Cast: Elijah Wood, Sasha Grey, Neil Maskell, Nacho Vigalondo
Genere: aperto
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Oggi è la mia prima volta. La prima volta che guardo un film con Sasha Grey.
Un film con Sasha Grey non porno, precisiamo.
L'ex pornostar si è ritirata dall'ambiente a luci rosse nel 2011, nel corso di una giornata in cui in tutti i paesi del mondo è stato proclamato il lutto nazionale, e da tempo si è dedicata ad altre attività oltre a quella di succhiare piselli e prenderselo nel didietro, come fare la DJ, la scrittrice e pure l'attrice “seria”. Che poi quest'ultima definizione sarebbe tutta da discutere. Per me è d esempio molto più seria come attrice Christy Mack che non Angelina Jolie, ma lasciamo perdere le polemiche.
Non l'ho mai sentita suonare, però sulla fiducia è la mia DJ preferita di tutti i tempi.
Cast: Elijah Wood, Kerry Bishé, Allen Leech, Tamsin Egerton, Don McManus, Alex Winter, Jim Arnold, John Cusack
Genere: thrillerino
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Elijah Wood ha un rapporto privilegiato con la Spagna, non so bene perché. Quando pensi a lui, ti viene in mente la Terra di Mezzo, o qualunque altro posto esistente nella realtà o meno, fuorché la Spagna. Eppure Frodo, volevo dire Elijah non è nuovo alle scorrazzate sulla penisola iberica. Qualche anno fa era stato protagonista del piacevole thrillerino Oxford Murders – Teorema di un delitto di Álex de la Iglesia e speravo che questa sua nuova avventura española fosse sugli stessi livelli, e invece… no.
Il ricatto non è inguardabile, la sua visione scivola via senza troppi traumi, il problema principale è la sua notevole incontinenza inconsistenza. Finito di vederlo, ti chiedi: “Cosa ho fatto nell’ultima oretta e mezza scarsa di vita?”
Poi ti ricordi di aver visto un film: “Sì, ma quale film?”
Il ricatto è insomma la classica pellicola dimenticabile. Hey, di cos’è che stavo parlando?
Ah già, della Spagna. Io non ho un rapporto privilegiato con la Spagna quanto Elijah Wood, mi piace più che altro come luogo di villeggiatura. Se dovete andare in un posto in vacanza, è una meta che non delude mai. Per il resto invece non è che sia un grande amante della cultura spagnola... comunque, vi stavo anche parlando di un film con Frodo, mi pare, com’è che si chiamava?
Boh, aveva a che fare con un pianista, forse?
Mmm…
Grand Piano! Ecco come si chiamava, adesso ricordo! In Italia il titolo è diventato Il ricatto, il classico ancor più dimenticabile titolo da dimenticabile thrillerino medio.
Come molti altri dimenticabili thrillerini medi, lo spunto di partenza non è nemmeno malvagio. Elijah Wood è un pianista classico. Specifico classico, perché ci sono anche i pianisti moderni tipo Satomi dei Bee Hive, e “moderni” si fa per dire, visto che citare Satomi fa troooppo retrò.
"Ma allora, gli sparano a mio marito Frodo, così posso andare a farmi Satomi?"
Dicevo che Elijah è un pianista, il più grande pianista classico del mondo, almeno fino a 5 anni prima, quando, preso da un attacco di panico, anche noto in gergo tecnico come “cagarella”, ha cannato le note finali di un complicatissimo brano e da allora non si è più esibito in pubblico. A un anno di distanza dalla morte del suo maestro e mentore musicale, la sua bella mogliettina attrice, interpretata da Kerry Bishé vista in Scrubs, Red State e Argo, gli organizza il grande ritorno sulle scene. Una serata evento in cui Elijah tornerà a suonare. Questa volta riuscirà a superare la cagarell… volevo dire gli attacchi di panico?
Già così, la vicenda mette sul fuoco vari elementi intriganti come il rapporto tra allievo e maestro e la paura di esibirsi di fronte a una folla che può colpire persino un pianista celebrity, un elemento quest’ultimo che può reggere bene come idea per un thriller teso. Solo che a questo punto il film vuole strafare e aggiunge sulla testa del già terrorizzato protagonista un altro elemento di tensione non da poco: un cecchino appostato tra i palchi del teatro è pronto ad ammazzarlo, nel caso sbagli anche soltanto una nota. Ma non poteva andare a minacciare Giovanni Allevi, che lui sì che se lo meriterebbe?
"Dopo essere finito nell'Occhio di Sauron, sono nel mirino di un cecchino.
Chi è che m'ha lanciato il malocchio?"
Ce n’è abbastanza per renderlo uno dei concerti più adrenalinici nella storia della musica classica e nel corso della prima oretta il thrillerino è anche ben orchestrato, è proprio questo il caso di dirlo. A un certo punto il gioco però comincia a venire a noia, anche perché storie del genere hanno davvero stufato. Nonostante il contesto musicale e gli echi/scopiazzature di Alfred Hitchcock e Brian De Palma, in fondo si tratta solo di una variante del classico thrillerino survival in voga negli ultimi anni, quelli in cui un pazzo psicopatico minaccia a distanza qualcuno non si sa bene perché. Credo tutto sia partito da Phone Booth – In linea con l’assassino, film con Colin Farrell e regia di Joel Schumacher, che per una volta aveva sorprendentemente firmato un lavoro interessante. Quindi sono arrivate un sacco di altre pellicole simili come Buried – Sepolto o ATM – Trappola mortale, più parecchie altre talmente memorabili che manco mi ricordo i loro titoli.
Si tratta di film ricattatori che fanno anche il loro dovere. Una volta che hai iniziato a guardarli, sei costretto a vederli fino alla fine per scoprire se e come il protagonista ce la farà a sopravvivere, in qualche misterioso miracoloso modo. Qui Elijah per salvare la pellaccia da hobbit è chiamato a numeri oltre ogni limite dell’impossibile, visto che non solo suona al piano brani complicatissimi già di loro, ma contemporaneamente parla con il cecchino-maniaco-psicopatico che lo minaccia, riesce a effettuare chiamate telefoniche di nascosto, corre via durante le pause e insomma ci manca solo che faccia qualche numero da giocherellista per occupare meglio il tempo. Questo film è così un inno supremo al multitasking. E poi Renzi fa il figo perché riesce a fare annunci televisivi e a scrivere su Twitter allo stesso tempo. Guarda qui Elijah Wood cosa riesce a combinare e impara, caro Premier!
Al di là dell’inverosimilità del tutto, che comunque ci può stare, è un film mica la vita vera, a non convincere è il finale. Orchestri in maniera decente ogni elemento, o quasi, per un’oretta e poi campi via tutto con una conclusione campata lì in fretta e furia e che appare anche parecchio ridicola. Oltre che incomprensibile. C’è qualcuno che ha capito cosa significa l’ultima scena, se se la ricorda?
Questo lavoro spagnolo di Elijah Wood è un thrillerino guardabile, gettato nel cesso da una chiusura che lascia parecchio perplessi, prima di lasciare spazio ai titoli di coda che, mentre scendono, ti chiedi: “Ma cosa ho appena visto? Ah sì, un film proprio indimenticabile… Com’è che si chiamava?”
(voto 5/10)
"Piano... piano..."
"Ti sto strozzando, Frodo, non posso fare piano!"
"Lo so, volevo solo dire che devo andare a suonare il piano."
Cast: Rashida Jones, Andy Samberg, Ary Graynor, Eric Christian Olsen, Elijah Wood, Emma Roberts, Will McCormack, Rebecca Dayan, Chris Messina, Janel Parrish
Genere: fine di una storia
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Celeste e Jesse sono la coppia perfetta. Stanno insieme dai tempi del liceo, cioè da sempre, sono affiatatissimi, ridono ancora per le cavolate l’uno dell’altra, cantano insieme le canzoni di Lily Allen, in particolare la splendida “Littlest Things”, e davvero non si riuscirebbe a immaginarli separati.
Celeste e Jesse sono la coppia perfetta. L’unico problema è che sono separati da sei mesi, stanno per divorziare e ciò nonostante continuano a frequentarsi, fanno ancora tutto insieme e lui vive nella dépendance (non è il nome di un nuovo ballo) di lei. Il loro è un rapporto malato, oppure stanno solo affrontando al meglio la fine della loro relazione?
Celeste and Jesse Forever sembra la classica pellicola sulla conclusione di una storia d’amore, sulle conseguenze del lasciarsi, sul cercare di andare avanti e in parte lo è. Soprattutto nella prima parte. Un’autopsia di un amore realizzata in una maniera più leggera e meno drammatica rispetto ad esempio a un Blue Valentine. Ma il film è anche qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa di più. A un certo punto viene lasciato un po’ da parte il personaggio di Jesse, quello che sembrava l’elemento debole della relazione e che invece ATTENZIONE SPOILER è il primo a voltare pagina, e ci si concentra soprattutto su Celeste. Lei che sembrava l’elemento forte della coppia, in realtà è quella che troverà più difficolta ad andare avanti e a dimenticarlo. FINE SPOILER
La colazione dei campioni.
Lo stile è molto indie, tutto in questa pellicola grida “Hipster!” ad alta voce, quasi fossimo dentro a un disco de I Cani, ma poco a poco il film cresce sempre di più e rivela una notevole profondità. Siamo dalle parti delle pellicole fatte apposta per sfilare al Sundance (nemmeno questo è un nuovo ballo), da qualche parte tra Juno e Ruby Sparks, e ancor di più il recente meraviglioso Take This Waltz, eppure Celeste and Jesse Forever riesce a mantenere una sua personalità. Merito di due ottimi protagonisti, quel facia da pirla che al solo vederlo fa morir dal ridere di Andy Samberg, quello di Hot Rod nonché membro del gruppo di comici The Lonely Island nonché attuale protagonista della funny serie Brooklyn Nine-Nine, e soprattutto Rashida Jones, attrice cresciuta nelle serie The Office US e Parks and Recreation. Si vede che Rashida sente particolarmente il suo personaggio, non a caso ha co-scritto la sceneggiatura insieme all’altro attore Will McCormack, qui presente nel piccolo ruolo di un piccolo spacciatore di marijuana. Perché, volevate forse che in una pellicola indie americana mancasse la marijuana?
Celeste and Jesse sono due personaggi costruiti in maniera molto accurata e intima. Non è come se li vedessimo sfilare su uno schermo, ma è quasi come se li conoscessimo di persona. O, almeno, questa è l’impressione che hanno fatto a me. Mi sono ritrovato tantissimo in entrambi i protagonisti, sia in lui, nella sua attitudine da cazzaro nullafacente e immaturo, sia in lei, esperta di pop culture e pseudo scrittrice con l’attitudine a criticare tutto e tutti. Perché, ebbene sì, se non l’avevate ancora capito leggendo il mio blog, io adoro criticare tutto e tutti. Raramente allora mi è capitato di immedesimarsi così tanto non solo in uno, bensì in due personaggi del medesimo film. Questo è un piccolo miracolo indie, e non è manco ancora Natale.
"Cannibal mi ha dedicato appena due parole in croce, ma stiamo scherzando?"
A completare lo splendido cast, tutto molto hipster of course, in una serie di piccoli ruoli ritroviamo inoltre Chris Messina (The Mindy Project, The Newsroom, Damages, Ruby Sparks e un miliardo di altre cose), Ari Graynor (Lo spaventapassere, Nick & Norah), Elijah Wood nei panni di una specie di parodia del solito amico gay di turno, Janel Parrish (la Mona di Pretty Little Liars) e una sempre più notevole e versatile Emma Roberts che fa una popstar simil Ke$ha.
Celeste and Jesse Forever è una commedia dalle tinte leggermente drammatiche e riflessive, ma pur sempre una commedia, e, se non si era capito, è un film da non perdere. Almeno per gli appassionati del cinema indie. Quello sì un po’ hipster, un po’ fighetto, eppure in grado di consegnarci dei personaggi sfaccettati come invece capita di rado di vedere nel cinema mainstream. Quello sì che Julia Roberts e Katherine Heigl si sognano la notte.
Il film lo potete trovare sottotitolato altrimenti, anche se non è mai arrivato nei nostri cinema, credo sia uscito direttamente per il mercato home-video o forse addirittura per la pay-tv con il solito titolo scemo italiano, Separati innamorati, che comunque rende abbastanza bene il rapporto tra i due protagonisti. Sebbene io avrei tenuto il titolo originale: Celeste and Jesse 4eva, bitches!
Cast: Elijah Wood, Nora Arnezeder, America Olivo, Megan Duffy, Genevieve Alexandra
Genere: pazzo stalker serial killer
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Sono un maniaco, maniaco on the floor. E ballo come non ho mai ballato prima. Sono un maniaco per i film anni Ottanta, a parte roba come Flashdance che è una cacchiata pazzesca, diciamolo, e soprattutto per quelli che non sono proprio degli anni Ottanta però lo sembrano. Adoro quei film non anni Ottanta che puzzano di anni Ottanta come Donnie Darko o come Drive. Questo Maniac ricorda proprio Drive. Per i suoi ritmi lenti, pronti a esplodere in lampi di violenza improvvisi e sanguinari. Se fosse uscito prima di Drive, staremmo tutti a gridare al miracolo per questo Maniac, che ha atmosfere simili, una fotografia molto patinata e una colonna sonora electro firmata dal compositore francese Robin Coudert in arte Rob. Invece ha avuto la sfiga di arrivare dopo Drive e quindi non se l’è filato nessuno. A dirla tutta, per quanto abbia un qualcosa di simile, gli manca allo stesso tempo la quinta marcia che Ryan Gosling e Nicolas Winding Refn riuscivano a infilare e questo Maniac resta così dietro a mangiare la polvere, povero lui. Un altro film che ricorda, questa volta proprio degli anni Ottanta, è Maniac. Non è un caso, visto che questa versione 2012 è proprio il remake di quella del 1980.
La cosa particolare di Maniac è che è girato quasi interamente in soggettiva. Il regista Franck Khalfoun propone un trattato sulla ripresa in soggettiva. Tanto per restare in tematica soggettiva io, quando ero un ragazzino, ovvero pochissimi anni fa, avevo avuto l’idea di realizzare un film tutto in soggettiva. Poi, non essendo un regista, non l’ho mai girato, però ai tempi pensavo fosse uno spunto davvero figo per una pellicola. Una cosa che non mi convinceva era il fatto che un intero film così girato potesse reggere. Per un po’, l'uso della soggettiva può rivelarsi ganzo, ma per tutta una pellicola?
La cosa cool di un video come “Smack My Bitch Up” dei Prodigy, al di là del geniale finale, è proprio quella di essere girata in soggettiva, però dura 4 minuti appena.
Se il video dei Prodigy funziona alla grande per via della sua breve durata, un’ora e mezza di pellicola può reggere?
La risposta è ni. Come previsto, la trovata va bene all’inizio, poi dopo un po’ comincia a dare noia. Il film riesce a essere sottilmente inquietante, teso, soprattutto nella prima parte. Più in là cerca di farci sprofondare dentro la mente malata del suo maniacale protagonista stalker, con risultati incerti. I flashback ci riportano dentro i soliti traumi infantili: sua mamma era una gran bella zoccolona e così lui si è trasformato in un serial killer di giovani donzelle tra i 20 e i 30 anni. Piuttosto scontato. Eppure la scelta della soggettiva per gettarci dentro la mente di un maniac è la più azzeccata. Per capire fino in fondo uno psicopatico, cosa c'è di meglio che vedere il mondo attraverso i suoi occhi?
Più che un thriller, una full immersion dentro la vita, dentro la testa di uno stalker fissato con i manichini. Bello, vero?
Un’esperienza intensa che il regista Khalfoun ci fa vivere in maniera completa, supportato però da una poco fenomenale sceneggiatura, scritta da Grégory Levasseur e dal reuccio dell’horror francese fissato con i remake Alexandre Aja, che scivola sui classici stereotipi già visti in un sacco di altre pellicole su serial killer/maniaci/stalker/psicopatici/figli di puttana, e che alla lunga annoia proprio per via di quello che allo stesso tempo è anche il suo punto di forza principale: la (maniacale) ripresa in soggettiva.
"Questo è quello che capita a chi dice che la saga di Guerre stellari
è meglio di quella del Signore degli anelli!"
L’altro punto di forza è Elijah Wood. Per chi se lo ricorda come l’hobbit Frodo nel Signore degli anelli, ritrovarlo qui in veste di psyco sarà un bello shock. Per chi invece è abituato a vederlo parlare con un cane umanizzato (o umano canizzato?) nella simpatica serie Wilfred, è ormai pratica comune considerarlo perfetto per i ruoli da fuori di testa. E poi dai, anche nel Signore degli anelli uno che se ne andava in giro con maghi, elfi, nani e gollum dalla duplice personalità, non è che ci stava tanto con la testa. La sua performance in Maniac è convincente, ma è una prova più che altro vocale. Per la maggior parte del tempo guardiamo infatti attraverso i suoi occhi, cosa che significa che sentiamo solo la sua voce mentre il suo volto lo vediamo comparire giusto quando si specchia. E lo fa spesso. L’espediente degli specchi alla fine diventa parecchio abusato, così come la soggettiva, e allora questo film affascina all’inizio e poi dopo un po’ avrei voluto soltanto uscire da questa testa perché già devo fare i conti con la mia, di testa da maniaco, maniaco on the floor.
L'appuntamento con il film cult della settimana lo potete leggere anche sul blog L'orablu. Questa settimana è dedicato a una pellicola di tema vagamente fantascienti-fico e vagamente catastrofista.
The Faculty
(USA 1998)
Regia: Robert Rodriguez
Cast: Elijah Wood, Josh Hartnett, Jordana Brewster, Clea DuVall, Laura Harris, Shawn Hatosy, Robert Patrick, Famke Janssen, Salma Hayek, Bebe Neuwirth, Piper Laurie, Christopher McDonald, Usher Raymond, Jon Stewart, Jon Abrahams, Summer Phoenix, Danny Masterson
Genere: invasione aliena
Se ti piace guarda anche: Mars Attacks!, L’invasione degli ultracorpi, La guerra dei mondi, Super 8, Scream
Ispirato al classico fordiano L’invasione degli ultracorpi, The Faculty è una rielaborazione divertita del tema “invasione aliena” in perfetto stile Kevin Williamson.
Dopo aver destrutturato ma più che altro preso per il culo il genere horror con Scream e dopo aver riletto in chiave personale il filone teen con la serie Dawson’s Creek, nel 1998 allo sceneggiatore viene affidato il compito di rivedere e correggere alla sua maniera addirittura il genere fantascientifico.
Anche qui, così come in Scream, i protagonisti vivono l’invasione aliena in maniera post-moderna, tenendo ben presente le regole imparate dalle pellicole cinematografiche, il citato L’invasione degli ultracorpi in primis. Ma i riferimenti vanno anche al romanzo Il terrore della sesta Luna, a La cosa di John Carpenter, a E.T. ai Men in Black e quant’altro arrivando persino alla Bibbia. Un menù Gran Gourmet servito in tavola dallo chef Williamson con la sua solita abbondante dose di ironia.
Il tutto è poi guarnito da una colonna sonora troppo ’90, davvero troppo ‘90, con Garbage, Offspring, Creed e addirittura titoli di coda con un pezzo degli Oasis.
"Alieni? Chissene, io ne approfitto per toccare! So' mica Frodo..."
Con una sceneggiatura citazionista del genere servita su un piatto d’argento, uno come Robert Rodriguez s’è divertito un mondo a trasformare le parole di Kevin Williamson in immagini e ad aggiungere la sua piccante dose di salsa messicana.
Per prima cosa, l’amichetto intimo di Q.T. (per rispetto, ho deciso che d’ora innanzi chiamerò Quentin Tarantino solo con le iniziali) si è scelto un cast pure questo un sacco 90s e soprattutto un sacco variegato: Elijah Wood, futuro Frodo qui per la prima volta chiamato a salvare i destini del mondo, la fighetta fast & furious Jordana Brewster, la dark-goth pre-emo Clea DuVall, la M.I.L.F. Famke Janssen, la sua amichetta latina Salma Hayek (purtroppo neanche lontanamente caliente come in Dal tramonto all’alba), la biondina ambigua Laura Harris, il quarterback intellettuale-wannabe Shawn Hatosy, Robert Patrick (reduce da X-Files e Terminator 2), nei panni di un allenatore di football severissimo che verrà parodiato in maniera esilarante in Non è un’altra stupida commedia americana.
Non è mica finita: ci sono pure la sempre inquietante Piper Laurie recuperata da Twin Peaks e Carrie - Lo sguardo di Satana, il cantante R&B Usher, persino il conduttore tv Jon Stewart e poi Josh Hartnett.
Josh Hartnett è uno dei più grandi misteri recenti di Hollywood. Ha fatto il filmetto horror sequel ideale per iniziare a farsi conoscere, Halloween 20 anni dopo, ha interpretato il tipo più figo del mondo per eccellenza ovvero Trip Fontaine ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, ha fatto la marketta nel blockbusterone di turno, Pearl Harbor, la commedia giusta per rivelare la sua versatilità anche in campo comedy, ovvero il sempre divertente 40 giorni & 40 notti, è tornato con Rodriguez per Sin City, ha fatto uno pseudo-cult criminale come Slevin, un thriller sottovalutato come Appuntamento a Wicker Park e poi una puntata dritta nel cinema d’autore, con Black Dahlia di Brian de Palma, sul cui set ha pure conosciuto Scarlett Johansson, con cui ha vissuto una breve quanto paparazzata e glamour liaison. Insomma, è figo, è bravo, recita con i registi giusti e finisce su tutti i magazine mondiali. E poi?
Poi gira 30 giorni di buio e sulla sua carriera cala letteralmente il buio. Non solo per 30 giorni.
Colpa di una serie di scelte poco fortunate, o magari di un pessimo agente che gli consiglia i film sbagliati, ma il buon Josh Hartnett negli ultimi tempi si è visto davvero poco e solo in robe del tutto evitabili con titoli come Stuck Between Stations e Bunraku (?!?).
Josh, come ti sei ridotto in questo stato?
Pazzesco: allora gli emo esistevano ancor prima dei Tokio Hotel!
Misteri di Hollywood…
Ritornando alla misteriosa invasione aliena di questo The Faculty, dicevamo di quanto Robert Rodriguez si dev’essere divertito a girarlo, con un entusiasmo contagioso e godurioso che è riuscito a trasmettere anche alla pellicola.
The Faculty è un ultracorpo che visto oggi appare così 90s e proprio per questo lo si guarda con un filo di nostalgia. Quando una volta guardavi i film anni ‘80 pensavi: “Cazzo, quanto sono anni ’80!”, adesso capita che guardi una pellicola come The Faculty e pensi: “Cazzo, che film anni ’90!”.
Ti rendi così conto che il tempo passa, le invasioni aliene pure, ma il divertimento resta. E quello regalato da un film come The Faculty è rimasto (quasi) del tutto intatto.
Se ti piace guarda anche: Wilfred (serie tv australiana), Beavis & Butthead, Fusi di testa, Donnie Darko
Wilfred rischia seriamente di essere la serie tv più folle dell’anno. Seriamente mica tanto, visto che stiamo parlando di una serie con protagonista Frodo del Signore degli anelli aka Elijah Wood che parla insieme a un cane umanizzato stile coniglio Frank di Donnie Darko. Un cane che è un vero pezzo di merda, tra l’altro, e nonostante non gli annunci la fine del mondo, gliene fa passare di tutti i colori.
Un’idea originale in una nuova serie americana? Sembrava strano e infatti… questa comedy è tratta da una serie australiana, perché evidentemente negli USA sono a corto di serie britanniche da saccheggiare (Shameless, Skins, The Office, Being Human…) e allora hanno deciso di allargare il raggio d’azione del rastrellamento idee in un altro continente. A mantenere un punto di contatto tra la versione canguresca e quella yankee ci pensa uno dei creatori della serie, nonché attore interprete nella parte del “cane” Wilfred, ovvero Jason Gann, uno che se non si perde tra un costume da animale e l’altro potrebbe regalarci qualche altra perla, un po’ come fatto da Ricky Gervais (quello di The Office UK).
Se negli ultimi tempi il limite della follia in film e telefilm ormai si sta spingendo sempre più oltre, ed è un bene, Wilfred aiuta a fare un passo ulteriore in questa direzione: il protagonista Elijah Wood è infatti un tizio che tenta il suicidio in qualunque modo, ma senza successo. La mattina seguente i suoi ripetuti tentativi falliti, la sua vita però cambia con l’incontro di una ragazza affascinante, la sua bionda vicina di casa. E fin qui tutto normale. Però l’incontro che gli cambia davvero l’esistenza è in realtà un altro: quello con Wilfred, il “cane” della ragazza. Non un semplice cane, visto che Elijah Wood, forse ancora sotto effetto delle pillole che si è sparato per suicidarsi o forse sotto effetto di troppa erba pipa fumata con i suoi amici hobbit, lo vede sotto forma umana, o meglio sotto forma di un cretino con addosso un costume da cane gigante addosso. Cane o non cane che sia, Wilfred diventa una sorta di Grillo Parlante più sboccato, volgare e costantemente arrapato per il nostro protagonista e lo esorta a fare tutto quello che prima non aveva il coraggio di fare. Compreso cagare dentro agli stivali di un vicino di casa fastidioso.
Spazio a qualche domanda:
Pazzesco? Probabile.
Esilarante? Certo.
Sembra una cazzata? Sì.
Lo è? No, in realtà è geniale.
A volte bisogna fidarsi, come un cane fa con il proprio padrone, e questo è uno di quei casi: seguite questa serie.
Cast: Elijah Wood, John Hurt, Leonor Watling, Julie Cox
Proposto in una recente nottata di Italia 1, “Oxford Murders” è un thriller del 2008 affascinante e decisamente sottovalutato, considerando come si distingua per intelligenza da molti altri film appartenenti allo stesso filone.
L’aspetto più interessante è l’ambientazione nella cittadina universitaria inglese che emana un fortissimo profumo di cultura e allontana la pellicola dalle solite location delle anologhe produzioni hollywoodiane. A contribuire all’europizzazione del tutto ci pensa anche la regia dello spagnolo Álex De la Iglesia.
Lo studentello genietto Elijah “Frodo” Wood forma un duetto affiatato con un John Hurt (stranamente somigliante a Gandalf) nella parte del vecchio professore sapientone che se la tira un po’ troppo (alla Dr. House). Niente hobbit e gollum, per Elijah. Stavolta gli va decisamente meglio, visto che appena arrivato a Oxford dagli States viene coinvolto in un triangolo amoroso tra una mediterranea tettona mora e una bionda psicopatica con gli occhi fuori dalle orbite. I risvolti sessuali ci riportano dalle parti dei thriller anni 90 con Michael Douglas, senza arrivare comunque alla morbosità di un “Basic Instinct”.
Tra “CSI” (ma senza le parti scientifiche), “Il codice Da Vinci” (ma senza la tematica religiosa) e “Sherlock Holmes” (ma senza tutte quelle noiose scene d’azione), un thrillerone ben congegnato, con musiche avvolgenti e un’atmosfera particolare che gli fornisce un valore aggiunto. Perché non succede solo a Garlasco. Anche a Oxford si ammazza. E lo si fa con grande intelligenza.
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