Backrooms
"Nel futuro, ognuno al mondo sarà famoso per 15 minuti", disse un tempo Andy Warhol. Aveva ragione?
Più o meno. Diciamo che oggi il detto può essere aggiornato: ognuno al mondo sarà famoso per 15 secondi. Il tempo di un reel su TikTok. Viviamo in un mondo così assurdo, che può diventare virale persino una canzone non proprio allegra o adatta ai balletti come "Let Down" dei Radiohead, un gruppo che non ha mai cercato il successo di massa né tantomeno la celebrità sui social, peraltro con un pezzo che non è mai manco stato estratto come singolo ufficiale dall'album Ok Computer. Invece oggi, per tutta una nuova generazione di ascoltatori utenti, quello è diventato il brano simbolo della band di Thom Yorke. Chi l'avrebbe mai detto?
Non sorprende allora più di tanto che negli ultimi anni sui social siano diventati virali anche... gli spazi liminali. Proprio così. Noi cresciuti negli anni '80 ci immaginavamo un futuro con le macchine volanti, e invece siamo finiti in un futuro in cui le star sono gli spazi liminali.
Cos'è uno spazio liminale?
Per dirla in stile Wikipedia, anzi, rubando proprio le parole a Wikipedia: "è un luogo di transito e connessione privo di soggetti, reale o immaginario, che genera un senso di inquietudine o nostalgia". Per fare degli esempi concreti, parliamo di non-luoghi come i corridoi vuoti, le stazioni, gli aeroporti o le sale d'attesa.
A partire dal 2019, non chiedetemi per quale motivo, probabilmente perché la gente non ha proprio niente di meglio da fare, sul web è nata una leggenda metropolitana legata alle backrooms, che rappresentano una realtà parallela infinita fatta di spazi vuoti e labirintici, caratterizzati da pareti giallo monocromatico, moquette umida e il ronzio costante di luci al neon. Una realtà parallela costituita insomma unicamente da spazi liminali. Secondo questa leggenda, nel retrobottega di alcuni negozi, oltrepassando una parete, si può accedere a tali misteriosi luoghi. Non so a voi, ma a me non è mai successo.
Dopo questa lunga introduzione, se state ancora leggendo, e non credo, arriviamo quindi finalmente all'oggetto vero e proprio di questo post: il film Backrooms.
Ulteriore premessa, e lo so che state sbuffando come durante una delirante esultanza di Lele Adani a un gol dell'Argentina, nel 2022 l'allora aspirante regista sedicenne Kane Parsons, noto in rete con lo pseudonimo di Kane Pixels, ha caricato sul suo canale YouTube un cortometraggio intitolato The Backrooms (Found Footage). Solo il primo di una serie di video dedicati a questa leggenda metropolitana diventati virali e di successo, tanto da allertare persino i capoccia di Hollywood che subito hanno fiutato l'odore dei soldi.
Kane Parsons, che ha da poco compiuto 21 anni, si è così messo al lavoro su un lungometraggio, che ha portato la popolarità delle backrooms e degli spazi liminali a nuovi impensabili livelli. Video killed the radio star, e ora backrooms killed the video star.
Ordunque, finiamola con questa introduzione infinita quanto gli spazi liminali, com'è, codesto film?
Allora. La sensazione rimanda ai tempi in cui era uscito The Blair Witch Project, nel 1999, dove passi tutto il tempo a chiederti: "Ma sto guardando una genialata clamorosa, o una stronzata totale?". Il fatto che un film sugli spazi liminali abbia incassato a oggi quasi 400 milioni di dollari, porta a chiedersi se sia tutta un'astuta riuscita operazione di marketing, proprio come con il fenomeno della strega di Blair quasi 30 anni fa, o dietro ci sia anche della sostanza.
Va notato che la pellicola ci crede così tanto in quello che racconta, da trascinarti al suo interno. Entrare nella dimensione delle backrooms è un po' come cadere nella tana del Bianconiglio. Solo che in queste backrooms fondamentalmente non c'è un cazzo, quindi in pratica sono come il paese delle meraviglie, senza alcuna meraviglia. O, se preferite, è come attraversare lo Stargate e finire in una variante noiosa del nostro mondo. O ritrovarsi nella Loggia Nera di Twin Peaks, solo con meno gente che parla al contrario, nani che ballano, o giganti che somigliano all'allenatore dell'Inghilterra.
L'idea delle backrooms quindi di fondo è affascinante, però potevano anche metterci qualcosa di più, al loro interno.
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| "Non è vero che non c'è niente nelle backrooms. Ci sono un sacco di sedie impilate una sull'altra, cosa vuoi di più?" |
Viene da chiedersi perché una persona sana di mente dovrebbe avventurarsi ad esplorare tutti questi corridoi vuoti e inquietanti, dove sai già che prima o poi qualcosa di brutto ti succederà. La risposta è che il protagonista del film, interpretato da Chiwetel Ejiofor, la cui pronuncia è un mistero grande quanto il successo virale delle backrooms, tanto sano di mente non lo è.
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| "Weekend in una backroom, di brutto!" |
Ed è qui che risiede l'aspetto più intrigante della pellicola. Aldilà di tutta la componente più da leggenda metropolitana, a reggere sulle proprie spalle il lavoro e a giustificare l'esistenza di un intero lungometraggio al riguardo è la componente psicologica. Il film, almeno per come la vedo io, è tutta un'enorme neanche troppo velata metafora del lavoro della psicanalisi. Di come entrare nella mente di un'altra persona sia un'avventura misteriosa e incomprensibile. Gli psicoterapeuti, qui rappresentati dalla solita algidamente magnetica Renate Reinsve, fanno un lavoro ammirevole e coraggioso, ma fondamentalmente inutile. Nessuno può entrare nella tua mente e salvarti da te stesso. Il rischio è semmai che anche lo sventurato che ci prova finisca risucchiato nei tuoi casini personali. Nei tuoi loop mentali, nei tuoi pensieri cannibali che si nutrono a vicenda, nei tuoi traumi che in qualche misura ti porterai dietro per sempre, che ormai fanno parte del tuo DNA, e di cui non puoi liberarti.
Da una parte, Backrooms è un horror psicologico furbetto, con un'estetica che ricalca la serie Severance, più un pizzico di Overlook Hotel di Shining, e che gioca con ambientazioni simili a quelle di Cube - Il cubo, innovativo film diretto nel 1997 da Vincenzo Natali cui in molti in seguito si sono ispirati in maniera più o meno evidente. Dall'altra parte, Backrooms è anche una devastante riflessione sulle nostre alienanti vite odierne, divise tra la nostra esperienza nel mondo reale e l'immagine di noi stessi che diamo sul web. Due dimensioni che si somigliano, ma non sono proprio la stessa cosa. Certo, un soggetto del genere tra le mani di un Charlie Kaufman avrebbe potuto portare a uno sviluppo ancora più pazzesco, ma anche così qualche momento notevole non manca.
Backrooms è inoltre un viaggio senza speranza all'interno della propria mente, in cui si vaga alla ricerca di una risposta alle domande che tutti, prima o poi, si pongono: "Perché sono qui? Qual è il senso della vita? E cosa cazzo ha Lele Adani da urlare così tanto?". Domande per cui non c'è una risposta e, se speravate di trovarla in questo film o magari in questo post, rimarrete delusi.
(voto 7/10)

















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