Michael
Non sono mai stato un grande fan di Michael Jackson. Lo so, questa è una cosa che in vita l'ha tormentato parecchio, però non ci posso fare niente.
Il primo ricordo che ho legato alla sua musica risale ai tempi in cui facevo le elementari. Quindi parecchio tempo fa. Non Preistoria, cosa pensate? Sto parlando dei primi anni '90. Stavo tornando a casa in pullman da una gita, una di quelle dal mattino alla sera, e c'erano alcuni miei compagni che si ascoltavano il Walkman.
Ai tempi solo i bimbi più ricchi ne possedevano uno tutto loro. Io, figlio di un edicolante e di una donna delle pulizie circondato da compagni che avevano quasi tutti genitori che erano dottori, architetti, banchieri o persino giocatori professionisti di basket, ero tra quelli "poveri" che non l'avevano. Al di là della questione economica, non ero ancora granché appassionato di musica. Ai tempi ero più che altro in fissa con il Nintendo e con il calcio. Il mio idolo era Roby Baggio. Per cercare di imitarlo avevo anche una specie di codino, che però era molto meno divino del suo ed era una cosa davvero inguardabile.
Tra i miei compagni ricchi dotati di Walkman personale, gli ascolti più gettonati erano gli 883 e Michael Jackson, entrambi artisti che per anni ho snobbato, forse per quel senso di inferiorità economica che loro malgrado mi avevano fatto provare alle elementari, e che solo in seguito ho in parte rivalutato. Quando ho cominciato ad appassionarmi seriamente alla musica, verso la terza media, eravamo nel bel mezzo degli anni '90, i miei preferiti erano Oasis, Blur, Radiohead, Nirvana, Smashing Pumpkins e, sì, pure le Spice Girls, mentre Michael Jackson stava cominciando a passare di moda e ad apparire come un residuo degli anni '80.
Ho cominciato ad approfondire la sua musica soltanto dopo la sua scomparsa, nell'estate del 2009, senza comunque mai diventare un suo fan assoluto, e adesso mi è venuto voglia di ascoltarlo di nuovo. Questo è uno dei meriti principali, a dire il vero non molti, di Michael, la pellicola sulla prima parte della vita di Michael Jackson. Un biopic molto, troppo tradizionale ed è un enorme peccato, visto che il personaggio di cui racconta era l'esatto opposto. In parole povere: un film ordinario su una persona straordinaria. Oppure, per usare i titoli dei suoi album: un film più bad, che off the wall, thriller o dangerous.
Piaccia o meno, Michael Jackson è stato tutto fuorché un uomo prevedibile. Il suo migliore amico era uno scimpanzé e in giardino teneva una giraffa, mentre nelle sue canzoni inseriva parole senza senso come Shamone, giusto per dire alcune cose che lo caratterizzavano, e probabilmente manco le più strambe in assoluto.
Le sue stranezze devono comunque sorprendere fino a un certo punto, considerando che non ha mai avuto una vita normale e una vera infanzia. Diventato famoso dall'età di 8 anni insieme ai Jackson 5, gruppo familiare controllato dal padre padrone Joseph Jackson qui interpretato da un tanto irriconoscibile quanto convincente Colman Domingo, è come se Michael avesse smesso di crescere a quell'età. Un Peter Pan in carne e ossa che combatte contro il suo personale Capitan Uncino. Questo è un parallelo avanzato dallo stesso film, che però avrebbe meritato di essere sviluppato in maniera più creativa e visionaria.
Il rapporto tormentato con il padre è in ogni caso uno degli aspetti, tra i pochi, trattati abbastanza bene dalla pellicola, mentre quasi tutto il resto fugge via in maniera frettolosa. I momenti migliori sono quelli più intimi e privati, come quando rivela alla madre di sentirsi diverso dai suoi coetanei, o come quando gioca a Twister insieme al suo scimpanzé, visto che i suoi fratelli sono cresciuti e sono diventati troppo grandi per quelle cose.
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| "Non avete voglia di giocare a Twister insieme a me e a una scimmia? Voi sì che non siete normali, cari fratelli" |
Sono breve lampi di bellezza in una pellicola che per il resto della sua durata corre in maniera eccessiva, per fortuna senza mai annoiare, e questo è un altro suo pregio. Per la maggior parte del tempo il biopic è una celebrazione patinata e superficiale di Michael la star, che ci fa scoprire poco di più sul personaggio rispetto a quello che potremmo apprendere dalla sua pagina Wikipedia. Un prodotto di puro fan service che in compenso sta andando bene come operazione commerciale. Il film ha superato quota 900 milioni di dollari d'incasso a livello mondiale e ha sorpassato Bohemian Rhapsody come biopic musicale di maggior successo di sempre. In questo, la pellicola fa la stessa cosa che il padre Joseph Jackson faceva nei confronti del figlio: cercare di sfruttarlo il più possibile da un punto di vista economico, fregandose di ciò che pensava e provava, così come del suo lato più artistico e geniale.
Michael funziona invece ben poco a livello cinematografico. Il grande assente di questa pellicola è il Cinema con la C maiuscola e sembra di assistere piuttosto a una fiction Rai con la R minuscola. Complice, anzi colpevole principale è l'anonima regia di Antoine Fuqua, uno che nei primi anni zero, ai tempi di Training Day, sembrava piuttosto promettente e invece poi si è trasformato in un mestierante della peggior specie. Chissà cosa ne avrebbe pensato il cantante che, come si evince dalla stessa pellicola, era un grande appassionato di cinema, quello di una volta, da Charlie Chaplin ai classici dell'horror, e che nel corso della sua carriera ha proposto videoclip sempre molto curati e d'impatto, diretti da nomi come John Landis, Martin Scorsese, David Fincher, Mark Romanek e Spike Lee.
C'è poi la questione più controversa. L'assenza nella pellicola delle accuse di pedofilia nei suoi confronti. Per quanto un film su Michael Jackson senza questo aspetto possa sembrare come un biopic su Rocco Siffredi senza sesso, c'è da notare che tali accuse sono partite nel 1993. Il film, che lascia addosso con una forte sensazione di incompiutezza, si ferma invece nel mezzo del Bad World Tour, nel 1988. Sarà interessante a questo punto vedere se e come il tema verrà affrontato nel secondo capitolo del biopic, già previsto e in parte già girato, e mi auguro che venga mostrato come tali accuse abbiano influito su di lui, possibilmente con un approfondimento psicologico purtroppo quasi del tutto assente da questa prima parte.
Quanto al protagonista Jaafar Jackson sì, se la cava, sì assomiglia un sacco a suo zio, sì, era difficile trovare qualcuno di più azzeccato per la parte, però sì, si vede che è un esordiente totale e non mi sembra possieda la capacità di regalare un vero spessore umano al personaggio che vada oltre la semplice imitazione stile Tale e quale show versione deluxe. Oltre a non possedere un briciolo del carisma dell'illustre parente.
Ho trovato allora più efficace Juliano Valdi, l'interprete di Michael da bambino. A dimostrazione che non è obbligatorio fare parte della famiglia Jackson per essere credibile nella parte.
Non sono la persona migliore per dirlo, e i suoi fan hanno tutto il diritto di non essere d'accordo con me, ma credo che il King of Pop avrebbe meritato una pellicola migliore, molto più fantasiosa e meno scontata di questa. Un film in grado di riflettere fino in fondo tutta la sua stravaganza, la sua unicità. Michael era una persona diversa da tutte le altre, mentre questo è un biopic esattamente uguale a tutti gli altri. Shamone, nel senso di grande shame (vergogna) per questo film!
(voto 5/10)















This critique highlights the central contradiction of the film: while it succeeds as a commercially appealing tribute to Michael Jackson's immense star power, it struggles to offer a deeper exploration of the artist behind the icon. The movie delivers moments of visual beauty and maintains an energetic pace that keeps audiences engaged, yet it often feels more concerned with celebrating Michael's legacy than understanding his complexities as a person and creative force. The comparison to the commercial pressures he faced throughout his life suggests that the film prioritizes marketability over artistic insight, reducing a multifaceted figure to a collection of familiar highlights. Furthermore, the criticism of Antoine Fuqua's direction points to a perceived lack of cinematic ambition, especially considering Michael's own appreciation for film and his history of collaborating with visionary directors such as John Landis, Martin Scorsese, David Fincher, Mark Romanek, and Spike Lee. As a result, the film may satisfy devoted fans, but it leaves unanswered questions about the deeper artistic vision and personal experiences that made Michael Jackson such a unique cultural figure.
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