lunedì 13 luglio 2026

Al diavolo chi veste Prada





Il diavolo veste Prada 2
(titolo originale: The Devil Wears Prada 2)

C'è stato un periodo, nei primi anni zero, in cui ai piedi indossavo quasi sempre un paio di Prada. Era un periodo della mia vita strano. Avevo appena letto American Psycho di Bret Easton Ellis ed era come se lo spirito di Patrick Bateman avesse infettato la mia mente e condizionasse, almeno in parte, il mio comportamento.


Per me che di solito indossavo al massimo delle Converse, sono state di gran lunga le scarpe più care che abbia mai comprato in vita mia. Non le presi tanto perché fossi improvvisamente diventato un fashion victim, quanto per una questione di sopravvivenza sociale. Ai tempi, altra rivelazione shock per un indie boy come il sottoscritto, andavo spesso in discoteca. Ero lì quasi tutti i sabato sera. Con la mia compagnia frequentavo dei locali piuttosto fighetti come la Luna Rossa di Alessandria. Posti in cui era difficile entrare quasi quanto al Berghain di Berlino oggi. Per le ragazze non era difficile entrare. Bastava essere... ragazze. Per i ragazzi invece la selezione era più dura. C'era un dress code da rispettare. Dovevi indossare rigorosamente una camicia e delle scarpe non da ginnastica. Anche se mettevi delle Nike firmate da Michael Jordan in persona pagate 5.000 dollari non andavano bene. C'era questa specie di razzismo nei confronti dei capi sportivi, vai a capire perché. Anche meno, gente, anche meno. Non eravamo mica alla Milano Fashion Week.


Dopo essere stato rimbalzato qualche volta dal buttafuori cattivone di turno, decisi così di fare l'acquisto più importante per la mia vita sociale dell'epoca: un paio di scarpe di Prada. Da quel momento in poi, come per magia, non ebbi più problemi ad entrare alla Luna Rossa o in qualsiasi altro disco club d'Italia e del mondo. Erano diventate il mio passe-partout personale. Era come se avessi stretto un patto con il diavolo. Qualche mese più tardi è uscito nei cinema un film intitolato proprio Il diavolo veste Prada, ispirato all'omonimo romanzo best seller di Lauren Weisberger, e, ancora prima di vederlo, ho intuito il senso del suo titolo.

"Beh, non è che ci volesse un genio per capirlo"

Quando poi ho guardato la pellicola, affittata da Blockbuster, la mia fase fashion era ormai in fase calante e l'ho trovata una commedia modaiola carina, ma non mi ha fatto impazzire più di tanto. Non quanto il geniale Zoolander, per dire un film vagamente simile. E a proposito di Zoolander, se il sequel di quest'ultimo uscito nel 2016 era parecchio superfluo, per non dire brutto brutto in modo assurdo, quanto era necessario nel 2026 un seguito de Il diavolo veste Prada 2?

La risposta, per quanto mi riguarda, è a ben poco. A vedere però gli incassi mondiali, direi che una sua utilità ce l'ha avuta: gonfiare le tasche dei produttori e delle star del film, che avranno così un sacco di soldi in più per rifarsi il guardaroba.


Il diavolo veste Prada 2 è come un abito che un tempo ti stava da Dio e oggi invece ti fa grasso. È la versione aggiornata di un outfit che vent'anni fa tutti volevano avere e che oggi, nonostante il restyling, appare ormai fuori moda. Invecchiato male. A colpire, ironia della sorte per una pellicola come questa, è soprattutto l'assenza di stile. Non che il film originale, diretto dallo stesso David Frankel, fosse chissà quale capolavoro cinematografico, ma questo mi è sembrato esteticamente ancora più piatto, più vuoto, più superficiale, più "televisivo" nel senso peggiore del termine. Come un episodio di ...And Just Like That, l'altrettanto inutile sequel della saga di Sex and the City.


Come intrattenimento senza pretese, il film fa anche il suo dovere e qualche risatina la regala. In particolare le versioni aggiornate dei personaggi di Andy (Anne Hathaway) ed Emily (Emily Blunt), per quanto con delle evoluzioni personali piuttosto prevedibili, tutto sommato funzionano.


Non fanno invece lo stesso effetto tutte le dimenticabili new entries e soprattutto il personaggio più cult dell'originale: Miranda Priestley. Per quanto non sia mai stato un fan di Meryl Streep, nel primo film era diabolicamente irresistibile ed era il valore aggiunto di quella che per il resto era una romcom fashion di ordinaria amministrazione. In questo sequel invece la si guarda sbigottiti e ci si chiede: "Cosa diavolo le è successo?".


Più che la vera Miranda, sembra una sua versione ammansita. Al di là di qualche iniziale momento da real bitch, è diventata buonista. Ha perso la sua guerra contro il politically correct.


A funzionare ben poco a questo giro è inoltre la componente più tradizionalmente romcom. Nell'originale Nate (Adrian Grenier) rappresentava il "malessere", il fidanzato tossico che tarpava le ali alla protagonista, e secondo alcuni era il vero villain del film. Un personaggio odioso, però se non altro dava un po' di pepe alla vicenda.


Per il sequel si è invece scelto di fare puro fan service e regalare ad Andy come nuovo interesse sentimentale un tizio, interpretato da tale anonimo Patrick Brammall, che la supporta in pieno, ma che allo stesso tempo è anche La Noia fatta persona. Buon per il personaggio di Anne Hathaway, almeno fino a che pure lei non si romperà i maroni di lui, meno bene per noi spettatori.


Si dirà, giustamente, che il cuore del sequel è un altro, ed è vero. Un ruolo centrale lo assume la descrizione dell'ambiente giornalistico contemporaneo e di quanto sia mutato nel giro di 20 anni. Se Vogue, pardon Runway a inizio millennio era un'istituzione cartacea ancora in grado di spostare gli equilibri del mondo della moda, oggi si trova ad affrontare una crisi per via della rivoluzione digitale e delle nuove abitudini di lettura. Questo film però ci racconta qualcosa che già non sapevamo? Qualcosa di non stereotipato? Qualcosa che non possiamo leggere in 3 minuti ironia della sorte in un articolo di un magazine online?


La critica a un mondo del giornalismo sempre più dominato dall'intelligenza artificiale, dagli interessi economici e dal clickbait è giusta, ma in questo contesto appare paradossale, visto che la stessa sceneggiatura sembra generata automaticamente da ChatGPT, alla costante ricerca di qualche momento meme che possa diventare virale sul web e di grandi incassi al box office, che in effetti sono arrivati.


Al diavolo allora questo ennesimo sequel fatto solo per i soldi, che nulla aggiunge e anzi parecchio toglie all'originale. Al diavolo i film privi di idee originali. Al diavolo chi le mode invece di crearle si limita a seguirle. Al diavolo la solita rappresentazione dell'Italia da cartolina qui presente. Al diavolo gli sprecati cameo di personaggi famosi, amata Lady Gaga compresa. Al diavolo la nuova Miranda Priestley che non è più diabolica come una volta.

"A questo punto vorrei fare del sarcasmo per demolire la recensione di Pensieri Cannibali,
ma mi sono talmente addolcita che non mi viene in mente niente"

Tanto per la cronaca, quelle scarpe di Prada che acquistai tanto tempo fa, non so se valessero tutti i soldi che gli ho dato, ma devo riconoscere che mi sono durate diversi anni. Una volta che si sono deteriorate, sono però tornato al mio primo amore: le care vecchie Converse sporche e malandate. E al diavolo chi veste Prada!
(voto 5/10)




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