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lunedì 21 marzo 2016

Truth - Lo scoop esclusivo di Pensieri Cannibali





Buongiorno cari telespettatori e care telespettatrici,
benvenuti a una nuova puntata di “60 Seconds”, la rubrica di investigazione giornalistica di Pensieri Cannibali che si segue in appena 60 secondi, o poco più.
Quest'oggi vi sveleremo uno scoop in esclusiva che riguarda il noto blogger Mr. James W. Ford, l'autore del sito di cinema, wrestling, consigli paterni e stile di vita repubblicano WhiteRussian.


martedì 24 febbraio 2015

LA RABBIA E L'ORIANA





L'Oriana
(film tv, Italia 2015)
Rete: Rai 1
Regia: Marco Turco
Sceneggiatura: Stefano Rulli, Sandro Petraglia
Cast: Vittoria Puccini, Francesca Agostini, Vinicio Marchioni, Stéphane Freiss, Adriano Chiaramida, Benedetta Buccellato, Maurizio Lombardi, Gabriele Marconi
Genere: biopic
Se ti piace guarda anche: Walter Chiari - Fino all’ultima risata, Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu, Volare

Sono molto molto, molto arrabbiato. Arrabbiato d'una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Sono molto arrabbiato con me stesso. Per aver giudicato una donna, una intera esistenza, in base a una cosa. Una sola tra le mille, probabilmente più di mille, che ha scritto nel corso della sua carriera. Avevo giudicato Oriana Fallaci soltanto per il suo celebre articolo La rabbia e l'orgoglio, pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001, a una manciata di giorni di distanza dagli attentati alle Torri Gemelle. Un pezzo fin dal titolo rabbioso che aveva suscitato anche in me una profonda rabbia. Contro di lei, contro le sue parole, contro il suo modo di usarle. Una reazione che mai nessun altro articolo di giornale mi aveva suscitato. Segno che il suo pezzo colpiva nel segno. Nel bene o nel male.
Giudicare Oriana Fallaci soltanto in base a quello scritto si è rivelato del tutto sbagliato. Un grave errore. Un giudizio fallace. C'è voluta una fiction Rai per farmelo notare. È come giudicare la carriera di Lou Reed soltanto in base all'inascoltabile “Lulu”, il disco che ha inciso insieme ai Metallica, ignorando le cose splendide che ha realizzato con i Velvet Underground e da solista. Per me e per la mia generazione Oriana Fallaci è identificata soprattutto con quello scritto, con quello sfogo di rabbia e di orgoglio. Più di rabbia che di orgoglio, se vogliamo dirla tutta. Oriana Fallaci è però stata molto altro e molto di più e il film tv in due puntate L'Oriana lo mette bene in mostra.

martedì 28 maggio 2013

IL MATTINO HA LORO IN BOCCA


Come sono i ggiovani d’oggi?
Spesso si tende a vederli in una versione bimbominkiosa, o a dipingerli sempre e comunque attraverso stereotipi. I ragazzi del Sud, in particolare, vengono spesso e volentieri ritratti da giornali e telegiornali come gangsta o giovani criminali. Sarà davvero così?
Attraverso un docu-cortometraggio intitolato “Il Mattino ha ‘loro’ in bocca”, Giovanna Testa e il mio amico Vincenzo Luca Forte del sito Gunpania hanno voluto dare una risposta a un articolo pubblicato sul quotidiano Il Mattino, che continuava a proporre una tale visione stereotipata. Facendo parlare direttamente alcuni ragazzi di Rione Fornelle (Salerno), capiamo però che la situazione è differente…

Vi consiglio di dare un’occhiata a questo corto (dura appena 7 minuti) e di likearlo su Facebook, Twitter, Google + e quant’altro oppure, sei siete donatori di Servizio Pubblico o iscritti al sito de Il Fatto Quotidiano, potete anche votarlo. Il corto ha l’onore di essere tra i 3 finalisti di Generazione Reporter 2013, concorso organizzato da Servizio Pubblico, il programma di Michele Santoro, e più like e voti ha e più possibilità ha di vincere questa competizione per giornalisti emergenti.
Dove trovarlo?


lunedì 2 luglio 2012

Uguale uguale a Studio Aperto

"Vi comunichiamo che sì: Bonucci sta ancora piangendo!"
The Newsroom
(serie tv, stagione 1, episodio 1)
Rete americana: HBO
Rete italiana: non ancora arrivata
Creatore: Aaron Sorkin
Cast: Jeff Daniels, Emily Mortimer, Alison Pill, Thomas Sadoski, John Gallagher Jr., Sam Waterston, Dev Patel, Adina Porter, Olivia Munn
Genere: giornalistico
Se ti piace guarda anche: The Hour, Sports Night, West Wing, Studio 60 on the Sunset Strip, The Social Network, Good Night, and Good Luck., 24, Mad Men, The Office, Veep

Ci sono un paio di ragioni per seguire The Newsroom, la nuova serie tv di HBO. Veramente, ce ne sarebbero ben più di un paio, però cominciamo con le prime due: Aaron Sorkin e la tematica del giornalismo.

Aaron Sorkin è il Cristiano Ronaldo, il Mario Balotelli, la Spagna degli sceneggiatori. Fa cose mostruosamente difficili, con una facilità impressionante. Come nella straordinaria sceneggiatura di The Social Network che gli è valsa il premio Oscar. Premetto che non ho seguito le serie che ha creato in precedenza: Sports Night, sul dietro le quinte della realizzazione di un programma sportivo, West Wing, ambientato alla Casa Bianca, e il più recente Studio 60 on the Sunset Strip, ancora sul dietro le quinte della realizzazione di un programma tv, questa volta uno show comico stile Saturday Night Live.
Il mio entusiasmo nei confronti di questa sua nuova creatura può quindi dipendere da questo, mentre altri autorevoli critici americani e italiani hanno sottolineato che si tratta di una buona serie, ma della “solita” buona serie sorkiniana. Ad avercene, in ogni caso.
Il suo stile in effetti c’è tutto e anche di più. I dialoghi rapidissimi sono puro Sorkin all’ennesima potenza. Con una sceneggiatura da lui curata, si possono anche evitare grandi movimenti di macchina da presa, il montaggio può rilassarsi, tanto sono le sue parole affilate e tambureggianti a dettare il ritmo. Un ritmo infernale.

La prima scena di The Newsroom credo sia una delle più belle aperture di serie che abbia mai visto dai tempi di Twin Peaks. E con questo non voglio dire che abbia qualcosa a che fare con Twin Peaks, qualità eccelsa a parte. Rispetto al ritrovamento di Laura Palmer, il contesto qui è del tutto differente.
Siamo in uno studio tv, il luogo prediletto da Sorkin, in un talk-show politico. Pensate a Santoro, quando ancora lo facevano stare in Rai, oppure a Matrix, quando ancora c’era Enrico Mentana e non quel manichino che l’ha sostituito.
Come in ogni buon, ma pure cattivo, talk-show politico che si rispetti, è il solito fiume di parole bla bla bla inutili bla bla bla. Tra gli ospiti c’è anche il giornalista veterano Will McAvoy (Jeff Daniels), definito una sorta di Jay Leno dei giornalisti, perché è uno che non si espone mai troppo: “È popolare perché non disturba nessuno.” Il classico tipo che non pesta i piedi ai potenti, come Ezio Greggio a Striscia la notizia. Strappa la risata, quando va bene e ultimamente non va molto bene, però è innocuo.

"Volete sapere perché Cannibal Kid è il miglior blogger del mondo?
La verità è che non lo è affatto!"
Quando una ragazza del pubblico gli chiede: “Perché l'America è il miglior paese del mondo?”, Will McAvoy/Jeff Daniels gigioneggia come al solito. Tira fuori qualche risposta ironica, indugia, fino a che, sotto l’insistenza del conduttore, sbrocca e decide di dire esattamente ciò che gli passa per la testa. Il succo del discorso? Gli Stati Uniti non sono per niente il paese migliore del mondo, lo sono stati un tempo, potrebbero esserlo in futuro, ma ora come ora non lo sono.
Apriti cielo. Il discorso viene bollato da tutti come anti patriottico, nonostante nella seconda parte McAvoy abbia invece riflettuto su come gli USA potrebbero tornare ad essere di nuovo grandi. Ma i bei ragionamenti alla stampa non interessano. Alla stampa interessa solo la polemica.
E così, l’America sembra voltare le spalle a McAvoy, che nel giro di una sola ospitata televisiva controcorrente è passato dall’essere il Bruno Vespa lacchè benvoluto o almeno ben sopportato da tutti, a tornare ad essere una mina vagante. Tornare ad essere un grande giornalista, una sorta di Enrico Mentana americano. Eppure, se pensate a un personaggio del tutto positivo, a un modello da imitare, a livello di rapporti interpersonali McAvoy ha parecchie lacune e a livello umano non sembra molto lontano dal cinismo di un Dr. House.

"Dopo la risposta di Jeff Daniels, siamo invasi da
telefonate di protesta dei lettori di Pensieri Cannibali..."
Tutto questo solo nei primi grandiosi minuti di questa serie. Quello che succede dopo, ve lo lascio scoprire da voi. Giusto per anticiparvi qualcosa, il tema principale è quello del giornalismo, dell’integrità professionale e, come nella serie british The Hour, di come costruire un vero grande notiziario. Proprio quello che fanno a Studio Aperto ogni giorno, nevvero?

Il tutto è orchestrato con grande maestria da un Aaron Sorkin in forma strepitosa, con un monologo iniziale da Premio Nobel per la letteratura e una serie di dialoghi al fulmicotone da applausi. Intorno al fuoriclasse Sorkin, per la prima volta autore per una tv via cavo e quindi con una libertà espressiva pressoché totale, ruotano un cast e una troupe tecnica di primissimo livello.
Il protagonista, come abbiamo visto, è Jeff Daniels, attore spesso sottovalutato, spesso sotto utilizzato e ora alle prese con un personaggione con cui sembra avere tutte le possibilità di lasciare un segno indelebile. Poi c’è Emily Mortimer, vista qua e là in Shutter Island, Hugo Cabret, Lars e una ragazza tutta sua e nel nuovo Quell’idiota di nostro fratello, pure lei spesso parecchio sotto utilizzata e pure lei alla grandissima occasione di riscatto.
E poi: Alison Pill (Milk, Scott Pilgrim, nonché Zelda Fitgerald in Midnight in Paris), bravissima, con il personaggio dell’assistente di produzione del programma già protagonista fin dal primissimo episodio di un promettente triangolo amoroso. No, niente roba alla Twilight, tranquilli.
C’è spazio poi per lo “stereotipo di informatico indiano”, played by Dev “The Millionaire” Patel, mentre la gnoccolona della serie nella puntata pilota non è comparsa ma dovrebbe arrivare a breve e si tratta della star in forte ascesa Olivia Munn.
Non dimentichiamo infine quello che potrebbe essere il personaggio cult dello show: Sam Waterston, che interpreta il capo di rete ubriacone. Sembra uscito da altri tempi. Sembra uscito da Mad Men e, giusto per fare il solito paragone esagerato che tanto mi piace fare, questo The Newsroom potrebbe diventare il Mad Men ambientato nel mondo del giornalismo di oggi, anziché nel mondo della pubblicità anni ’60.

Non dimentichiamo poi che a dirigere l’episodio pilota c’è stato Greg Mottola, il regista del divertente Suxbad, del molto bello Adventureland e del deludente Paul, mentre le musiche sono firmate da Thomas Newman, quello di American Beauty, una delle soundtrack con dentro più beauty nella storia del cinema.
Avevo detto che ci sono un paio di motivi per non perdervi questa serie, alla fine spero di avervene dati parecchi di più. Che altro aspettate ancora a recuperarvi l’episodio pilota, che ne parlino a Studio Aperto?
(voto 8,5/10)

UPDATE: dopo appena un paio di episodi, la serie è stata rinnovata da HBO per la seconda stagione.

martedì 1 maggio 2012

Dopo la passione di Cristo, la passione del giornalista

"Forse mi conviene mettere su gli occhiali da sole. Forse..."
Oggi è il Primo Maggio. Festa del lavoro o anche Festa dei lavoratori. Lo sapevate già, eh? Non posso mica sempre inventarmi cose nuove. Sì, potrei dire che oggi è il giorno di Natale, ma ciò mi farebbe apparire solo psicopatico, più che originale.
In occasione di questa festa, allora, Pensieri Cannibali dedicata un post speciale al lavoro più bello del mondo.
Il pornodivo?
L’imprenditore pedofilo?
Il politico imprenditore pedofilo?
Il ballerino di Amici che si piomba Belen?
No, no, no e ancora no.
Il mestiere più bello del mondo è… il giornalista.
‘Azzo ridete? Non ho detto il più remunerativo.
E non ho detto nemmeno il più rispettabile, se come giornalista consideriamo l’inviato a Londra di Studio Aperto che ogni giorno deve pescare una notizia contro Murdoch se no lo fustigano pubblicamente.
Mi riferisco a un mestiere che, se fatto con passione, può essere molto soddisfacente.
No, eh?
Vabbè, era solo una scusa per parlare oggi del seguente film. Perché in fondo è anche questo ciò che fanno i giornalisti: scovano collegamenti inesistenti tra le notizie (e a volte sono inesistenti pure le stesse notizie).
E a (s)proposito di lavoro, giornalismo e collegamenti inesistenti, vi segnalo i miei nuovi pezzi per Ed è subito serial e per Wait! Music. Tenete d'occhio questi due siti, mi raccomando!


"Ma perché ho girato questo film?"
The Rum Diary - Cronache di una passione
(USA 2011)
Regia: Bruce Robinson
Cast: Johnny Depp, Amber Heard, Aaron Eckhart, Giovanni Ribisi, Michael Rispoli, Richard Jenkins, Bill Smitrovich, Amaury Nolasco, Marshall Bell
Genere: annacquato
Se ti piace guarda anche: Paura e delirio a Las Vegas, Zodiac, Chico & Rita

Se avete qualche dubbio sul fatto che quello del giornalista possa essere il mestiere più bello del mondo, guardatevi questo film e ve ne convincerete. Di certo non è il film più bello del mondo, però Johnny Depp se la spassa alla grande: beve tutto il giorno, va ai party, entra in contatto con i potenti di turno, si fa Amber Heard. Devo aggiungere altro?
Detto così, sembra una figata, e lui probabilmente se l’è spassata alla grande nel girarlo. Noi a vederlo, un po’ meno…

"Ora ricordo il perché: per farmi Amber Heard!"
Johnny Depp torna a interpretare una pellicola tratta da un romanzo del giornalista e scrittore Hunter S. Thompson, dopo Paura e delirio a Las Vegas. Il film di Terry Gilliam può suscitare impressioni del tutto diverse nello stesso spettatore:
- Se lo guardi da lucido, è una cazzata pazzesca.
- Se lo guardi da fatto, è una figata pazzesca.
- Se lo guardi da strafatto, beh, è il trip definitivo.
Adesso che vi ho citato quel film, toglietevelo subito dalla mente. The Rum Diary infatti è più rassicurante e, in qualunque stato fisico e/o mentale lo si guardi, resta sempre un film loffio.
Ma si può trarre un film loffio da un romanzo cult di uno dei giornalisti e autori più fuori e "gonzi" di sempre?
Evidentemente si può. Soprattutto quando decidi di aprire la pellicola sulle note di Volare nella versione Dean Martin.
Cos’è? L’ultimo di Woody Allen?
Anche se da una simile intro potrebbe sembrare, il film non è ambientato in Italia bensì a Porto Rico. Nel caliente Porto Rico. Non esattamente il posto più indicato per lavorare in maniera professionale e per restare sobri. Paul Kemp, l’alter-ego di Hunter S. Thompson intepretato da Johnny Depp, a smettere di bere non ci prova nemmeno. A parole dice che ha intenzione di farlo, ma i suoi occhi (rossi) raccontano un’altra storia.
Quale storia?

"Amber, quando hai capito di essere lesbica?"
"Facile: la prima volta che mi sono guardata allo specchio."
Questo film non racconta nessuna storia. Si limita a seguire il protagonista nelle sue peregrinazioni. Detto così ci potrebbe anche stare bene, più che bene. Un sacco di film splendidi non raccontano niente, eppure finiscono per raccontare tutto. Peccato che il regista Bruce Robinson segua il protagonista da lontano, senza mai farcelo vivere. Questo personaggio ci piace o non ci piace? Ci sta simpatico? Dobbiamo fare il tifo per lui? Boh, la pellicola si mantiene sempre troppo distante per farcelo capire con chiarezza.
Bruce Robinson era assente dalla regia da una ventina d'anni, da Gli occhi del delitto con Uma Thurman del 1992, e fondamentalmente non è che sentissimo granché la sua mancanza. Il suo stile è molto classicheggiante, per essere gentili e non dire piatto. La forza della scrittura di Hunter S. Thompson sta proprio in un forte stile, quello ricreato alla perfezione dall’altrettanto allucinato Terry Gilliam, mentre qui lo beviamo annacquato in una forma priva di spunti e di idee. L’unico momento “visionario” è quello del trip da droga vissuto dal protagonista insieme all’amico con la lingua che si allunga, ma è giusto una scena una e tra l’altro appare slegata da tutto il resto.

"Me lo rinfaccerai ancora a lungo che ero in Avatar?"
"Almeno per tutta la vita, come minimo."
Non male invece il cast. Johnny Depp va avanti in modalità pilota automatico. Questa non verrà certo ricordata come una delle sue interpretazioni più brillanti, però se non altro sembra ritornato su livelli decenti dopo le sue agghiaccianti performance negli ancor più agghiaccianti The Tourist e Alice in Wonderland: qualcuno, vi prego, mi dica che la Deliranza in realtà non è mai esistita e me la sono solo immaginata durante un trip da LSD.
Quindi c'è il sempre valido e (quasi) sempre sottoutilizzato Aaron Eckhart e in un piccolo ruolo c’è pure Giovanni Ribisi. Giovanni Ribisi, it boy negli anni ’90, che fine aveva fatto? Boh. Ah sì, aveva avuto una piccola parte in Avatar, ma pure quello come la Deliranza desidererei cancellarlo dalla memoria.
E poi, have you heard? C’è Amber Heard. Compare in maniera molto misteriosa come una sirena e altrettanto misteriosamente a un certo punto sparisce dalla scena. È lei il vero motore della vicenda, se in questo film c’è una vicenda principale. Peccato sia sfruttata davvero poco, troppo poco.

Anche il rum tanto sbandierato nel titolo, non è che giochi poi tutto questo ruolo centrale. Il film si adagia su ritmi sonnacchiosi, in perfetto stile Porto Rico poco fico e con poca musica, zero ritmo, finendo paradossalmente per essere una pellicola fredda invece che caliente come ci si poteva aspettare dall’ambientazione o come l’ingannevole trailer lascerebbe supporre. Per respirare di più l’odore del sesso (come direbbe Figabue Ligabue) e i ritmi latinoamericani, vi consiglio allora Chico & Rita, che pur essendo una pellicola d’animazione è molto più hot e sexy di questo rum on the rocks.
Vediamo Johnny Depp bere in più di un’occasione, eppure non sentiamo mai l’odore dell’alcool. Come effetto alcolico, The Rum Diary non provoca l’eccitazione di quando si comincia a bere. Provoca piuttosto l’intontimento delle ore successive, e verso la fine pure un cerchio alla testa da hangover. Un film con i ritmi da pennichella pomeridiana, anziché da venerdì sera alcolico. Più che di rum, un film che sa di birra. Birra analcolica.
(voto 5,5/10)

martedì 9 agosto 2011

L'ora di The Hour

Cos’è The Hour?
The Hour è una nuova miniserie britannica in 6 episodi ambientata nel mondo del giornalismo anni ’50.
Aspetta, sarà mica una variante di Mad Men british e ambientata giusto qualche anno prima e con il giornalismo al posto della pubblicità?
Pressappoco sì. Ma comunque fin dalla prima parte sembra possedere una sua specificità, sarà per quel gusto tutto britannico.
Quindi perché dovrei vederlo?
Perché Mad Men fino al 2012 non ritorna con i nuovi episodi e quindi è un ottimo modo per fare comunque un salutare salto indietro nel tempo all’insegna della tv di qualità. E poi perché, almeno a livello personale, trovo sempre molto interessante una storia che affronta il tema della libertà di stampa (sia su carta che in televisione, con un programma intitolato appunto The Hour) e di informazione. Argomento più che mai attuale e un problema di cui, soprattutto in Italia, abbiamo una diapositiva impietosa.
Inoltre è una serie molto ben recitata, ma d’altra parte quando ci si trova di fronte a una produzione UK è difficile non sia così.
Ok, mi hai convinto a concedergli un po’ del mio tempo prezioso. Adesso ti saluto, Cannibal K… hey, ma tu sei me?
O io sono te?
No, io sono te.
Sì, ma se tu sei me, allora io sono te.
Eh, ma non è mica detto.
Quello che è sicuro è che sto impazzendo.
Mi sa che hai bisogno di una vacanza…
Sì. E anche tu, mi sa.
Infatti adesso ci vado.
Ah sì? Forse dovresti andare a quel paese, invece.
Ma vacci tu.
No tu.
Nooo, tu.
Ok, ci sono andato a quel paese: è un posto davvero affollato. Non si riesce nemmeno a trovare un posto in cui piazzarsi con l’asciugamano…

The Hour
(miniserie UK in 6 episodi)
Rete britannica: BBC Two
Rete italiana: non ancora pervenuta
Creata da: Abi Morgan
Cast: Ben Whishaw, Romola Garai, Dominic West, Burn Gorman, Vanessa Kirby, Jamie Parker
Se ti piace guarda anche: Mad Men, Mildred Pierce, Red Riding, Episodes
(voto 7,5)

martedì 14 dicembre 2010

Man of the year 2010 - n. 10 Enrico Mentana

Enrico Mentana
Genere: mitraglia
Provenienza: Milano, Italia
Età: 55
Nel 2010: direttore del nuovo TG di La7
Nel 2011: ha l’obiettivo di condurre TUTTE le sere il TG di La7
Perché è in classifica: è l’ultimo giornalista tv rimasto in Italia

Sembra di stare in “28 giorni dopo”, “The Walking Dead” o più che altro ne “L’alba dei morti dementi”. Rimpiazzato a “Matrix” da un manichino, Enrico Mentana si deve essere svegliato un giorno ed essersi sentito così, circondato da giornalisti zombie che vagavano in giro per l’etere televisivo alla ricerca disperata di carne da azzannare, di cronache nere più o meno vere, di omicidi di giovani vergini in fiore. Ha acceso la tv e si è reso conto della studioapertizzazione del mondo giornalistico (giornalistico?) italiano. Prima notizia: piove. Seconda notizia: efferato omicidio con una motosega più stupro post-mortem e il cadavere è stato sciolto nell'acido, ma continuate a mangiare tranquilli. Terza notizia: un servizio presa in giro sugli scandali di Carlà Bruni (ma quelli molto più clamorosi di Berlusconi, visto che siamo in Italia e non in Francia, niente?). Quarta notizia: eccola, la politica, tutto va bene e il Governo è ok. Quinta notizia: il Papa è un ganzo. Sesta e settima notizia: parliamo di animali, chi non ama gli animali? prendiamo qualche video scemo da YouTube e mettiamoci pure dentro qualche bambino che fa cose stupide. Ultima notizia: si parla di scienza & salute, ah belli qua si fa cultura, ed ecco a voi un servizio sulle donne che si rifanno il seno. Via con una carrellata di tette & culi. Notizia dell'ultima ora: Michelle Hunziker vittima di uno stalker. Ah, e fuori piove.

Al ché Enrico Mentana che non è né un eroe né un genio, ma semplicemente un giornalista, ha avuto l’idea di fare un vero telegiornale che cerca di raccontare la realtà vera, non quella minzolinianamente modificata. Parla un sacco di politica, forse persino troppo, e cerca di farlo nella maniera più imparziale possibile, non sciacalla sui fatti di cronaca, non fa vedere neanche una tetta (e questo forse è l’unico limite del suo tg LOL). È solo un giornalista, un opportunista come lui stesso ammette che colma un vuoto clamoroso, ma in mezzo a un branco di famelici zombie dell’informazione fa la figura dell’eroe.

giovedì 25 marzo 2010

Libertà per una notte

Una volta si diceva “Re per una notte”. Adesso che tra Berlusconi ed Emanuele Filiberto vari tutte le notti in Italia sono per i re, questa sera una notte va al popolo, va alla libertà di informazione, alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero.

“Rai per una notte” allora, perché per una notte ci sarà un servizio pubblico che la Rai nell’ultimo mese si è dimenticata di svolgere. Insieme a Santoro ci saranno interventi di Daniele Luttazzi, Morgan, Roberto Benigni, il Trio Medusa, Sabina Guzzanti, Giovanni Floris, Marco Travaglio naturalmente e molti altri. Interessante notare come non dovrebbe esserci la partecipazione di alcun politico. Dimostrazione sconfortante di come a NESSUNO di quelli lì al potere freghi NULLA della libertà. Nell’accezione del termine A.B. (Avanti Berlusconi)

Siete liberi di seguire il programma qui, o sul sito Rai per una notte, sul satellite, sulle tv locali, in piazza o insomma dove diavolo vi pare. Naturalmente siete anche liberi di non vederlo.
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