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venerdì 1 dicembre 2017

Mudbound: Sento le voci (fuori campo)





Mudbound
Regia: Dee Rees
Cast: Carey Mulligan, Jason Clarke, Garrett Hedlund, Jason Mitchell, Mary J. Blige, Jonathan Banks, Rob Morgan


Senti una voce fuori campo e subito ti viene in mente Terrence Malick. Non che l'uso della voce fuori campo l'abbia inventato lui, è solo che ne ha fatto talmente il suo marchio di fabbrica, che quando ne senti una pensi a lui. O almeno è ciò che faccio io. Che poi chissà che voce ha, uno come Terrence Malick? Una voce profonda, solenne, divina, come i suoi film (quelli più riusciti almeno)?
Senti una voce fuori campo e subito ti viene in mente Terrence Malick, ma questo non è un film di Terrence Malick. A questo punto qualcuno esclamerà: “Dio grazie!”, perché inspiegabilmente a molti il suo cinema è venuto a noia.
Inspiegabilmente?
Qualcun altro invece si rammaricherà che non l'abbia girato lui, perché come dirige Malick, pochi altri al mondo.
Giusto per fare un po' di sana concorrenza a Terrence Malick, in Mudbound ci sono un sacco di voci fuori campo. Tutti i personaggi principali ci snocciolano ciò che passa per la loro testa in continuazione e questa è la cosa più bella, e per alcuni sarà la più brutta, del film. Di certo è questo il suo tratto distintivo a livello narrativo, mentre a livello registico Dee Rees gira senza particolari guizzi e in maniera molto classica, molto in stile da tradizionale film da Oscar. Anche questo è un aspetto che può essere letto in maniera positiva così come negativa. Dee Rees non è Terrence Malick, per fortuna o purtroppo, e il suo lavoro a livello visivo non riesce a essere un sogno a occhi aperti come quelli del collega, ma allo stesso tempo è anche molto più lineare, più semplice da seguire e da comprendere. Qualcuno aggiungerà quindi che è anche meno noioso. E di cosa parla, ordunque, questo Mudbound?
Parla di razzismo, di guerra, di problemi coniugali e ci mette dentro pure un triangolo sentimentale. Non manca niente, solo che forse c'è persino troppo. Si rischia di fare confusione.

martedì 11 febbraio 2014

A PROPOSITO DI DAVIS, DEL FOLK, DEI COEN, DI CAREY MULLIGAN E DI GATTI




A proposito di Davis
(USA, Francia 2013)
Titolo originale: Inside Llewyn Davis
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen
Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella, Adam Driver, Alex Karpovsky, Helen Hong
Genere: folk
Se ti piace guarda anche: Sugar Man, Fratello, dove sei?, I’m Not Here

Se non è mai stata nuova e non invecchia mai, è una canzone folk.
Llewyn Davis

La frase d’apertura del “nuovo” film dei fratelli Coen spiega bene il mio rapporto nei confronti sia del loro cinema che della musica folk. E nuovo va inteso proprio nel senso che dà il protagonista della pellicola, Llewyn Davis. Anche i film dei fratelli da Oscar quest’anno ignorati dagli Oscar sono così. È come se esistessero già da sempre. È come se si rifacessero ogni volta a qualcos’altro. Di riferimenti alla Bibbia è pieno il loro cinema, si veda A Serious Man. Quanto all’Odissea, non parliamone. Sono proprio fissati i Coen. Non contenti di averne fatto la versione musical folk con Fratello, dove sei?, pure qui c’hanno inserito un personaggio chiamato Ulisse.
Quale personaggio?
Questo non ve lo svelo. Anche se la vera Odissea è quella che vive il protagonista.

I film dei fratelli Coen sono come canzoni folk già esistenti che si divertono a reinterpretare nel loro personale modo. L’amore per questo genere di musica emerge qui ancora una volta forte e chiaro, al punto che A proposito di Davis avrebbe potuto intitolarsi A proposito del folk, o in originale Inside Folk anziché Inside Llewyn Davis. Il film è liberamente ispirato alla biografia del musicista e cantore anni ’60 Dave Van Ronk, ma più che raccontare di lui o di quello che ne è il suo alter-ego fittizio ovvero Llewyn Davis, racconta uno stile di vita. Raccontare poi è una parola grossa. Quella scritta dai Coen è dichiaratamente una sceneggiatura priva di una vera e propria trama. È più un girovagare a zonzo insieme al loro protagonista. Un gattonare di casa in casa, di strada in strada, di città in città. Come un vagabondo. Come un micio randagio.

"I'm bringin' sexy back (yeah), them other fuckers don't know how to act.
Penso che ancora non siate pronti per questa musica...
ma ai vostri figli, diciamo ai vostri nipoti, piacerà."

Tutto il fascino, così come anche i limiti del film stanno qui. Per certi aspetti questa è una pellicola poco coeniana in senso stretto, e di questo da loro non-fan non posso che essere felice. I momenti non-sense, pur presenti, qua sono più contenuti.
A parlare qui, più ancora che i personaggi strambi pur sempre presenti, sono le canzoni. Belle, molto belle, soprattutto quelle cantate da Justin Timberlake, alla facciazza di chi tanto lo disprezza perché è troppo pop. Questa è una non storia che parla di musica e della vita del musicista. Non il musicista figo rock’n’roll oh yeah con le groupie attaccate al pene e una pera attaccata al braccio, quanto il lifestyle del musicista folk perdente che cerca di tirare avanti in quel di New York City a inizio anni Sessanta, prima che il genere venisse riportato in auge da un certo Bob Dylan. Sotto questo aspetto, A proposito di Davis è un lavoro assolutamente riuscito. Allo stesso tempo, per quanto il film possa non essere troppo coeniano, Llewyn Davis è invece uno dei più coeniani tra i personaggi presenti nella galleria del loro cinema. È un loser totale, uno che non vuole pensare al futuro, a progettarsi una vita, a essere come dicono gli altri.
Questo per quanto riguarda gli aspetti positivi, tra cui io ci metto dentro decisamente anche l’ottima interpretazione di Carey Mulligan. Ha un ruolo piccolo, però in una manciata di memorabili scene riesce a ritrarre bene il suo personaggio, che è un po’ l’opposto della deliziosa protagonista di An Education; nonostante riprenda il look anni ‘60 con frangetta di quel film, riesce qui a dar vita a una stronza come poche. Eppure, così come successo anche ne Il grande Gatsby, è talmente adorabile che persino nei panni di personaggi odiosi non riesce a farsi odiare del tutto. Oh Carey, quanto sei cara.
"Ma la smettete di chiedermi Father And Son e Wild World?
Vado in giro con un gatto, ma non sono Cat Stevens!"

Eppure manca qualcosa, qualcosa in grado di trasformare la simpatia/empatia per questo loser, questo Llewyn Davis, e trascinarci davvero “inside”, dentro la sua vita, dentro la sua mente, dentro il suo cuore. Se la passione per la musica folk dei Coen emerge cristallina, così non è per il protagonista. Perché fa musica? È quasi come se la odiasse.
Inoltre la mancanza di una vicenda forte in grado di tenere davvero sulle spine a un certo punto si fa sentire. Più che raccontare una storia, come le ballate folk spesso sanno fare, A proposito di Davis ha un andamento da improvvisazione jazz, non c’è alcuno sviluppo e la trama gira attorno a se stessa. What goes around… comes around, come direbbe Justin Timberlake, qui relegato a un ruolo francobollo in cui non riesce a brillare molto come attore, ma solo come cantante.
Un altro problemino del film è proprio questo. I personaggi minori restano relegati troppo sullo sfondo, si vedano John Goodman e Garrett Hedlund buttati nella mischia a casaccio e incapaci di imporsi.

Alla fine, i Coen non si smentiscono mai. Decidete voi se vada presa più come una cosa positiva o negativa. Nonostante il mio non-amore nei loro confronti, questo film a me comunque è piaciuto. Sì, direi che mi piaciuto. Tra le pellicole dei fratelli registi lo metterei al secondo posto giusto dietro Fargo. I film dei Coen sono sempre un viaggio e questa volta ammetto che il viaggio in loro compagnia è stato per me più piacevole del solito, grazie anche a una fotografia che ricrea perfettamente quel mood alla The Freewheelin’ Bob Dylan, per altro già reso da Cameron Crowe in Vanilla Sky.



Però, c'è sempre un però. Una volta arrivati a destinazione, l’impressione è anche questa volta di non essere andati da nessuna parte, di aver girato a vuoto. Un bel girare a vuoto, ma pur sempre un girare a vuoto. Questo è il cinema dei Coen, un tipo di cinema che mi fa lo stesso effetto del folk, genere che occasionalmente ascolto anche e non mi dispiace, ma che di rado mi prende fino in fondo. L’ultima volta mi è capitato con la musica di Rodriguez scoperta grazie a Sugar Man, quasi un gemello in versione documentaristica di A proposito di Davis. Come una canzone folk, i loro film non invecchiano mai ma allo stesso tempo non dicono niente di nuovo. Così è il loro cinema, prendere o lasciare. E io per questa volta prendo, anche perché questa è una pellicola molto gattosa felina. E come fai a non volere bene a un gatto, o a una Carey Mulligan, o a un povero cantante folk sfigato?
(voto7,5/10)


"Llewyn Davis non funziona, amico! Dovresti trovarti un nome d'arte, qualcosa tipo... Gatto Panceri."

martedì 30 ottobre 2012

Che lavoro fa secondo voi Kristen Stewart “sulla strada”?

On the Road
(USA, Francia, UK, Brasile 2012)
Regia: Walter Salles
Cast: Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Tom Sturridge, Kirsten Dunst, Elisabeth Moss, Amy Adams, Viggo Mortensen, Steve Buscemi, Alice Braga, Terrence Howard
Genere: stradale
Se ti piace guarda anche: I diari della motocicletta, Into the Wild, The Rum Diary - Cronache di una passione

"Sigh! Dannata Fiammetta Cicogna, voglio essere io la più odiata del reame!"
On the Road è come un Into the Wild, ma senza il wild. Certo, a meno che non vogliate considerare “wild” 10 secondi di micro tettine di Kristen Stewart esibite, una mezza orgia accennata ma non consumata e un paio di altre scene di sesso che di wild hanno ben poco. O a meno che il vostro concetto di wild non coincida con Wild Contronatura Oltrenatura, il programma con Fiammetta Cicogna. Forse l’unica donna al mondo più odiata di Kristen Stewart. Ma perché la povera (povera si fa per dire, visto che al momento è l’attrice più pagata di Hollywood) Kristen Stewart è tanto odiata?
Fondamentalmente, perché è la protagonista della lagnosissima saga di Twilight. Negli ultimi tempi lo è però anche per un’altra ragione: ha tradito il suo amato Robert Pattinson e le foto della sua relazione peccaminosa sono finite su tutte le riviste e i siti di gossip del mondo. Pensieri Cannibali compreso!
In realtà, ci sono due correnti di pensiero riguardo a questo fatto. Le fan twi-hard la odiano perché ha rotto l’idillio (contrattuale?) con RobPattz. Tutti gli altri, tutti quelli che la coppia di Twilight non l’hanno mai sopportata, ovvero tutte le persone sane di mente, la considerano invece un po’ più simpatica da quando ha messo i cornoni a Pattinson.

"Le mie tettine sono state censurate? No, è che sono proprio inesistenti ahah!"
Ma perché quando c’è un film con Kristen Stewart o con Robert Pattinson finisco a parlare più di loro che del film? Sarà perché sono più interessanti come personaggi del gossip che non come attori?
Può essere. In ogni caso, la Stewart in questo On the Road non è che compaia nemmeno più di tanto. La sua parte è quella di Marylou, una ragazza che potremmo definire libertina, oppure scostumata, oppure zoccola. Anche in questo caso, lascio a voi il piacere della scelta. Io sono imparziale. Non mi schiero, che se no poi mi arrivano insulti & minacce da parte delle twi-hard fans. Nei pochi minuti in cui appare, Kristen è nuda (ma non è che sia ‘sto spettacolo così arrapante), oppure tromba, oppure tenta di organizzare delle orge tra i due amici protagonisti, oppure fa delle seghe, oppure fa delle bocche. Insomma, si dà un gran da fare e la dà che è un piacere. Un ruolo in cui sembra particolarmente in parte, molto più ad esempio che nei panni a lei poco consoni della virginale Bella Swan di Twilight, e considerati i ménage à trois che maneggia anche nella sua vita privata, possiamo capire bene il perché.

"Caro Robert Pattinson, la tua cara Kristen non s'è data da fare
solo sul set di Biancaneve e il cacciatore..."
“Ma l’abbiamo finita con ‘sta ca**o di Kristen Stewart?”
Okay, gente. Fate bene a lagnarvi e comunque sì, chiudiamo il capitolo Stewart. Almeno per adesso. Parliamo anche del resto del film. Non che sia tutto ‘sto capolavoro…
Come detto in apertura, prima di divagare sulle tettine quasi impercettibili di Kristen Stewart e su quanto le piaccia fare le cosacce (okay okay, la pianto!), On the Road vorrebbe essere un’esperienza sulla strada in stile Into the Wild. Peccato non ci riesca. Peccato che qui la strada ci venga mostrata, ma non ci venga fatto sentire il suo odore. Questo film è inodore. Non puzza di asfalto, di sudore, di viaggio. È tutto troppo trattenuto, edulcorato, contenuto, perfettino. Il romanzo cult di Jack Kerouac è preso come traccia per un viaggio che in questa pellicola si vede, ma non si sente.
Sarebbe stato interessante se il libro di Kerouac fosse finito tra le mani di un regista più coraggioso e visionario, per capire se ne usciva qualcosa come un Terry Gilliam alle prese con un Hunter S. Thompson, tanto per citare un altro autore beat, ovvero se ne usciva qualcosa come Paura e delirio a Las Vegas. Quello che ne è uscito tra le mani del brasileiro Walter Salles è invece qualcosa di vicino al suo precedente I diari della motocicletta, ma meno interessante, e soprattutto mi ha ricordato parecchio il recente The Rum Diary - Cronache di una passione, pellicola tratta sempre da Hunter S. Thompson diretta dall’anonimo Bruce Robinson.

"Lo so di essere più bella di Bella, bella lì!"
Anziché farci viaggiare, viaggiare come il cinema migliore e più intrippato sa fare, il film si limita a mostrarci una serie di scene a mo’ di elenco. Sam Riley (Ian Curtis dei Joy Division in Control) e Garrett Hedlund (il protagonista di Tron: Legacy che qui si Tron: Ba la Stewart) sono discretamente in parte, eppure nessuno dei due convince fino in fondo. In particolare Garrett Hedlund aveva per le mani un personaggio idolesco come pochi, quello di Dean Moriarty, e non è riuscito a renderlo idolesco al 100%. Tutti gli altri personaggi sfilano sullo sfondo del rapporto mooolto bromantico tra i due protagonisti, Kristen Stewart compresa.
OKAY, OKAY: è l’ultima volta che la menziono.
Tra una comparsata della “mad woman” Elisabeth Moss, dell’amichetto di Pattinson Tom Sturridge, di Aragorn Viggo Mortensen e della iena boardwalk Steve Buscemi, il personaggio più interessante e vivo è quello interpretato da Kirsten Dunst, comunque anch’esso ben poco sviluppato.

"Cannibal scrittore? Ma chi si crede di essere, il nuovo Kerouac?"
A essere resa solo in parte è come detto soprattutto la dimensione del viaggio. On the Road è un film pulitino, poco wild, poco trippy. Una pellicola che vorrebbe essere cult quanto il romanzo da cui è tratta, ma manca clamorosamente il bersaglio. Le premesse del già poco convincente trailer sono dunque mantenute e direi che non è una cosa positiva. Soprattutto considerando che il tutto viene dilatato per 2ore e 20minuti che all’inizio partono pure in maniera piuttosto decente, ma ben presto diventano alquanto estenuanti e passano non come un’emozionante avventura on the road, bensì come un lungo viaggio di quelli che non vedi l’ora di essere di nuovo a casa. Magari per vederti un bel film. Di quelli senza Kristen Stewart.
(voto 5,5/10)


lunedì 15 agosto 2011

Country str*nzata

Country Strong
(USA 2010)
Regia: Shana Feste
Cast: Gwyneth Paltrow, Garreth Hedlund, Leighton Meester, Tim McGraw
Genere: country-pop
Se ti piace guarda anche: Quando l’amore brucia l’anima, Hannah Montana: The Movie

Country Strong è un film (come facilmente intuibile dal titolo) country. Va però detto che a livello musicale siamo più dalle parti di Taylor Swift che non di Johnny Cash e a un livello cinematografico più dalle parti di Hanna Montana: The Movie che non quelle di Un gelido inverno - Winter’s Bone. Questo giusto per inquadrare la cornice country intesa da questa pellicola.
Nonostante un nulla esaltante, la storia lascia perlomeno presagire un filmetto carino quanto un pezzo dei Lady Antebellum. E invece no. Presto si affoga nella noia e nella desolazione più totale, con una Gwyneth Paltrow intonata ma totalmente fuori parte nelle vesti della cantantona country in crisi personale dopo aver avuto un aborto e una conseguente crisi alcoolica. Decisamente più riuscita la sua Holly Holliday in Glee… Dopo la rehab, riprova a mettersi in carreggiata, ma ci sono nuove stelline country che ambiscono a prendere il suo posto, tra cui Leighton Meester, la perfida e geniale Blair Waldorf di Gossip Girl. Anche in questo ruolo risulta odiosamente adorabile, perlomeno nella prima parte. Nella seconda il suo personaggio naufraga insieme al film nei buoni sentimenti e nella noia, l’ho già detto?

Pessima la parte finale, con un lungo concerto in cui Gwyneth si esalta in tutte le sfumature del country odierno commerciale, dimenticandone giusto una: il country vero. Se anche il suo marito/manager interpretato non da Chris Martin bensì da uno spento Tim McGraw (star del country riciclatasi nel cinema a partire da The Blind Side), le uniche note liete di questa triste (ma più che altro deprimente) ballatona country arrivano allora dalla parte giovane del cast: la già citata Leighton Meester, pur non facendo dimenticare del tutto il suo ruolo in Gossip Girl, riesce a dar una vita propria al suo personaggio e ancora meglio fa Garreth Hedlung, giovane attore già visto in Tron Legacy e qui totalmente immerso in vesti country; considerando come il suo prossimo ruolo sia nell’adattamento di un certo On the Road di un certo Jack Kerouac ci potrebbe regalare soddisfazioni. A patto che in futuro eviti altri filmini come questo.

Più che Country Strong, una country stron…zata.
(voto 4,5)

lunedì 7 marzo 2011

Tron, non ci sono paragon

Tron Legacy
(USA 2010)
Regia: Joseph Kosinski
Cast: Garrett Hedlund, Jeff Bridges, Olivia Wilde, Michael Sheen, Beau Garrett, Serinda Swan, Yaya DaCosta, Elizabeth Mathis, James Frain, Owen Best, Bruce Boxleitner, Daft Punk
Colonna sonora: Daft Punk
Genere: fantascienza
Se ti piace guarda anche: Tron, Matrix, Speed Racer, La storia infinita

Motivi per cui Jeff Bridges è rimasto nel mondo di Tron:
1. La figa
Trama semiseria
Jeff Bridges è sparito per quasi 30 anni dentro il mondo di Tron da lui stesso creato, un mondo che ha ispirato un sacco di film tanto belli (Matrix) quanto brutti (Avatar, i sequel di Matrix), un po’ tutte le pellicole in computer grafica e volendo fare gli esagerati forse persino la social-network-reality in cui viviamo oggi. Perché è rimasto lì dentro, lasciando il povero figlioletto a crescere da solo? La scusa ufficiale è che è rimasto bloccato, quella non ufficiale è che il mondo di Tron è pieno di figa.
In ogni caso Jeff Bridges qui è Dio e suo figlio Garrett Hedlund è Gesù Cristo sceso nella terra di Tron per salvare sia il mondo digitale che il nostro e, già che c’è, cercare di dare pure due colpi a Olivia Wilde che è sempre cosa buona e giusta [la Bibbia, Genesi cit.].

Recensione cannibale
2. Le corse in moto
Gli aspetti più importanti di un film per me sono due: la musica e le immagini. Embé graziarcazzo, direte voi. Parte audio + parte video, non è proprio questo il cinema? Certo, però sono elementi che non bisogna nemmeno dare del tutto per scontatii, osservando come un sacco di pellicole (vedi al reparto commedie italiane) non siano per nulla curate visivamente e ascoltando come molte altre pellicole presentino colonne sonore spesso piatte o banali. Altri elementi che ci possono stare molto bene insieme a questi due capisaldi sono poi anche una sceneggiatura in grado di raccontare una storia interessante con dei dialoghi brillanti e magari pure delle interpretazioni convincenti da parte degli attori. Siccome non sempre si può avere tutto, se ci sono i fondamenti è già abbastanza. E in Tron: Legacy questi fondamenti ci sono, eccome.

3. I Daft Punk
Capitolo colonna sonora, il vero valore aggiunto del film: Daft Punk. Potrei aver detto già tutto, ma cerco di approfondire. I due genioni (non semplici genietti) francesi sono l’elemento che regala il vero 3D alla pellicola, con un’atmosfera epica in grado di competere con lo splendido lavoro fatto da Hans Zimmer per le musiche di Inception. Non contenti di ciò, i due compaiono anche in un cameo, naturalmente nelle vesti di DJ del locale più in del mondo di Tron.
Come per Trent Reznor, l’evoluzione della loro musica verso la composizione di soundtrack per il cinema era un passo del tutto naturale. Se già nel 1999 con The Fragile dei Nine Inch Nails, il Trent gettava le basi per la sua futura carriera che l’avrebbe portato all’Oscar per le musiche di The Social Network, anche i Daft Punk hanno sempre guardato con un occhio più che interessato al cinema. I video per l’album Discovery (2001) hanno infatti dato vita all’anime musicale Interstella 5555 e i due hanno anche diretto un lungometraggio tutto loro, Electroma, mentre Thomas Bangalter (uno dei due Punk) ha realizzato le musiche dei film di Gaspar Noé Irreversible ed Enter The Void. Da bravi nerd usciti da un film di fantascienza quali sono non potevano quindi certo dire di no alla Disney per realizzare le musiche del sequel del seminale Tron. E non potevano certo realizzare un lavoro che fosse meno che grandioso.


4. Interventi di chirurgia plastica a basso costo
L’aspetto visivo è poi abbagliante. Io non mi impressiono facilmente per gli effetti speciali, anzi diciamo che sono uno di quegli elementi che di solito considero come un surrogato utilizzato dai produttori per sopperire alla mancanza di idee in fase di sceneggiatura, ma in questo caso sono davvero stupefacenti. Comunque non è tanto questo, è proprio lo stile visuale ad essere estremamente affascinante, grazie a un mega mix che il promettentissimo esordiente Joseph Konianski è riuscito a coniare tra il Tron originale, of course, le navicelle spaziali di Guerre Stellari, le geometrie glaciali di 2001: Odissea nello spazio, del video “All Is Full of Love” di Bjork e del già citato film degli stessi Daft Punk, Electroma, tanto bello a livello visivo e musicale quanto un po’ vuotino a livello di contenuti.

Questo Tron: Legacy rischia di incorrere nello stesso problema? In parte sì, visto che comunque i due aspetti sopra citati sono clamorosamente meglio di tutto il resto, però il film riesce a tenere in maniera sufficiente anche dal punto di vista della sceneggiatura, curata non a caso da Edward Kitsis e Adam Horowitz, ovvero due degli sceneggiatori abituali di Lost. Il primo Tron del 1982 era poi uno di quei film così avanti per l’epoca che le sue tematiche riprese a grandi linee anche da questo sequel riescono a 30 anni di distanza ad essere ancora maledettamente attuali.

5. Un costume fico da jedi
Per dare un tocco di emozione ed umanità in più all’insieme, un aspetto in cui la pellicola originale latitava, i furboni della Disney hanno allora pensato bene di aggiungere a questo giro sull’ottovolante delle corse in moto anche una storia biblica: se Jeff Bridges è il Dio del mondo di Tron, suo figlio Garrett Edlund è chiamato a salvare la situazione come una sorta di Gesù Cristo dell’era digitale. Il rapporto padre/figlio si va quindi ad aggiungere alla riflessione sul rapporto tra creatore e creatura; anche in questo caso, come in molti dei film recenti più premiati (Il cigno nero, The Social Network, Il discorso del re), la lotta non è contro un nemico esterno, bensì contro se stessi: cosa che qui avviene con il personaggio di un Jeff Bridges in versione Zen (ma ricorda pure un mix tra Gandalf del Signore degli anelli, Bruce Willis in Unbreakable e un guerriero jedi) che è l’artefice del suo alter-ego malefico, un Jeff Bridges in versione giovane e botulinizzata. Se le mega produzioni commerciali non sono il terreno ideale di Bridges, va comunque detto che qui se la cava bene e fa dimenticare la sua inquietante apparizione da pelato nel pessimo Iron Man. Il suo figlio cinematografico, il giovane protagonista Garrett Hedlund, per il momento non sembra il massimo dell’espressività ma andrà giudicato meglio più avanti nella versione cinematografica dell’On The Road di Kerouac. E poi c’è Olivia Wilde, volto certo non nuovo a chi ha frequentato The O.C. e Dr. House, ma in grado comunque di stupire in questa inedita veste da stilosissima kick-ass woman. Piuttosto ridicolo invece Michael Sheen in versione biondo platino.
6. La figa

Tron Legacy è riuscito così a superare le mie aspettative, andando a rimescolare con rispetto le tematiche dell’innovativa pellicola originale e aggiungendo al tutto uno stile visivo impressionante, in uno dei film prodotti da mamma Disney che forse più mi ha convinto dai tempi di Alice nel paese delle meraviglie (la versione animata del 1951, non quella di Tim Burton), persino in un finale tanto scontato quanto poetico. Poi, vabbè, un inchino per l’epicità della musica della soundtrack, quella certo non inaspettata. Daft Punk + Tron: non ci sono davvero paragon.
(voto 7+)

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