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lunedì 24 giugno 2019

Serial Killer: le serie più sopravvalutate e quelle più sottovalutate di giugno 2019





L'estate è iniziata e qui su Pensieri Cannibali i commenti alle serie del mese nella rubrica Serial Killer si fanno infuocati. E più discutibili che mai. Ecco le mie opinioni su quanto passato sul piccolo schermo nelle ultime settimane. Attenzione spoiler: sì, ci sono sorprese e pareri impopolari.


lunedì 26 settembre 2016

The Neon Demon, il film più... ATTENZIONE SPOILER cannibale dell'anno





The Neon Demon
(USA, Danimarca, Francia 2016)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Mary Laws, Polly Stenham
Cast: Elle Fanning, Karl Glusman, Jena Malone, Bella Heathcote, Abbey Lee, Keanu Reeves, Christina Hendricks, Desmond Harrington
Genere: cannibalesco
Se ti piace guarda anche: Mulholland Drive, Suspiria, Showgirls

In esclusiva per Pensieri Cannibali, ecco le reazioni VIP ad alcuni commenti della stampa internazionale più fashion su The Neon Demon, l'ultimo controverso film di Nicolas Winding Refn con protagonista Elle Fanning nei panni di una giovane aspirante modella appena approdata in quel di Los Angeles.



mercoledì 8 giugno 2016

The Movie Demon





Questa settimana nei cinema italiani potrebbe avvenire un piccolo miracolo.
Il mio blogger-nemesi Mr. James Ford viene bandito da ogni sala nazionale, e mondiale?
No, quello sarebbe un grande miracolo. Il piccolo miracolo a cui mi riferisco è il fatto che per una volta le pellicole in uscita non mi fanno schifo e, anzi, mi vanno venire voglia di vederle. Tutte, a parte una. Scoprite quali dovrebbero meritare e quale invece no qua sotto.

The Neon Demon
"Ford, demone del cinema, smettila di dire buddhanateeeeee!"

sabato 27 luglio 2013

SOLO DIO PERDIONA




Solo Dio perdona - Only God Forgives
(Francia, Thailandia, USA, Svezia 2013)
Titolo originale: Only God Forgives
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm, Kristin Scott Thomas, Tom Burke, Yayaying Rhatha Phongam, Gordon Brown, Charlie Ruedpokanon, Byron Gibson
Genere: refnerenziale
Se ti piace guarda anche: Oldboy, V per vendetta, Kill Bill

Solo Dio perdona, recita il titolo della pellicola di cui parlo quest’oggi.
Non è mica vero. Anche io perdono. Perdono al regista Nicolas Winding Refn di aver creato una delle pellicole più noiose nella storia dell’umanità, Valhalla Rising. L’ho perdonato a tal punto da essere riuscito a dimenticare quella batosta di film e adorare incondizionatamente il suo lavoro successivo, Drive. Così come perdono Ryan Gosling per aver raggiunto la grande fama con uno dei film più smielati degli anni recenti, ovvero Le pagine della nostra vita, e perdono a Kristin Scott Thomas di aver fatto parte di un’altra delle più grandi lagne del cinema mondiale, Il paziente inglese.

"Vuoi che lo indossi io? Dici starà meglio a me che a te???"
Io perdono, sì quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa, regalami un sorriso io ti porgo una rosa, su questa amicizia nuova pace si posa, perché so come sono infatti chiedo perdono, sì quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa, per quelle rare volte in cui posso aver scritto delle cazzate, o recensito un film frettolosamente, o ancora aver consigliato una pellicola per me bellissima e che voi invece avete poi trovato una schifezza. In questo caso, io consiglio di dare un’occhiata a Solo Dio perdona, però non vi posso assicurare che vi piacerà. È un film particolare, molto ma molto Refn. Se vi aspettate un nuovo cult totale come era stato Drive, resterete inevitabilmente delusi. Anche chi ha apprezzato questo suo ultimo sforzo, non può considerarlo al livello del suo illustre predecessore. Gli manca qualcosa. Gli manca la stessa forza emotiva che guidava Drive. Qui il danese è ritornato alla sua glaciale freddezza abituale. In compenso, dentro Solo Dio perdona ci si può ritrovare tutto il suo cinema. Come nella trilogia di Pusher, abbiamo di nuovo a che fare con uno spacciatore (l’attore feticcio di Refn, Ryan Gosling), sebbene la sua professione venga solamente menzionata a parole ma non esercitata nei fatti. Come nella trilogia che ha lanciato il regista, anche qui abbiamo poi una situazione famigliare particolare e intricata. Il fratello di Ryan Gosling non può essere certo definito una personcina a modo e, dopo aver stuprato e ucciso una ragazzina di 16 anni, viene a sua volta brutalmente fatto fuori dal padre della ragazza, con la complicità di un agente di polizia (l’inquietante e impronunciabile Vithaya Pansringarm).
A questo punto, arriva in città, ovvero Bangkok in Thailandia, la madre dei due ragazzi, una idolesca Kristin Scott Thomas. È lei il personaggio più loquace di un film altrimenti quasi muto ed è lei a tirare fuori le battute più divertenti di un film violento, durissimo, ma che a sorpresa in alcuni momenti sa persino far ridere. Ed è lei a gridare vendetta per la morte del figlio Billy (Tom Burke).

Ryan Gosling: “Billy ha stuprato e ucciso una ragazzina di 16 anni.”
Kristin Scott Thomas: “Avrà avuto le sue ragioni.”

Solo Dio perdona. Non è vero. Anche Ryan Gosling era pronto a perdonare la morte del fratello, certo non un santo, per mano del padre della ragazza uccisa. Tutti gli altri personaggi della pellicola invece tengono fede al titolo e di perdonare non ne vogliono sapere, tanto da trasformare la vicenda in una faida infinita, per una delle più sanguinarie rassegne vendicative viste su schermo dai tempi del doppio volume di Kill Bill e della trilogia della vendetta di Park Chan-wook.

"Uh, mi sono spezzato un'unghia. Urge manicure im-me-dia-ta-men-te!"
Oltre a questo gioco al massacro, c’è qualcos’altro?
Eh, insomma. Refn ha dipinto la sua pellicola visivamente più bella, Drive escluso, ma a livello di contenuti e di profondità nella costruzione dei personaggi, la sceneggiatura mostra qualche lacuna. Siamo alle solite. Il danese a livello di regia è impeccabile, non gli si può dire niente, come autore di script invece ha ancora ampi margini di miglioramento. Niente che meriti come punizione l’amputazione delle mani, come avviene nel film, però poteva azzardare anche qualcosa in più sulle psicologie dei suoi protagonisti. Il personaggio di Ryan Gosling, in particolare, ci viene mostrato qua e là con qualche sprazzo di umanità, subito dopo negato, cosa che impedisce un vero avvicinamento empatico come invece capitava con l’autista quasi autistico Driver di Drive, probabilmente il più umano, seppure a suo modo, tra tutti i personaggi dell’universo refniano (che poi si dirà refniano o refnaniano?).

Spettacolare senza riserve è invece Kristin Scott Thomas, più sexy e sboccata che mai, una MILFona con i controcazzi che illumina il film e che avrebbe meritato uno spazio ulteriore. Refn però gioca a fare il bastardo, proprio come il personaggio interpretato da Ryan Gosling. Ci fa intravedere attimi di poetica violenza, di brutale bellezza e poi, poi tira indietro la mano. Quando il film sembra dover crescere, raggiungere il suo climax, si spegne. Magari sbaglio io, ma la parte finale, nonostante il suo simbolismo, tra complessi di Edipo e amputazioni mi sembra un po’ affrettata. Forse per questo che a Cannes sono piovuti tanti fischi nei confronti della pellicola, dopo gli applausi per Drive.

Un’accoglienza che ricorda quella riservata a Terrence Malick, passato dalla Palma d’Oro per The Tree of Life agli sberleffi dei critici riservati a Venezia a To the Wonder. Questo Solo Dio perdona è un po’ il To the Wonder di Refn: una pellicola che è quasi un esercizio di stile ed è molto autoreferenziale, anzi refnerenziale. Se Drive era un film indipendente, che poteva essere compreso e amato anche da chi non aveva la più pallida idea di chi Refn fosse, Solo Dio perdona appare più come un tassello che per essere decifrato in pieno va collocato all’interno della sua filmografia. Come detto prima, si ritorna dalle parti della trilogia di Pusher, ma c’è anche qualche lampo di ironia come in Bleeder, c’è la lentezza esasperante di Valhalla Rising, i corridoi, gli spazi claustrofobici e le sequenze visionarie di Fear X, le accelerazioni di ultraviolenza di Bronson e Drive.

"Fighe 'ste luci al neon, devo mettermele anche a casa mia."
Non solo un remix delle sue pellicole precedenti, comunque. Refn tenta inoltre di proporre uno stile differente, più orientaleggiante, ancor più simbolico che in passato, cosa che rende la sua decodificazione un’impresa non semplice. Si tratta di una pellicola da una parte dalla sceneggiatura semplicissima e dai dialoghi minimal quasi inesistenti, dall’altra è un film profondo e complesso, criptico e difficile, proprio come To the Wonder, e che, in maniera analoga, sa accendersi e donarci lampi di bellezza assoluti e di grande cinema, grazie anche alle atmosfere sonore costruite da un Cliff Martinez che ormai si conferma tra i compositori di musica per il cinema più in forma del momento. In aggiunta ai suoi brani, ci sono un paio di canzoni thai al karaoke, che rappresentano i momenti emotivamente più forti di un film anoressico, da un punto di vista sentimentale. Una caratteristica non nuova, all’interno del cinema di Refn. Dimenticatevi quindi la “scena dell’ascensore” di Drive. Qui al massimo potrete trovare la sequenza di una tipa che si masturba davanti a Gosling legato a una sedia. Il vertice del romanticismo di questo spietato Solo Dio perdona.

Il finale non sarà il massimo, non tutto sembra girare al meglio, mancano quei dettagli in grado di trasformarlo in un cult come Drive, l’insieme risulta persino troppo freddo, ma per il resto si tratta di una pellicola visivamente notevolissima, in grado di ritrarre una Bangkok desolata e priva di umanità. Una visione buona, a tratti persino splendida, cui si può anche perdonare qualche difettuccio. Perché non è vero che Solo Dio perdona. Anche io lo posso fare.
O forse ciò significa che io sono come Dio?
(voto 7,5/10)

Recensione pubblicata anche su Wait! Cinema, un nuovissimo blog cinematografico da me curato che vi consiglio di seguire, amare e inserire tra i vostri siti preferiti!

In più, su L'OraBlù il buon C[h]erotto ha dedicato al film un nuovo minimal poster.


Volete recuperare tutte le altre recensioni cannibali dedicate ai film di Nicolas Winding Refn?
Eccole qui:

Drive

E per adesso è tutto.
Dichiaro ufficialmente finita la Refn Week.




mercoledì 24 luglio 2013

NICOLAS WINDING REFN, UNA STORIA D’AMORE E ODIO




Ho una relazione complicata con Nicolas Winding Refn. No, non è il mio status sentimentale su Facebook, anche se potrebbe diventarlo, solo una semplice constatazione cinematografica.
Le prime volte che ho sentito parlare del regista danese, era su qualche rivista in cui veniva definito il Tarantino europeo o qualcosa del genere. È scattata un’immediata curiosità nei suoi confronti, ovvio, e anche una naturale diffidenza, considerando come spesso, ogni volta che spuntava fuori un nuovo Tarantino, e negli anni Novanta se ne inventavano uno al mese, si rivelava una ciofeca. Ormai però la voglia di vedermi qualcosa di suo era troppo alta e così ho recuperato Bronson. Bronson mi ha tolto le verginità refnaniana con brutalità, una brutalità che poi avrei capito essere una caratteristica tipica di Winding Refn. La violenza del regista danese è però qualcosa di diverso da quella esagerata e quasi cartoonesca di Tarantino. In Refn c’è più cattiveria e meno divertimento. Meno citazionismo cinematografico e più realismo.
Bronson però, più che Tarantino, mi ha ricordato lo stile di Stanley Kubrick. E sticazzi. Da un paragone impegnativo a un altro ancora più proibitivo. Prima di gridare al nuovo Arancia Meccanica c’è comunque da frenare. Da frenare parecchio. Bronson è un film visivamente notevolissimo, mostra un Refn in stato di grazia dietro la macchina da presa, eppure la pellicola non mi ha coinvolto un granché. La pecca principale è la sceneggiatura, firmata dallo stesso Refn, che non consente di avvicinarsi molto al protagonista, il bruto e psicopatico Michael Gordon Peterson in arte criminale Charles Bronson, e che racconta la storia vera di quello che è stato definito “il più violento prigioniero britannico”, uno che ha passato gran parte della sua vita dietro le sbarre e per giunta in isolamento. D’altra parte è un pazzo pericoloso che al confronto a ritrovarti Hannibal Lecter come compagno di cella ti va ancora di lusso.
In pratica, una pellicola impressionante da un punto di vista cinematografico, ma fredda a livello emotivo e piatta a livello di idee di sceneggiatura. Però cazzo se Refn è bravo a girare! E così sono andato avanti con la visione delle sue pellicole.

Il mio Refn numero due è stato Valhalla Rising. Se Bronson mi aveva preso a pugni in faccia con la sua violenza, questo invece mi ha steso. Ma non con un pugno, magari! Mi ha steso nel senso che mi ha annoiato, mi ha mandato in coma come poche altre visioni. Per qualcuno questo è un film dal notevole fascino, per me è come una razione doppia di Valium.
Le mie quotazioni personali e la mia fiducia in Refn sono così crollate a picco. Va detto che pure qui a livello puramente di riprese il danese non ha realizzato una pellicola brutta, nient’affatto. Peccato si sia dimenticato di accompagnare alle immagini una sceneggiatura. O anche solo un abbozzo di sceneggiatura.


"E staccate 'nattimo, Winding Refn, che sei più
appiccicoso della Eva Mendes..."
Abbandonate con sfiducia le avventure (avventure?) di One Eye, per un po’ ho abbandonato il cinema di Refn, pensando tra me e me: “Nuovo Tarantino ‘na sega!”. Fino a che qualche tempo dopo è arrivato Drive e tutti a parlare di Drive e di quanto fosse figo Drive e di quanto fosse figo Ryan Gosling e di quanto fosse figa la regia di Nicolas Winding Refn. A darmi fiducia dopo quella mazzata di Valhalla Rising c’era il fatto che questa volta il danese si era concentrato unicamente a stare dietro la macchina da presa, affidando la sceneggiatura, ispirata al romanzo omonimo di James Sallis, a un esterno, tale Hossein Amini.
Risultato? Drive è davvero un film figo. Un film emozionante. Se vogliamo trovare proprio un difetto, c’è da dire che anche in questo caso la sceneggiatura è la parte più debole. Riprese stellari, attori perfetti, colonna sonora super cult, storia che invece ha qualche difettuccio. Ma non importa, perché per una volta tutto funziona in maniera perfetta e soprattutto c’è il coinvolgimento emotivo. Finalmente, scoppia l’amore tra me e Refn. Scoppia più per Carey Mulligan, a dire la verità, ma scoppia anche per Refn. Come ci trovassimo in una tipica commedia romantica americana dove, dopo qualche battibecco iniziale, scatta la scintilla.

Entusiasta di Drive, per un po’ ho preferito lasciare le cose così. Nell’idillio amoroso per quella pellicola. Fino ad adesso. In occasione dell’uscita del suo nuovo film, il nono della sua carriera, Solo Dio perdona - Only God Forgives, ho deciso di recuperare anche tutti i suoi precedenti lavori che ancora mi mancavano. E ne ha fatti. È persino troppo prolifico, per i miei gusti. Forse dovrebbe rallentare un po’, il Driver danese, e dedicare più tempo a sviluppare i suoi progetti e le sue sceneggiature, che rimangono sempre il suo tallone d’Achille. Anche se, in parte, mi sono dovuto ricredere rispetto alle sue capacità di scrittura. La trilogia di Pusher, di cui ho parlato in due post a parte, uno dedicato al primo film, un secondo agli altri due, segna infatti un Refn in discreta forma persino come sceneggiatore. Sebbene il suo talento, la sua skill principale è sempre la regia, poco da fare.
E veniamo così ai suoi due film meno noti, quelli che ancora mancavano alla mia Refn-cinerassegna, realizzati a livello temporale a cavallo tra il primo e il secondo capitolo della serie di Pusher. Che poi, a dirla tutta, il danese ha in curriculum anche la regia del film per la tv Miss Marple - Nemesi, tratto da un romanzo di Agatha Christie, ma questo lo lascio ai fan hardcore di Refn.

"Ce l'hai l'ultimo consigliato da Cannibal Kid?"
"No, qui non teniamo le raccolte di Peppa Pig..."
Bleeder
(Danimarca 1999)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Liv Corfixen, Rikke Louise Andersson, Levino Jensen
Genere: cazzaro
Se ti piace guarda anche: la trilogia di Pusher

Bleeder è un gioiellino. Un film sul niente, fatto di niente, eppure un gioiellino prezioso.
Refn adotta lo stesso stile registico di Pusher e utilizza lo stesso trio di attori: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen e Zlatko Buric, togliendo dall’addizione giusto l'elemento droga. Il suo posto è qui preso dalla passione dei protagonisti, e in particolare del personaggio interpretato da Mads Mikkelsen, per i film. Un’ossessione quasi maniacale, con cui il suo Lenny si va ad aggiungere alla schiera di (anti)eroi silenziosi del cinema di Refn. Lenny infatti non parla, se non di cinema. Il suo lavoro? Ovviamente in una videoteca. D’altra parte siamo pur sempre a fine anni ’90 e all’epoca, pensate un po’, le videoteche esistevano ancora. Vivevamo in un mondo senza banda larga in cui i film li vedevamo ancora su VHS, pensate un po’ che popolo primitivo eravamo.
Lenny non combina un granché nella sua vita, a parte guardare un sacco di film e quindi, chissà perché?, mi ci sono immedesimato parecchio nel suo personaggio…
Il suo migliore amico, il protagonista del primo Pusher Kim Bodnia, è un cliente della videoteca. Lui è meno fissato con i film e più con la violenza. Dopo aver saputo che la sua tipa è incinta, non la prenderà proprio bene…

"Hey, un momento... Ecco qua l'ultima stagione completa di Peppa!"
Variante di questa pellicola rispetto alla formula refniana collaudata nel primo Pusher e ripresa poi nei due successivi capitoli della trilogia, è la presenza di una donna tra i protagonisti. Nel cinema molto al maschile (non ho detto maschilista) di Refn, è un vero evento, bissato in parte con la Kristin Scott Thomas dell'ultimo Solo Dio perdona. In Bleeder, la femmina presente è Lea, una ragazza che lavora in una tavola calda e, a parte essere corteggiata maldestramente da Mads Mikkelsen, pure lei non è che combini un granché. A interpretarla troviamo Liv Corfixen, nella vita reale diventata moglie di Refn.
In pratica, i protagonisti non fanno niente di che, non vanno da nessuna parte e in questo film non capitano grandi cose. Qualche scena di violenza c’è, se no non sarebbe un vero lavoro di Refn, è un film più parlato rispetto alle sua altre opere, con dialoghi talmente cinefili da risultare quasi tarantiniani, e la cosa che colpisce di più sono i personaggi. Sempre dei disperati, però più umani rispetto ad altri ritratti dalle pellicole del danese.
Se per quanto riguarda Bronson e Valhalla Rising ho criticato le doti di Refn come sceneggiatore, con la trilogia di Pusher e ancora di più con questo Bleeder mi devo in parte ricredere. Facendo un film basato sul nulla o quasi, è riuscito a tenere in piedi un’ora e mezzo di cinema crudo, realista, costruito su dei personaggi enigmatici e intriganti. E poi ci ha regalato un finale inaspettatamente romantico, quasi un’anticipazione di Drive. Perché anche i danesi, dietro quei modi di fare algidi e autoritari (qualcuno ha menzionato Lars Von Trier?), nascondono un cuoricino. Chi l’avrebbe detto?
(voto 7,5/10)


Fear X
(Danimarca, Canada, UK, Brasile 2003)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Hubert Selby Jr., Nicolas Winding Refn
Cast: John Turturro, Deborah Kara Unger, James Remar, Stephen Eric McIntyre, William Allen Young, Gene Davis, Nadia Litz, Liv Corfixen
Genere: thrilla

Con Refn ho una relazione complicata, ve l’ho detto subito. Non si sta quindi qui a celebrarlo sempre e comunque. Lo si applaude, quando c’è da applaudirlo, e lo si fischia quando c’è da fischiarlo. Fear X non è un film da fischi, però è qualcosa di forse peggiore. È un film anonimo. Tra le pellicole di Refn, è la meno refniana e affascinante. Qualche lampo del suo talento registico lo si intravede, ma è poca cosa. Fear X appare come un thrillerino medio poco riuscito e dimenticabile. Il classico incidente di percorso.

Refn con Pusher era diventato il nuovo fenomeno del cinema danese e con Bleeder aveva confermato di possedere una sua precisa cifra stilistica. Dopodiché ha fatto il tipico passo più lungo della gamba. Ha girato il suo primo film in America quando non era ancora pronto. Fear X è stato il suo debutto sul suolo degli Stati Uniti e si rivelerà un discreto flop. Giusto così. È una doccia fredda che ha fatto bene al freddo danese, che avrà modo di fare il suo trionfale ritorno a Hollywood qualche anno più tardi, con il progetto giusto, ovvero Drive. Per quanto nemmeno malaccio come film, ciò che sconcerta di Fear X è la sua mediocrità. Una mediocrità da cui Refn in tutte le sue pellicole, persino nel da me tanto detestato Valhalla Rising, si è sempre tenuto lontano.

"Dexter, figliolo, vieni fuori!"
Di cosa parla, questo film?
Presto detto. Il protagonista è l’addetto alla sorveglianza in un centro commerciale ed è ossessionato dalla morte della moglie, uccisa in circostanze misteriose da un assassino rimasto a piede libero. Ogni suo pensiero va a questa tragedia e ogni cosa che fa è tesa alla ricerca del killer. Se già state pregustando un thriller tesissimo, non è questo il caso. Refn punta a costruire la tensione in maniera lenta e avvolgente. Cosa che per la prima parte della visione riesce anche a coinvolgere, ma dopo un po’ il giochino stufa. Per movimentare la vicenda, Refn fa allora muovere il suo personaggio. Lo fa passare all’azione, mano a mano che si avvicina all’assassino.
Tutto il film, e soprattutto la prima parte, è costruita sull’interpretazione di John Turturro. Un’interpretazione anche valida, non sto a discuterne, però il Turturro è uno di quegli attori che a me non hanno mai detto nulla. Troppo coeniano, chissà? Nonostante in genere mi piacciano gli interpreti fissati con le parti da pazzoidi o tipi strambi, in cui Turturro è specializzato, lui è un pazzoide che non mi piace. Qui più che pazzoide, è un uomo ossessionato dal conoscere la verità. Sapere il perché la moglie è stata uccisa. C’è chi guarda The Voice, c’è chi guarda Masterchef, lui invece nel tempo libero si guarda i nastri di videosorveglianza, per trovare qualche indizio sul killer. Ognuno si diverte come preferisce…

"Sì, sono un pazzo stalker psycopatico, ma no, non sono Dexter..."
La vicenda nella seconda parte si allarga poi ad altri personaggi, coinvolge anche un poliziotto interpretato dal papà di Dexter James Remar, acquista un maggiore respiro, ma via via che ci si avvicina alla risposta, più la storia perde fascino, come accade in molti thriller. Come accade in molti thriller medi. Un peccato in cui scivola anche un Refn lontano dal suo solito cinema. Un Refn pure bravo a far crescere la tensione in alcuni tratti, ma non supportato da una sceneggiatura all’altezza, che si risolve in un nulla di fatto. Di molto refniano c’è comunque soprattutto una scena verso il finale ambientata in un’ascensore.
So già cosa state pensando: Refn + ascensore = magia.
In Drive sì, è così. Qui la scena è invece decisamente meno indimenticabile. Così come il resto del film, che pure si lascia vedere, ma senza lasciare traccia. Non come sanno fare gli altri lavori del regista danese, sia nel bene che nel male. E se la cosa più tesa dell'intera pellicola sono i titoli di coda, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona, caro Refn.
(voto 5,5/10)

martedì 23 luglio 2013

NON POSSO PIU’ FARE A MENO DEL MIO PUSHER




Pusher II
(Danimarca, UK 2004)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Leif Sylvester, Anne Sørensen, Øyvind Hagen-Traberg, Kurt Nielsen
Genere: sfacciato
Se ti piace guarda anche: Pusher, Pusher 3

“Qualcuno dice che ho problemi nel ricordarmi le cose.”
“Chi l'ha detto?”
“Non me lo ricordo.”

Pusher è figo. Uno di quei film che ti trascina dentro. Ma Pusher II è ancora più figo. Uno di quei rari casi in cui il sequel è migliore del primo. Parlare di sequel nel caso di Pusher II appare comunque un po’ improprio. Più che un sequel, è uno spinoff. O come un episodio di una serie tv che si concentra su un personaggio differente, come capitava in Lost e come capita in Skins. In Pusher II possiamo infatti dimenticarci del pusher Frank, che non compare manco in un cameo ma viene giusto menzionato in un’occasione. Questa volta il protagonista è Tonny, ovvero Mads Mikkelsen, un personaggio che avevamo già visto nel primo episodio e che appariva come un cazzaro di prima categoria. Una cosa ribadita anche in questo nuovo capitolo, dove c’è però una costruzione migliore e decisamente più approfondita del personaggio. Se lo stile registico rimane pressappoco immutato, sebbene ci sia una migliore cura nella fotografia, Refn fa un salto di qualità soprattutto nella sceneggiatura. La vicenda non è particolarmente elaborata, ma questa volta il personaggio di Tonny “arriva” di più allo spettatore.

"Guarda qua, c'è un articolo di Cannibal Kid. E' la nuova rivista per cui scrive."
Uscito di gattabuia, Tonny va a lavorare con il padre, ‘sto raccomandato, con cui ha un rapporto conflittuale.
Naturalmente, la galera non è che gli sia servita un granché e lui resta sempre un cazzone assoluto, un cazzone che si barcamena tra furti, bordelli e spacci di droga insieme al suo compare, che questa volta non è Franky bensì un tizio che in maniera molto milanese viene chiamato Il Figa. Un’altra piccola storia su un piccolo criminale, indagato con una maggiore profondità a livello personale e famigliare. Resta un film freddo, tipicamente danese, ma qui Refn getta ancora più le basi per l’esplosione totale del suo stile che avverrà con Drive, si veda e soprattutto si senta anche l’uso delle musiche qui realizzato in maniera più efficace rispetto al numero 1.
Bello Pusher, ma per una volta il sequel batte l’originale. Forse perché non è un sequel sequel vero e proprio?
(voto 8/10)


Il divertimento sul set secondo quel simpaticone di Refn.
Pusher 3
(Danimarca 2005)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn
Cast: Zlatko Buric, Marinela Dekic, Slavko Labovic, Ramadan Huseini, Ilyas Agac
Genere: spiaccicato

Altro giro, altra corsa. Se il primo capitolo ci raccontava una settimana nella vita del pusher Frank e il secondo il periodo successivo al rilascio di prigione del mezzo criminale Tonny, il terzo episodio di Pusher si concentra sull’unico personaggio apparso in tutti e tre i film della saga, ovvero il re della droga, il serbo Milo interpretato da Zlatko Buric. Questa volta l’azione è concentrata in appena un paio di giorni e in particolare nella notte in cui si celebra la festa del 25esimo compleanno di sua figlia Milena.
Dei tre protagonisti incontrati finora, Milo è quello meno appealing. Fisicamente perde il confronto con Kim Bodnia e Mads Mikkelsen, sorry Zlatko non uccidermi, e anche a livello caratteriale, essendo un personaggio più chiuso ed ermetico. Nonostante questo, ci troviamo di fronte a un (quasi) tutto in una notte serrato e avvincente, giusto un filo sotto ai primi due capitoli. Refn gira con il suo solito stile stiloso, in grado di portare in maniera naturale dentro la vita dei suoi personaggi, anche se a questo turno sembra girare il tutto un po’ più col pilota automatico.

Con Pusher 1 c’era l’eccitazione della prima volta, l’emozione di vedere al debutto un fenomeno della regia. Con Pusher II si andava oltre, spingendo su una storia e su un personaggio ancora più coinvolgenti. Con Pusher 3 Refn gioca invece la carta di una maggiore riflessività, aumentando progressivamente il ritmo solo nel finale. Non facendo un centro pieno come con gli altri due capitoli, ma riuscendo in ogni caso a chiudere il cerchio della trilogia in una maniera a suo modo perfetta.
La chiusura è raggelante, oltre che violenta e splatter al punto da far apparire i primi due episodi come roba per educande. Se in Frank e Tonny, benché tutto fuorché modelli di virtù, si intravedeva ancora un lampo di speranza, questo capitolo ci offre il ritratto di un uomo che, nonostante l’amore per la figlia, è desolato, prosciugato, senza più possibilità di redenzione. Ci offre il ritratto di un’umanità che, come la piscina dell’ultima inquadratura, ha ormai perso anche la sua ultima goccia di umanità.
(voto 7/10)

Post pubblicato anche su The Movie Shelter.

lunedì 22 luglio 2013

PUSHER TO THE LIMIT


Pusher
(Danimarca 1996)
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Jens Dahl, Nicolas Winding Refn
Cast: Kim Bodnia, Mads Mikkelsen, Zlatko Buric, Laura Drasbæk, Peter Andersson, Slavko Labovic, Nicolas Winding Refn
Genere: spacciato
Se ti piace guarda anche: Pusher 2, Pusher 3, Bleeder, Drive

Una settimana nella vita di un pusher. Non è un nuovo reality di Cielo, non è il sostituto di Teen Mom su Mtv, bensì è il film d’esordio di Nicolas Winding Refn. Il danese che tutti amiamo per Drive e che qualcuno, come me, allo stesso tempo odia anche per il comatoso Valhalla Rising. Prima dell’esplosione mondiale, prima del suo ingresso nella Hollywood che conta, prima della sua venerazione a livelli quasi religiosi e terrencemalickiani, tutto ha avuto inizio con Pusher.
Come anticipato, Pusher parla di un pusher, uno spacciatore, uno che si guadagna da vivere vendendo la roba. Che vi aspettavate, d’altra parte, con un titolo del genere? Un film su un chierichetto? Nel mostrarci una “tranquilla” settimana del suo protagonista, Refn non si risparmia certo. Da una materia tanto pulp, il regista ha tirato fuori un film tanto pulp con sesso (più parlato che fatto), droga e rock’n’roll, così come scatti di violenza improvvisi, qualche rissa e scene leggermente splatterose. Da una materia così pulp, volendo il Refn avrebbe potuto esagerare ancora di più, d’altra parte eravamo proprio nel mezzo dei pulpissimi anni ’90, ma il suo intento non sembra quello di voler stupire a tutti i costi per gli eccessi di quanto filma. Il danese sembra voler stupire più per la messa in scena, che per cosa mette in scena. E ci riesce alla grande.

"Cos'è, stai cercando di fare la tua versione di Blurred Lines?"
In quanto opera d’esordio, ci troviamo di fronte a un film ancora acerbo, eppure lo stile del regista emerge già con prepotenza. La primissima scena, i titoli di testa che ci introducono i personaggi con il loro nome scritto in sovrimpressione, ci riportano nel mezzo di una scelta stilistica tipicamente anni ’90. Considerata la tematica tossica, l’impressione iniziale è allora quella di potersi trovare di fronte a una copia danese di Trainspotting o poco altro. Bastano pochi minuti e l’impressione si rivela subito sbagliata. Sbagliatissima. Refn non sembra avere l’intenzione di copiare nessuno, semmai è alla ricerca di uno stile proprio. Uno stile che in apparenza può sembrare di stampo documentaristico, ma non è così. Il regista non adotta quello stile mockumentary che nel nuovo millennio avrebbe conosciuto grande fortuna. Refn segue i personaggi con macchina da presa a mano, segue da vicino il suo pusher protagonista, per fortuna evitando quell’effetto tremolante da mockumentary, appunto. Pur girando con un budget ridotto, Refn fin dal suo esordio vuole fare Cinema, grande Cinema, non robette dal sapore amatoriale. Pusher passa così dall’essere un potenziale clone pulp dei successi in auge negli anni Novanta, o dall’essere un potenziale documentario pseudo realistico sulla vita di uno spacciatore, all’essere un piccolo e prezioso saggio cinematografico su come seguire un personaggio e gettarci all’interno della sua vita. Una lezione da cui sembra aver tratto insegnamento anche il Darren Aronofsky di The Wrestler e Il cigno nero, pellicole in cui si instaura un rapporto quasi fisico tra macchina da presa e personaggio in una maniera molto vicina a quanto visto in questo Pusher.

Naturalmente questo folgorante esordio getta anche le basi per il Refn-style successivo, quello che sviluppato a dovere e con alcuni accorgimenti lo porterà a realizzare il suo capolavoro, Drive. Un elemento fondamentale nella riuscita di quest’ultimo è la scelta delle musiche. L’atmosfera electro-pop tanto anni ’80 e contemporaneamente attuale getta la pellicola in una dimensione fuori dal tempo molto originale. In Pusher invece la selezione musicale è più scontata e tipicamente anni ‘90. A tratti la soundtrack del film spacca parecchio, però non colpisce fino in fondo. Per la scena dell’inseguimento del pusher con i poliziotti, viene ad esempio usato un pezzo punk-rock; una scelta efficace, quanto prevedibile, laddove quella di Drive risulta parecchio più imprevedibile.

"Smettila Mads, non te lo do' il pugnetto!"
Altro elemento che non convince del tutto è la costruzione del personaggio protagonista, il pusher Frank, interpretato da un ottimo  Kim Bodnia, che tornerà anche nel successivo film di Refn, Bleeder. Seguiamo questo personaggio per un’intera settimana, eppure non scatta mai nei suoi confronti una vera empatia. La freddezza emotiva credo sia una scelta precisa del regista, qui anche sceneggiatore a quattro mani con Jens Dahl, però a coinvolgere maggiormente sono i personaggi secondari. Sono loro a regalare i momenti più “umani” alla pellicola: il picchiatore che confessa il suo sogno di aprire un ristorante, o la prostituta innamorata del pusher Frank, così come la madre dello spacciatore che cerca di aiutarlo finanziariamente, e una maggiore umanità la si ritrova persino nella sbruffonaggine del suo amico Tonny, interpretato dal sorprendente esordiente Mads Mikkelsen, che ritroveremo protagonista assoluto di Pusher II. Una freddezza emotiva che verrà risolta in Drive in maniera non ruffiana o cuoriciosa, solo regalando al protagonista Driver un maggiore sentimentalismo. Rendendolo più umano, “a real human being, and a real hero”.

Il finale di Pusher è sospeso, proprio come quello di Drive. Laddove quest’ultimo lascia però con la sensazione di aver assistito a qualcosa di pienamente riuscito e con un gusto buono, Pusher lascia un po’ l’amaro in bocca. Un esordio folgorante, un talento registico genuino da tenere d’occhio, ma anche l’impressione che manchi qualcosa. Col senno di poi, possiamo comunque dire che Refn con Drive riuscirà a portare a completo compimento quanto di buono mostrato con un esordio che, sempre col senno di poi, non si è rivelato un fuoco di paglia, ma una fiamma pronta a divampare.
(voto 8-/10)

A domani, con nuove recensioni refniane che fanno parte della Refn Week.


Post pubblicato anche su L'OraBlù, corredato dal minimal poster creato per l'occasione da C[h]erotto, e postato, tanto per esagerare, pure su The Movie Shelter.


martedì 11 dicembre 2012

COTTA ADOLESCENZIALE 2012 - N. 11 BLAKE LIVELY

Blake Lively
Genere: biondazza
Provenienza: Tarzana, California, USA
Età: 25
Il passato: 4 amiche e un paio di jeans 1 e 2, Ammesso, The Town, Lanterna verde
Il suo 2012: Le belve, Gossip Girl, la pubblicità Gucci firmata Nicolas Winding Refn
Il futuro: Hick
Potrebbero piacerti anche: Ludivine Sagnier, Mischa Barton, Sarah Roemer, Scarlett Johansson
Perché è in classifica: ma l’avete vista?
(nel 2010 era al 4° posto)

A un posto chiamato Tarzana non daresti due lire. Anche perché non ci sono più. Poi vedi lei, Blake Lively, e pensi che, insomma, se lei arriva da lì, non dev’essere poi tanto malaccio, questa Tarzana. Quando scopri inoltre che altro non è che un quartiere di Los Angeles, allora ti domandi: “Perché non mi ci trasferisco subito?”.
Per chi segue la trash soap sempre più trash Gossip Girl, Blake non ha nemmeno bisogno di presentazioni: è la tanto amata ma più che altro tanto odiata Seriiiiiina van der Woodsen, nota perché cambia pochi partner sessuali in ogni episodio e inoltre perché è una tipa alla mano, che non se la tira troppo…
Se Gossip Girl è ormai una serie sempre più allo sbando, la consolazione è che sta per finire. Il 17 dicembre andrà in onda negli USA l’ultimissimo episodio e poi bom, basta, gli attori finalmente saranno liberati da questa maledizione e potranno dedicarsi a impegni più interessanti.
La Blake botta di Lively, nonostante gli impegni con Gossip, non è comunque rimasta con le mani in mano e ha trovato il tempo di sposarsi con Ryan Reynolds, uno che arrivava dal divorzio da Scarlett Johansson, per la serie: mi piacciono solo quelle cesse!
E poi la lovely Lively si è data al cinema d’autore, con una particina convincente e zoccoleggiante (probabilmente convincente perché zoccoleggiante) in The Town, e come protagonista femminile de Le belve griffato Oliver Stone. Se poi deve fare spot tv, ovviamente super glamour, almeno si fa dirigere da un certo Nicolas Winding Refn. Mica Neri Parenti. Magari, diciamo anche sicuramente, come attrice deve ancora dimostrare tutto il suo valore, ma lo stile certo non le manca. E non solo quello...




lunedì 18 giugno 2012

EURO BLOG WAR - Primo tempo

"Uff, che palle! Oggi in campo ci sono le schiappe di Ford..."
In occasione degli Europei di calcio ormai entrati definitivamente nel vivo, anche i due nemici della blogosfera tornano a darsi sfida con le loro ormai famigerate Blog Wars. Questa volta mettendo in campo due formazioni cinematografiche, due 11 di attori e registi presi dalle nazioni partecipanti alla manifestazione calcistica e pronti a sfidarsi a colpi di gol filmici. Ognuno di loro con una pellicola a rappresentarne la carriera.
Chi vincerà? Lo scoppiettante team cannibale, pieno di fantasia e giovani talenti, oppure la lenta, stanca e catenacciara formazione fordiana?
Oggi scendono in campo gli 11 di Mr. James Ford, per un primo tempo che si preannuncia noioso e privo di grosse emozioni. Domani sarà la volta del calcio-champagne con la squadra di Cannibal Kid. E allora sì che vedremo gol a raffica e cine-champagne!

"Ford, quella lì dietro ERA casa tua. Ciao!"
1 - Christopher Nolan (Inghilterra) - Il cavaliere oscuro
Mr. James Ford Per custodire il risultato tra i pali, niente di meglio dell'uomo pipistrello e del regista che è stato in grado di riportarlo ai fasti che solo Tim Burton prima di lui era riuscito a dipingergli sulle ali.
Un maestro dell'illusione in grado di ipnotizzare i troppo leggiadri attaccanti cannibali anche in caso di calci di rigore, sbeffeggiandoli neanche fosse quello sciamannato del Joker prima di serrare i ranghi e chiudere ogni porta della sua Bat-caverna.
Nolan mormorò, non passano i Cannibali.
Cannibal Kid Vedo che Ford pensa già ai rigori, puntando su un soporifero 0 - 0. È davvero un maestro del calcio catenacciaro, l’equivalente sportivo del cinema soporifero che tanto predilige.
Christopher Nolan è uno dei pochi talenti veri messi in campo dal Ford, che astutamente si è premunito mettendo il suo top player in porta, temendo i fuoriclasse cannibali. Ma nemmeno i suoi supereroi riusciranno a fermarlo da una inevitabile e travolgente goleada!





"Non vedo da qui a lì, figuriamoci giocare a calcio..."
2 - Costa Gavras (Grecia) - Missing
JF Terzino destro fluidificante l'espertissimo Costa Gavras, un giocatore navigato pronto a solcare le bassissime maree delle fasce ben poco eroiche del Cucciolo: un film che stupì Cannes e fu premiato con una giustissima Palma d'oro, e che ricordò il dramma e l'epoca terribile dei desaparecidos.
Quello che manca, però, in questa partita, è la squadra in campo ad opporsi alla furia del team fordiano.
Terreno fertile, dunque, per un veterano della fascia come Gavras, in grado di proporre cross su cross invitando al gol come ad un banchetto i compagni d'attacco: non per nulla, il titolo del secondo film in lista del regista greco era Cacciatore di teste.
CK Più che espertissimo, lo definirei bollitissimo visto che saranno almeno 30 anni che nessuno se lo fila più, ammesso e non concesso qualcuno se lo sia mai filato. Un giocatore non solo a fine carriera, ma ormai caduto ampiamente nel dimenticatoio. Azzeccato comunque il titolo del film: Missing, come il talento del tutto mancante alla squadra, vabbè per rispetto alle squadre vere chiamiamola squadretta, di Ford.
JF Solo un allenatore inesperto come Katniss Kid può cadere nella trappola più vecchia del mondo quando si tratta delle grandi competizioni calcistiche: l'esperienza in campo internazionale è uno degli ingredienti per un cocktail dirompente - e di successo -.
Continua a sottovalutare il buon Costa Gavras, che intanto zitto zitto ti infila sulla fascia!

"Ford, non c'ho voglia di giocare nella tua squadra. Preferisco fare un
filmato con mio figlio da caricare su YouTube e tenermi per domani..."
3 - Ingmar Bergman (Svezia) - Il posto delle fragole
JF Il talento incontrastato del più grande Maestro del Cinema nordeuropeo si concretizza nel fluidificante sinistro dei mattatori del campo fordiani, un Bergman che mette d'accordo con il suo cristallino talento anche i due mister più rivali della blogosfera.
A rappresentarlo, un film che è un Capolavoro di tecnica, leggerezza, profondità, ironia e magia: la summa della poetica di uno dei più importanti artisti che la settima arte abbia mai conosciuto, nonchè un omaggio alla vecchiaia che pare quasi rappresentare l'ultima grande vittoria per uno degli ultimi, grandi fuoriclasse.
CK Grande Bergman e bellissimo Il posto delle fragole. L’allenatore Fordman sbaglia però clamorosamente la sua posizione, visto che lo svedese avrà tante doti, ma certo non la velocità richiesta a un terzino. Uno dei pochi giocatori buoni della tua squadra, sprecato così. Non ti smentisci proprio mai, Ford!
JF Non c'è bisogno di alcuna velocità, quando c'è classe. E i lanci di Bergman sono lampi millimetrici da una parte all'altra del campo.

"Attento, Ford. I tifosi cannibali m'hanno
fatto un occhio nero e adesso cercano te!"
4 - Luis Bunuel (Spagna) - Il fascino discreto della borghesia
JF Davanti alla difesa, chi meglio di un beffardo regista come Bunuel poteva tenere a bada le avanzate a suon di punta di piedi degli attaccanti cannibaleschi imbastendo al contempo le geometrie per il contrattacco fordiano? E quale film meglio del manifesto anti radical chic per eccellenza, Il fascino discreto della borghesia, perfetto per ubriacare di dribbling i mediani egotici della squadra avversaria giusto in tempo per servire l'assist decisivo all'incisivo attacco blaufordiana?
CK Film recuperato di recente e su cui ci sarebbe parecchio da dire. Sicuramente una visione molto interessante e ricca di spunti. Eppure, nel suo giocare su una struttura di un sogno dentro un altro sogno dentro un altro sogno e così via finisce per incartarsi da solo. Va bene il surrealismo, ma a un certo punto è troppo.
Anche in questo caso, è sbagliatissima la posizione scelta dall’allenatore per un giorno (e si spera non di più) Ford. Bunuel sarebbe il jolly da mettere in campo nel secondo tempo, quello che può risolvere la partita nel bene e nel male. Ma in difesa è surreale, visto che tra un sogno e l’altro non sarebbe in grado di distinguere e quindi difendere nemmeno se stesso. Altra mossa fallita per il fascino inesistente della fordesia.
JF Ennesimo errore tattico dell'egotico Cucciolo Eroico: l'imprevedibile Bunuel è perfetto davanti alla difesa, quasi nascosto dal resto dei centrocampisti e pronto ad uscire dal letargo con una magia improvvisa.

"Leggerino, il WhiteRussian di Ford.
Me lo sono già scolato tutto!"




5 - Andrzej Wajda (Polonia) – Katyn
JF In ogni difesa che si rispetti si trova uno stopper pronto ad allungare la gamba anche soltanto per fare capire all'attaccante avversario di che pasta si è fatti.
Wajda, nome simbolo della Polonia organizzatrice dell'Europeo, era l'uomo giusto per il team Ford: e Katyn, film potentissimo che rievoca il massacro operato dai russi - che incolparono i tedeschi occupanti - dei soldati polacchi in cui perse la vita anche il padre del regista è il muro perfetto per annichilire le spaesate e leggerine punte cucciole troppo azzardatamente mandate allo sbaraglio al suo cospetto.
Un'opera incredibile in grado di tagliare le gambe.
Un valico insormontabile per le forze del povero, piccolo, Kid.
CK E questo scarpone chi sarebbe? Un giocatore nemmeno degno di giocare nella serie F di Ford, figuriamoci se può competere contro i campionissimi cannibali.
Più che Katyn, una scelta cretyn uahahah!



"Le cose che dice Ford... mah, a me fanno venire solo un gran mal di testa!"
6 - Federico Fellini (Italia) - I vitelloni
JF Il libero per antonomasia, l'unico leader possibile per una difesa impenetrabile.
Fantasia e concretezza, interventi decisi e colpi di genio in grado di spingerlo addirittura in attacco.
E come nella migliore scuola italiana, a rappresentarlo un film che è l'inno alla spensieratezza che non dimentica la malinconia, un pò come le lacrime che arrivano con la vittoria sui rivali più agguerriti.
I vitelloni fordiani, guasconi e sorprendenti, fanno polpette di tutti i pallidi "lavoratori" Cannibali.
Cannibali? Prrrrrrrrrrrrrr!
CK Questa scelta ci sta, però Ford come al solito si dimostra prevedibilissimo. La presenza di Fellini me l’aspettavo e quindi con un mio colpo di genio tattico gli ho messo subito addosso il mastino Von Trier a spaccargli le gambe.
Fellini fuori subito per infortunio al primo minuto, e il misero team del Mister rimane con i suoi soli scarponi in campo a guardarsi in faccia senza sapere cosa fare di quel misterioso oggetto rotondo che gravita loro davanti, palleggiato con una fitta rete di passaggi dai fenomeni cannibali.
E le lacrime sono solo quelle del coach Ford che, rimasto senza più carte da giocare, è già stato esonerato e pure radiato dalla Federazione Italiana Cannibale Antifordiana.

"Ma Ford dove li scova certi registi come...
come mi chiamo io?"
7 - Abdellatif Kechiche (Francia) - Cous cous
JF Ala destra il Best d'oltralpe, fenomeno di una Francia in grandissimo spolvero nelle ultime stagioni ed autore di una delle pellicole più incredibili, potenti e sentite degli ultimi dieci anni: sto parlando del meraviglioso Cous cous, un ritratto di famiglia al ritmo di danza del ventre e cucina, magico e profondo, in grado di scomodare paragoni con il respiro che solo Bergman riusciva a dare ai suoi film corali.
Il polmone del team Ford, infaticabile e pronto a sacrificarsi per il bene della squadra, come fosse un fratello maggiore.
E dato che il Cannibale faticherà a capire il concetto, lo semplifico in termini bianconeri: il "soldatino" degli anni migliori.
CK Non ho visto il suddetto Cous cous, anche perché già come cibo è per me ben poco appetitoso, ma dubito fortemente che questo Ke chi è? possa essere tra le cose migliori offerte dallo spettacolare cinema francese di ieri e di oggi. Più che ai paragoni con Best o con il già più modesto soldatino Di Livio, direi che è come scegliere Ibrahim Ba, tenendo a casa Platini e Zidane. Robe che solo un allenatore che vuole eliminare tutti i veri talenti per concentrare le attenzioni solo su di sé può fare. Ford, starai mica cercando di diventare più egocentrico di me?



"Cannibal, ti faccio arrosto nella mia Soul Kitchen!"
8 - Fatih Akin (Germania) - La sposa turca
JF L'Ozil del continente fordiano, il genio della lampada e perno del centrocampo pronto ad avanzare all'occorrenza divenendo quasi un fantasista aggiunto.
Passione ed esplosività, il regista di origini turche cresciuto ad Amburgo è l'uomo giusto per fare la differenza in mezzo al campo: capace di colpi ad effetto come di entrate decise, Akin ha dalla sua tutto il fascino del film che lo portò all'attenzione del mondo, quel La sposa turca vincitore a Berlino che stupì le platee per la sua forza tragica quasi almodovariana e per i suoi personaggi pieni di vita ed ubriachi di autodistruzione.
Il Best del Cinema. Quello che tutti vorrebbero avere in squadra.
Ma che trova la collocazione ideale solo nell'undici ideale. Quello di Ford.
CK Ed eccolo, il bidone del cinema tedesco. L’autore di Soul Kitchen, una delle commedie meno divertenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Sarà che i crucchi sono tra le poche persone al mondo ad avere un senso dell’umorismo (quasi) più discutibile di quello di Ford. Un regista talmente risibile che non mi preoccupo nemmeno di marcarlo, lasciandolo libero di autodistruggersi. E la sposa turca la abbandono sull’altare.
Fatih chiiii?
JF Non sto neanche a commentare il tuo parere sull'ottimo Soul Kitchen, e già mi pregusto la doppietta di Akin che, libero da marcature, impazzerà nella retroguardia Cannibale concentrata tutta sui temibili attaccanti fordiani!
CK Ma Fatih chiiiiiiiiiiiiiiii?

"Certo che Valhalla ha fatto addormentare pure me..."
9 - Nicolas Winding Refn (Danimarca) - Valhalla rising
JF Punta centrale perfetta per una formazione destinata alla vittoria finale.
Imprevedibile come il più arrabbiato degli Ibrahimovic e pronto a pungere come uno scorpione, Refn porta alla carica il suo guerriero One Eye per fare piazza pulita dei difensori avversari ed incornare ogni pallone che arriva dalle fasce, castigando a più riprese una difesa che pare proprio non avere i numeri e la stazza per contrastarlo.
I suoi voli a cercare l'impatto con la sfera sui calci d'angolo saranno vere e proprie epopee visionarie, in grado di mandare in visibilio il pubblico, pronto alla standing ovation per il capocannoniere del torneo.
L'ariete per eccellenza, il guerriero vichingo pronto a conquistare terreno e reti sulle indifese praterie popolate solo da conigli dark spauriti.
CK Refn contro la difesona cannibale potrebbe andare a segno giusto con Drive, un filmone che si fa fatica a credere sia stato realizzato dallo stesso autore di questo misero Valhalla Rising, una delle visioni più noiose e soporifere della Storia.
Se la tua tecnica è quella di fare addormentare la mia difesa, Ford, il tuo obiettivo è centrato in pieno. Peccato che pure i tuoi tifosi si siano stufati della tua squadra e abbiano abbandonato le tribune, lasciando i supporter cannibali a fare la ola lungo tutto la Cannibal Arena.
JF Sono soltanto usciti per andare a prendere da bere: i festeggiamenti per la vittoria, qui a Fordlandia, dureranno almeno una settimana!
CK Sul fatto che i tuoi tifosi (ma quali?) abbiano bisogno di bere hai ragione. Sì, però per dimenticare…

"Bravo Cannibal, sfotti pure, io intanto stasera vado a un
bunga bunga party con i miei amici Vladimir e Silvio."
10 - Alexandr Sokurov (Russia) - Arca russa
JF Il fantasista immarcabile, il numero dieci più ambito del mondo, il Messi del Cinema attuale.
Sokurov, vincitore all'ultimo Festival di Venezia, è tutto questo e anche di più: per rappresentarlo, ho scelto un film che è il saggio perfetto della sua tecnica incredibile, novanta minuti di piano sequenza ininterrotti nei corridoi dell'Ermitage di San Pietroburgo, un viaggio incredibile nella storia russa e nella meraviglia della settima arte.
L'uomo che più di ogni altro, da ogni posizione e a seguito di ogni punizione procurata dai fallosissimi difensori avversari saprà infilare la porta lasciando che il pallone ipnotizzi come la più imprevedibile delle "foglie morte".
CK Ambito, ma da chi? A parte il radicalchicchissimo pubblico dei festival cinematografici, Sokurov non se lo sooka nessuno. Terrence Malick semmai può essere considerato il Messi del Cinema attuale, visto i cast della Madonna con cui sta lavorando per i suoi nuovi film.
Se la fantasia della tua squadra è affidata a un russo pretenzioso e noioso come pochi, stai messo proprio bene, stai messo…
JF Senza contare il fatto che Malick non c'entri un tubo con questa Blog War in quanto statunitense, resta bollito con il suo albero della noia, e certamente il suo genio passato non va valutato dalla consistenza del cast delle sue pellicole!
CK A parte il fatto che tu hai tirato fuori Messi, che è argentino, comunque era solo un esempio di regista davvero ambito. Sokurov invece se lavora è solo grazie ai soldi del suo unico sostenitore: il suo infausto amichetto Vladimir Putin.

"Ford, col cacchio che scendo in campo per te! Io la partita
la seguo comodo dalla poltrona. E tifo pure Cannibal!"
11 - Milos Forman (Rep. Ceca) - Qualcuno volò sul nido del cuculo
JF E a proposito di imprevedibilità, lungo l'out di sinistra a farla da padrone è Milos Forman, che vola dal nido del cuculo fino all'area Cannibale servendo un cross dopo l'altro ai suoi compagni senza dare il minimo segno di cedimento.
Folle come McMurphy e solido come il Capo Bromden, l'uomo di fascia più imprevedibile che la settima arte abbia mai concepito è pronto a lasciare sul posto tutte le infermiere pazze frutto delle fantasie irrefrenabili del coach più teen mai visto sui campi di calcio prima di affondare come un coltello nel burro - o come un lavandino in una parete di manicomio - liberando tutta la magia del Cinema vero.
E regalando il passaggio vincente alla squadra del Cowboy.
CK Milos Forman era un grande regista. Ormai però non ha più nulla da offrire e giusto un allenatore fuori di testa può ancora dargli un’occasione di giocare invece di lasciarlo al meritato riposo.
Ford, la partita è finita e non possiamo fare nemmeno scambio di maglie: gli inservienti infatti per te hanno già pronta una bella camicia di forza! uahahahah

A domani, con gli 11 giocatori cannibali...

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