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lunedì 9 febbraio 2026

Hamnet: essere o non essere un film da Oscar, questo è il dilemma





Hamnet - Nel nome del figlio

Hanno fatto un nuovo film su William Shakespeare e il mio pensiero è corso subito a Shakespeare in Love. Quando l'ho visto avrò avuto 16 o 17 anni, allora non ne capivo granché di Cinema - non che ne capisca nemmeno tutt'oggi - ma mi sono domandato a lungo come un film del genere, per carità anche carino e meno noioso di quanto mi aspettassi, potesse essere tanto acclamato.

martedì 26 gennaio 2016

Un Crispy Macbeth con una Coca-Noia grande e un MilkShakespeare piccolo





Macbeth
(UK, Francia, USA 2015)
Regia: Justin Kurzel
Sceneggiatura: Jacob Koskoff, Michael Lesslie, Todd Louiso
Tratto dall'opera teatrale di: William Shakespeare
Cast: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Sean Harris, Paddy Considine, David Thewlis, Elizabeth Debicki
Genere: tragico
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Guardando il film Macbeth, che riprende con estrema fedeltà i dialoghi scritti da Shakespeare nel 1600, ogni volta che qualche personaggio apre bocca, mi è venuta voglia di gridare: “Ma parla come mangi!”.
Non è certo la prima volta che al cinema si sentono le parole del Bardo riprese pari pari. Nel caso di Romeo + Juliet di Baz Luhrmann i vecchi dialoghi trasportati in un contesto moderno, o meglio post-moderno, creavano però uno splendido effetto straniante. Discorso simile per il curioso, seppure non altrettanto riuscito, adattamento di Joss Whedon di Molto rumore per nulla.

martedì 17 febbraio 2015

ROMEO&JULIET, LA NUOVA (SI FA PER DIRE) VERSIONE





Romeo&Juliet
(UK, Italia, Svizzera 2013)
Titolo originale: Romeo & Juliet
Regia: Carlo Carlei
Sceneggiatura: Julian Fellowes
Ispirato a: Romeo e Giulietta di William Shakespeare
Cast: Douglas Booth, Hailee Steinfield, Damian Lewis, Natasha McElhone, Stellan Skarsgård, Paul Giamatti, Kodi Smit-McPhee, Ed Westwick, Lesley Manville, Tom Wisdom, Nathalie Rapti Gomez, Christian Cooke, Laura Morante
Genere: tragico
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I drammi shakespeariani ispirano sempre delle domande. Non mi riferisco in questo caso a quesiti esistenziali come “Essere o non essere?”. L'ultimo adattamento di Romeo & Giulietta mi ha portato alla mente un'altra domanda. No, nemmeno “Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?” e a dirla tutta le domande sono due.

martedì 11 marzo 2014

MOLTO RUMORE PER NULLA, SHAKESPEARE AI TEMPI DI JOSS WHEDON




Molto rumore per nulla
(USA 2012)
Titolo originale: Much Ado About Nothing
Regia: Joss Whedon
Sceneggiatura: Joss Whedon
Tratto dall’opera teatrale: Molto rumore per nulla di William Shakespeare
Cast: Amy Acker, Alexis Denisof, Clark Gregg, Reed Diamond, Fran Kranz, Sean Maher, Riki Lindhome, Spencer Treat Clark, Nathan Fillion, Tom Lenk, Jillian Morgese, Ashley Johnson
Genere: whedonshakespeariano
Se ti piace guarda anche: Romeo + Giulietta, Coriolanus, 10 cose che odio di te

C’è gente, un sacco di gente soprattutto nei paesi anglosassoni, cresciuta con le opere di William Shakespeare e poi c’è gente, un pochino meno gente, cresciuta con le opere di Joss Whedon. Io faccio parte della seconda categoria. Un pochino sono cresciuto pure io con il Bardo, ma soprattutto con Whedon, paparino di Buffy – L’ammazzavampiri. Non potevo allora proprio perdermi la pellicola Molto rumore per nulla, in cui i due talenti creativi di epoche differenti si sono congiunti in un lavoro solo.

"Oh Romeo, perché sei tu Romeo?
Ah no, scusa, ho sbagliato opera shakespeariana..."
Cosa c’è di Shakespeare nel film Molto rumore per nulla?
Molto.
La trama è la stessa e anche i dialoghi sono gli stessi dell’opera originale scritta dall'autore di fortunate hit mondiali come Romeo e Giulietta e Amleto. A cambiare è l’ambientazione, contemporanea. Nonostante questo, gli attori parlano nell’inglese shakespeariano e ciò all’inizio crea un effetto straniante, però tempo pochi minuti e ci si fa l’abitudine e soprattutto l’orecchio, un po’ come accade anche con il Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann. Laddove quest’ultimo è una rivisitazione in chiave pop pulp anni ’90 del super classico del Bardo, Much Ado About Nothing mantiene un’impronta più classica, più teatrale, aderente allo stile shakespeariano riportato però in ambienti e costumi moderni. Dimenticate allora gli eccessi bazluhrmanniani, così come potete dimenticare anche il Joss Whedon di The Avengers. Scordatevelo del tutto, quello.

Joss Whedon gira qui usando un bianco e nero sopraffino, avvolgendo il tutto con musiche da lui stesso incise, riarrangiando persino un paio di canzoni composte dallo stesso Shakespeare per l’opera teatrale originale. Il suo è un vero e proprio omaggio al vecchio Will, talmente appassionato che riesce persino a evitare le accuse di manierismo o di mero esercizio di stile che all’inizio pure potrebbero venire in mente. Nonostante una cura formale splendida, la realizzazione è così genuina e casereccia (ma non amatoriale), che il testo di Shakespeare prende vita sotto una forma nuova, molto sincera.

"Era ora che mi davi una parte da protagonista, dannato Whedon!"
È evidente la distanza dai suoi lavori più celebri, Buffy, Angel, The Avengers, Agents of S.H.I.E.L.D. (di cui è co-creatore), Quella casa nel bosco (di cui era co-sceneggiatore), così come da quelli più di nicchia, come la sci-fi di Firefly, Serenity e Dollhouse, o il geniale esperimento di web-serie musical comedy horror Dr. Horrible’s Sing-Along Blog. Allo stesso tempo, i fan capiranno subito di sentirsi dentro a un’opera di Joss Whedon. La ragione? Soprattutto la scelta del cast.
Manca giusto Sarah Michelle Gellar, per il resto i pupilli dell’autore ci sono tutti: i protagonisti principali sono una sontuosa Amy Acker, attrice affascinantissima e sottovalutatissima che lavorissima soprattutto in tv e nelle produzioni whedoniane, e che qui alle prese con la scanzonata femminista Beatrice offre un autentico saggio di bravura. Al suo fianco si ritrova Alexis Denisof (Wesley nella serie Angel), meno bravo della collega eppure capace di rendere degnamente il divertente personaggio dello scapolone Benedetto. Intorno ai loro esilaranti battibecchi e alle loro scaramucce d’amore ruota la comedy di Shakespeare, e intorno a loro gira anche tutta una serie di personaggi molto ben delineati, interpretati da altri vari volti whedoniani come Tom Lenk (Andrew di Buffy), Fran Kranz (visto in Dollhouse e Quella casa nel bosco), Clark Gregg (quello di Agents of S.H.I.E.L.D.) e uno spassoso Nathan Fillion (quello della serie Castle, oltre che il protagonista di Firefly).

"Manco solo Buffy. Ma perché nessuno l'ha chiamata?"
"Troppo manesca, quella cattivona!"

In pratica è come trovarsi allo stesso tempo dentro un’opera whedon e non-whedon: sai che è un suo film, ma c’è qualcosa di diverso dal solito. Contemporaneamente, è come essere in un’opera teatrale di Shakespeare, ma con qualcosa di differente dal consueto. È il classico piccolo gioiellino prezioso, un film strano che a suo modo riesce a farsi amare. Ha incassato circa un millesimo rispetto al super successo The Avengers, un film cui l’espressione Molto rumore per nulla calza a pennello, ma vale mille volte tanto.
(voto 7+/10)

P.S. Il film non è previsto in uscita nei cinema italiani, ma si trova in rete sottotitolato.

venerdì 24 maggio 2013

ROMEO + ULIEEEEEEETTA




Romeo + Giulietta
(USA 1996)
Titolo originale: Romeo + Juliet
Regia: Baz Luhrmann
Sceneggiatura: Baz Luhrmann, Craig Pearce
Tratto dall’opera teatrale: Romeo e Giulietta di William Shakespeare
Cast: Leonardo DiCaprio, Claire Danes, John Leguizamo, Harold Perrineau, Paul Rudd, Miriam Margolyes, Pete Postlethwaite, Paul Sorvino, Jesse Bradford, Brian Dennehy, M. Emmet Walsh, Jamie Kennedy, Dash Mihok
Genere: romantico
Se ti piace guarda anche: Moulin Rouge!, 10 cose che odio di te

Nella bella Verona Beach, dove noi collochiam la nostra scena, Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann è stata una bella botta di bucio de culo per l’istruzione anglosassone.
Come render cool il Bardo per le nuove generazioni?
Impresa mica facile, possiam dire. Qui da noi per far diventar figo I promessi sposi, il massimo a cui potrebbe pensare il nostro ministero dell’istruzione sarebbe una versione riscritta da Moccia, ambientata a Roma anziché su quel ramo del lago di Como e con protagonisti Matteo Branciamore + Alessandra Mastronardi.
A William Shakespeare per fortuna è andata meglio. Grazie alla rilettura postmoderna, pulp, ultra-pop e allo stesso tempo fedele nei dialoghi al testo originale, il Bardo a metà anni ’90 era diventato lo sceneggiatore più popolare di Hollywood, se escludiamo Quentin Tarantino. Dopo il Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann, hanno cominciato a proliferare le revisioni in chiave moderna + postmoderna delle sue opere, come la piacevole teen comedy 10 cose che odio di te ispirata a La bisbetica domata, il trascurabile O come Otello o il non troppo riuscito Hamlet 2000.
Da lì in poi tutti a dire quanto Shakespeare fosse attuale, al passo coi tempi eccetera, e insomma nessuno lo mette in dubbio, bravo Shakespeare, bravo, clap clap. Grande parte del merito è però di Baz Luhrmann, capace di svecchiare le ambientazioni classiche e l’impostazione teatrale con cui erano state fino a quel momento portate nei cinema, in tv e a teatro le sue opere, per proporre il celebre drammone romantico Romeo + Juliet in una confezione nuova. Una confezione sfavillante + scintillante.

"Baci come un Dio."
"E tu come fai a saperlo?"
"Cosa credi vada a fare tutte le domeniche, in chiesa?"
Come appare, rivisto oggi, codesto Romeo + Giulietta?
È ancora moderno. Postmoderno. Un film postmoderno d’altra parte può apparire antico o postantico? Una storia del genere, poi, potrà mai invecchiare?
Romeo + Giulietta, a oltre 400 anni dalla sua composizione, ancora oggi non è una storia d’amore, è LA storia d’amore. Perché? Cosa la rende così eterna? Forse il fatto che ogni volta che la vediamo rappresentata, ogni singola volta, speriamo che il destino dei due sfortunati protagonisti cambi. Anche se sappiamo già come andrà a finire, anche se la tragica conclusione ci viene ricordata fin dall’inizio, ogni singola volta speriamo che il finale sia differente. Speriamo che il messaggio del prete arrivi a destinazione a Romeo. Ma vi volete muovere, maledette Poste Italiane?
E allo stesso tempo speriamo che quella stordita di Giulietta si ridesti dal suo sonno di bellezza un secondo prima, in modo da fermare Romeo in tempo, impedirgli di bersi il veleno e spararsi al suo posto uno shottino rhum + pera. Invece ogni volta va a finire così, come già sapevamo, come già sappiamo ma non vogliamo rassegnarci ad accettar simil sciagurato destino. E lo guardiamo un’altra volta ancora e ci crediamo, ci crediamo sempre che la fine possa cambiare, che ci possa essere un happy ending per quanto odiamo gli happy ending. Però niente cambia. Ogni volta fa male come la prima ed è questo il potere delle grandi storie. Emozionare sempre e per sempre, anche se cambia il contesto, l’epoca, il modo di rappresentazione.

"Cannibal, smettila di insultare il mio amico James Cameron!"
Come ha rappresentato codesto dramma il regista australiano?
Baz Luhrmann ha girato semplicemente il migliore Romeo + Giulietta che potesse essere fatto negli anni Novanta. Ha incasellato ogni pezzo al posto giusto. Per prima cosa, un cast perfetto. Leonardo DiCaprio appare sulle note di “Talk Show Host” dei Radiohead ed entra nella leggenda cinematografica, prima ancora di salire a bordo del Titanic capitanato dallo Schettino del cinema, James Cameron. Claire Danes è bella ma non troppo, teatrale ma non troppo, shakespeariana ma non troppo, in pratica è troppo giusta per la parte. Poi c’è un grande John Leguizamo con quella faccia da cattivo Tebaldo, Miriam Margolyes che fa morir dal ridere quando urla “ULIEEEEEEEETA” e quindi uno strepitoso Harold Perrineau nei panni di un Mercuzio trans scatenato sulle note gaie di “Young Hearts Run Free”.
E qui veniamo all’altra nota lieta del film, la colonna sonora. Una delle soundtrack più ganze - mi si conceda il termine postmoderno o forse semplicemente superato - mai concepite dall’umanità, con dentro chicche di ultra romanticismo anni Novanta di Cardigans (con il tormentone “Lovefool”), Garbage, Craig Armstrong, etc., con un tocco epicità classica fornito da Mozart, Orff e Wagner, e l’aggiunta della canzone forse più bella mai sentita su dei titoli di coda cinematografici: “Exit Music (For a Film)”, composta appositamente dai Radiohead per la pellicola e poi giustamente riproposta anche sul capolavoro Ok Computer.
Evitabile giusto quella lagna di “Kissing You” di Des’ree, promosso con grande generosità a tema d’amore della pellicola, onore che per quanto mi riguarda sarebbe dovuto toccare all’irresistibile “You and Me Song” degli svedesi Wannadies.



"Grande Baz! Stilosissimo Baz! Le camicie fiorate però erano proprio necessarie?"
Arruolato un gran cast e scelta una selezione musicale adeguata, mica l’ha risolta tutta qui, la faccenda. Il Baz nostro gira il tutto utilizzando uno stile a tratti videoclipparo, ma che sa rallentare all’occorrenza, come nel drammatico finale. Quindi ci piazza pure zoommate spaghetti western alla Sergio Leone, inserisce sane dosi di violenza spettacolarizzata alla Tarantino, tiene insieme l'insieme con un montaggio clamoroso e fa esprimere i personaggi attraverso l’epicità fuori dal tempo dei dialoghi shakespeariani. Raccontato così potrebbe sembrare un calderone schizzato di ingredienti messi insieme a caso, in realtà tutto funziona per magia, quasi come se Shakespeare nel 1500 l’avesse concepito per essere rappresentato così e solo così.

Si può accusare Baz Luhrmann di non essere realista. Nemmeno Quentin Tarantino lo è. Ci sono cose che per loro funzionano diversamente. Nel mondo tarantinato ad esempio la vendetta si abbatte feroce sugli Hitler e sugli schiavisti (sorry, DiCaprio) di turno. Nel mondo di Baz Luhrmann, invece, i bambini del coro della chiesa cantano “When Doves Cry” di Prince o “Everybody’s Free” di Rozalla, il passato si mixa col presente, tutti i personaggi sono sopra le righe e l’amore è il valore assoluto. Quello mostrato dai suoi film non è il mondo reale. È il suo mondo. È il magico mondo del Cinema.
Ed ora andiamo via da questo blog, per ragionare ancora tra di noi di tutti questi tristi accadimenti. Per essi, alcuni avranno il mio perdono, altri la loro giusta punizione; ché mai post fu più doloroso di questo di Giulietta e del suo Romeo.
(voto 9/10)



martedì 20 marzo 2012

Coriolanus: Voldemort in love

"Harry Potter, piccolo nerd, prima o poi ti ammazzerò!"
Coriolanus
(UK 2011)
Regia: Ralph Fiennes
Cast: Ralph Fiennes, Gerard Butler, Vanessa Redgrave, Jessica Chastain, Lubna Azabal, Brian Cox, James Nesbitt, Ashraf Barhom
Genere: Shakespeare 2.0
Se ti piace guarda anche: Il gladiatore, The Hurt Locker, La donna che canta

Quando la sceneggiatura te l’ha scritta un certo William Shakespeare, tutto diventa più facile.
Il Bardo, o meglio il Brigitte Bardo, Bardo è infatti una garanzia. Sia per quanto riguarda le comedy che per quanto riguarda il drama. Se fosse in circolazione oggi risolverebbe i problemi di creatività di molte serie tv.
In questo caso di drama si tratta e quindi sapete già cosa aspettarvi anche perché chi, meglio di lui, sa fare il drama? Rapporti conflittuali tra genitori e figli, forti rivalità, interessanti risvolti politici, scene epiche a iosa, sete di vendetta, personaggi dalla forte personalità che portano fino alle estreme conseguenze le loro convinzioni... In Coriolanus c’è tutto questo e anche di più.

Partivo un po’ scettico nei confronti del Ralph Fiennes, qui alla sua prima prova nelle vesti di regista.
Come attore infatti mi sta proprio qua (sto indicando lo stomaco, non le palle, preciso). Ho adorato il suo Lenny Nero in Strange Days, è vero. In Schindler’s List era un bastardo con i controcoglioni, è vero. Infatti non ho detto che mi sta sulle palle. Mi sta solo sullo stomaco.
Fiennes mi risulta infatti difficile da digerire anche con un doppio giro di ammazzacaffè per via di alcuni film insopportabili come Il paziente inglese e per la sua parte di Voldemort nella saga di Harry Potter. Un cattivo davvero ridicolo, non so se per colpa sua o proprio del personaggio.
E poi come fratello si ritrova Joseph Fiennes, un altro fissato con Shakespeare, meglio se è in love. Peccato solo che sia uno degli attori più scarpe, anzi shoes, dell'intero Regno Unito.


"Li mortacci, sei più bona de er Hermione!"
In ogni caso, per questo esordio dietro la macchina da presa Ralph Fiennes si è avvalso di una troupe e di un cast eccelsi, dal direttore della fotografia di The Hurt Locker, con cui questo Coriolanus condivide un crudo realismo bellico, a una serie di attori che definir notevoli è far poco.
Come personaggi minori si è preso un ottimo Brian Cox e una ancor più ottima Lubna Azabal, già intensa protagonista de La donna che canta in versione sindacalista guerriera. Come la Camusso?
No, ho detto guerriera.
Come rivale del suo Coriolanus si è quindi preso Gerard Butler, non convincente al 100 per 100, invero.
Come moglie del suo Coriolanus, mica scemo il Fiennes, s’è preso Jessica Chastain. Come al solito perfetta e che continua a non sbagliare una pellicola. È vero che la sua carriera è fatta di un numero ancora esiguo di titoli, ma tutti oscillano tra l'almeno sufficiente e il capolavoro. Se vogliamo trovare un difetto a questo film, va detto che c’è troppo poca Jessica Chastain. Però oh, la sceneggiatura l’ha fatta 'sto Shakespeare, quindi non è che si potesse ampliare di più la sua parte. Chissà, se ai tempi il Bardo avesse saputo che in futuro la moglie di Coriolanus sarebbe stata interpretata da Jessica Chastain, magari avrebbe regalato al personaggio qualche battuta in più. Comunque…
Come madre del suo Coriolanus, Fiennes si è quindi accaparrato Vanessa Redgrave. Nonostante la presenza della Chastain, la migliore del lotto in questo lotto, va detto, è la Redgrave. Davvero impressionante la sua prova.
Bravino, sebbene con qualche momento enfatico di troppo, pure lo stesso Ralph Fiennes, che per sé si è ritagliato solo la parte del... protagonista assoluto. Per l’occasione, l’attore ora anche regista ha sfoggiato un duplice look: quello da pelato bastardo stile Voldemort e poi quello da capellone alla Gesù Cristo, ma per lo più sfoggia il primo, meglio se con la capa insanguinata.

Se tutto, o quasi, va per il meglio in questo suo esordio da regista, Ralph Fiennes lo deve soprattutto al Bardo. La scelta compiuta è stata quella di attualizzare il suo Coriolano in un contesto contemporaneo, ma mantenendo i dialoghi shakespeariani in maniera del tutto fedele. La vicenda viene dunque spostata nella Roma attuale. O meglio, in una Roma attuale che non corrisponde alla vera Roma alemanniana del presente.
Più che altro, è una versione di oggi di Roma se fosse ancora a capo del Sacro Romano Impero. Cosa che, per quanto le mie conoscenze storiche possano essere approssimative, non credo sia più da parecchio, parecchio tempo. È una Roma strana, quindi. Una Roma straniante, li mortacci der Fiennes. Ma è anche una Roma molto shakespeariana e per questo affascinante. Charming.

I dialoghi sono ripresi pari pari e pure la storia è la stessa concepita dallo Shakespeare: Caio Marzio si batte valorosamente in guerra e diventa un eroe cittadino mejo der Totti de’ na vorta, quello dello scudetto 2000-2001. È talmente decisivo nello sconfiggere l’esercito dei Volsci capitanato non da Paolo Di Canio, bensì dall’ex spartano Gerard Butler, che dopo la battaglia nella città di Corioli gli viene affibbiato il soprannome di Coriolano. Non il massimo, ma sempre meglio di Pupone…
Da lì, il passo dall’esercito alla politica è breve. Per Caio Marzio, intendo. Non per Totti. Non ancora, almeno, anche se per il futuro non lo escluderei del tutto. Dopo tutto, potrà mica far peggio der Trota?
L’aspetto più interessante del personaggio di Caio Marzio è che, pur essendo uno stronzone di prima categoria, non è un lecchino. Non è un ruffiano che per piacere al popolo decide di mentire o fare il piacione. Non si comporta in pratica come il classico politico nella Roma de oggi, porcoddue!
È un personaggio crudele, spietato, fortemente negativo eppure ricco di sfumature, di quelli che solo i grandi autori, per quanto prendendo ispirazione dal Caio Marzio realmente esistito, riescono a sfornare e a rendere con tanta forza. Yo, it’s Shakespeare, bitches.
La sua incapacità a piegarsi ai bisogni e ai voleri della politica porterà quindi Coriolanus a uno scontro sia con il popolo che con la propria famiglia, ma adesso mi sono rotto di parlare della trama e poi non è che vi devo stare a raccontare tutta la storia. Guardatevi il film o recuperatevi le parole del Bardo.

Ok, questa scena forse è più stalloniana che shakespeariana...
Storia, dialoghi e personaggi, come visto, sono davvero notevoli. La fedeltà di Fiennes a Shakespeare è apprezzabile e contemporaneamente è anche il limite maggiore della sua opera prima.
Lo sceneggiatore chiamato ad adattare il Bardo per questo film è John Logan, già dietro gli script de Il gladiatore, The Aviator, Hugo Cabret, Ogni maledetta domenica e un sacco di altri film, alcuni più riusciti altri meno, ma comunque tutti sempre piuttosto classici, tradizionali e impeccabili. Sarà per l’enorme mole di lavoro che si ritrova (5 sceneggiature tra le mani nel 2011, 2 previste nel 2012), ma il Logan qua ha fatto il suo compitino per portarsi a casa lo stipendio e nulla più.
Ha pensato, senza nemmeno avere tutti i torti, di sfangarsela facendo un semplice copia e incolla da Shakespeare, cercando di attualizzarlo giusto un minimo. Il suo lavoro di adattamento sarebbe potuto essere fatto in maniera parecchio più accurata. Ad esempio si poteva cercare di rendere il meccanismo politico più vicino a quello attuale, visto che Caio Marzio passa dall’essere eletto console all’essere bandito dalla città, entrambe le volte a furor di popolo, nel giro di appena un’ora. Si poteva giocare di più anche con i meccanismi televisivi, considerato come una delle scene più intense veda Caio Marzio partecipare proprio a un talk-show. Si poteva magari inserirlo nel contesto di un reality-show… Ehm, no. Questo meglio di no.
Si poteva creare, volendo, anche una cornice più pop, come fatto in maniera strabiliante da Baz Luhrmann con il suo Romeo + Juliet. Forse era chiedere troppo però, volendo proporre un Coriolano moderno, allora tanto valeva renderlo ancora più attuale e contemporeaneo. E chissà che non nasca, tra questo film, il Cesare deve morire dei Taviani e il pessimo Anonymous, un nuovo revival cinematografico del Bardo come negli anni '90...
Comunque va bene così. Ralph Fiennes non possiede ancora uno sguardo del tutto personale ma se non altro, per essere alla sua opera prima, se la cava più che dignitosamente.
Anche se, certo, se alle spalle hai un testo di tale livello firmato da un certo Shakespeare, tutto diventa più facile…
(voto 7-/10)

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