giovedì 22 gennaio 2026

Le città di pianura non fanno poi così schifo come abbiamo sempre pensato





Le città di pianura

Qual è il senso del mondo?
I protagonisti de Le città di pianura l'hanno scoperto, solo che poi se lo sono dimenticati. Cose che capitano. Soprattutto quando il mondo te lo sei bevuto. Quanto ca**o bevono, i veneti? Tutta una sera, più tutto il giorno il seguente, più tutta la sera successiva. E questi mi sa che non si fermano mai. Sono sempre in servizio. È un lavoro a tempo pieno. 24 ore su 24, 7 giorni su 7.


Ci sono serate che vorresti non finissero mai, che poi si trasformano in giornate che vorresti non finissero mai che poi si trasformano in film che vorresti non finissero mai. Anche io ho un amico come quelli de Le città di pianura. Uno che sai quando ci esci insieme, ma non sai se e quando mai tornerai a casa. Ogni volta è un'avventura diversa. Molte volte non è che capiti chissà cosa. Il più delle volte si beve, si va in giro, si beve, si fa un altro giro, si beve, si fa ancora un altro giro, e poi si beve ancora, fino a che non si beve l'ultima. Non si può andare a casa senza prima andare a bere l'ultima o, se preferite, il bicchiere della staffa.


Comunque, all'inizio ci domandavamo: qual è il senso del mondo?
Il senso del mondo, il senso di chi come noi vive nelle città di pianura, siano quelle del Veneto come quelle dei protagonisti o siano quelle del Piemonte come le mie, è tutto racchiuso qui, in queste (dis)avventure di due tizi ormai troppo vecchi per crescere, interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla (il cantante di One Dimensional Man e Il Teatro degli Orrori), che si prendono sotto la loro ala (dis)educativa il giovane universitario interpretato da Filippo Scotti, già protagonista di È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.


Vista così, la vita nelle città dell'alcolica Pianura Padana che abbiamo disprezzato per tutta la vita, non fa poi nemmeno così schifo come abbiamo sempre pensato. O, almeno, come io avevo sempre pensato. Una rivalutazione esistenziale che è tutto merito di questo film a metà strada tra Tre uomini e una gamba e Radiofreccia, ma con un suono tutto suo (grazie alla colonna sonora originale country-folk rigorosamente in dialetto firmata da Krano) e con uno stile tutto suo. Uno stile molto veneto, che poi, non ricordo se l'ho già chiesto, ma quanto ca**o bevono, i veneti?

"Birre analcoliche?!?"
"Chi le ha inventate che razza di problemi ha?"

Le città di pianura (ora disponibile in streaming su MUBI) è vita vera, senza che sia un documentario o un mattonazzo neorealista. È un cult istantaneo che senza problemi, e senza manco essere ubriaco, posso facilmente definire uno dei film italiani più belli degli ultimi anni e disciamo che rischia anche di essere uno dei miei film del cuore di sempre. Da una parte mi spiace non averlo visto in tempo per le classifiche del meglio del 2025, dove avrebbe fatto un figurone. Si sarebbe potuto giocare la seconda posizione con Una battaglia dopo l'altra e finire dietro soltanto a The Outrun - Nelle isole estreme. Chissà? Dall'altra parte forse è andata meglio così. Me lo sono potuto godere in santa pace, senza la "pressione" di dover pensare a quale posizione inserirlo in classifica.


La cosa credo più bella de Le città di pianura è che è un particolare on the road movie dove non è che ci sia una meta. L'unico obiettivo è stare in giro, non tornare a casa mai, o se non altro tornare a casa il più tardi possibile. Non c'è meta, e pazienza, chissenefrega, tanto, come dice il saggio, l'importante non è la destinazione. È il viaggio che conta. Adesso è arrivata l'ora di andare a casa, ma prima, prima andiamo a bere l'ultima?
(voto 8+/10)




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