Serie del mese
Long Story Short
(stagione 1)
Si può vedere su: Netflix
Consigliata in particolare a: chi cerca una serie comedy che però lo intristisca
Long Story Short è la nuova serie animata creata da Raphael Bob-Waksberg e quindi il confronto con la sua precedente creatura, la giustamente osannata BoJack Horseman, è inevitabile. Per farla breve, Long Story Short possiede un simile spirito. Fondamentalmente è una comedy ricca di umorismo, eppure allo stesso tempo ti lascia addosso con una certa amarezza e tristezza esistenziale di fondo. Vi ricorda qualcosa?
Ho sentito diversa gente dire che è stata conquistata da BoJack Horseman non subito, ma poco a poco. A me invece è scattato subito il colpo di fulmine. Già a partire dalla sua favolosa sigla ho capito che mi avrebbe segnato profondamente. Il primo episodio di Long Story Short invece mi ha lasciato un po' freddino e mi sono preoccupato. Per fortuna che dal secondo ho cominciato a immergermi del tutto in questa nuova serie e a dimenticare di fare (troppi) paragoni con BoJack.
Al di là di un simile spirito, questa è tutta un'altra storia, tutta un'altra serie. Una che avrei visto bene nella programmazione anni '90 di MTV, magari trasmessa dopo Daria. Questa volta non sono presenti personaggi animali antropomorfi, ma umani umani, più per la precisione vengono narrate le vicende molto umane di una famiglia ebrea composta dai due genitori e dai tre figli. L'educazione ebraica con cui sono cresciuti gli Schwooper è una componente importante, più per dire di quanto sia stata la cultura cattolica con cui mio malgrado sono cresciuto io, e viene affrontata in una maniera leggera e ironica che mi ha ricordato quanto fatto di recente da un altro show Netflix, Nobody Wants This.
L'altro elemento principale che caratterizza questa epopea famigliare è quello temporale. Ogni episodio è ambientato in anni differenti e la narrazione non è lineare. Si va avanti e indietro, i personaggi sono vecchi e poi giovani e poi un po' meno giovani e poi un po' più vecchi, si ride e ci si commuove, ci si ricorda di quanto era unico BoJack Horseman e si realizza che anche questa Long Story Short a suo modo è unica. Ok, adesso la smetto di usare la parola "Unica", che se no a qualcune viene in mente un'altra serie Netflix, quella con Ilary Blasi, e non mi sembra il caso.
C'è da notare che la qualità degli episodi è leggermente discontinua, ma almeno la metà dei 10 presenti in questa prima (e spero non unica... mannaggia, ho usato un'altra volta questa parola!) è davvero notevole e, personalmente, i miei preferiti sono i due con protagonista l'eccentrico figlio minore Yoshi (il terzo e il quinto).
Verdetto finale? BoJack Horseman occupa e occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore, è inevitabile, ma a partire da adesso dovrò lasciargli un piccolo spazio anche per Long Story Short.
(voto 8/10)
Le altre serie
Mercoledì
(stagione 2 - parte 1, episodi 1-4)
Si può vedere su: Netflix
Consigliata in particolare a: chi va in giro con la t-shirt dei The Cure, ma poi ha Taylor Swift nelle cuffiette
"It's Wednesday, I'm in love", cantavano i The Cure in una loro celebre canzone...
Non è vero? Robert Smith non diceva esattamente così?
Va beh, pazienza, per rimanere in tema di cose dark ma dal sapore pop, parliamo della prima parte della seconda stagione di Wednesday, anche nota dalle nostre parti come Mercoledì, in attesa che Netflix distribuisca pure la seconda parte, in arrivo il 3 settembre e in cui è prevista pure un'apparizione di Lady Gaga.
Diciamo subito che il presunto salto di qualità che ci sarebbe dovuto essere, a tutti gli effetti non c'è stato. Lo spunto geniale iniziale è stato quello di dare una serie tutta sua al personaggio migliore della famiglia Addams e la botta di culo clamorosa è stata trovare una giovane attrice nata per interpretarla.
L'impressione data dalla prima stagione, e almeno per il momento anche dalla seconda, è però quella di una serie che non è ancora riuscita ad esprimere in pieno tutto il suo potenziale. Nei nuovi episodi ci sono comunque da notare alcuni cambiamenti, in particolare nel personaggio di Mercoledì, sempre più una detective in erba alle prese con un assassino stalker che la perseguita e anche con la fama che gli eventi della prima stagione le hanno provocato all'interno della Nevermore Academy. Come la prende di essere diventata inaspettatamente popolare?
All'incirca con lo stesso entusiasmo di Kurt Cobain dopo il successo di "Smells Like Teen Spirit".
Enid che in questa stagione rischia però di essere oscurata come comprimaria di Mercoledì dalla new entry Agnes DeMille (Evie Templeton), che per essere un tipa invisibile riesce a farsi notare parecchio.
Un'altra novità è la maggiore presenza degli altri membri della famiglia Addams, in particolare suo fratello Pugsley e i suoi genitori Gomez e Morticia, più l'immancabile maggiordomo/autista/tuttofare Lurch, che però per ora non sembrano sfruttati al meglio.
In particolare mi convince poco Catherine Zeta-Jones, incapace di reggere il confronto con Anjelica Huston. Sarà che è persino troppo tradizionalmente bella per il personaggio. O sarà che si è fatta troppi lifting. Intendiamoci, Demi Moore ad esempio è perfetta in un film come The Substance, in cui interpreta una star in declino ossessionata dall'apparire giovane. Morticia Addams invece, per quanto curi il suo aspetto, non sembra per niente una che si fa condizionare da ciò che pensa la società su come dovrebbe apparire una donna della sua età e quindi vederla in una versione così tanto botox cozza secondo me con il suo personaggio.
L'aspetto che mi convince di meno comunque è un altro. Dalle dichiarazioni della vigilia, mi aspettavo una stagione più dark, più horror, più matura. Così non è. Mercoledì fondamentalmente resta sempre una visione per tutta la famiglia e per adolescenti, che non spinge mai troppo sul suo versante più inquietante. Si prenda il terzo episodio, quello ambientato al campeggio, quasi una rilettura di quanto accade nel film La famiglia Addams 2, un classico di Italia 1 da vedere con la famiglia riunita al gran completo.
O si veda la scena in cui Mercoledì ritrova il villain Tyler Galpin rinchiuso in manicomio. Nelle intenzioni vorrebbe forse essere tesa come gli incontri di Clarice Starling con Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Nella realtà finisce per essere giusto un pretesto per dare in pasto agli ormoni delle teenager Hunter Doohan a torso nudo.
Mercoledì resta comunque sempre una serie gradevole, soprattutto per il solito humour nero della protagonista. Pure troppo gradevole. Quand'è che diventerà davvero dark, davvero horror?
Lo scopriremo (forse) a settembre.
(voto 6/10)
Dexter: Resurrection
(stagione 1, episodi 1-8)
Si può vedere su: Paramount+
Consigliata in particolare a: chi crede nella Giustizia, ma a modo tutto suo
Dexter per me è un po' una comfort series. Una visione rassicurante. Lo so che fa strano dirlo, visto che si tratta pur sempre di una serie con protagonista un serial killer, eppure così è. Mercoledì Addams credo sia d'accordo con me. Il fatto è che Dexter Morgan è rassicurante perché c'è sempre, è eterno, immortale. Come un villain degli horror. Ci hanno provato a farlo morire nella precedente Dexter: New Blood, ma niente, non c'è niente da fare.
L'amichevole serial killer di quartiere è letteralmente risorto nella nuova serie Dexter: Resurrection, che poi in fin dei conti può essere considerata la decima stagione della serie originale. Dopo la lunga permanenza a Miami e la breve parentesi da montanaro, questa volta il nostro Dexter Morgan si è trasferito a New York City per riallacciare i rapporti con il figlio, dopo che quest'ultimo ha cercato (invano) di farlo fuori, e ancora una volta si troverà a dare la caccia ai cattivi a modo suo. Come un supereroe. E se allora Dexter, anziché un villain, fosse un eroe?
Proprio come la maggior parte dei cinecomics, anche questa nuova serie su Dexter che vanta nuovi ingressi di prestigio nel cast (Peter Dinklage, Krysten Ritter, Neil Patrick Harris, David Dastmalchian e una purtroppo sprecata Uma Thurman) non è che sia proprio necessaria e a ben vedere è una ripetizione di quanto già proposto in passato, giusto con una nuova location e dei nuovi cattivoni da affrontare.
Lo so che il gioco è bello finché dura poco, però non ci posso fare niente, a me rivederlo in azione anziché inquietare rassicura. So anche che non è questo l'effetto che dovrebbe suscitare una serie su un serial killer, solo che, come ho detto in apertura, Dexter per me è una comfort series e, nonostante continui ad ammazzare gente impunito in ogni posto in cui va, non riesco proprio a volergli male.
(voto 6/10)
The Twisted Tale of Amanda Knox
(stagione 1, episodi 1-3)
Si può vedere su: Disney+
Consigliata in particolare ad: ai fan di Amanda Knox
Amanda Knox ha prodotto una miniserie su... Amanda Knox. Ma che davero?
Sì, sì, è tutto (purtroppo) vero e tra i producer del lavoro figura, non si sa bene perché, pure Monica Lewinsky. E com'è?
Ci sono serie brutte e serie che, oltre ad essere brutte, cercano anche di imporre le loro idee e la loro visione del mondo agli spettatori. The Twisted Tale of Amanda Knox rientra in questa seconda categoria. I tragici eventi riguardanti l'omicidio di Meredith Kercher avvenuto a Perugia ad Halloween del 2007 sono rivissuti attraverso il punto di vista di Amanda Knox (qui interpretata da Grace Van Patten con tanto di lenti a contatto azzurre per renderla più somigliante) e, come potete facilmente intuire, non è che sia proprio una ricostruzione obiettiva, almeno a giudicare dai primi 2 episodi visti. E quando lo sguardo si amplia su altri personaggi, come nel terzo episodio con il pubblico ministero che ha condotto le indagini, le cose non vanno certo meglio. Anzi.
In pratica si tratta non solo di uno spottone enfatico, retorico, sensazionalistico e mal recitato (in particolare dal cast nostrano, fatta eccezione per Francesco Acquaroli) a favore dell'innocenza dell'ex studentessa statunitense, ma anche di una fiaba dark in cui l'Italia è un paese popolato da brutti orchi cattivi che ce l'hanno con lei senza alcun motivo e lei è la povera vittima di turno. Poco, pochissimo spazio viene invece concesso all'unica vera vittima di quanto accaduto (oltre a Patrick Lumumba, ingiustamente accusato dell'omicidio dalla stessa Knox), ovvero Meredith Kercher.
Nonostante la narrazione sia tutta dalla parte di Amanda Knox, emergono comunque sottotraccia degli elementi che non la rendono proprio una testimone affidabile, visto che lei stessa dichiara di aver sempre avuto una grande fantasia, che non esiste una sola versione della verità, e inoltre durante la serie ha delle visioni. Un espediente per rendere la narrazione più efficace, che però le si rivolta contro. Dobbiamo davvero prendere per oro colato tutto ciò che dice una tipa visionaria che continua a cambiare versione del suo racconto e sembra uscita da una serie di David Lynch?
Se l'intento di questa miniserie era quello di riabilitare l'immagine pubblica di Amanda Knox, l'obiettivo può dirsi raggiunto solo in parte. Chi non conosce i fatti di Perugia, guardandola penserà che la Knox sia in effetti una povera americana vittima dell'ingiusto sistema giudiziario italiano cattivone (come se quello statunitense fosse perfetto), mentre per chi già li conosce non farà molta differenza e non sposterà l'opinione nei suoi confronti sia di innocentisti che di colpevolisti. Se invece l'obiettivo era quello di far rivoltare ancora una volta Meredith Kercher nella tomba, quello può dirsi centrato in pieno.
(voto 3/10)
The Pitt
(stagione 1)
Si può vedere su: Sky e NOW dal 24 settembre
Consigliata in particolare ad: aspiranti dottori e laureati in medicina presso Google
La descrizione veloce della nuova serie medical The Pitt è: E.R. - Medici in prima linea che incontra 24. Come in quest'ultima, ogni episodio è ambientato in un'ora di una giornata, quasi come se fosse "in tempo reale". Diciamo che questo è un aspetto non del tutto sfruttato a dovere, anche perché la serie è quasi interamente ambientata al chiuso, all'interno del pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Hospital, e quindi che fuori sia giorno o sera non cambia molto. Nella seconda già confermata stagione penso che si potrebbe usare meglio questa componente, magari con qualche scena ambientata all'infuori dell'ospedale, per gettare su uno sguardo sulla vita privata dei medici, degli specializzandi e degli infermieri protagonisti.
Non affrettiamo le cose. Torniamo alla prima stagione, quella che in Italia arriverà da fine settembre su Sky e NOW. Al di là della struttura temporale che richiama 24, The Pitt fondamelmente è l'erede, il degno erede, di E.R.. Non a caso tra i protagonisti c'è Noah Wyle, storico interprete del dott. John Carter che qui torna a indossare il camice nei panni del dott. Michael "Robby" Robinavitch. Che poi in realtà il camice non lo sfoggia quasi mai, preferendo coprirlo con un hoodie più casual, che lo fa apparire "uno di noi", forse per annullare la distanza tra medico e paziente.
The Pitt è un medical piuttosto tradizionale e devo ammettere che all'inizio non ho capito bene tutto l'entusiasmo che ha generato negli USA. Episodio dopo episodio mi sono però ritrovato sempre più immerso nella vita di questo frenetico pronto soccorso, fino a un crescendo impressionante con gli ultimi episodi che tengono incollati allo schermo con il fiato sospeso e regalano una tensione quasi da thriller.
Difficile spiegare perché una serie così riesca ad appassionare tanto, così come per i personaggi di The Pitt è difficile spiegare cosa li rende tanto attaccati alla loro professione, nonostante tutte le difficoltà e i sacrifici che richiede, e che nel giro di 15 episodi vengono bene rappresentate. Forse perché, per usare le parole dei Tre Allegri Ragazzi Morti, in questa serie viene messo in scena "l'incredibile spettacolo della vita, l'incredibile spettacolo della morte". O forse perché prende il meglio dai medical che l'hanno preceduto e riesce a proporlo con una formula personale e adrenalinica. L'adrenalina è così alta che, giunti al termine di questo lungo turno di 15 ore, non si vede già l'ora di iniziarne un altro.
(voto 7+/10)
The Institute
(stagione 1)
Si può vedere su: MGM+ su Prime Video
Consigliata in particolare a: quelli che preferiscono vedere ragazzini della GenZ rinchiusi e torturati in un istituto piuttosto che vederli fare balletti su TikTok
Il problema di molte delle serie tratte dalle opere di Stephen King è lo stesso. Partono bene, con uno spunto iniziale buono, a volte ottimo, poi spesso si perdono per strada. Fino a diventare delle cacchiate assolute, si veda (o meglio non si veda) Under the Dome. In parte è così anche per la nuova The Institute, che all'inizio affascina con la sua vicenda di un gruppo di ragazzini prodigio dotati di poteri telepatici e telecinetici rinchiusi loro malgrado in un istituto dove su di loro vengono compiuti inquietanti esperimenti, e che poi si dilunga un po' troppo, facendo via via scemare un poco l'interesse.
Per fortuna comunque l'interesse non sparisce del tutto, a differenza di altre opere ispirate da King la situazione non degenera troppo e la serie resta tutto sommato guardabile. Insomma: poteva andare meglio, ma poteva anche andare (molto) peggio.
(voto 5,5/10)
Cotta del mese
Aubri Ibrag (The Buccaneers)
Si può vedere su: Apple TV+
Consigliata in particolare a: chi non ce la fa più ad aspettare la nuova stagione di Bridgerton
Per tutti i fan di Bridgerton, c'è un'altra serie da non perdere: The Buccaneers. Non vanta i dialoghi e la scrittura di Shonda Rhimes e della sua Shondaland, ma in compenso offre tanti più o meno appassionanti intrighi sentimentali. Se nella prima stagione tutto o quasi girava intorno al triangolo amoroso con al centro Nan (Kristine Froseth), nella seconda non troppo convincente stagione viene regalato un maggiore spazio anche alle altre protagoniste. A brillare in particolare nei nuovi episodi è Lizzy, interpretata da Aubri Ibrag.
(voto alla seconda stagione 5,5/10)
Guilty Pleasure del mese
The Hunting Wives
(stagione 1)
Si può vedere su: Netflix, prossimamente?
Consigliata in particolare a: chi ama il trash di qualità e i soft porno lesbo
Chi è alla ricerca del nuovo Desperate Housewives, ma soprattutto di un nuovo guilty pleasure che più guilty pleasure non si può in cui alla fine di ogni episodio c'è un colpo di scena che ti costringe a guardare subito quello successivo, può smettere di cercare, perché è arrivato The Hunting Wives. È arrivato, almeno su Netflix USA, mentre in Italia non ancora.
La protagonista Sophie O'Neil (Brittany Snow) è una donna che da New York si trasferisce in Texas a seguito del marito che ha ottenuto una promozione di lavoro e si ritrova all'improvviso a vivere come una una casalinga disperata e a fare amicizia con le altri mogli benestanti della zona che hanno un passatempo particolare. Lo shopping?
No, andare a caccia con i fucili di cinghiali e altri poveri animali. Da qui il titolo The Hunting Wives. Tra loro c'è anche Margo Banks (Malin Akerman), la leader del gruppo, la Regina George della situazione che stravolgerà totalmente la sua vita.
Tra scene di sesso pruriginose e voyeuristiche, intrighi sentimentali e thriller, The Hunting Wives è una lesbo thriller drama soap opera irresistibile che mette in scena la vita segreta dei peggio rappresentanti dell'America trumpiana di oggi. Questo se proprio le volete dare una lettura politica. Altrimenti prendetela semplicemente come una visione perfetta per mettere in pausa per un po' il cervello. Se invece volete staccarlo del tutto e metterlo in ibernazione, per quello c'è sempre Temptation Island.
(voto 6,5/10)
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