosto banalotta. Emerge un certo moralismo nei confronti dei rischi del mondo di Internet e balle varie. Un moralismo che invece nelle altre 2 vicende è presente in misura minore. Come nella storia che affronta in maniera piuttosto efficace il tema del cyber bullismo tra i ggiovani. E soprattutto quella che vede coinvolto il tuo personaggio, quello come dicevo di un ragazzo impiegato nel magico mondo delle web chat porno che viene “sfruttato” non tanto dai suoi datori di lavoro, quanto da una giornalista che vuole far carriera con la sua storia. Brava Andrea Riseborough nei panni della giornalista e bravo ancora di più tu.

Max Thieriot
Ti è davvero piaciuta la mia prova di recitazione?
No, dai non ci credo. Sei gay, vero?

Cannibal Kid
No, Max, non sono gay. Comunque secondo me come attore hai del potenziale, basta che ci credi.

Max Thieriot
Questa sono parole proprio da gay. In ogni caso, ho capito che io ti sono piaciuto, quanto al film invece non è mi chiaro. L’hai apprezzato o no?

Cannibal Kid
Ti dirò, non lo so. Sul mio celebre sito Pensieri Cannibali com’è abitudine do’ i voti in decimi e gli darei un 6 di incoraggiamento. Perché propone spunti di riflessione, perché il cast offre delle buone prove, perché una tematica del genere non era facile da affrontare. Però allo stesso tempo a livello cinematografico, dopo un paio di scene iniziali ben girate, la regia si appiattisce, non tutte e 3 le vicende come detto funzionano bene allo stesso modo, l’intreccio delle varie storie funziona a tratti, il rischio di cadere nella moralizzazione è scongiurato solo in parte e insomma è un’opera prima, sia per il regista Henry Alex Rubin che per lo sceneggiatore Andrew Stern, con tutti i pregi di freschezza e i limiti di ingenuità del caso. Più che un film vero e proprio, a tratti mi è sembrato il pilot per una potenziale e valida serie tv. Per certi versi mi ha ricordato Catfish, sorprendente pellicola documentario che non a caso poi è diventata una serie docu-fiction-reality su Mtv.
Comunque per quanto riguarda la tua interpretazione, Max, per me è ampiamente promossa.

Max Thieriot
Sei proprio gay!




Disconnect
(USA 2012)


Regia

Henry Alex Rubin



Cast

Jason Bateman


Hope Davis


Alexander Skarsgård


Paula Patton


Andrea Riseborough


Max Thieriot


Frank Grillo


Jonah Bobo


Colin Ford


Haley Ramm


Michael Nyqvist


Se ti piace guarda anche
Catfish

Your rating: 
 6/10


martedì 18 giugno 2013

JENNIFER LAWRENCE IN CANOTTA AT THE END OF THE STREET


Hates - House at the End of the Street
(USA, Canada 2012)
Regia: Mark Tonderai
Cast: Jennifer Lawrence, Elisabeth Shue, Max Theriot, Nolan Gerard Funk, Gil Bellows, Eva Link, Allie MacDonald
Genere: horrorino
Se ti piace guarda anche: Prigione di vetro, Silent House

Chissenefrega se questo film fa cagare, ma non dalla paura. Fa cagare cagare.
Chissenefrega se è girato da cani e non da Cannes.
Chissenefrega se il the end alla end of the street è un finale davvero ridicolo.
C’è Jennifer Lawrence in tutto il suo splendorence, e ciò basta per renderla una visione fondamentale.

Partiamo da lì. Dall’unica nota intonata dell’intera pellicola: Jennifer Lawrence.
Ci sono un paio di breve scene in cui Jennifer Lawrence canta. Strimpella la chitarra e canta. E lo fa anche bene. È gnocca, è una delle migliori attrici in circolazione, ha già vinto un Oscar, sa tirare con l’arco, canta e suona… c’è qualcosa che non può fare, questa ragazza?
A quanto pare, sì: girare un buon horror. Almeno per ora, un’impresa che non le è riuscita. Anche se, a dirla tutta, in realtà la voce che si sente nel film non è davvero quella dell’attrice, che nel montaggio finale è stata sostituita da delle cantanti professioniste. Ma non importa. Nella mia testa sa comunque cantare.
90 minuti di Jennifer Lawrence in canotta attillata, di Jennifer Lawrence bagnata sotto la pioggia, di Jennifer Lawrence che limona duro, di Jennifer Lawrence che canta e suona sono per me l’equivalente dei 90 minuti di Spagna - Italia 4 – 0 agli ultimi Europei per uno spagnolo.

"Sarà stato sincero Cannibal quando m'ha detto che canto meglio di Adele?"
Fine delle note, anzi della nota intonata. Tutto il resto è totalmente scordato, fuori tempo, come se i One Direction facessero da coristi ad Adele. Jennifer Lawrence con la sua sola presenza sa illuminare la scena di un film per il resto interamente buio. Ma buio non dark, che paura! Buio pesto, nel senso qualcuno stacchi la spina alla cinepresa del regista, tale Mark Tonderai. Non possiamo nemmeno giustificarlo per essere un esordiente, perché non lo è, avendo alle spalle già una pellicola, Hush del 2008, per lo più ignorata e non credo a gran torto. Il Tonderai gira piazzando qualche effettaccio di regia qua e là, come se stesse filmando un video musicale o una puntata di Gossip Girl. Ce la mette tutta per gridarci: “Quanto sono bravo, quanto sono bravo!” e invece ottiene l’effetto opposto e noi possiamo solo gridargli: “Quanto sei scarso, quanto sei scarso!” e anche: “Vergogna per essere riuscito a fare un film da schifo nonostante la presenza di Jennifer Lawrence.” Ogni tanto fa persino vorticare la macchina da presa intorno ai personaggi, stile Gabriele Muccino, stile mal di mare, quando l’unica cosa che avrebbe dovuto fare sarebbe stata tenere la camera fissa su Jennifer Lawrence e sul suo decolleté per tutta la durata del film. C’andava tanto?

Un primo piano di Jennifer Lawrence
Se la regia fa pena, la sceneggiatura per non sfigurare non vuole essere da meno. E riesce a fare persino di peggio. Lo spunto di partenza non è che sia dei più originali e folgoranti: una ragazza gnocca (Jennifer Lawrence, ovviamente) va a vivere insieme alla mamma MILF discretamente gnocca pure lei (Elisabeth Shue) nella classica casina sperduta in mezzo a un bosco. Dall’altra parte, at the end of the street, si trova l’inquietante dimora in cui qualche tempo prima una ragazza ha fatto fuori i suoi genitori e poi è scomparsa. In questa casa ora ci vive l’altro figlio della coppia fatta fuori, un tipo (Max Theriot di Bates Motel e My Soul to Take) naturalmente very very creepy. La gnocca Jennifer sarà altrettanto naturalmente attratta dal fascino creepy del tipo creepy, ma attenta Jennifer!, perché è talmente creepy che rischi di crepare…

Un altro primo piano di Jennifer Lawrence
Lo spunto è quel che è. Già visto in un sacco di altri orrori simili, però se ben sviluppato poteva comunque garantire una serata all’insegna di qualche bel brivido. Invece è stato sviluppato non solo nella maniera più prevedibile e scontata che si possa immaginare, ma il film è scritto proprio da far schifo. I dialoghi sono di una pochezza disarmante. Roba che Jennifer dovrebbe andare dal suo agente e colpirlo con una freccia, facendo tesoro degli insegnamenti di Hunger Games. I personaggi sono messi lì e poi abbandonati. Gli eventi succedono senza che abbiano un’effettiva utilità ai fini dello svolgimento della storia. Ad esempio, il già citato fatto che Jennifer Lawrence canti e suoni. Ok, sono i momenti migliori di tutto il film, oltre a quelli in cui corre in stile Baywatch, però che reale utilità hanno? Non potevano essere sfruttati meglio per l’evoluzione della trama?
Così come anche la comparsa di alcuni personaggi secondari, come lo stronzetto Nolan Gerard Funk (visto in alcuni episodi di Glee, sempre nella parte dello stronzetto). Non potevano fargli ricoprire un ruolo maggiore nella parte finale? Così, giusto per movimentare la situazione.
E invece no. Invece la parte finale scivola nella noia nonostante e sottolineo nonostante la presenza costante e folgorante di Jennifer Lawrence in canotta. C’è da sperare che ora Jennifer, ormai entrata nello stardom delle attrici più pagate di Hollywood grazie a Hunger Games e premiata agli Oscar per Il lato positivo, eviti di girare altri filmetti di tale livello. Perché se un suo fan come il sottoscritto a un horrorino come questo dà 4, che voto volete gli dia uno che non è un suo fan?

Perché, esistono persone che non sono fan di Jennifer Lawrence?
Argh! Questo sì che sarebbe un ottimo spunto per un film dell'orrore.
(voto a Jennifer Lawrence in canotta 10/10
voto al film 4/10)

Post pubblicato anche su The Movie Shelter.


giovedì 28 marzo 2013

THE TREE OF FAMILY


The Family Tree
(Australia, USA 2011)
Regia: Vivi Friedman
Sceneggiatura: Mark Lisson
Cast: Britt Robertson, Dermot Mulroney, Hope Davis, Max Thieriot, Chi McBride, Rachael Leigh Cook, Christina Hendricks, Keith Carradine, Gabrielle Anwar, Bow Wow, Jermaine Williams, Jane Seymour, Madeline Zima
Genere: famigliare
Se ti piace guarda anche: American Beauty, I ragazzi stanno bene, The Joneses

Ci sono le grandi pellicole, quelle più amate e più odiate, quelle in grado di trionfare ai botteghini e raccogliere premi assortiti, quelli che tutti hanno visto o perlomeno fatto finta di aver visto. Avete presente?
Ecco, le grandi pellicole che vengono poi indicate come un modello da imitare per chi viene in seguito, quelle che lasciano un segno. Un segno che non per forza di cose è positivo. O non del tutto positivo.
Prendiamo Pulp Fiction, per esempio. Pulp Fiction ha lasciato un segno indelebile nel cinema soprattutto anni ’90 ma non solo, creando però anche uno stuolo di imitatori di Tarantino che hanno prodotto cose a volte immonde, a volte solo atroci, in qualche raro caso decenti. Perché a imitare gli altri raramente si riesce a fare qualcosa di buono. Anche Tarantino lo fa? No, Tarantino non copia. Tarantino prende ispirazione da centinaia, migliaia, miliardi di altri film e li assembla in una visione tutta sua. In un universo tarantiniano personale e immediatamente riconoscibile. Mentre scimmiottare il suo stile può rivelarsi, e infatti spesso si è rivelata, soltanto una tragedia.
Lo stesso si può dire di Matrix. Dopo la sua uscita, dal 1999 in poi, il cinema action e quello fantascientifico sono per sempre cambiati, a colpi di bullet time e trame sempre più fumettose. Anche in questo caso, molti film che si sono ispirati a Matrix non hanno sortito gli stessi risultati e hanno prodotto solo dei mostri. Come il programma Matrix quando è passato dalle mani sapienti di Enrico Mentana a quelle meno sapienti e molto più ruffiane del lacché Alessio Vinci. Ma questo è un altro discorso.
Per par condicio, dopo due film da me tanto apprezzati, cito come esempio anche una pellicola che non ho mai amato un granché: Il favoloso mondo di Amélie. Pur avendolo trovato troppo zuccheroloso per i miei gusti, è innegabile la sua influenza su un sacco di film (Amami se hai coraggio, Carissima me…) e pure serie tv (Pushing Daisies) uscite negli ultimi anni.

"Guns Suck! Spariamo a tutti quelli che le usano!"
Tutta questa pappardella di intro per dire che il film di cui parliamo oggi, The Family Tree, non rientra tra le pellicole in grado di lasciare un segno. Non esattamente.
Facciamo un altro passo indietro. Torniamo alla intro.
Anche American Beauty è un film che ha lasciato il segno e fatto dei grandi danni. Non enormi quanto Matrix e Pulp Fiction, se vogliamo, però ha prodotto una schiera di registi seguaci che volevano realizzarne la loro versione personale, come Ricordati di me, l’Italian Beauty firmato da un ancora decente Gabriele Muccino. American Beauty ha segnato un modo nuovo di raccontare la vita nei sobborghi americani, svelando l’American Nightmare che si cela dietro l’American Dream fatto di una bella casa, un bel lavoro, una bella famiglia e un bel giardino e influenzando un sacco di film e forse ancor più serie tv, da Desperate Housewives a Suburgatory.
Ed è evidente l’influenza enorme che ha avuto su questo The Family Tree.

Ecco, siamo quasi a fine post, ma siamo finalmente arrivati a The Family Tree. Il film di cui avevo intenzione di parlarvi oggi prima di partire per la tangente e di cui forse riuscirò a discutere in questa parte conclusiva di recensione o forse no, chissà chissà? Continuo a sprecare caratteri inutili, forse per gigioneggiare ancora visto che di questo filmetto non è che ci sia molto da dire? Probabile.
The Family Tree racconta di una famiglia disfunzionale, con dinamiche alla American Beauty ma senza la voce fuori campo. E questa è una differenza notevole rispetto ai tanti cloni della pellicola. La trama però è simile, sparatoria finale compresa, così come i personaggi, dalla coppia di genitori protagonisti in crisi alla figlia confusa fino al figlio vagamente psicopatico (sebbene in American Beauty questo personaggio fosse rappresentato dal figlio dei vicini).
Il film è insomma molto americanbeautioso ma senza la particolarità e lo stile americanbeautioso. La regia di Vivi Friedman è anonima è ben lontana dalla perfezione assoluta dell’allora debuttante in società Sam Mendes, mentre la sceneggiatura di Mark Lisson sembra voler dire tante cose: sulla famiglia, sulle relazioni, sull’America di oggi, questioni religiose e di armi comprese, e invece non dice un granché di nuovo.

"Beh? Mai visto delle tette?"
"Così grosse sinceramente no."
Nota di merito comunque per il valido e oltre modo variegato cast, dagli indie habitué Dermot Mulroney e Hope Davis alla sempre splendida Gabrielle Anwar (a mio modesto parere una delle donne più belle in tutti i luoghi in tutti i laghi in tutti i tempi), dal giovane attore Max Theriot (My Soul to Take e la nuova serie Bates Motel) al giovane rapper Bow Wow, fino a un sacco di presenze telefilmiche come Rachael Leigh Cook (co-protagonista di Perception), Chi McBride (Boston Public, Pushing Daisies), Keith Carradine (Dexter), Madeline Zima (La tata, Californication), fino ad arrivare alla rossa di fuoco Christina Hendricks (Mad Men, naturalmente) e a Britt Robertson, protagonista delle sfortunate serie Life Unexpected e The Secret Circle, nonché della piacevole commedia sentimentale The First Time di cui vi avevo parlato la settimana scorsa e che sto cercando di proporre al mondo come nuova Jennifer Lawrence.

Non si capisce come un cast magari non di star hollywoodiane assolute ma comunque di nomi più o meno noti così assortito sia stato convinto all together a girare questo film. Probabilmente la sceneggiatura appariva meglio su carta che non su pellicola. Perché alla fine The Family Tree si rivela il classico film derivativo. Di quelli che li guardi e ti scivolano addosso tranquillamente, ma anche di quelli che se non li guardi non ti sei perso niente.
Ci sono le grandi pellicole, quelle che lasciano il segno, quelle come American Beauty.
E poi ci sono quelle che le imitano.
The Family Tree fa senza dubbio parte della seconda categoria. Una copia, ma se non altro rientra tra le copie non troppo schifose o nocive.
(voto 5,5/10)


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